Incendio all’ecocentro di Lequile: cosa può esserci davvero dentro quella nube di fumo?

incendio Lequile, Incendio all’ecocentro di Lequile: cosa può esserci davvero dentro quella nube di fumo?

L’incendio dell’ecocentro di Lequile, in provincia di Lecce, ha sollevato una grande nube di fumo nero, visibile in diverse zone del Salento. Le immagini hanno inevitabilmente suscitato preoccupazione e una domanda che, in queste ore, si stanno facendo in molti: cosa può esserci dentro quel fumo e quali rischi può comportare per la salute?

Mentre si attendono i risultati dei monitoraggi ambientali, possiamo iniziare a capire cosa accade quando bruciano rifiuti, plastiche e materiali differenti. Quella che vediamo come una semplice nube scura è in realtà una miscela molto complessa, composta da gas, vapori e minuscole particelle. La sua composizione dipende soprattutto dai materiali coinvolti, dalla temperatura raggiunta e dalla quantità di ossigeno disponibile durante la combustione.

Cosa può contenere il fumo di un incendio di rifiuti?

Quando un materiale prende fuoco non scompare semplicemente trasformandosi in cenere. Il calore modifica le molecole che lo compongono, rompe alcuni legami chimici e ne crea di nuovi. Se la combustione avvenisse sempre in condizioni ideali, con ossigeno sufficiente, molti materiali organici produrrebbero principalmente anidride carbonica e acqua. Un grande incendio reale è molto diverso: all’interno dello stesso rogo possono esserci zone molto calde e altre più fredde, punti ricchi di ossigeno e altri in cui ne arriva poco, mentre materiali completamente diversi bruciano contemporaneamente.

La combustione diventa così almeno in parte incompleta e possono formarsi sostanze molto differenti da quelle presenti nei materiali di partenza. È uno dei motivi per cui stabilire la composizione del fumo di un incendio di rifiuti è molto più complicato di quanto possa sembrare osservando le immagini.

Perché il fumo dell’incendio di Lequile era così nero?

Il colore nero della nube è dovuto soprattutto alla presenza di fuliggine, formata in gran parte da minuscole particelle ricche di carbonio prodotte durante una combustione incompleta. Una nube particolarmente scura può indicare una grande produzione di queste particelle, ma il colore, da solo, non permette di stabilire quali sostanze tossiche siano presenti né quanto sia pericoloso respirare quell’aria.

Nel fumo possono trovarsi particelle di dimensioni diverse, comprese quelle che conosciamo come PM10 e PM2.5. Il PM2.5 comprende particelle con un diametro inferiore a 2,5 micrometri: sono talmente piccole da poter penetrare profondamente nell’apparato respiratorio. L’esposizione al particolato fine è associata a effetti respiratori e cardiovascolari e può risultare particolarmente problematica per bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari.

C’è un altro particolare interessante: le particelle non trasportano necessariamente soltanto carbonio, sulla loro superficie possono aderire altre sostanze prodotte durante la combustione. Una parte di ciò che viene generato dal rogo può quindi spostarsi insieme al particolato e successivamente depositarsi lontano dal punto in cui è avvenuto l’incendio.

IPA: molecole che si formano quando qualcosa brucia male

Tra le sostanze che possono formarsi durante una combustione incompleta ci sono gli idrocarburi policiclici aromatici, più semplicemente IPA. Il nome può sembrare molto tecnico, ma queste molecole fanno già parte della nostra quotidianità: vengono prodotte anche dal traffico, dal fumo di sigaretta, dalla combustione della legna e persino quando alcuni alimenti vengono eccessivamente bruciati.

Uno degli IPA più conosciuti è il benzo[a]pirene. Non tutti gli IPA hanno la stessa pericolosità, ma alcuni presentano proprietà genotossiche e cancerogene. Una parte può trovarsi nella componente gassosa del fumo, mentre gli IPA più pesanti tendono maggiormente ad aderire alle particelle. Questa caratteristica spiega perché il particolato non sia interessante soltanto per le sue dimensioni: può rappresentare anche un veicolo attraverso cui altre sostanze vengono trasportate nell’aria.

Benzene e composti volatili: quello che nel fumo non vediamo

Durante un incendio possono essere prodotti anche numerosi composti organici volatili, spesso indicati con la sigla VOC. La loro presenza e quantità dipendono dai materiali che stanno bruciando e dalle condizioni della combustione. Tra le sostanze che possono essere generate in differenti processi di combustione troviamo, per esempio, benzene e aldeidi, insieme a numerosi altri composti organici.

Questo aiuta a interpretare anche le segnalazioni di chi ha percepito l’odore dell’incendio a distanza. Un odore molto forte non equivale necessariamente a una concentrazione pericolosa, perché alcune molecole possono essere percepite dal nostro olfatto già a quantità estremamente basse. Vale anche il contrario: l’assenza di un odore particolare non garantisce che nell’aria non siano presenti sostanze potenzialmente nocive. Il nostro naso può avvertirci che qualcosa è cambiato nell’aria, ma non è in grado di identificare con precisione ciò che stiamo respirando né di misurarne la concentrazione.

Cosa succede quando brucia la plastica?

Uno degli aspetti che ha attirato maggiormente l’attenzione dopo l’incendio dell’ecocentro di Lequile riguarda la presenza di materiali plastici. Parlare genericamente di “plastica”, però, aiuta poco a capire cosa possa essere finito nel fumo, perché le plastiche non sono tutte uguali. Polietilene, polipropilene, PET, PVC e polistirene sono materiali differenti, con strutture chimiche differenti, che possono produrre sostanze diverse quando vengono sottoposti a temperature elevate.

Il PVC, per esempio, contiene cloro nella propria struttura e durante la decomposizione termica può liberare, tra i diversi prodotti, acido cloridrico. Gli oggetti che utilizziamo quotidianamente, inoltre, raramente sono costituiti soltanto dal polimero principale: possono contenere pigmenti, plastificanti, stabilizzanti, cariche minerali, ritardanti di fiamma e altri additivi. Se nell’incendio sono coinvolti anche apparecchi elettrici, componenti elettronici, batterie o materiali metallici, la composizione dei fumi può diventare ancora più complessa.

Questo è un passaggio fondamentale per comprendere il caso di Lequile: sapere che sono bruciate delle plastiche non basta per sapere cosa sia stato liberato nell’ambiente. Bisognerebbe conoscere nel dettaglio quali materiali erano presenti e in quali quantità, oltre alle condizioni in cui sono bruciati.

Diossine e incendio di Lequile: possono essersi formate?

La parola “diossine” è comparsa rapidamente nel dibattito sull’incendio di Lequile ed è comprensibile che susciti preoccupazione. Prima di parlare del rischio, però, è utile capire cosa siano queste sostanze e soprattutto come possano formarsi.

Quando parliamo di diossine non ci riferiamo a una singola molecola ma a una famiglia di composti chimici. L’idea che siano semplicemente contenute nella plastica e vengano liberate quando questa brucia è una semplificazione: le diossine possono formarsi durante e dopo determinati processi di combustione, attraverso reazioni che dipendono da numerosi fattori.

La presenza di cloro è uno degli elementi coinvolti, ma non è l’unico. Contano la composizione dei materiali, la temperatura, la disponibilità di ossigeno, il materiale carbonioso presente e anche alcuni metalli capaci di favorire determinate reazioni. Una parte della formazione delle diossine può avvenire durante il raffreddamento dei fumi, quindi non necessariamente nel punto in cui vediamo le fiamme più intense.

L’equazione “plastica bruciata = diossine” non è quindi scientificamente corretta. È corretto affermare che, in un incendio di rifiuti contenenti determinati materiali e nelle condizioni adatte, queste sostanze possano formarsi. Stabilire se ciò sia effettivamente accaduto a Lequile e soprattutto in quali quantità richiede analisi specifiche.

Metalli nel fumo: il fuoco non può farli scomparire

Un ecocentro può raccogliere materiali molto diversi e alcuni possono contenere metalli. Se nell’incendio sono coinvolti apparecchi elettrici o elettronici, batterie, pigmenti o altri prodotti, elementi come piombo, cadmio, nichel o cromo possono diventare di interesse, a seconda naturalmente di ciò che era effettivamente presente nel materiale bruciato.

Qui il comportamento è diverso rispetto a quello di molte molecole organiche. Un elemento chimico non viene distrutto dal fuoco: può cambiare forma chimica, rimanere nelle ceneri, volatilizzare in determinate condizioni oppure associarsi alle particelle prodotte dalla combustione. Una parte può quindi essere trasportata insieme al fumo e successivamente ricadere sul territorio.

Dove finisce quello che viene trasportato dalla nube?

Quando il fumo scompare dalla nostra vista è facile avere l’impressione che sia scomparso anche ciò che conteneva. Alcuni gas vengono effettivamente diluiti e dispersi nell’atmosfera, mentre le particelle seguono una storia diversa. Possono essere trasportate dal vento e successivamente depositarsi sul terreno, sulle piante, sugli edifici e sulle altre superfici.

Questo fenomeno spiega perché, dopo un incendio che coinvolge rifiuti, l’attenzione possa spostarsi dall’aria al territorio. In base ai materiali coinvolti, alla direzione della nube e ai risultati dei primi monitoraggi, può essere necessario valutare anche suolo, acqua e vegetazione. La presenza teoricamente possibile di una sostanza nel fumo non significa comunque che esista automaticamente una contaminazione significativa: anche in questo caso sono le misurazioni a permettere di capire cosa sia realmente accaduto.

Quali sono i possibili rischi per la salute?

Nel breve periodo l’esposizione intensa al fumo può irritare occhi, naso, gola e vie respiratorie, provocare tosse o difficoltà respiratoria e peggiorare condizioni preesistenti come l’asma. Il PM2.5 rappresenta uno dei componenti di maggiore interesse sanitario perché può raggiungere profondamente i polmoni e l’esposizione è associata anche a effetti cardiovascolari.

La valutazione degli eventuali effetti a medio e lungo termine è diversa e non può essere dedotta semplicemente dalla presenza di una grande nube. Per sostanze come alcuni IPA, metalli o diossine diventano fondamentali la concentrazione effettivamente presente, la durata dell’esposizione e la possibilità che vi sia stata deposizione nell’ambiente. Parlare di una sostanza “tossica” senza conoscere la dose può quindi essere fuorviante: la pericolosità di una sostanza e il rischio realmente corso dalla popolazione non sono la stessa cosa.

Incendio di Lequile: cosa sappiamo davvero?

Arrivati a questo punto è importante separare nettamente ciò che la chimica ci dice essere possibile da ciò che sappiamo essere realmente accaduto nell’incendio di Lequile. Particolato, IPA e diversi composti volatili possono essere prodotti durante incendi di questo tipo. Alcuni metalli possono essere dispersi se erano presenti nei materiali coinvolti. Le diossine possono formarsi quando si verificano determinate condizioni chimiche e fisiche.

Questo non significa che tutte queste sostanze siano state presenti nella nube di Lequile, né tantomeno che abbiano raggiunto concentrazioni tali da rappresentare un rischio significativo per la popolazione. Il colore nero del fumo non permette di identificarle, l’odore percepito a distanza non ne misura la concentrazione e la quantità di materiale bruciato, da sola, non consente di ricostruire l’esposizione.

Cosa sta facendo ARPA Puglia dopo l’incendio dell’ecocentro?

È proprio qui che diventano fondamentali i monitoraggi ambientali. Dopo l’incendio sono intervenuti i tecnici di ARPA Puglia e sono state avviate le verifiche necessarie per valutare le conseguenze ambientali del rogo. I risultati delle analisi permetteranno di capire quali contaminanti siano stati effettivamente rilevati e in quali concentrazioni, fornendo elementi molto più concreti rispetto alle ipotesi formulate osservando semplicemente la nube.

La differenza è importante anche quando parliamo di salute. Una sostanza può avere caratteristiche tossiche o cancerogene, ma questo non significa automaticamente che chi vive nell’area sia stato esposto a una dose capace di provocare un danno. Il rischio dipende dalla concentrazione, dalla durata dell’esposizione, dalla via attraverso cui avviene e dalla quantità che raggiunge effettivamente l’organismo.

Oggi possiamo quindi spiegare cosa potrebbe essersi formato durante l’incendio dell’ecocentro di Lequile e perché. I monitoraggi dovranno rispondere alla domanda successiva, quella che interessa davvero la popolazione: quali sostanze c’erano realmente e in quale quantità?

Fino all’arrivo dei risultati è corretto parlare di possibilità sulla base di ciò che conosciamo della chimica delle combustioni. Trasformare quelle possibilità in certezze significherebbe andare oltre ciò che i dati permettono di affermare.

Scienzintasca
La scienza a portata di mano

Fonti scientifiche

Per la composizione e gli effetti sanitari dei fumi: World Health Organization – Wildfires and health.

Per caratteristiche, formazione, persistenza ed effetti delle diossine: World Health Organization – Dioxins and their effects on human health.

Per le evidenze relative a inquinamento atmosferico, particolato e sostanze cancerogene: IARC – Outdoor Air Pollution, Volume 109.

Per i meccanismi di formazione delle diossine durante l’incenerimento dei rifiuti: PubMed – Dioxin formation from waste incineration.

Gabriella Vittoria Durante

Biologa Nutrizionista, lavoro, in particolare, su disequilibri metabolici e problematiche gastrointestinali. Vice Presidente Scienzintasca Membro commissione nutrizione dell'Ordine Nazionale dei Biologi per Puglia e Basilicata

Lascia un commento