In cerca di segnali alieni dallo spazio profondo

In cerca di segnali alieni dallo spazio profondo, In cerca di segnali alieni dallo spazio profondo

A cura del Dott. Francesco Ginanneschi con la collaborazione del Dott. Luigi Bignami

Il contatto con intelligenze extraterrestri è tra i temi più sfruttati nelle storie di fantascienza, perché tocca alcuni dei principali ambiti che possono dirsi propri della nostra specie: la conoscenza razionale, la metafisica, l’immaginazione, gli interrogativi circa la posizione dell’uomo nell’universo.

Verso la fine del secolo scorso, il termine “contatto” è apparso come titolo di due rimarchevoli opere, una narrativa e l’altra cinematografica. Era il 1985 quando venne dato alle stampe Contact, del compianto astronomo, scrittore e divulgatore Carl Sagan, un romanzo dai contenuti avvincenti e profondi in cui si immagina che una civiltà interstellare faccia pervenire sulla Terra dei messaggi cifrati con le istruzioni per costruire una macchina in grado di trasportare un selezionato equipaggio umano attraverso gli oceani dello spaziotempo. Nel 1997, dal romanzo è stato tratto il film omonimo, con ottimi riscontri sia di pubblico che di critica. Purtroppo Sagan era deceduto prematuramente l’anno prima e non poté dunque essere partecipe del successo della pellicola tratta dal suo libro. Il principale pregio di questa storia è di aver rappresentato l’intreccio di implicazioni collegate al “contatto”, inteso non solo come incontro tra forme di vita sviluppatesi in mondi lontanissimi fra loro, ma anche come capacità di interrogare la coscienza e confrontarsi con le verità più profonde dell’animo, per elaborare il lutto, la solitudine e la ricerca di senso.

Porre l’umanità davanti ad altre entità biologiche senzienti a uno stadio di sviluppo tecnologico enormemente superiore al nostro, sarebbe uno shock così potente da scuotere la società e indurre radicali rivisitazioni esistenziali, sia singole che collettive. Potrebbe addirittura essere esiziale. Non si può quindi sfuggire alla valutazione strategica circa l’opportunità di ricercare il contatto, soppesando benefici e rischi. Tanto per attingere ancora all’immaginario della fantascienza cinematografica, nel 1996 il kolossal Independence Day ha raccontato una devastante guerra tra l’uomo e una flotta aliena mossa da volontà di sterminio e razzia. Del resto quello dell’invasione di alieni ostili è un topos ben strutturato e si dice che Stephen Hawking reputasse doverosa la cautela negli sforzi di stuzzicare intelligenze non umane, dato che potrebbero non essere pacifiche. È stato persino ipotizzato che le società aliene si celino deliberatamente per timore di essere conquistate e distrutte da altre stirpi più potenti, come espone la suggestiva ma improbabile teoria della foresta oscura.

Fin qui le speculazioni della fantasia. Le opere descritte si ispirano al reale progetto scientifico denominato SETI. L’acronimo sta per Search for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre) e indica un articolato programma che si occupa di frontiere astrobiologiche e di scandagliare il cosmo alla ricerca di segnali radio di origine artificiale, firma di una civiltà extraterrestre evoluta.

Il pilastro del progetto è l’Istituto SETI, fondato nel 1984 e sostenuto unicamente da donazioni private, dopo che nel 1993 il Congresso degli Stati Uniti revocò i finanziamenti pubblici alla NASA per perseguirne i programmi. Tuttavia, la storia di questa ambiziosa organizzazione è di almeno un quarto di secolo più antica rispetto a quella dell’Istituto. La sua genesi si può far risalire al 1959, quando i fisici Giuseppe Cocconi e Philip Morrison pubblicarono su Nature un articolo intitolato Searching for Interstellar Communications, in cui calcolarono tra 1 e 10 GHz la finestra di frequenze idonee per le comunicazioni radio nello spazio. Parallelamente, in alcuni scienziati come Carl Sagan e Frank Drake maturava l’idea che una civiltà sufficientemente avanzata potesse rilasciare segnali captabili su altri mondi. A Drake, astronomo e astrofisico, va la paternità dell’equazione formulata nel 1961 non tanto per compiere una stima precisa del numero di popolazioni evolute teoricamente esistenti, quanto per dare delle coordinate formali entro cui impostare un discorso rigoroso sul tema. Drake aveva già maturato esperienza sul campo, dal momento che lavorava presso il National Radio Astronomy Observatory in West Virginia, occupandosi di radioastronomia e dei primi studi sulla possibile esistenza di pianeti attorno ad altre stelle. L’equazione è la seguente:

N = R*   fp   ne   fl   fi   fc   L

Il significato dei fattori è: R* è il tasso di formazione stellare; fp sono le stelle con pianeti orbitanti attorno; ne sono i pianeti in cui si può sviluppare la vita; fl sono i pianeti con effettiva attività biologica; fi i pianeti con forme di vita intelligente; fc le civiltà in grado di emettere segnali radio; L è la durata nel tempo delle società tecnologiche. Il prodotto (N) è dato dal numero di civiltà galattiche candidabili al fatidico contatto. L’equazione è un esercizio accademico dai margini quantitativi inafferrabili ed è stata resa popolare dalla divulgazione che ne ha fatto Carl Sagan.

Drake diresse l’Istituto fino alla sua morte, avvenuta nel 2022.

Il lavoro del SETI è principalmente passivo, nel senso che consiste nel provare a catturare tracce rivelatrici. I radiotelescopi si concentrano sulle emissioni in onda continua a banda molto stretta, cioè su un piccolo segmento dello spettro radio depurato dalle interferenze originate da sorgenti naturali o umane. Si può quindi parlare di una forma di ascolto, in cui le onde radio spaziali giungono alle antenne terrestri (composte da numerosi ricevitori) e analizzate. Una promettente traiettoria di ricerca prevede di sfruttare le potenzialità messe a disposizione dagli algoritmi di apprendimento automatico, una classe di intelligenze artificiali che, una volta addestrate per setacciare le immani moli di dati raccolte, sarebbero in grado di isolare i segnali più interessanti.

Guardando la questione dal punto di vista opposto, la ricerca del contatto si può impostare anche ponendo l’umanità come soggetto attivo, ossia mittente e non ricevente. Si deve però fare una distinzione: un conto sono i segnali prodotti dalle telecomunicazioni radiotelevisive arrivati nello spazio per mera propagazione fisica (nel citato film Contact, gli alieni hanno intercettato un comizio di Adolf Hitler), mentre una cosa ben diversa sono i contenuti che l’uomo deliberatamente invia all’esterno al fine di raggiungere esseri in grado di comprenderne il linguaggio. A proposito del secondo tipo di attività, le imprese divenute dei classici sono: le placche dei Pionieri, i dischi delle Voyager e il messaggio di Arecibo. Le prime furono collocate a bordo delle sonde Pioneer 10 e 11, lanciate rispettivamente il 2 marzo 1972 e il 6 aprile 1973 per oltrepassare il Sistema Solare. Si tratta di placche in alluminio anodizzato con oro, le cui incisioni (realizzate da Linda Salzman, moglie di Carl Sagan) sono una simbolica sintesi grafica contenente: il diverso orientamento (spin) dell’atomo di idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo; la posizione relativa del Sole codificata tramite quattordici pulsar con i rispettivi periodi; i pianeti del Sistema Solare e l’indicazione della rotta della sonda; un uomo e una donna nudi nell’atto di salutare.

Un’altra coppia di messaggi di presentazione del genere umano è costituita dai Voyager Golden Record, dischi montati sulle sonde Voyager 1 e 2 partite nel 1977, contenenti una rassegna sonora e visiva relativa alle culture e alla natura terrestri.

Per quanto riguarda l’invio di messaggi radio, l’esperimento più noto e importante risale al 1974, con l’impulso in codice binario trasmesso dal radiotelescopio di Arecibo, sull’isola di Porto Rico, verso l’ammasso globulare M13, nella costellazione di Ercole. Il tempo stimato perché centri il bersaglio è pari a 25.000 anni e altrettanti ne serviranno perché un eventuale riscontro approdi sulla Terra. Questo storico radiomessaggio è composto da 1679 caratteri 0 e 1. La chiave per la decodifica consiste nel disporre le cifre in una griglia di 73 righe e 23 colonne (numeri primi che moltiplicati danno 1679) e ricavarne in forma grafica stilizzata alcune informazioni sulla biologia umana e il posizionamento spaziale della nostra specie: i numeri da 1 a 10; le rappresentazioni dell’idrogeno, del carbonio, dell’ossigeno e del fosforo; le rappresentazioni dei nucleotidi e della doppia elica del DNA; una figura antropomorfa; il Sistema Solare; un disegno del radiotelescopio di Arecibo.

Esiste una branca del SETI denominata METI (Messaging to Extra-Terrestrial Intelligence) o SETI attivo, che oltre a svolgere la missione di divulgazione e sensibilizzazione sulle tematiche dell’astrobiologia, effettua anche trasmissioni radio verso lo spazio.

Fino ad ora, le pur intense ricerche non hanno condotto all’individuazione di alcuna sorgente di attività non naturale. Ciò non deve stupire. Si stima che la Via Lattea contenga almeno cento miliardi di stelle e che nell’universo esistano oltre cento miliardi di galassie. È statisticamente lecito aspettarsi un altissimo numero di pianeti ove la vita si sia durevolmente affermata sino a raggiungere uno stadio evolutivo almeno pari a quello presente sulla Terra.

L’esplorazione è appena all’inizio e stabilire un contatto potrebbe essere inevitabile, se persevereremo con determinazione e crescente sensibilità strumentale. Nel frattempo, le file di grandi parabole dell’Allen Telescope Array, in California, frutto della sinergia tra il SETI e l’Università di Berkeley, continuano ad ascoltare il cielo in nome della nostra innata fame di conoscenza, per rispondere all’annoso e provocatorio paradosso di Enrico Fermi: se l’universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti?

Immagine: The Drake Equation.jpg, crediti: NOIRLab/AURA/NSF/P. Marenfeld, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons

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