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Vitamina D e sviluppo neuronale

Si sente spesso parlare della vitamina D che sta assumendo sempre più importanza al punto che alcuni la considerano un vero e proprio ormone, per le funzioni che svolge nel prevenire patologie a carico del tessuto osseo ma anche per la correlazione con malattie croniche come diabete di tipo 1, psoriasi, artrite reumatoide ecc.

Alcuni studi hanno dimostrato che bassi livelli di vitamina D (25 idrossi-vitamina < 20 ng/ml o <50 nmol/l) in gravidanza sono associati a parto pretermine, basso peso alla nascita, patologie a carico dello scheletro del nascituro e un maggior rischio di malattie infettive. I recettori della vitamina D (VDRs) sono espressi sulla placenta e sono localizzati anche sui reni del feto, a livello dei quali avviene il processo di idrossilazione della vitamina D che la rende attiva (1,25(OH)2D3).

Una delle funzioni della vitamina liposolubile in questione è di regolare le concentrazioni di calcio e di fosforo ma sembra essere coinvolta anche in processi di sviluppo neuronale come dimostrato da alcuni studi condotti su animali e in vitro. Infatti è stato visto che le cellule nervose mitotiche, cioè che si moltiplicavano erano nettamente in numero maggiore nei ratti con adeguati livelli di vitamina D piuttosto che in coloro che ne erano carenti. I bassi livelli di vitamina D, nella sua forma attiva, sembrano inoltre influenzare l’attività apoptotica, cioè di morte programmata nel cervello dei ratti ma mostra gli effetti anche sul pathway di segnalazione della neurotrofina, sulla sintesi del fattore di crescita nervoso (NGF) ed ha effetto sul fattore neurotrofico delle cellule gliali e anche sull’espressione del recettore della neurotrofina p75. Il fattore NGF (scoperto da Rita Levi Montalcini nel 1948 e che le valse il premio Nobel) svolge la sua azione legandosi a due recettori: un recettore glicoproteico transmembrana, p75NTR, che lega le neurotrofine con eguale affinità, e un recettore ad attività tirosinchinasica, TrkA, che riconosce selettivamente l’NGF. A seguito del legame con il recettore, l’NGF è trasportato lungo gli assoni, prevalentemente attraverso il classico trasporto retrogrado, ossia che procede dalle terminazioni nervose verso il corpo cellulare.

Diversi esperimenti suggeriscono il ruolo preponderante della vitamina D nel sistema dopaminergico che è di notevole importanza in patologie come la schizofrenia, il morbo di Parkinson, depressione, autismo e alcune neoplasie.

Dott.ssa Vincenza Intini

 

 

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4942857/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27422502

 

 

Ipovitaminosi D (o carenza di vitamina D)

Lo stato di nutrizione per la vitamina D viene valutato misurando i livelli plasmatici della 25-idrossivitamina D (25(OH)D), la principale forma circolante di vitamina D. Lo stato vitaminico viene pertanto classificato come:

  • Sufficiente: 25(OH)D > 30 ng/mL (> 75 nmol/L)
  • Insufficiente: 25(OH)D 21-29 ng/mL (51-74 nmol/L)
  • Deficitario: 25(OH)D < 20 ng/mL (< 50 nmol/L)

Partendo da questi elementi è stato calcolato che circa un miliardo di persone nel mondo presenta uno stato vitaminico insufficiente o deficitario, tanto da parlare di una vera e propria “epidemia”.

La quota preponderante di vitamina D deriva dalla sintesi cutanea, grazie all’esposizione della cute ai raggi UV di specifica lunghezza d’onda, mentre le fonti alimentari sono limitate e dunque insufficienti a coprire il fabbisogno giornaliero. Tra gli alimenti contenenti vitamina D sono compresi alcuni pesci grassi (es. salmone, sgombri, sardine), oli di pesce (olio di fegato di merluzzo), burro, formaggi  grassi e il tuorlo d’uovo (che in molti casi bisogna limitare), oltre ad alcuni cibi fortificati (da noi poco utilizzati) quali soprattutto margarine e cereali.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma anche in Italia “il Paese del sole” la carenza di vitamina D è particolarmente frequente, soprattutto negli anziani e nei mesi invernali, e la situazione è ancora più  critica nei soggetti istituzionalizzati o con altre patologie concomitanti, sia per la scarsa esposizione solare che per squilibri dietetici. Si stima che circa l’86% delle donne italiane ultrasettantenni alla fine dell’inverno presenta livelli ematici di 25(OH)D inferiori ai 10 ng/ml. Tuttavia, la carenza di vitamina D è molto frequente anche tra bambini e adolescenti, almeno nei mesi invernali.                

Quali sono le cause?

La carenza di vitamina D può essere ricondotta a vari fattori, tra cui una ridotta sintesi cutanea, un ridotto assorbimento intestinale, l’uso di alcuni farmaci, malattie renali, malattie epatiche e obesità. La sintesi cutanea può essere influenzata da una minore esposizione solare, dall’età (diminuisce con l’avanzare dell’età), dalla superficie e lo spessore della cute esposta al sole (es. alcune pratiche religiose che limitano l’esposizione solare possono ridurre la sintesi), la pigmentazione della pelle (è minore nel fototipo cutaneo scuro), l’uso di creme solari protettive (riducono la penetrazione cutanea delle radiazioni ultraviolette) e il tempo di irradiazione.

L’ipovitaminosi D sembra avere anche una base genetica. Alcuni studi indicano che più del 50% della variabilità interindividuale dei livelli sierici di vitamina D può essere attribuito a fattori genetici. E’ stata in particolare osservata una stretta relazione tra la concentrazione di 25(OH)D e alcuni polimorfismi (SNPs) nei geni che codificano per la proteina legante la vitamina D, per il suo recettore VDR e per gli enzimi coinvolti nel suo metabolismo.

Quali sono le conseguenze?

La carenza di vitamina D è tipicamente associata a problematiche ossee e muscolari quali il rachitismo nei bambini, l’osteomalacia e l’osteoporosi negli adulti, nonché debolezza muscolare. Numerose evidenze suggeriscono poi un legame tra ipovitaminosi D e diverse malattie croniche come diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, malattie autoimmuni (es. psoriasi, artrite reumatoide, vitiligine, ecc..) e alcune neoplasie.

Come prevenire la carenza di vitamina D?

Per i giovani potrebbe essere sufficiente esporre al sole viso, mani e braccia per 20-30 minuti al giorno, senza alcuna protezione solare. Tuttavia, non è semplice raggiungere livelli ottimali di vitamina D con questi semplici accorgimenti per cui, soprattutto per i soggetti più a rischio e/o con bassi livelli di 25(OH)D, si rende necessaria la supplementazione, su indicazione di uno specialista che ne indicherà il dosaggio sulla base delle caratteristiche e/o problematiche individuali.

Fonti:

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Tutti i segreti per una tintarella invidiabile e salutare

Dopo il lungo freddo invernale, l’arrivo della bella stagione e del caldo aumentano particolarmente la voglia di prendere il sole. Creme solari e oli abbronzanti diventano le “spiagge” più ricercate per un’abbronzatura invidiabile, ma non tutti sanno che la preparazione alla tintarella passa anche da tavola: infatti, grazie alle specifiche proprietà nutrizionali di alcuni cibi, una corretta e mirata alimentazione aiuta la pelle ad assumere quel colore dorato a cui tante e tanti aspirano. Il segreto consiste nell’aumentare il consumo di questi cibi che favoriscono particolarmente l’intensità della vostra abbronzatura almeno 30 giorni prima dell’inizio dell’esposizione e proseguire durante tutto il periodo in cui si pensa di prendere maggiormente sole.

Il modo più facile e veloce per riconoscere i cibi con un buon potere abbronzante è guardare il loro colore:  frutta e verdura arancione o rossa sono tendenzialmente ricchi di betacarotene e vitamina A. Il beta carotene appartiene alla categoria dei carotenoidi, pigmenti vegetali che rappresentano i precursori della vitamina A (retinolo). Il beta carotene è uno dei nutrienti più importanti in quanto stimola la formazione della melanina che, oltre a regalare un colorito più scuro, protegge la pelle dagli effetti negativi delle radiazioni solari. Le carote sono il cibo più ricco vitamina A, per cui basterà  inserire nella vostra dieta 100 gr di insalata di carote per far intensificare il vostro colorito. Aggiungete alla dieta anche albicocche, peperoni, ciliegie, cocomeri, meloni e pomodori.

È bene integrare la Vitamina C durante l’estate perché è un ottimo antiossidante in grado di combattere l’invecchiamento della pelle, processo spesso accelerato dagli effetti dei raggi del sole. Con un buon carico di cibi antiossidanti (frutti di bosco, papaya, kiwi) la pelle si manterrà giovane e abbronzata.

Per tener lontani dalla vostra pelle pericolosi eritemi e irritazioni cutanee e aiutare soprattutto la pelle a restare elastica, ci vengono in aiuto cibi ricchi di Omega 3: via libera, quindi, a pesce, avocado, noci e salmone. Ed è a proposito del salmone che è bene ricordare il suo contenuto di astaxantina,  sostanza protettiva della cute e dell’occhio, molto efficace contro il danno da radiazioni solari.

A tavola, in estate, non devono mai mancare i pomodori, perché ricchi anche di licopene che in caso di prolungata esposizione ai raggi ultravioletti, esercita un’azione protettiva sulla pelle: quindi  sono consigliati soprattutto i concentrati di pomodoro.

Per assicurarvi una tintarella naturale garantendovi allo stesso tempo una protezione dai raggi solari, è importante assumere micronutrienti quali luteina, vitamina E e selenio: la prima, particolarmente presente negli spinaci, è utile nel prevenire i danni solari agli occhi; la seconda, la vitamina E, è un potente antiossidante, presente in quantità negli oli vegetali e nella frutta secca; ed infine il selenio,  contenuto soprattutto nei cereali (riso, kamut, orzo, mais) è un oligoelemento con specifica attività scavenger, ovvero funge da spazzino, che insieme alla vitamina E protegge dal danno da radicali liberi, causa dell’invecchiamento della pelle.

Per avere una pelle abbronzata, idratata ed elastica, oltre a seguire un’alimentazione mirata, è fondamentale bere tantissima acqua, soprattutto per integrare i liquidi che si perdono.

Affianco a tutti questi accorgimenti alimentari, non bisogna mai dimenticare altri preziosi consigli: fornitevi sempre di una buona crema con protezione adeguata al vostro fenotipo; evitate le ore più calde per esporvi; astenetevi da lunghe maratone sotto il sole perché, per quanto il sole faccia bene, persino al vostro buon umore, esso va preso sempre con moderazione.

Attualmente ci sono versioni contrastanti sull’esposizione al sole: da un lato alcuni studi hanno confermato che l’esposizione aumenta il rischio di sviluppare tumori della pelle; dall’altro lato, nuovi dati hanno dimostrato che l’esposizione al sole determina un aumento dei livelli di vitamina D, riducendo il rischio di sviluppare tumori di altri organi.

Ma che cosa accade al vostro organismo quando vi abbronzate? L’abbronzatura della pelle (melanogenesi) si può considerare un meccanismo naturale di difesa dai raggi ultravioletti (UV) che la cute mette in atto quando siete colpiti dai raggi solari (e delle lampade abbronzanti) mediante la produzione di melanina. La melanina, pigmento prodotto da cellule specializzate dette melanociti, è diversa per quantità e qualità a seconda dei diversi fototipi di pelle e del loro DNA cellulare. La chiave dell’abbronzatura risiede nelle differenti caratteristiche dei raggi UV-B a onde corte e dei raggi UV-A a onde lunghe e della loro interazione.

Nonostante l’effetto di difesa dell’abbronzatura, le lunghe esposizioni al sole fanno si che i raggi UV riescano a penetrare e a raggiungere il derma determinandone effetti negativi: ne è un esempio l’invecchiamento della pelle dovuto alla degenerazione della elastina e del collagene, le due proteine che danno sostegno ed elasticità alla pelle determinando rughe, pieghe d’espressione più visibili e solchi. Tra gli effetti negativi, c’è un aumento del rischio di sviluppo dei tumori meno aggressivi, soprattutto quando le scottature sono avvenute in età infantile. I raggi UV possono danneggiare il DNA delle cellule della pelle perché alterano le basi azotate, formando legami anomali. Queste alterazioni, se non vengono poi riparate, possono impedire la normale replicazione del DNA e portare alla comparsa di mutazioni oppure possono provocare una crescita cellulare incontrollata determinando la formazione di masse tumorali.

Esistono tre principali tipi di tumore della pelle: i carcinomi basocellulari, i carcinomi spinocellulari e i melanomi.

Il melanoma è la forma più grave dei tumori della pelle, ed è particolarmente pericoloso perché rispetto ad altri tumori cutanei può dar luogo con maggiore probabilità a metastasi in cui le cellule tumorali possono staccarsi dalla zona d’origine e raggiungere i linfonodi più vicini (ascelle, inguine e collo) oppure, attraverso la circolazione sanguigna, qualsiasi altro organo. Tra i fattori di rischio per lo sviluppo dei melanomi, si osservano:

– una predisposizione familiare;

– occhi, capelli e pelle chiara: queste persone durante esposizioni solari intense si scottano con facilità, ma non si abbronzano;

– la presenza di lentiggini o di nei, soprattutto se sono grossi, dai bordi irregolari, di forma e colore variabile o in gran quantità.

Molto spesso è stato visto che i melanomi hanno origine da nei della pelle che possono essere presenti fin dalla nascita oppure da nei atipici (macchie displasiche).

La mortalità per melanoma è per fortuna in calo per una maggiore sensibilità all’autocontrollo di nei nuovi e anomali e grazie anche all’asportazione chirurgica che sembra essere risolutiva per questo tipo di problematiche.

Alla luce di quanto detto è bene seguire una serie di accorgimenti per abbronzarsi nel modo giusto al fine di limitare il rischio di effetti negativi del sole durante la tintarella. Prima di tutto, non abbiate fretta di abbronzarvi  perché l’organismo deve avere il tempo di produrre la melanina e cercate di scegliere sempre una crema solare adeguata. Nello specifico, soprattutto se si ha la pelle chiara (e capelli biondi o rossi), è consigliabile usare nei primi giorni di sole una crema ad alta protezione (tra i 30 e i 50) per poi passare dopo qualche giorno a una protezione media (15 e 20). I tipi mediterranei, invece, (capelli castani, occhi scuri e pelle olivastra) possono utilizzare fin dai primi giorni protezioni medie (10-15) e dopo 4-5 giorni di esposizione possono passare a protezioni basse (filtri da 6 a 10). Meglio spalmare la crema almeno 15 minuti prima di esporvi al sole e rinnovatela ogni due ore, ricordandovi che la dose minima necessaria equivale a circa 36 grammi di prodotto. Non utilizzare residui di vecchie creme solari perché i filtri solari, soprattutto quelli chimici, sono soggetti a degradazione.

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Olio extravergine d’oliva in età pediatrica.

Quanti dubbi nel momento dello svezzamento assalgono le mamme, che si accingono in questa nuova tappa del pargolo…  Il quesito principale risulta essere se si è in grado di non far avere carenze nutrizionali durante i pasti, se tutte le vitamine, i nutrienti e le sostanze che venivano fornite tramite latte soprattutto  attraverso quello materno, vengono ugualmente assimilate. A tal proposito, viene a darci una mano un vecchio detto delle donne in antichità ossia che l’olio extravergine d’oliva è un alimento così salutare tanto da essere “simile” al latte materno.

Il fabbisogno lipidico nell’infanzia è più elevato rispetto all’adulto. l bambini cresciuti al seno ricevono circa il 50% delle calorie totali dai lipidi con un rapporto di 4:3:1 tra acidi grassi saturi, monoinsaturi e polinsaturi ed un contenuto medio di 150 mg/dl di colesterolo. I polinsaturi costituiscono perciò l’ 8 – 10% circa dei lipidi, di cui il 5-8% è rappresentato dalla serie omega 6 e lo 0,3-1,5% dalla serie omega3 (valori che possono subire maggiori oscillazioni in rapporto al tipo di alimentazione seguito dalla nutrice). Il bambino svezzato richiede ancora una quantità relativamente elevata di lipidi che scende gradualmente al 30% delle calorie totali nella seconda e nella terza infanzia per allinearsi al fabbisogno dell’adulto. Non vi è tuttavia un accordo preciso sulla quantità di grassi necessaria per l’armonico sviluppo del bambino, così come non vi è accordo sulla qualità e, mentre alcuni ritengono che almeno due terzi debbano essere di origine vegetale, altri, come la Società Europea di Gastroenterologia e di Nutrizione, affermano che non esistono sufficienti dimostrazioni scientifiche atte a consigliare la preferenza dei grassi vegetali al posto di quelli animali. Uno scarso apporto di acidi grassi polinsaturi però determinare ritardi della crescita, alterazioni cutanee, epatiche e del metabolismo, tuttavia è raro che nel bambino si verifichino reali situazioni carenziali.

Benefici dell’olio extravergine di oliva.

Approfondiamo, tutti i benefici che può comportare l’utilizzo dell’olio nella dieta di un bambino:

  • Ricco di omega 3 (acido linolenico) e omega 6 (acido linoleico): i grassi insaturi tanto preziosi (come scritto sopra), soprattutto, l’olio extravergine d’oliva, ha la stessa percentuale di acido linoleico, (omega 6), ed è ciò che lo rende simile, in composizione, al latte materno; fondamentali per la crescita nei bambini per lo sviluppo del tessuto nervoso. I grassi insaturi hanno un ruolo protettivo nelle malattie cardiovascolari e in quelle degli occhi.
  • Per il suo contenuto in acido oleico: se utilizzato in sostituzione dei grassi saturi, riduce i livelli di colesterolo totale e determina l’aumento relativo del colesterolo “buono” (HDL).
  • Questo è un fattore importantissimo per la prevenzione della patologia cardiovascolare, dal momento che il processo aterosclerotico inizia in età pediatrica e l’obesità in età prepubere è sempre più frequente.
  • Fonte di antiossidanti: in quanto contiene oleuropina, sostanza che è in grado di rendere le pareti delle arterie più elastiche, abbassa, la pressione e riduce il processo aterosclerotico.
  • Funzione antinfiammatoria: per la presenza dell’oleocantale che ha medesimi effetti dell’ibuprofene (principio attivo di tanti farmaci contro il mal di testa e altri tipi di dolori.
  • Previene la stitichezza: fenomeno ricorrente nei bimbi, soprattutto nei primi periodi dello svezzamento, dove l’intestino del bimbo si trova a dover “lavorare” in modo diverso.
  • Previene gli eventuali disturbi epatici e riduce l’acidità gastrica.
  • Elevato contenuto di vitamina D: ciò lo rende prezioso durante la crescita, in quanto regola il metabolismo del calcio e del fosforo, favorendo l’assunzione di minerali essenziali al processo di ossificazione e questo garantisce nei bambini, uno scheletro forte, tale da proteggerli da fratture durante eventuali cadute e dai rischi di osteoporosi durante la vecchiaia
  • Idratante ed emolliente per la presenza della vitamina E: cura la crosta lattea e questo trattando la cute del cuoio capelluto dall’esterno con l’uso dell’olio extravergine d’olive, invece aggiungendo due cucchiai di olio nell’acqua del bagnetto si evitano arrossamenti.

 

Ad ogni età la giusta dose

Durante la crescita tutti questi benefici ed effetti positivi si hanno nel momento in cui vengono rispettate le giuste dosi, in modo da evitare carenze da un lato o eccessi dall’altro.

A sei mesi per ogni pasto un cucchiaino da tè (pari a 5 grammi), a 12 mesi per ogni pasto un cucchiaio da minestra (10 grammi), 18 mesi  per ogni pasto un cucchiaio da minestra ed uno da tè (circa 15 grammi), dai 24 mesi in su, ad ogni pasto due cucchiai da minestra (20 grammi).

Dal punto di vista delle calorie, i grassi, sia animali sia vegetali, sono uguali (9 Kcal per grammo); ciò che cambia è la loro struttura chimica e di conseguenza l’effetto che hanno sulla salute. Ovviamente l’importanza nutrizionale dei lipidi non si arresta al solo apporto calorico, espletando essa altre numerose funzioni, quali: la funzione veicolante delle vitamine liposolubili (A, D, E, K), degli steroli e di altre sostanze steroidee, come gli ormoni della corteccia surrenale; la funzione di esaltazione del gusto degli alimenti, con azione promotrice dell’appetito; la funzione plastica, entrando nella composizione delle membrane cellulari di tutti i tessuti; la funzione termica, volta al mantenimento della temperatura corporea.

Infine  è da tenere in considerazione che  l’olio extravergine di oliva, estratto a freddo, per il suo carattere deciso aiuta il bambino alla diversità dei sapori, dei gusti e degli odori che non è solo una acquisizione che afferisce alla sfera sensoriale, ma coinvolge anche quella psichica sperimentando la natura complessa dei cibi nonché dell’esistenza.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Fonte: Italo Farnetani. “L’alimentazione nel bambino: dalla nascita all’adolescenza”.

Fibromi uterini ed isterectomia: la menopausa chirurgica

I fibromi sono tra i più frequenti tumori benigni dell’utero e vengono anche chiamati miomi. La struttura dell’utero risulta alterata, con un aumento delle cellule fibrose a discapito di quelle muscolari.

L’utero si trova posizionato al centro della piccola pelvi, tra la vescica ed il retto. E’ formato da corpo, fondo dell’utero e cervice. La sua struttura interna rispecchia quella degli organi cavi con la parete costituita da una serie di tonache:

  • tonaca mucosa (endometrio): durante il ciclo mestruale si ispessisce, preparandosi ad un eventuale impianto dell’embrione;

  • miometrio: spesso strato muscolare che contiene la maggior parte dei vasi sanguigni e dei nervi che poi confluiscono nell’utero;

  • perimetrio: formato da tessuto connettivo scivoloso che riveste la cavità pelvica.

I fibromi uterini derivano da una proliferazione anomala delle cellule muscolari del miometrio (da qui il loro nome “miomi”). Una singola cellula si divide ripetutamente formando infine una massa chiara, gommosa e compatta, ben separata dal tessuto circostante.  Le forme benigne, che sono anche le più comuni, non si diffondono nell’organismo e non sono cancerose.

Si tratta quindi di noduli di dimensioni variabili formati da cellule di tessuto muscolare liscio e di tessuto fibroso, che si sviluppano sulla parete uterina. I noduli possono essere singoli o raggruppati in grappoli ed il loro diametro può variare da 1 a 20cm. Crescono all’interno della parete uterina e possono sporgere nella cavità uterina oppure verso la superficie esterna. La velocità di crescita non è sempre costante, sopratutto in caso di noduli numerosi.

La maggior parte dei fibromi uterini è asintomatica e per questo la loro scoperta è spesso casuale. Tendono a non dare sintomi prima dei 30 anni e a scomparire con la menopausa. Il sintomo maggiormente riscontrabile è la comparsa di un sanguinamento uterino anomalo (copioso e duraturo). Tra i sintomi troviamo anche:

  • dolore addominale

  • sintomi legati all’azione della massa del fibroma sugli organi pelvici adiacenti

    • costipazione

    • dolori ad un arto

    • dolore durante i rapporti sessuali

    • urgenza e difficoltà ad urinare

    • senso di pesantezza al basso ventre

  • infertilità ed aborti (se il fibroma è molto voluminoso l’impianto dell’embrione può essere ostacolato; se occupa la parte interna e cresce può ostacolare la gestazione ed il parto deviando il sangue arterioso.

Sono rari i casi in cui il fibroma causa un dolore acuto ma può accadere quando il flusso sanguigno che lo nutre è scarso. Infatti se il fibroma non è ben vascolarizzato inizia a morire ed i prodotti della sua degradazione filtrano nei tessuti circostanti causando dolore e febbre.

Non si conoscono ancora le cause precise dello sviluppo dei fibromi uterini.
Si tratta probabilmente di un insieme di fattori genetici, ormonali ed ambientali che, in sinergia, concorrono allo sviluppo di questa neoformazione. 
Esistono però evidenze che i livelli ormonali siano fondamentali, influenzandone la crescita. Infatti con elevati livelli di estrogeni e progesterone la velocità di crescita risulta aumentata.

Ciò si può osservare dal fatto che:

  • è raro che appaiano prima del menarca

  • con la menopausa tendono regredire

  • tendono ad aumentare verso la fine dell’età riproduttiva, durante la gravidanza o con l’utilizzo di farmaci anticoncezionali

Sono stati individuati alcuni fattori che indicano un aumento (o una riduzione) del rischio di sviluppare fibromi. Nello specifico:

  • l’etnia afro-americana è maggiormente predisposta allo sviluppo di fibromi uterini

  • il consumo abbondante di verdura sembra essere un fattore protettivo

  • l’obesità rappresenta un fattore di rischio elevato nello sviluppo di fibromi uterini, sopratutto tra i 40-50 anni

  • la predisposizione genetica e la familiarità rappresentano un altro fatto estremamente importante e predisponente lo sviluppo di questi fibromi

I fibromi, a causa dei sanguinamenti copiosi possono portare ad anemia più o meno grave. L’attività fisica costante (almeno 4 ore alla settimana) sembra avere una correlazione inversa con lo sviluppo dei fibromi uterini. Quindi, insieme ad una corretta alimentazione, l’esercizio fisico gioca un ruolo protettivo. Il consumo di frutta e verdura sembra essere un fattore di protezione per lo sviluppo di fibromi uterini. Essendo ricca di vitamine, sali minerali, isoflavonoidi, carotenoidi, antiossidanti e fitoestrogeni, la frutta agisce come nutraceutico.

E’ stata trovata una correlazione tra lo sviluppo di miomi ed il consumo elevato di pesce d’allevamento. Questa associazione è importante in relazione all’alimentazione utilizzata negli allevamenti, e varia da Paese a Paese. Ultimamente si sta facendo molta attenzione ai livelli di vitamina D ed alla correlazione tra una sua carenza e lo sviluppo di varie patologie. Si è visto quindi che lo sviluppo di miomi si ha con una maggior incidenza in donne con forti carenze di vitamina D.

Non esiste una terapia per i fibromi che risulti efficace e risolutiva per tutte le pazienti.Per esempio le pazienti con fibromi che non presentano sintomi non hanno bisogno di nessun tipo di terapia, ma dovranno sottoporsi a periodiche valutazioni per tenere sotto controllo le dimensioni dei noduli. Percui la gestione terapeutica di una paziente con fibroma uterino dipenderà dall’età della paziente, dai sintomi e da un’eventuale gravidanza desiderata dalla donna.

Solitamente la terapia medica è la prima ad essere scelta ma, qualora non risultasse efficace, vengono proposte la chirurgia e l’embolizzazione.

Come terapie chirurgiche vengono proposte la miomectomia oppure l’isterectomia a seconda delle esigenze della paziente.La miectomia consiste nella rimozione dei fibromi salvaguardando l’utero. Con questa tecnica c’è la possibilità che i fibromi si ripresentino in futuro. L’isterectomia invece consiste nella rimozione chirurgica dell’utero ed in questo caso i fibromi non si potranno più ripresentare. Quando non sono coinvolte le ovaie, la tendenza è quella di conservarle. Per cui la donna non potrà più avere gravidanze ma non sarà ancora in menopausa e potrà beneficiare degli effetti ormonali positivi dati dagli estrogeni ancora prodotti dalle ovaie.

Nel caso in cui invece dovesse essere necessaria un’asportazione oltre che dell’utero anche delle ovaie si parla di menopausa chirurgica. Si tratta di un processo indotto ed improvviso mentre la menopausa naturale è processo lento e graduale che dà il tempo al corpo di abituarsi alla perdita di funzionalità endocrina delle ovaie. Per questo motivo spesso i medici scelgono di utilizzare una terapia ormonale sostitutiva in pazienti che subiscono questo tipo di intervento rimpiazzando gli estrogeni e diminuendo quindi il rischio di osteoporosi e di sviluppare malattie cardiovascolari.

Per chi si trova in una situazione di menopausa chirurgica i consigli sono sovrapponibili a quelli che si danno in caso di menopausa naturale:

  • prevenire l’osteoporosi con il giusto apporto di vitamina D quotidiano;

  • ridurre il consumo di grassi saturi

  • preferire i carboidrati complessi a quelli semplici

  • seguire sempre la stagionalità e variare il più possibile

  • utilizzare metodi di cottura semplici

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o lo specialista.

Bibliografia:

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  • Clinical Efficacy and Complications of Uterine Artery Embolization in Symptomatic Uterine Fibroids. Salehi, Mohammadgharib ; Jalilian, Nasrin ; Salehi, Ayoub ; Ayazi, Mojgan. Global journal of health science, July 2016, Vol.8(7), pp.245-50[Rivista Peer Reviewed]

L’osteoporosi in menopausa

L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da una  progressiva perdita di tessuto osseo, con conseguente fragilità dello scheletro e predisposizione alle fratture. Esistono diversi tipi di osteoporosi, a seconda che si consideri il meccanismo patogenetico, l’età di insorgenza, l’associazione con altre patologie, i distretti scheletrici interessati etc. Una classificazione consiste nel distinguere le osteoporosi primitive da quelle secondarie, quest’ultime caratterizzate dal fatto che l’osteoporosi è conseguente ad un’altra condizione patologica. Le osteoporosi primitive si raggruppano in due principali sindromi cliniche:

  1. osteoporosi postmenopausale, con eziologia dipendente alla diminuzione dei livelli circolanti di estrogeni;
  2. osteoporosi senile collegata ai processi degenerativi dell’invecchiamento.

Come già menzionato, il declino degli estrogeni rappresenta l’evento patogenetico fondamentale dell’osteoporosi postmenopausale: gli ormoni sessuali sono importanti modulatori del metabolismo scheletrico, intervengono infatti nella regolazione della quantità di calcio presente nell’osso. Venendo meno il loro controllo, il calcio nell’osso si riduce, lasciando una struttura porosa e fragile. Nelle donne in postmenopausa, il tasso di turnover osseo aumenta drammaticamente e rimane elevato fino a 40 anni dopo la cessazione della funzione ovarica determinando una continua e progressiva perdita di massa ossea. In media, con l’avvento della menopausa la donna perde in 1-3 anni (e più velocemente se l’ipoestrogenismo è netto, come in caso di menopausa chirurgica) circa il 10 % della massa ossea. Le ossa più frequentemente interessate dal rischio di fratture sono le vertebre, il femore ed i polsi. Le fratture avvengono anche per traumi di lieve entità o a volte, come nel caso delle lesioni vertebrali, spontaneamente.

Oltre alla carenza di estrogeni, esistono altri fattori di rischio accertati in grado di causare o di aggravare l’osteoporosi tra cui:

  • la sedentarietà,
  • la magrezza eccessiva,
  • il fumo di sigaretta,
  • l’elevato consumo di alcool,
  • un uso prolungato di determinati farmaci (es. corticosteroidi, anticoagulanti ecc).

In questo contesto, l’intervento nutrizionale deve essere considerato come uno strumento di prevenzione, infatti quando si manifesta tale patologia, è fondamentale anche seguire una dieta equilibrata che fornisca un adeguato apporto di calcio e di vitamina D, due nutrienti indispensabili per la salute delle ossa. Bisogna però ricordare che una corretta dietoterapia, che garantisca un adeguato apporto di calcio, deve essere seguita non solo nel periodo postmenopausale ma sin dalla nascita per ottimizzare il picco di massa ossea che si raggiunge entro la terza età.  In altre parole, maggiore è la massa ossea ottenuta nella vita adulta, minore sarà il rischio di sviluppare osteoporosi dopo la menopausa. E’ quindi necessario rispettare i livelli di assunzione giornalieri raccomandati di calcio durante tutta la vita a seconda delle diverse esigenze nutrizionali e fisiologiche: 800-1000 mg/die nell’infanzia, 1200-1300 mg/die nell’adolescenza e intorno a 1000 mg/die nella maturità. Le necessità aumentano nel periodo postmenopausale: se la donna effettua una terapia ormonale sostitutiva, il fabbisogno si aggira intorno a 1000-1200 mg/die, sale a 1500 mg/die se non viene seguita una terapia ormonale sostitutiva.

Le principali fonti alimentari di calcio sono rappresentante dal latte e dai suoi derivati, dove si trova nella forma maggiormente biodisponibile. Anche il calcio presente nell’acqua rappresenta una discreta fonte di questo nutriente, se consideriamo che il suo consumo medio giornaliero è di un litro e mezzo. Buone quantità  di calcio sono presenti anche nei legumi secchi, carciofi, cardi, indivia e spinaci. Tuttavia la presenza in tali alimenti di fitati e ossalati diminuisce l’assorbimento del calcio, a causa della formazione di complessi insolubili e scarsamente assorbibili.

Nella popolazione italiana l’introito medio giornaliero di calcio risulta mediamente insufficiente e ancora più significativa è l’incidenza di ipovitaminosi D, con conseguente riduzione dell’assorbimento intestinale del calcio. Pertanto, quando con la sola alimentazione non si riescono a soddisfare i fabbisogni di calcio (1500 mg/die) e vitamina D (10 mcg/die), durante la menopausa è necessario ricorrere a degli integratori,

Fonti

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