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Dieta ed Aperitivo sono inconciliabili?

Dieta ed aperitivo sono inconciliabili?

Forse no se si presta attenzione e si prende qualche piccolo accorgimento.
Non bisogna rinunciare, non sempre almeno, perché l’aperitivo è un momento piacevole da trascorrere con gli amici!

È vero che può rappresentare un pericolo per la dieta: chiacchierando e riempiendo piattini dal buffet, infatti, spesso non ci si rende conto delle calorie e dei nutrienti assunti. E, soprattutto, i drink proposti, spesso molto alcolici, rendono l’happy hour più calorico di un pasto completo.
Attenzione anche agli aperitivi analcolici, tenendo presente che, anche se privi di alcool, contengono sciroppi e sono molto zuccherati.

Come far conciliare, allora, aperitivo e dieta se si sta seguendo un regime dietetico ipocalorico o se semplicemente si cerca di portare avanti un’alimentazione sana e bilanciata?

 Se si vuole stare attenti alla linea, evitando di mettere su qualche chilo di troppo, per non rovinare settimane e mesi di duri sacrifici, non è necessario chiudersi in casa: ci si può comunque concedere, con qualche piccolo accorgimento, un’uscita, senza nemmeno fare troppi sacrifici.

 

  • NON ARRIVATE AFFAMATI ALL’APPUNTAMENTO

Sicuramente un primo trucchetto che si può adottare è bere un paio di bicchieri d’acqua prima di uscire di casa, in modo da smorzare il senso di fame, e ricordarsi sempre di non saltare i pasti e di fare, a metà mattina o a metà pomeriggio, uno spuntino salutare.

 

  • SCEGLIETE COCKTAIL POCO ALCOLICI PERCHÉ MENO CALORICI

L’aperitivo light è possibile. Potete scegliere, infatti, analcolici con succo d’arancia, succo d’ananas, di mandarino o pompelmo, mischiati a carota, miele, soda e ghiaccio tritato. Leggeri, rinfrescanti e a ridotto contenuto calorico.

Se volete comunque bere qualcosa di alcolico, preferite il VINO ROSSO, ricco di antiossidanti, la BIRRA (in una birra chiara piccola ci sono circa 100 calorie) e i cocktail da PROSECCO (Rossini, Bellini, ecc.) con la frutta.

Evitate bevande elaborate e contenenti superalcolici, dato che contengono maggiori calorie.

Tra gli aperitivi meno calorici contenenti alcool scegliete il Bloody Mary (80 calorie), il Martini dry (110) il Gin Tonic (140) e il Margarita (110).

Se bevete alcolici, fatelo dopo aver mangiato qualcosa: bere a stomaco pieno fa in modo che l’alcool venga assimilato meno dall’organismo.

 

  • GLI STUZZICHINI DA APERITIVO DA EVITARE

Tra pizze, focaccine, pasta, patatine e salse varie, l’aperitivo sarà pure divertente, ma non offre certo un menù salutare o dietetico.

Ciò che accomuna tutti questi stuzzichini è che sono alimenti molto calorici ma privi di nutrienti come proteine, vitamine e fibre. Hanno, al contrario, altissime percentuali di grassi e zuccheri, da cui è meglio stare alla larga.

Per tenere a bada la voglia di tuffarsi nelle patatine fritte, ricordatevi che 100 grammi contengono 500 calorie (pari a un piatto di pasta), ma nelle chips i grassi sono ben 30 grammi. Le arachidi tostate: 100 grammi forniscono 600 calorie e 50 grammi di grassi. Si può pensare che siano sane perché considerate frutta secca, ma non è proprio così: la salatura e tostatura altera i grassi polinsaturi.

 

  • COSA MANGIARE AD UN APERITIVO

Se è possibile, scegliete di sgranocchiare le crudités spesso presenti tra gli stuzzichini dell’aperitivo.

Cercare nel buffet tutto quello che è sano, come verdure fresche a pinzimonio, carote, sedano e peperoni senza abusare delle salse che li accompagnano, optando per la senape. Preferite anche le torte di verdura, le verdure grigliate e i sottaceti e non abusate delle olive, onnipresenti sui banconi e buffet dell’aperitivo: pur essendo un alimento sano, le olive fanno ingrassare.

Pomodorini e mozzarella. Prosciutto crudo, salmone affumicato. Parmigiano o gran. Spazio anche a insalate di riso o farro, e alle patate al forno.

Quadretti di pizza? Vanno bene, ma non esagerate.

 

Dottoressa Laura Masillo
www.lauramasillo.it

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • www.prevention.com : strategies for health
  • www.health.com : Healthy happy hour on a diet

												
					

Zucchero in eccesso, corpo e cervello

Alla fine degli anni ’60, un gruppo di industrie alimentari, chiamato “Sugar Research Foundation” pagò 6.500 dollari (circa 50.000 dollari di oggi) tre ricercatori di Harvard per ignorare una serie di ricerche che mostravano sempre più legami tra zucchero e malattie cardiache e chiese loro di addossare la colpa ai grassi.

L’analisi che venne pubblicata creò allarmismi e modificò quasi completamente la dieta americana, facendo sì che le persone si allontanassero dagli alimenti contenenti grassi e che riversassero le proprie voglie su snack contenti zucchero, giudicato quindi “innocente”.

Ma come dimostra un corpus significativo di ricerche, condotte sia prima e soprattutto dopo questo cambio repentino nell’alimentazione degli statunitensi, il consumo eccessivo di zucchero può essere devastante per la nostra salute.

Anche se oggi siamo più consapevoli dei rischi dell’assunzione di troppi dolci, ci sono ancora molti miti riguardo lo zucchero e riguardo ciò che effettivamente provoca nel nostro corpo.

Dopotutto, lo zucchero altro non è che il nome di un semplice carboidrato, ed è sempre e da sempre stato presente nelle nostre diete.

Il problema è che oggi l’americano medio consuma più del doppio di quello che la Food and Drug Administration (FDA) statunitense – e quattro volte l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – raccomanda come sicuro. E questo è molto pericoloso.

I quattro paesi con il più alto consumo di zucchero sono l’America del Nord, l’America Latina, l’Australia e l’Europa Occidentale (In Italia il consumo di zucchero si attesta intorno a 1 milione 650 mila tonnellate annue, una quantità che corrisponde ad un consumo di circa 27 kg pro-capite all’anno. Cifre spaventose!)

Come facciamo ad introdurre tutto questo zucchero?

Ne aggiungiamo qualche cucchiaino al caffè, al latte, al tè e ai dolci fatti in casa. Ma soprattutto ne assumiamo una quantità indefinita attraverso le bevande (soft drink in pole position), le merendine e tantissimi insospettabili alimenti, come i wurstel o le conserve di pomodoro ed il ketchup, ai quali lo zucchero viene aggiunto per migliorarne il sapore o come conservante.

Ma quali sono gli effetti dello zucchero, soprattutto quello che non è naturalmente presente nei cibi e quindi aggiunto, sul nostro corpo e sul nostro cervello?

  • Nelle diete salutari, la produzione di glucosio indica al nostro cervello di produrre insulina, che aiuta a regolare i livelli di zuccheri nel sangue ed agisce anche su altri ormoni per farvi sentire “soddisfatti”. Si crea, quindi, una sorta di dipendenza: più zucchero introduciamo, più ci sentiamo assuefatti.
  • Vari studi hanno dimostrato una preoccupante correlazione tra zucchero e pressione alta nonché malattie cardiache.
  • Un eccessivo introito di zucchero è fortemente associato con un aumento di peso, anche se ci si allena costantemente.
  • Il consumo di zucchero è collegato alla formazione di carie. I batteri presenti nel cavo orale se ne nutrono e producono così acidi che distruggono lo smalto dentale.
  • Il fruttosio viene metabolizzato dal fegato. Ecco perché l’assunzione di una quantità abbondante di zucchero può portare ad un’infiammazione del vostro fegato ed è associato alla possibile insorgenza di steatosi epatica non alcolica.
  • Il consumo eccessivo di zucchero è associato con una serie di malattie, tra cui cancro al pancreas, gotta e malattie renali.
  • La quantità di zucchero naturalmente presente in una dieta sana, che proviene principalmente da frutta e vegetali, può assicurare una parte della corretta energia necessaria durante il giorno.
  • Troppo zucchero può portare ad una condizione di insulino-resistenza che induce le persone a desiderare più cibo, specialmente quello dolce. Questo può contribuire all’insorgenza del DIABETE.
  • Alcuni studi hanno collegato il consumo eccessivo di zucchero e di grassi a ridotte prestazioni che interessano alcune parti del cervello collegate con la funzionalità della memoria.

 

Dott.ssa Laura Masillo

 

RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:

– Sweetening of the global diet, particularly beverages: patterns, trends, and policy responses. Popkin BM, Hawkes C

– National Library of Medicine; Journal of the American Dental association; Journal of Nutrition; American Journal of clinical nutrition

Il consumo di fruttosio come dolcificante e i suoi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea

Negli ultimi anni è stato osservato che il consumo di Fruttosio come dolcificante nella nostra dieta quotidiana è andato ad aumentare. Appare importante delineare le conseguenze ed i suoi effetti sul metabolismo umano e sulla composizione corporea. Andando a ritroso nel tempo si deve considerare che gli uomini non sono mai stati grandi consumatori di fruttosio, i nostri antenati, durante il Paleolitico, si procuravano il cibo prevalentemente attraverso la caccia, e di conseguenza la loro dieta alimentare era composta soprattutto da carne. Dal punto di vista nutrizionale essi introducevano elevate percentuali di proteine, moderate percentuali di grassi e basse percentuali di carboidrati, contenuti in vegetali che occasionalmente raccoglievano.                                                      A quel tempo la principale fonte di carboidrati era rappresentata dalla frutta in cui prevalevano zuccheri semplici, mentre il consumo di amido, maggiore rappresentante degli zuccheri complessi, era estremamente basso. Si potrebbe ipotizzare che la naturale tendenza a preferire alimenti dolci e zuccherini, risalga proprio a quest’epoca, quando lo zucchero scarseggiava.                                            Fino alle Crociate, il miele era il principale alimento dolce usato in quantità limitate dagli uomini, fino a quando le popolazioni dell’Europa occidentale non vennero a conoscenza dello zucchero utilizzato nel Medio Oriente. Tuttavia il consumo di zucchero rimase, comunque, basso fino al XVIII secolo, quando l’incremento del commercio intercontinentale con i paesi che coltivavano la canna da zucchero e lo sviluppo della tecnologia per l’estrazione e la raffinatura degli zuccheri furono disponibili ed efficienti. Lo zucchero divenne ben presto popolare, restando per poco tempo un prodotto di lusso. In Inghilterra il consumo di zucchero crebbe in maniera smisurata tra il XVIII e il XIX secolo, e con il XX secolo gli zuccheri diventarono molto abbondanti nella nostra dieta. Fino al 1960 il saccarosio rappresentò il dolcificante più utilizzato nelle diete, i monosaccaridi, glucosio e fruttosio, erano presenti in piccole quantità, essenzialmente ingeriti con la frutta. Successivamente, l’industria alimentare sviluppò e mise in atto tecnologie che permisero di estrarre amido dal mais, idrolizzarlo nel glucosio, e convertire parte di esso in fruttosio. Cominciarono così ad essere prodotti dolcificanti, derivanti dal mais, tra i quali lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS). L’elevato potere dolcificante dell’HFCS, le sue proprietà organolettiche, il suo basso costo, la sua capacità di garantire una lunga conservazione dei cibi, e la sua capacità di mantenere a lungo l’umidità nei prodotti da forno industriali, contribuirono ad un rapido incremento del suo consumo a scapito del saccarosio. A partire dal 1909, negli Stati Uniti, sono stati registrati ogni anno dati riguardanti il consumo annuale di saccarosio, HFCS e miele. Questi dati includono la misura del consumo individuale e partendo dal fruttosio utilizzato annualmente sia dai consumatori sia dall’industria, hanno fornito utili stime delle tendenze nel consumo di zuccheri aggiunti.                  Recenti valutazioni eseguite su dati raccolti tra il 1999 e il 2004, hanno stimato che il consumo di fruttosio medio è pari a 49 grammi al giorno indicando un consumo eccessivo di HFCS. Sulla base delle analisi statistiche condotte sul consumo di fruttosio, si deduce chiaramente che il consumo di fruttosio è aumentato negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni. I principali consumatori di fruttosio sono gli adolescenti ed i giovani adulti i quali fanno un uso sproporzionato di bevande zuccherate e prodotti da forno preconfezionati;  Il consumo di fruttosio è aumentato notevolmente tra il 1970 ed il 2007 e questo aumento è dovuto sia all’ utilizzo dell’ HFCS da parte delle industrie ma anche ad un aumento del Saccarosio ( lo zucchero da cucina ), classico dolcificante contenente Fruttosio. E’ abbastanza ben noto che molti disordini metabolici, sono causati da un eccessivo consumo di fruttosio. I principali danni ad esso attribuiti sono l’obesità, l’iperglicemia, insulino-resistenza, la dislipidemia e i disturbi aterosclerotici. Molti studi condotti sull’ uomo ed in particolare sui roditori, hanno mostrato gli effetti deleteri dell’eccesso di fruttosio in una dieta ipolipidica, ovvero con un basso contenuto di grassi, infatti nonostante il basso livello di grassi di queste diete, l’alto livello di fruttosio induce l’obesità, cioè un aumento della percentuale dei lipidi corporei. Alcuni dati inoltre ci mostrano che il fruttosio, anche se assunto in dosi moderate può causare l’ipertrigliceridemia (Aumento dei trigliceridi nel sangue). Infatti, il fruttosio viene completamente metabolizzato dal Fegato, mentre il glucosio è metabolizzato da tutte le cellule dell’organismo. Nel fegato, il fruttosio è   degradato attraverso un via metabolica detta fruttolisi, che converte il fruttosio in due molecole di piruvato, che possono essere convertite in acido lattico o entrare nei mitocondri, dove, dopo essere state convertite in AcetilCoA, entrano nel ciclo di Krebs.      Se la quantità di citrato prodotta è eccessiva, può fuoriuscire dai mitocondri e dare origine nel citoplasma delle cellule ad una via metabolica che produce ex novo lipidi nelle cellule epatiche, che saranno poi immessi nel sangue sotto forma di VLDL. E’ importante sottolineare che nella società moderna, il fruttosio ovviamente non può essere considerato l’unica causa dei disturbi metabolici suddetti, poiché è verosimile che queste patologie siano dovute ad una combinazione di più fattori di rischio, come appunto diete ricche di fruttosio ma anche diete iperlipidiche o scarsa attività fisica.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Delluc G, Delluc B, Roques editors M. La nutrition prèhistorique. Pèrigueux, ISBN2-9501983-8-4 : Pilote 24, 1995, p. 223 .

Licht FO ( Editor ). International Sugar Economic Yearbook and Directory. Turnbridge Wells, UK : Agna Informa 2005.

Marshall RO, Kool ER. Enzymatic conversion of D-glucose to D-fructose, Science 125 : 648 – 649, 1957.

Hanover LM, White JS. Manufacturing, composition, and applications of fructose. Am J Clin Nutr 58 : 724S – 732S, 1993. White JS. Straight talk about high-fructose corn syrup: what it is and what it ain’t. Am J Clin Nutr 88 : 1716S – 1721S, 2008.

Park YK, Yetley EA. Intakes and food sources of fructose in the United States. Am J Clin Nutr 58 : 724S – 732S, 1993.

United States Department of Agriculture. Sugar and Sweeteners Yearbook Tables. Other Recommended Data Products. http:// www.ers.usda.gov/brienfing/sugar/data.htm ( 03.02.2009 ).

Park YK, Yetley EA. Intakes and food sources of fructose in the United States. Am J Clin Nutr 58 : 724S – 732S, 1993.

Marriott BP, Cole N, Lee E. National estimates of dietary fructose intake increased from 1977 to 2004 in the United States. J Nutr139 : 1228 – 1235, 2009.

Bray GA, Nielsen SJ, Popkin BM. Consumption of high-fructose corn syrup in beverages may play a role in the epidemic of obesity. Am J Clin Nutr 79 : 537 – 543, 2004.

Food & Mood: gli effetti del cibo sull’umore

 L’interesse riguardo l’effetto del cibo sull’umore ha sicuramente radici antiche, ma la ricerca di evidenze scientifiche sulla relazione esistente tra cibo e umore è molto recente. Numerose pubblicazioni dimostrano gli effetti positivi esercitati da molti nutrienti nel trattamento di diversi disordini mentali, avvalorando l’ipotesi che l’alimentazione può esercitare effetti anche sull’umore e sul comportamento[i].

Il disturbo affettivo stagionale (SAD), caratterizzato dalla depressione stagionale nei mesi invernali, è causato da una ridotta luminosità del giorno e conseguente riduzione dell’umore in questi soggetti. È noto infatti, che le concentrazioni di serotonina, l’ormone della felicità, sono maggiori nelle ore più luminose del giorno. Sintomi tipici di questo disturbo sono: irritabilità, affaticabilità, ansia, ritiro sociale, diminuzione o aumento dell’appetito. Gli individui colpiti manifestano un maggiore bisogno di carboidrati, aumento di peso e aumento di appetito nei mesi invernali tipici della patologia. Uno dei sintomi che sembra distinguere un soggetto affetto da SAD da un soggetto sano è proprio il bisogno in carboidrati.

La scelta di un alimento non è casuale, ma è determinata da una conseguenza positiva nell’umore del soggetto. Quel che sorprende è che l’effetto positivo esercitato sull’umore da determinati nutrienti non è solo una sensazione, ma è corredato da una solida base scientifica che si riconduce ad un effetto ormonale ben preciso.  La ricerca per il dolce, e quindi di carboidrati semplici (torte, creme, cioccolato), è molto più frequente nei soggetti tendenti  alla depressione o già depressi. Un pasto ricco in carboidrati, infatti, migliora il trasporto di triptofano (precursore della serotonina) verso il cervello, inducendo una maggiore sintesi di serotonina: è come se il soggetto si auto medicasse. Il primo effetto sul comportamento umano causato dalle basse dosi di triptofano, infatti, è una depressione dell’umore. La frazione libera di triptofano presente negli alimenti, è l’unica che può attraversare la barriera emato-encefalica, incrementando così i livelli di serotonina[ii]. La quinoa è uno pseudo cereale ricco in proteine e con ottime concentrazioni di triptofano libero (2.95mg/100g di farina). Altri alimenti ricchi in triptofano sono i derivati del latte, le mandorle, i legumi e il pollo.

Ma ancora più sorprendente è il risultato che si ottiene con una dieta arricchita di omega-3, in particolare di DHA (acido docosaesaenoico), applicata sia su soggetti sani che depressi. Questa straordinaria molecola, infatti, essendo un costituente fondamentale delle membrane neuronali, esplica potenti effetti positivi sulle funzioni cerebrali.  Tali effetti sono da attribuire alla capacità non solo di migliorare la funzionalità del sistema serotoninergico, ma anche alla capacità di incrementare i livelli delle neurotrofine, tra cui il BDNF, responsabile della sopravvivenza, della crescita e della creazione di nuove sinapsi del cervello. L’anatomia patologica della depressione vede infatti come protagonisti, oltre alla scarsa presenza di serotonina, anche una certa riduzione del numero di neuroni, delle sinapsi e delle arborizzazioni dendritiche: tutti causati da uno scarso livello di neurotrofine. Per tali motivi la ricerca scientifica sta avanzando in tal senso ed è già chiara l’importanza degli omega-3 nella dieta: migliorare l’alimentazione con l’adeguato apporto di omega3  può essere un valido aiuto per coadiuvare la terapia somatica e psichica dei soggetti depressi[iii]. Si consiglia dunque, oltre ad uno stile di vita sano dove l’attività fisica deve abbondare, una dieta che possa sopperire al fabbisogno di DHA attraverso un maggiore consumo di pesce, fonte naturale di acidi grassi essenziali.

In conclusione possiamo affermare che l’effetto positivo degli zuccheri sull’umore ha una durata molto limitata, pare infatti che già nelle due ore successive all’ingestione ci sia un peggioramento dell’umore. Il consumo abituale di pesce, invece, favorisce la ricostituzione dei neuroni, producendo un effetto a lungo termine e quindi più “curativo”.

Dr.ssa Angela Nuccarini Specialista in Nutrizione

[i][i] Christensen L.; The effect of the food intake on mood; Clinical Nutririon 20; 2001

[ii] Young S.; How to increases serotonin in the human brain without drugs; Journal of Psichiatry and Neuroscience; 2007

[iii] Mc Namara R.K.; Evaluation of DHA deficiency as a preventivable  risk factor for recurrent affective disorders: current status, future directions and dietary recommendations; Prostaglandines, leukotrienes and essential fatti acid; 2009

Vino cotto “foriano” doc. : un’antica tradizione dell’isola d’Ischia e non solo…

 

Il vino cotto o mosto cotto, possiamo considerarlo, quasi, un “elisir di lunga vita”. Appartiene ad un’antica tradizione dell’Isola d’Ischia, ma in generale italiana, con piccole varianti in base alle usanze tipiche del luogo di produzione.  Accanto al gusto eccelso (uno degli  elementi nobili dell’alimentazione), si associa il prezioso contenuto di polifenoli, potentissimi antiossidanti (ovvero i “parafulmini” delle nostre cellule) fondamentali per la nostra salute. Può essere aggiunto in qualsiasi tipo di pietanze, a crudo o a fine cottura, per arricchirle di colore, gusto ed “oro” per la nostra salute. Inoltre è ottimo anche se assunto come bevanda, diluito in acqua o come eccellente alternativa allo zucchero raffinato (potentissimo nemico della nostra salute) o concentrato. Lo consiglio, inoltre, come ideale sostituto delle salse “spazzatura” tipo quella barbecue o all’aceto balsamico commerciale. Ancora, unito ai formaggi o alla frutta (aggiungendo, magari, anche un’altra buon alleata della salute, della buona cannella) è un cocktail di piacere e, fondamentale, di gusto di qualità. Nella tradizione ischitana, in particolare foriana, non può assolutamente mancare come ingrediente “magico” nella popolare e ben conosciuta “pizza di scarola”, piatto tipico del periodo invernale / natalizio. Il segreto della sua virtù, probabilmente, risiede nel metodo di preparazione. Infatti, il mosto viene cotto a temperature bassissime e per lungo tempo. Questo processo gli dona il suo colore caratteristico, dovuto alla produzione di sostanze pigmentate brune, chiamate melanoidine (tipiche anche del colore caratteristico dei chicchi del caffè tostato, ad esempio). Si nota, infatti, in foto (vino cotto produzione familiare, uso personale) il colore fortemente scuro, il mosto di partenza era di uva bianca!! Questo metodo antico (mio padre era uno dei pochi che utilizzava fedelmente la ricetta “antica” tramandata), basato su questo tipo di cottura estremamente delicata (ma non solo), preservano la quasi totalità delle proprietà ed addirittura le potenzia. Infatti, recenti studi hanno dimostrato un aumento dell’attività antiossidante, presente nelle pietanze preparate mediante questo delicato procedimento, in sinergia con l’imbrunimento delle stesse. Dunque, anche il nostro vino cotto, presenta “virtù” maggiori rispetto al nettare di partenza. E ricorda che anche l’occhio (altro elemento nobile) vuole la sua parte. Diamo, quindi, sempre arte, colore e, naturalmente, musica a tavola ed ai nostri geni.

Bibliografia:

Manzocco et al. Review of non-enzymatic browning and antioxidant capacity in processed foods- 2016 Journal of Food Engineering Vol. 169, January 2016, Pages 44-52

Phisut, N.; Jiraporn, B. Characteristics and antioxidant activity of Maillard reaction products derived from chitosan sugar solution. International Food Research Journal . 2013, Vol. 20 Issue 3, p1077-1085. 9p.

Mattia, C.; et al. “Vino cotto” composition and antioxidant activity as affected by non enszymatic browing”. Italian Journal of Food Science. 2007, Vol. 19 Issue 4, p413-424.

 

 

 

 

Il dolce non dolce… La stevia.

Quanti di noi vorrebbero mangiare senza ingrassare? Quanti vorrebbero mangiare un bel dolce senza poi farsi venire i sensi di colpa? Ecco che per l’ennesima volta la natura ci offre un aiuto, la Stevia, (una pianta originaria del Paraguay e del Brasile, perenne della famiglia delle Compositae, ha proprietà dolcificanti molto forti. E’ un dolcificante naturale che trova largo utilizzo in tutto il mondo, anche se su di lei vi sono molti pareri discordanti, tutt’oggi il dibattito è ancora acceso, ma questa erba viene consumata in diversi paesi senza gravi danni.

Fino agli anni ’50 nel nostro Paese però è stata molto coltivata in quanto poco costosa e di facile reperibilità, coltivazione e propagazione al contrario dello zucchero che in tempo di guerra non era alla portata di tutti. Il suo iter di approvazione però è risultato molto lungo, addirittura per anni ci si è basati su uno studio risalente alla fine degli anni ’60 nel quale si affermava la sua tossicità dopo che ne vennero somministrati altissimi dosaggi alle cavie nei test effettuati: la causa principale di fallibilità dello stesso test fu’ la non comprensione dell’alto potere dolcificante della pianta in esame e quindi i dosaggi estremamente sovradimensionati non compatibili con l’uso. Oggi però sono stati fatti ulteriori test, sia in Europa che negli USA, dove la stevia ha decisamente superato tutte le prove di tossicità a cui è stata sottoposta (considerando la dose di un consumo quotidiano che è di circa 10mg al gg é stata testata in dosi di gr).

Le sue caratteristiche e composizione.

La maggior parte del suo potere dolcificante è racchiuso quasi interamente nelle piccole foglie, che è di circa duecento volte superiore al comune saccarosio (lo zucchero maggiormente usato). Questo fattore abbinato all’assenza di valore nutrizionale ne ha decretato il successo come dolcificante naturale con zero calorie. Il suo potere dolcificante è dato dalla presenza di particolari principi attivi, lo stevioside e rebaudioside A, glucoidi (composti chimici) dello steviolo. La composizione del dolcificante ottenuto con la stevia, contiene questi due elementi estratti dalla pianta in percentuali minime di 90%  per la stevioside e 97% per rebaudioside A. Altra caratteristica positiva per questa pianta è la sua buona conservazione, infatti, essendo una sostanza naturale non subisce degradazioni alle alte temperature e quindi mantiene le sue proprietà anche se utilizzata in prodotti cotti da forno o caldi.

Come si trova e come si utilizza?

Foglie fresche: sono reperibili solo se si dispone di una piantina a portata di mano, non trovano molta applicazione, l’unico uso sarebbe quello di masticare la foglia, ma solo per placare il senso di fame.

Foglie triturate in polvere: questa polverina può essere utilizzata direttamente nei cibi e nelle bevande, oppure per farne uno sciroppo di stevia, semplicemente portando a bollore due tazze d’acqua con un cucchiaino di stevia, lo sciroppo può essere utilizzato come alternativa per la bagna dei pan di spagna.

Estratto in polvere delle foglie: è il prodotto più reperibile, (il dolcificante si compra nelle erboristerie) e si applica molto nella cucina per diabetici. Unica pecca di questa erba è il suo retrogusto amaro, per il quale non può essere utilizzata con alcuni alimenti e bibite come il caffè.

Stevia liquida: reperibile in erboristeria e online, assolve lo stesso compito di quella in polvere, ma dotata di un dosatore molto più preciso e affidabile.

Soluzioni in polvere o compresse dolcificanti: queste formulazioni si possono trovare in bustine o in compresse e sono paragonabili, per quantità, ad un cucchiaino di zucchero.

Come descritto sopra, ci vengono offerte diverse  alternative a seconda dell’utilizzo che ne vogliamo fare, e ormai, basta guardare un po’ di televisione e vedere alcuni spot pubblicitari, per capire che questo prodotto sta prendendo, veramente largo utilizzo…quindi perché non iniziare a introdurlo nel nostro quotidiano? Ovviamente come in tutto ciò che usiamo bisogna metterci sempre un po’ di buon senso.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Fonte: Rayan Sahelian, Donna Gates. “Stevia; l’alternativa naturale allo zucchero”.