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HPV e Carcinoma orofaringeo: Scopriamo insieme come il Papillomavirus è un nemico, non solo per le donne!

Dott.ssa Morra Serena

Quando si parla di Papillomavirus si tende a pensare soltanto alle conseguenze, gravi e meno gravi, causate alla popolazione femminile. Ricordiamo che questa infezione rientra nella categoria delle “infezioni a trasmissione sessuale” e i meccanismi di infezione sono strettamente correlati alle abitudini sociali e allo stile di vita della donna, ma anche alla scelta del partner maschile. Fino a pochi anni fa, in molti Paesi, le campagne vaccinali contro il Papillomavirus si sono concentrate esclusivamente nel sesso femminile, ponendosi come obiettivo principale la prevenzione delle neoplasie della cervice uterina.

In particolare, in Italia fino al 21 febbraio 2017 erano disponibili solo due vaccini anti-HPV:

– il vaccino bivalente in grado di proteggere dai genotipi HPV 16 e 18 ad alto rischio oncogeno

– il vaccino quadrivalente che, oltre al tipo 16 e 18, protegge anche contro i tipi di HPV 6 e 11 a basso rischio oncogeno 

Attualmente è stato reso disponibile anche il vaccino 9-valente, il quale è  in grado di proteggere, oltre che dai tipi 16, 18, 6 e 11, anche dai tipi 31, 33, 45, 52 e 58. La somministrazione del vaccino anti-HPV viene effettuata rispettando le tempistiche del calendario vaccinale del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2017-2019 e con le modalità specificate nella Circolare del Ministero della Salute del 24 aprile 2014. La fondazione GIMBE, a  luglio 2018 ha pubblicato una articolo dove sono strati trattati e approfonditi i vaccini anti-HPV ma anche le prove di efficacia e i profili di sicurezza. In questo documento è emerso che nelle donne i vaccini anti- HPV offrono una protezione diretta e sicura in quanto i genotipi 16 e 18 sono presenti in tutti e tre i tipi di vaccini e sono responsabili di circa il 70% dei carcinomi della cervice uterina e circa il 90% dei carcinomi anali e vulvari, mentre i genotipi 31, 33, 45, 52 e 58 presenti nel vaccino 9-valente, sono responsabili di un ulteriore 20% di carcinomi. Grazie a studi più approfonditi sull’HPV è emersa la possibilità di infezione anche negli uomini. Infatti, in Italia i Sistemi Sentinella dell’Istituto Superiore di Sanità hanno mostrato una maggior prevalenza della condilomatosi nel sesso maschile, soprattutto tra i giovani di età inferiore ai 25 anni, con un preoccupante picco di aumento negli ultimi anni (il numero di casi è duplicato tra il 2004 e il 2008).  Le neoplasie HPV-correlate nell’uomo riguardano principalmente l’apparato genitale e il distretto orofaringeo. In particolare la patologia neoplastica nell’uomo è a carico del pene e dell’ano per quanto riguarda l’apparato sessuale, mentre nel distretto testa-collo i siti anatomici maggiormente coinvolti sono la cavità orale, l’orofaringe, la lingua e la laringe ed è da sottolineare che le neoplasie a cellule squamose dell’orofaringe sono 4 volte più frequenti nel maschio rispetto alla femmina e sono principalmente causate dal genotipo HPV 16. A questo proposito è importante riportare un caso accertato di un uomo di 51 anni, eterosessuale e forte fumatore, ricoverato a causa di una persistente tosse secca, disfonia e leggera disfagia, nel reparto di Otorinolaringoiatra dell’Ospedale “Cardinale Ascalesi” – ASL Napoli 1 Centro.  Attraverso la biopsia effettuata durante una laringoscopia è stato rivelata la presenza di un carcinoma a cellule squamose infiltrante di grado moderato. Il DNA del tumore è stato estratto  e sottoposto ad amplificazione mediante reazione a catena della polimerasi (PCR). Dall’amplificazione si è notata la presenza di DNA di HPV. La successiva genotipizzazione ha rivelato la presenza di due genotipi: HPV 73 e HPV 82. Dato che HPV 82 fa parte dei genotipi ad alto rischio oncogeno, è stato necessario effettuare il sequenziamento genico delle proteine L1, E6 ed E7. Dall’analisi di sequenza è emerso che si tratta di una variante del genotipo 82, scoperta di recente e detta HPV82-BA10, la quale recentemente è stata riscontrata anche in una paziente con una lesione cervicale di alto grado. Questo studio ha dimostrato, per la prima volta, la presenza di una nuova variante di HPV82 in un uomo affetto da carcinoma della laringe. Data l’accertata presenza di genotipi HPV ad alto rischio oncogeno anche negli uomini, si è sentita l’esigenza di estendere la copertura vaccinale anche al sesso maschile: in questo modo è stato possibile garantire una protezione sicura dai carcinomi e dai condilomi conseguenti ad un infezione cronica da HPV.  A tal proposito il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV 2017-2019), approvato il 19 gennaio 2017 con Intesa Stato-Regione, raccomanda la vaccinazione routinaria anti –HPV in tutta la popolazione. In particolare:

–  Nelle donne, la vaccinazione anti-HPV è raccomandata tra gli 11 e i 12 anni e può essere somministrata a partire dai 9 anni. La vaccinazione di recupero, invece, viene raccomandata per le donne di età compresa tra 13 e 26 anni che non sono state precedentemente vaccinate o che non hanno concluso il ciclo vaccinale.

– Negli uomini, la vaccinazione anti-HPV è raccomandata tra gli 11 e i 12 anni e può essere somministrata a partire dai 9 anni, La vaccinazione di recupero, invece, vene raccomandata negli uomini di età compresa tra i 13 e i 21 anni che non sono stati  precedentemente vaccinate o che non hanno concluso il ciclo vaccinale.

 – La vaccinazione anti-HPV e il suo recupero viene raccomandata anche negli omosessuali o nei maschi immunocompromessi di età compresa tra i 22 e i 26 anni. 

– La vaccinazione di recupero routinaria anti-HPV non è raccomandata nei soggetto di età maggiore di 26 anni in quanto con l’età aumenta la probabilità di una precedente esposizione ai tipi di HPV presenti nei vaccini, riducendo il beneficio del vaccino stesso.

Attualmente non esistono, oltre alla vaccinazione, strumenti di prevenzione per l’uomo. L’utilizzo del preservativo, seppur associato ad un minor rischio di contrarre l’infezione, non elimina totalmente il rischio di acquisizione/trasmissione dell’infezione a differenza di quanto avviene per le altre malattie a trasmissione sessuale. I vaccini attualmente approvati per l’utilizzo nel sesso maschile hanno mostrato una buona immunogenicità, simile e non inferiore a quella riportata nel sesso femminile, ed un buon profilo di sicurezza.

In conclusione, si può affermare che il vaccino anti-HPV rappresenta un notevole mezzo di prevenzione contro tutte le infezioni da HPV sia nella donna che nell’uomo. L’inclusione del maschio alla campagna vaccinale ha lo scopo di minimizzare la possibilità di trasmissione tra i due sessi, ma ancora di più di contrastare la manifestazione delle numerose patologie correlate all’HPV che colpiscono gli uomini, come condilomi anali e del pene. Nonostante questo, in Italia la copertura vaccinale è scarsamente utilizzata a causa del costo del vaccino, ma anche a causa di una scarsa informazione. Questo provoca elevati casi di mortalità evitabili, oltre che un aumento dei costi della assistenza sanitaria.

Una buona informazione scientifica e la consapevolezza dell’importanza dei vaccini è il primo passo verso la prevenzione di malattie pericolose per la propria salute ma anche per quella delle persone che ci circondano.

Bibliografia:

Giuliano AR, Lazcano E, Villa LL, et al. The Human Papillomavirus Infection in Men (HIM) study: HPV prevalence and type-distribution among men residing in Brazil, Mexico, and the US. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev 2008;17:2036-43

Garnock-Jones KP, Giuliano AR. Quadrivalent human papillomavirus (HPV) types 6, 11, 16, 18 vaccine for the prevention of genital warts in males. Drugs R D 2012;12:235-8.

Suligoi B, Salfa MC, Mariani L. Epidemiologia e management dei pazienti con condilomi genitali in Italia. Igiene e Sanita Pubblica 2010

Angela Giannattasio, Giuseppe Panetti, Romilda Minichini, Alessandro Morelli,  Elena Mosca, Giulio Fenu, Marianna Sicuranza, Giovanni Galano, Pasqualina Raffio, Erika Siciliano, Viviana Pastore, Maria Rosaria Buonaiuto, Angela Tedesco, Luigi De Paola.  “Presence of HPV82-BA10, a novel variant of papillomavirus, in a larinx cancer”. Società Italiana di Patologia Clinica e Medicina di Laboratorio 2017

Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale – PNPV 2017-2019, 2018

Sitografia:

https://www.gimbe.org

Portale del ministero della salute.

www.salute.gov.it

Portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità. http://www.epicentro.iss.it

Alimentazione e comportamento nei cani

L’uomo cominciò ad addomesticare il lupo circa 100.000 anni fa con l’intento di crearsi un “aiutante” per particolari attività, come la caccia o la pastorizia.

Nonostante il processo di domesticazione molto antico, il primo cane domestico, differenziato morfologicamente dal lupo selvatico, appare circa 15.000 anni fa, da questo momento in poi i cani vengono selezionati, oltre che come animali da lavoro, anche come animali da compagnia. Si assiste in questo modo alla nascita di oltre 400 razze canine, distanti dal proprio antenato lupo sia come aspetto esteriore che come manifestazioni comportamentali.

Il cane ha da sempre uno stretto rapporto con l’uomo, non dobbiamo però dimenticarci che esso è pur sempre un appartenente alla famiglia dei Canidae, che comprende anche lupi, coyote e volpi, tutti predatori selvatici, quindi il cane si è molto ben adattato al nostro ambiente, ma possiede un linguaggio diverso dal nostro, molto più simile a quello dei predatori appartenenti alla sua famiglia evolutiva.

Ciò significa che, da una parte non si deve umanizzare il comportamento dei nostri cani (anche se a volte ci sembra che comprendano i nostri stati d’animo molto meglio dei nostri cospecifici), dall’altra dobbiamo tenere conto che i cani utilizzano un linguaggio diverso dal nostro, che noi spesso non comprendiamo.

A volte i cani possono manifestare dei comportamenti che noi non esistiamo a bollare come problematici, come gli episodi di aggressività, la tendenza alla disobbedienza, l’abbaiare eccessivo, lo sporcare i casa ecc.ecc…. A causa di queste manifestazioni comportamentali molti cani adottati in canile vengono riportati indietro.

Quando si verificano questi comportamenti inopportuni si pensa subito, e giustamente, a rivolgersi ad un buon educatore cinofilo, ma bisogna considerare che anche l’alimentazione può essere un fattore scatenante per questi comportamenti.

Infatti, poichè il cibo può influenzare il DNA del cane, esso può contribuire sia la salute fisiologica che quella comportamentale del cane. Attualmente le ricerche in questo settore sono poche, ma le poche che ci sono dimostrano che alcuni componenti dell’alimentazione possono proprio influenzare il comportamento.

Nel caso in cui una cane presenti degli improvvisi cambiamenti comportamentali si deve agire su due fronti. Intanto bisogna rivolgersi al medico veterinario, che con un check-up completo potrà escludere la presenza di eventuali patologie e/o disfunzioni. Per esempio l’ipotiroidismo può essere associato a comportamenti anormali come ansia, fobie, irritabilità e scarsa attenzione. Successivamente è importante analizzare la presenza di influenze ambientali, non correlate alla dieta, che potrebbero influenzare il comportamento del cane. A questo scopo è bene analizzare se il soggetto ha subito dei maltrattamenti nella sua vita, il tipo di relazione instaurata dal cane con il padrone e all’interno del “branco” in generale: ad esempio l’inserimento recente di un cucciolo potrebbe portare a dei cambiamenti comportamentali nell’adulto.

Una volta escluse le patologie e le possibili influenze esterne, non resta che parlare di quegli alimenti che potrebbero influenzare i comportamenti del cane.

I CARBOIDRATI AD ALTRO INDICE GLICEMICO POSSONO CAMBIARE IL COMPORTAMENTO

Nei cani i carboidrati ad alto indice glicemico (mais,zucchero, grano, riso,…) possono aumentare la probabilità di insorgenza di patologie croniche come obesità, artrite, malattie cardiovascolari, Canine Cognitive Dysfunction (CCD), una patologia degenerativa simile al morbo di Alzheimer; oltre a questo ruolo, ricerche recenti hanno dimostrato che questo tipo di alimenti possono influenzare negativamente il comportamento. Vediamo in quale modo.

A seguito dell’ingestione di carboidrati ad elevato indice glicemico i cani possono diventare iperattivi, oppure mancare di concentrazione, successivamente, dopo circa due ore dall’ingestione dell’alimento, si può verificare una fase di letargia, sonnolenza ed irritabilità. Spesso questi comportamenti vengono classificati come inappropriati o sconvenienti, si pensa che il cane non abbia voglia di lavorare o di collaborare con il conduttore, mentre essi sono la diretta conseguenza di un particolare tipo di alimentazione.

Limitando o eliminando questi alimenti dalla dieta del cane questi comportamenti scompaiono.

TRIPTOFANO E TIROSINA AIUTANO A MIGLIORARE IL COMPORTAMENTO.

Il triptofano è un amminoacido che nel cervello è il preculsore della serotonina, un neurotrasmettitore che promuove un senso di rilassamento e benessere, migliorando anche il comportamento in generale.

Studi scientifici condotti su animali da laboratorio, cani e uomo hanno dimostrato che insufficienti livelli di triptofano nella dieta sono associati a comportamenti aggressivi, depressione ed elevati livelli di cortisolo (elevati valori di questo ormone indicano una forte condizione di stress). Per questo si può dire che l’aggiunta di triptofano nella dieta potrebbe migliorare il comportamento dei cani, riuscendo a ridurre la paura e l’aggressività: infatti una maggiore quantità di triptofano negli alimenti farebbe aumentare la quantità di esso che raggiunge il cervello e ciò comporterebbe un aumento molto significativo della produzione di serotonina.

Il triptofano si trova in tutti gli alimenti contenenti proteine, ma esistono anche integratori specifici.

Anche la tirosina è un amminoacido ed è il preculsore di importanti neurotrasmettitori, come la dopamina, l’adrenalina e la noradrenalina. L’adrenalina e la noradrenalina sono fondamentali per il processo di adattamento a stress psicofisici intensi ed improvvisi, per cui l’assunzione di tirosina in condizioni di stress sarebbe fondamentale per il trattamento delle depressione, la sindrome da deficit di attenzione/iperattività e per indurre uno stato di benessere nel cervello.

Come il triptofano, anche la tirosina di trova negli alimenti fortemente proteici, ma in concentrazioni molto più elevate.

Medicina di genere: la donna è la chiave per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi!

La nuova direzione è la medicina di genere. La nuova direzione è anche quella di precisione, dell’omica. La nuova direzione è anche quella dei robot e del tutto “digital”. Ma dimenticarsi della natura (cibo, piante, meditazione…) e del resto del mondo sarebbe una follia!

La diversità uomo-donna è evidente in particolare dal punto di vista ormonale e poiché è assodato che il cibo modula la secrezione ormonale, indirizzare una terapia personalizzata a seconda del sesso, età, stile di vita sarebbe la scelta giusta.

L’Agenda 2030 con i 17 SDGs, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030, promossi dalle Nazioni Unite (UN), esprime chiaramente che la sostenibilità non sia unicamente una questione ambientale, ma anche sociale, economico e, soprattutto “salutare”. Bisogna, tuttavia, che prendiamo coscienza (non lo dico e penso solo io, ma anche l’ICAO, l’organizzazione internazionale dell’aviazione civile e le UN) di quanto la parità di genere, il quinto degli SDGs, sia un tassello fondamentale per raggiungere tutti i 17 SDGs (ICAO / UN Women Agenda 2030).

“Trasformare le promesse in azione: uguaglianza di genere nell’agenda 2030” (ONU 2018). Report che contengono dati, storie, video e pubblicazioni che illustrano come e perché’ la parità di genere è importante per tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile e come gli obiettivi influenzano la vita reale di donne e ragazze ovunque nel mondo.

Sinergia e scambio di informazioni tra le varie culture, popolazioni, donne, potrebbe essere un tassello e svolta per riempire questo “complicato puzzle”. Abolire spreco di cibo, junk food, resistenza agli antibiotici sono altri tasselli fondamentali da raggiungere. Inquinano più dei trasporti, contaminano mari, monti, cibo, acqua, contribuendo alla cattiva qualità del cibo e all’insorgenza di patologie di “nuova generazione”. Ecco che accanto “all’artificiale”, non dobbiamo dimenticarci della natura, il cibo, ma non solo!

L’accento sulla figura della donna, (visto la sua importanza per l’evoluzione della specie e, quindi, della popolazione globale ) che in genere “coordina” dal momento della gestazione a quello dell’educazione della prole, assume rilievo quando la giusta informazione sulla conoscenza dei rischi e sulla possibilità di evitarli diventa fondamentale per ridurre e / o far recedere la comparsa di patologie di “nuova generazione”, senza sottovalutare l’importanza globale di queste importanti rivoluzioni nella specie umana in toto. Va considerata, dunque, la prevenzione nella totalità, non solo ad esempio per incidenza di tumori, ma anche per i rischi legati a malattie cardiovascolari (CVD), spesso sottovalutate, perché presentano sintomi nettamente diversi da quelli dell’uomo e sono ancora poco studiate per il genere femminile. Le principali linee guida internazionali sull’argomento suggeriscono il bisogno della medicina di genere – specifica ed incitano anche i centri ricerca (in fase preclinica e non) ad indirizzare gli studi in questo senso.

Difatti recentissime scoperte mirate in questa direzione, hanno evidenziato una differente risposta immunitaria tra uomini e donne. In particolare una maggiore attivazione della risposta immunitaria da parte delle donne che rappresenta un’arma a doppio taglio perché le rende più resistenti alle infezioni ma più suscettibili alle malattie infiammatorie ed autoimmuni. Dunque, fattori correlati al genere e al sesso interagiscono nello sviluppo della risposta immunitaria (e non solo…) e differiscono in base all’età ed allo stile di vita.

La salute è l’effetto tra esposizione all’ambiente ed il genoma (ecco l’importanza di raggiungere un “mondo sostenibile”). La nostra suscettibilità genetica (come ad esempio la predisposizione a fattore rischio malattie) è influenzata da una serie di meccanismi che vengono detti epigenetici ed il nostro DNA risponde all’ambiente attraverso questi meccanismi. Questi fattori epigenetici possono essere modificati, avvicinandosi od allontanandosi, aumentando o diminuendo il rischio di malattia. Ma il concetto di salute è complicato e dinamico cioè è ciò che succede tra la nascita e prima. Difatti esiste l’ipotesi dell’origine fetale (che è ancora in corso di ricerche per confermare il processo di funzionamento) e che ad oggi sappiamo che propone che certi geni del feto possono o non possono essere “accesi” in relazione all’ambiente in cui la madre è esposta durante la gravidanza. Inoltre la salute della mamma può avere effetti sulla salute del bambino anche prima del concepimento predisponendo il bambino a rischio di patologie. Ad esempio nel 2009 una meta-analisi ha evidenziato che le obese, rispetto alle donne normopeso, avevano elevate probabilità di partorire bambini con difetto del tubo neurale, difetti cardiovascolari, idrocefalo e molti altri difetti congeniti e gli stessi effetti sulla salute del bambino è possibile averli in donne malnutrite. Altri studi hanno evidenziato che i geni regolati da elementi di interesse nutrizionale, hanno un ruolo importante nello sviluppo di alcune patologie come anche il profilo genetico individuale. Quindi una strategia personalizzata (medicina / nutrizione) è una strategia valida per ridurre i fattori di rischio. Ecco l’importanza di sensibilizzare la donna, in primis, sul problema della nutrizione prima, durante e dopo la gravidanza. Smettere, oltretutto, di pensare che la donna possa essere “Superman” sempre e che tutti i dolori o gli stati depressivi vengono riconosciuti come elementi “psicogeni”. Non è così perché come abbiamo già detto la donna, a differenza dell’uomo, è esposta a maggior stress esogeni ed endogeni come le fluttuazioni dei livelli ormonali. Urge, l’importanza d’ informazione utili a modulare in positivo queste fluttuazioni!

La donna è veramente la chiave per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi? La risposta è si (cfr. ICAO / UN women)

Urge, dunque, la necessità di sensibilizzare la donna sull’importanza dell’impatto che il suo stile di vita ha sia sulla sua salute che su quella dei figli e con il tempo sulla salute dell’intera popolazione, in sinergia con piani ad impatto sostenibile (i.e. fair trade). L’educazione alimentare, la conoscenza approfondita dei rischi legati ad uno scorretto stile di vita ed il contatto con gli enti di ricerca per la promozione di studi in fase preclinica, come precedentemente accennato, anche sugli elementi personali (genere, sesso ed età) sono ineludibili. Inoltre, affiancare alla “digital healthcare” i dettami della natura, sarebbe la scelta e la “svolta” giusta.

Oltretutto, molte patologie presenti oggi sono dovute all’uso sproporzionato di antibiotici, in particolare in età pediatrica, a partire dagli anni 80. Lo sviluppo e il consumo del così detto “cibo spazzatura” (ecco l’urgenza di informare per prevenire “strane” e / o gravi patologie) ha anche contribuito a determinare la presenza di tali patologie.

Questi e tanti altri sono i motivi di segnalare l’importanza di questa nuova scienza rivoluzionaria che si basa sul cibo come farmaco e / o coadiuvatore – catalizzatore, senza effetti collaterali e / o riducendoli. Basti pensare che gli antibiotici agiscono distruggendo si i patogeni, ma modificano la flora batterica intestinale o microbioma intestinale che è un vero e proprio organo che presiede al controllo dei nutrienti, aiuta a regolare il sistema immunitario preservandoci dai batteri che causano malattie, producendo vitamine ed inoltre regola il comportamento dell’umore. In realtà, da “recenti” studi emerge che la quantità di batteri presenti nel nostro organismo è talmente grande che è come se fossimo noi a vivere dentro di loro!

Inoltre il cibo ha la potenzialità di poter “accompagnare” il farmaco in modo da indirizzarlo al sito giusto, proteggendo tutta la nostra flora batterica con miglior efficacia del farmaco e con riduzione e /o remissione di altre patologie. Difatti, ricerche recenti evidenziano chiaramente (dati che fino a qualche anno fa erano inimmaginabili) che lo stretto legame tra alimentazione, apparato gastro intestinale (il nostro secondo cervello), sistema immune, può determinare un controllo positivo sulla progressione di alcune patologie (i.e. lo sviluppo di malattie infiammatorie croniche come psoriasi, malattie autoimmuni, depressione ed altri tipi di patologie). Tutti i fattori potenzialmente dannosi al nostro “secondo cervello” creano un disequilibrio generale che parte dall’infiammazione e sfocia, a seconda della gravità, in patologie cliniche di entità moderata o grave.

Ecco l’accento sulla figura della donna, visto la sua importanza per l’evoluzione della specie e, quindi, della popolazione globale per “un’evoluzione sostenibile”. Di nuovo l’importanza di lottare per abolire “cibo spazzatura” ed attività a forte impatto ambientale, e migliorare e promuovere quanto più possibile mercati equo e solidali, collaborazione con paesi terzi (i.e. Thailand). Enfatizzare la figura della donna, educandola a procreare, educare, coordinare e / o a elaborare idee rivoluzionarie in modo ed in un mondo “sostenibile” in sinergia tra naturale ed artificiale ed in tutto il mondo, potrebbe aiutare a realizzare i 17 obiettivi di sostenibilità globale. I riscontri positivi sono enormi, benefici dell’intera società (diminuzione di congedi per malattia, miglior prestazione sul lavoro e miglioramento dello stato psicologico del paziente, della donna, della popolazione e riduzione dell’impatto ambientale a favore della biodiversità e della nostra salute fisica e mentale, parità di genere e molto altro ancora.

Alla luce di queste evidenze, la donna è realmente un tassello fondamentale per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi ma ricordiamo che solo in sinergia con l’uomo, con la natura e attraverso collaborazioni internazionali, in particolare aiutando e collaborando con i paesi in via di sviluppo (per un futuro di stabilità e di pace), tali obiettivi potranno essere raggiunti, forse tra un decennio.

Non lasciamo che le future generazioni siano solo “digital”. Siamo nell’era della quarta rivoluzione industriale (industria 4.0), della nanomedicina, “dei medici digital / artificiali”.

Personalmente, sono cresciuta tra l’odore di carta, d’incenso e musica, non voglio che le future generazioni non sappiano cosa siano! Il cambiamento, la rivoluzione digitale, è fondamentale ma se va di pari passi con la natura, cultura, educazione ed amore in tutto il mondo. Pensiamo ai vantaggi che la sinergia con Madre Natura ed i progressi tecnologici possano avere per un mondo sostenibile? Ascoltiamo i detti e dettami dei nostri saggi avi e della natura, dei testi sacri / antichi ed integriamoli nella nostra vita quotidiana, in sinergia con i progressi tecnologici. Questi sono valori e tradizioni che mai dovrebbero scomparire! Ed ancora, per integrazione bidirezionale, intendo che non solo noi occidentali, “sfruttiamo” i preziosi “alimenti” e pietanze, meditazione, usi e costumi etc. degli orientali e / o di altre culture! Collaborazione e cooperazione da ambo i fronti per assicurare un futuro sostenibile alle prossime generazioni rispettando il mondo. Non farlo sarebbe un danno per la nostra salute e per l’intero pianeta!

Bisogna mettere insieme tutti i tasselli di questo mosaico attraverso una collaborazione tra la “nanomedicina artificiale e quella naturale” per una ricerca proiettata alla precisione e personalizzazione e per una sostenibilità a 360 gradi valorizzando la figura della donna per il suo prezioso contributo con e senza quello di un grande uomo, rispettando Madre Natura.

Nothing in life to be feared, it is only to be understood. Now is the time to understand more, so that we may be fearless.” M. Curie.

 

Riferimenti bibliografici:

  1. https://unstats.un.org/sdgs/indicators/indicators-list/
  2. http://www.onumulheres.org.br/wp-content/uploads/2018/02/SDG-report-Gender-equality-in-the-2030-Agenda-for-Sustainable-Development-2018-en.pdf
  3. http://www.unwomen.org/en/about-us/about-un-women
  4. D’Orta, A et al. Nutritional manipulation: epigenetic effect in cancer. WCRJ, 2015
  5. Sharma R et al -Lifestyle factors and reproductive health: taking control of your fertility -Reprod Biol Endocrinol 2013
  6. Hampton. Fetal environment may have profound long-term consequences for health JAMA, 2004
  7. Freemark. Pediatric obesity. Etiology, pathogenesis and treatment M. 2010
  8. KJ Stothard, PWG Tennant, R Bell, J Rankin. Maternal overweight and obesity and the risk of congenital anomalies: a systematic review and meta-analysis.- Jama, 2009
  9. HM Ehrenberg, LR Dierker, C Milluzzi. Low maternal weight, failure to thrive in pregnancy, and adverse pregnancy outcomes American Journal of Obstetrics and Gynecology, 2003
  10. SL Katie, KL. Flanagan. Sex differences in immune responses Sabra, 2016, Nature Reviews
  11. Ngo ST et al. Gender differences in autoimmune disease. Frontiers in Neuroendocrinology, 2014
  12. Graziottin. The shorter, the better: A review of the evidence for a shorter contraceptive hormone-free interval, 2016

Mangiar sano, un atto sostenibile per l’ambiente

Il concetto di sostenibilità è legato all’idea del tempo, di quanto a lungo possa reggere qualcosa, diventare consapevoli del tempo, dell’ambiente e, quindi, delle risorse che abbiamo a disposizione è un atto di responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Certo, per salvaguardare l’ambiente dovrebbe muoversi la politica su scala internazionale, servono leggi, servirebbe che gli accordi già firmati venissero rispettati, ma quando la politica rimane assente, arranca, sono i piccoli gesti quotidiani e privati a garantire la sostenibilità.

Agricoltura convenzionale ed allevamento intensivo sono responsabili del maggior consumo di risorse naturali e sono la prima causa di contaminazione alimentare. Risulta palese che alimentarsi meglio, prediligendo cibi biologici minimamente processati, minimamente imballati e di provenienza vicina, potrebbe diminuire le emissioni di gas serra e contribuire alla salvaguardia dell’ambiente (1).

Proprio a livello agricolo, bisognerebbe prendersi cura dei suoli e dei terreni. Saperli mantenere vivi attraverso l’attività agricola, curando la biodiversità, troppo spesso compromessa dalle monoculture intensive. Il concetto su cui dovremmo insistere dovrebbe essere “produrre un po’meno, produrre meglio, distribuire con senno” (2).

La cura del territorio è un atto sostenibile che si riflette anche sulle piccole realtà agricole, da mantenere in vita ed è un atto estetico, di difesa per le bellezze paesaggistiche, talvolta influenzate in maniera positiva dalla mano dell’uomo.

Entro il 2050 saremo circa 9,5 mld sul pianeta ed avremo a disposizione il 30% in meno dei terreni a causa del cambiamento climatico; il 43% in meno delle foreste tropicali a causa delle coltivazioni intensive; il 32% delle risorse ittiche saranno sovrasfruttate od esaurite; mentre con le buone pratiche agronomiche potremmo ridurre del 30% le emissioni di CO2 (3).

Se nel 2050 tutta la popolazione mondiale consumasse 2100 kcal al giorno si cui 160 derivanti da carne, questo risulterebbe in una riduzione di circa 15 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente, pari ad un terzo delle emissioni globali di gas serra del 2011 (4).

“Adottando un modello alimentare in linea con le raccomandazioni elaborate dai nutrizionisti, come quello della dieta mediterranea, è possibile conciliare la salute della persona con quella dell’ambiente senza alcun impatto negativo sull’economia”, da questa affermazione del Barilla Center for Food & Nutrition, nasce la doppia piramide, in cui alla classica piramide alimentare, si associa una nuova piramide “ambientale” rovesciata, nella quale gli alimenti sono stati classificati in base alla loro impronta ecologica.

Spesso associamo il concetto dell’inquinamento al trasporto, al riscaldamento all’utilizzo di energia elettrica, senza considerare l’impatto ambientale delle nostre scelte alimentari. Considerando solo le emissioni di gas serra, è il cibo a dare il contributo maggiore al cambiamento climatico, con il 31% del totale di consumo di anidride carbonica equivalente, superando riscaldamento e trasporti, in particolare il consumo di carne è responsabile del 12% delle emissioni totali ed i prodotti lattiero-caseari contribuiscono per il 5% (5).

In conclusione, possiamo scegliere di mangiare meno, alimenti poco processati, la cui provenienza è vicina al paese in cui viviamo, possiamo prediligere verdure e frutta di stagione, consumare meno prodotti di origine animale, possiamo ridurre l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici e far si che i microrganismi apportino al suolo i benefici di cui sono capaci per ridurre l’inquinamento delle falde acquifere, possiamo quotidianamente scegliere di salvare il nostro Pianeta, in un atto dovuto di responsabilità per chi verrà dopo di noi.

 

 

 

  1. Claus Leitzmann, “Nutrition ecology: the contribution of vegetarian diets”, Am J Clin Nutr 2003; 78 (suppl): 657S-9S.
  2. Barilla Center For Food & Nutrition, “Eating Planet, cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”.
  3. Ibidem
  4. Department for Energy and Climate Change, Climate – KIC and International Energy Agency, Prosperous living for the world in 2050: insights from the Global Calculator.
  5. Tukker A., B. Jansen, “Enviromental Impacts of Products”, Journal of Industrial Ecology, 10, 3, 2006.

L’Idratazione corporea durante l’attività fisica

Fino ai primi anni Settanta, le linee guida per l’ingestione di liquidi durante dell’attività fisica erano di non bere. Nel corso degli anni gli studi hanno dimostrato che le prestazioni risentono in modo molto importante della disidratazione e tendono a migliorare quando si beve.

Le linee guida si sono quindi evolute di conseguenza e dal 1996, il consiglio generale era che gli individui devono essere incoraggiati a consumare la massima quantità di liquidi possibile che può essere tollerata, senza causare disturbi gastrointestinali fino a compensare la perdita che avviene con la sudorazione. Da allora, l’American College of Sports Medicine ha stabilito che l’obiettivo del bere durante l’attività fisica è quello di prevenire l’eccessiva disidratazione, che corrisponde ad una perdita minore del 2% del peso corporeo per mancanza d’acqua, e le variazioni eccessive nell’equilibrio elettrolitico per evitare che le prestazioni vengano compromesse. La quantità e la velocità di reintroduzione dei liquidi dipendono da quanto suda l’atleta, dalla durata dell’esercizio e dalle possibilità che si hanno di bere.

L’idratazione corporea è forse l’elemento più sottovalutato nell’alimentazione ma anche quello più importante. Quando si parla d’alimentazione e sport tutti guardano alla quantità di carboidrati e proteine che bisogna mangiar e cosa bisogna assumere e quanti pasti dovrò fare prima e dopo l’allenamento.

L’acqua è il parametro fondamentale che influenza la performance e quindi bisogna ottimizzate l’idratazione corporea.  L’acqua nel nostro corpo (TBW) è suddivisa in uno scompartimento intracellulare (ICW 60%) ed uno extracellulare (ECW 40%). Non solo è importante essere idratati sufficientemente ma è anche fondamentale mantenere il rapporto corretto tra ICW ed ECW.

Il reintegro dei liquidi al termine dell’allenamento è una condizione necessaria per preparare la gara o l’allenamento successivo. Qualsiasi evento che provochi uno squilibrio dei liquidi prima dell’allenamento potrebbe compromettere la termoregolazione, l’acqua persa attraverso la sudorazione, proveniente da tutti compartimenti dell’organismo, causando una diminuzione della massa sanguigna, con un conseguente aumento della pressione osmotica.

Queste condizioni fisiologiche nell’atleta che deve sostenere l’allenamento comportano una ridotta capacità di dissipare il calore prodotto e, in questa condizione, sia gli atleti che svolgono attività di breve durata ad alta intensità sia quelli che lavorano in endurance, non riescono ad esprimere una prestazione ottimale.

Lo squilibrio idro-elettrolitico dovuto ad una mancata reintegrazione dei liquidi, comporta quindi un aumento del calore immagazzinato dall’organismo durante l’esercizio fisico e l’inadeguata integrazione di acqua può far decadere la prestazione.

Studi hanno dimostrato che ingestioni di anche più di un litro l’ora sia ben tollerata, ma la maggior parte degli atleti beva raramente durante la prestazione o gli allenamenti e questo spesso compromette la loro performace.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Sawka, Burke, Eichner,Maughan, Montain, Stachenfeld (2007°). American Collage of Sports Medicine position stand. Exercise and fluid replacement. Med Sci Sport Exerc, 39(2), 377-390.
  • Jako P. L’effetto della disidratazione e reidratazione sulla salute e sulla prestazione dei pugili. Med. Sport, 39, 1989.

 

 

 

Terapia fotodinamica per il trattamento al tumore alla prostata

Un recente studio mostra un trattamento efficiente per il cancro alla prostata utilizzando un farmaco derivante da batteri che vivono sul fondale dell’oceano, Wst11.

Si tratta di una terapia fotodinamica, che apre una nuova frontiera alla lotta contro il cancro alla prostata, che involve tre componenti chiave: una sostanza fotosensibile, radiazione, e l’ossigeno tissutale. Il trattamento consiste nell’ iniettare il farmaco fotosensibile, WST11, nel flusso ematico di un paziente. Questo composto rilascia radicali liberi che distruggono le cellule circostanti quando viene attivato ad una determinata lunghezza d’onda del laser.

La terapia radicale, comporta la rimozione chirurgica o l’irradiamento dell’intero prostata, e come ben sappiamo ha significativi effetti collaterali a lungo termine e provoca disfunzione erettile per tutta la vita e circa uno su cinque pazienti soffrono anche di incontinenza.

Lo studio pubblicato da The Lancet Oncology ha osservato che circa la metà (49 per cento) di 413 pazienti trattati con carcinoma prostatico a basso rischio è andato in remissione completa rispetto al 13,5 per cento nel gruppo di controllo che non hanno ricevuto alcun trattamento. Inoltre, le probabilità di metastasi sono stati tre volte inferiore per i pazienti in terapia fotodinamica. Altri vantaggi con WST11, sono solo problemi urinari risolvibili entro tre mesi, e senza significativi effetti collaterali.

Il trattamento fotodinamico è applicabile ai tumori della pelle, lesioni pre tumorali, acne e altre malattie infiammatorie ma potrebbe essere esteso in pazienti con tumore prostatico localizzato. I risultati sono sorprendenti e la notizia incoraggia gli uomini con cancro prostatico localizzato, offrendo un trattamento che può eliminare il tumore senza rimuovere o distruggere la ghiandola prostatica.

Fonte : Prostate cancer drug based on sea-bed bacteria brings complete remission for half of patients

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