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STRESS, INFIAMMAZIONE E PATOLOGIE

Ho voluto cominciare con questo articolo perché la prima cosa che si può fare per la nostra SALUTE è la PREVENZIONE e per farlo è importante l’INFORMAZIONE. Persone non informate pensano che sia quasi, se non del tutto, inutile fare prevenzione perché l’insorgere di una malattia sembra inevitabile. Persone molto più informate capiscono quanto sia importante fare prevenzione ma pensano sia un investimento economico che non vale la pena fare. Per fortuna ci sono persone che pensano che la prevenzione sia la miglior soluzione per diminuire l’incidenza di qualsiasi tipo di patologia e sia il miglior investimento da un punto di vista economico, in quanto, eviterebbe il grande carico economico per le cure e le assistenze, oltre ad alleviare il notevole carico emotivo che le malattie si portano dietro.

Per fare prevenzione, bisogna partire soprattutto dallo stress che è stato definito “il male del XXI secolo” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma altro non è che una risorsa preziosa per il nostro corpo in quanto per definizione lo stress è “la risposta non-specifica del corpo ad ogni domanda di cambiamento” (Hans Seyle, 1936). Ciò che ha portato alla trasformazione dello stress in un mostro purtroppo deriva dalle troppe fonti di stress che abbiamo ogni giorno, i ritmi frenetici, le cattivi abitudini alimentari e una pressione psicologica, a livello sociale, fortemente incidente sulle nuove generazioni.

Uno stress, soprattutto se prolungato, può attivare in vari modi una risposta eccessiva, cronica, o sbagliata, del sistema immunitario. Le cellule sotto stress rilasciano sostanze chimiche che possono portare a malattie infiammatorie e allergiche come la sindrome dell’intestino irritabile, l’asma, le allergie alimentari pericolose per la vita e le malattie autoimmuni.

Condizioni infiammatorie croniche presentano un rischio significativamente maggiore di neoplasie. Inoltre, molti tumori hanno un microambiente infiammatorio che è un promotore tumorale ben consolidato che contribuisce alla crescita del cancro, all’angiogenesi e alla resistenza all’apoptosi. L’ infiammazione si sincronizza con la rigenerazione dei tessuti per indurre i riarrangiamenti della sequenza del DNA. I tessuti cronicamente infiammati che si rigenerano continuamente hanno quindi un aumentato rischio di mutagenesi e trasformazione maligna. Inoltre, la rapida divisione delle cellule tumorali in un microambiente infiammatorio può anche acquisire mutazioni, che hanno dimostrato di contribuire alla resistenza ai farmaci e alla recidiva della malattia. Infine, la rigenerazione tissutale indotta dall’infiammazione sensibilizza i tessuti ai danni sul DNA causati da esposizioni ad inquinanti ambientali e chemioterapici.

Ci stiamo facendo sempre più male!

Questo è ciò che vorrei fare: sensibilizzare il lettore a una maggior prevenzione, a una maggior coscienza sociale e ad una maggior attenzione all’impronta ambientale che ognuno di noi lascia dietro di sé.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

  1. Grivennikov SI, Greten FR, Karin M. (2010) Immunity, inflammation, and cancer. Cell. 140: 883–99. 10.1016/j.cell.2010.01.025
  2. Kiraly O, Gong G, Olipitz W, Muthupalani S, Engelward BP. Inflammation-induced cell proliferation potentiates DNA damage-induced mutations in vivo. PLoS Genet. 2015;11(2): e1004901. Published 2015 Feb 3. doi:10.1371/journal.pgen.1004901
  3. http://www.fondazioneperlascienza.ch/news/i-legami-fra-psiche-e-infiammazioni-quando-lo-stress-ci-fa-ammalare/54468a2f8e6d7
  4. Pohl CS, Medland JE, Moeser AJ. Early-life stress origins of gastrointestinal disease: animal models, intestinal pathophysiology, and translational implications. Am J Physiol Gastrointest Liver Physiol. 2015;309(12):G927–G941. doi:10.1152/ajpgi.00206.2015
  5. https://sipnei.it/

Salute psicologica e rapporto col cibo: una relazione bidirezionale.

Salute psicologica e rapporto col cibo: una relazione bidirezionale.

Il rapporto tra cibo e salute mentale è bidirezionale: l’umore o lo stato psicologico può influenzare cosa e quanto si mangia, e mangiare influenza l’umore e il benessere psicologico.

“Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo”.
Ippocrate è stato il primo a suggerire il potere curativo del cibo, tuttavia è solo a partire dal medioevo che lo si considera come uno strumento per modificare temperamento e umore. Oggi si riconosce l’influenza del cibo sull’umore e il fatto che quest’ultimo condizioni le nostre scelte alimentari. È interessante notare che l’influenza del cibo sull’umore sembra essere in parte correlata agli atteggiamenti nei confronti di particolari alimenti. Il rapporto ambivalente con il cibo, ovvero il desiderio di gustarlo ma la consapevolezza che comporta un aumento di peso, è un contrasto vissuto da molti. Persone a dieta, individui che si impongono particolari restrizioni e alcune donne segnalano di sentirsi in colpa perché ritengono di non mangiare quello che dovrebbero (1). Inoltre, il tentativo di limitare l’assunzione di particolari cibi può aumentare il desiderio nei loro confronti, portando a impulsi irresistibili o “voglie”. Questi impulsi sembrano essere più comuni tra le donne rispetto agli uomini e la loro intensità pare particolarmente influenzata dall’umore triste. L’incidenza delle voglie alimentari sembra essere più comune nella fase premestruale, un periodo in cui aumenta l’assunzione di cibo e parallelamente si modifica il metabolismo basale (2). Di conseguenza, umore e stress possono influenzare il comportamento alla base delle scelte alimentari e forse anche le risposte a breve e lungo termine all’intervento sulla dieta alimentare.

Stress
Lo stress è una caratteristica comune della vita moderna e può modificare i comportamenti che riguardano la salute, come l’attività fisica, il fumo o le scelte alimentari. L’influenza dello stress sulle scelte alimentari è complessa, soprattutto se si considerano i diversi tipi di stress a cui può essere soggetta una persona. L’effetto dello stress sul consumo alimentare dipende dall’individuo, dalla causa e dalle circostanze. In generale, quando le persone si sentono stressate, rispetto al solito alcune mangiano di più e altre di meno (3) E’ stato osservato da studi effettuati, che i mangiatori emotivi e stressati mangiano più cibi dolci ad alto contenuto di grassi e un pasto con più alta densità energetica rispetto ai mangiatori non stressati e non emotivi(4).In ambito di comportamenti e scelte alimentari, i meccanismi suggeriti alla base dei cambiamenti determinati dallo stress includono differenze motivazionali (minore preoccupazione nei confronti del controllo del peso), cambiamenti psicologici (minore appetito a causa dei processi associati allo stress) e cambiamenti pratici che riguardano le
opportunità in cui si consumano alimenti, la disponibilità del cibo e la preparazione dei pasti. Gli
studi suggeriscono anche che se lo stress da lavoro è prolungato o frequente, potrebbero verificarsi
cambiamenti negativi sulla dieta, incrementando la possibilità di aumento di peso e, di conseguenza,
di rischio cardiovascolare (5). Questo perché, lo stress causa disordini al livello dell’asse ipotalamoipofisi-
surrene (HPA), sistema che regola sia la risposta allo stress che l’ingestione del cibo. E la
risposta è diversa a seconda del tipo di stress. Lo stress cronico, specialmente quando le persone
hanno a disposizione una vasta scelta di alimenti appetitosi, induce la stimolazione di HPA ,
produzione in eccesso di glucocorticoidi, insulino- resistenza, accumulo di trigliceridi, e quindi di
grasso viscerale. Per questo lo stress può essere dunque un patway per l’obesità . La risposta del corpo
allo stress è un fenomeno adattativo. L’organismo umano affronta o sopporta le difficoltà (stressor),
procurando l’energia necessaria tramite un processo naturale, la reazione o risposta di stress,
paragonabile a un innato meccanismo di adattamento che consente di adeguare le reazioni individuali
all’imprevedibile variare delle circostanze. E’ dunque un meccanismo difensivo con cui l’organismo
si sforza di superare le difficoltà per poi tornare, al più presto possibile, al suo normale equilibrio
operativo (omeostasi) . La risposta di stress è un insieme di reazioni a catena che coinvolgono
innanzitutto il sistema nervoso,il sistema endocrino e il sistema immunitario agendo di conseguenza su tutto l’organismo (7).Si tratta di sistemi che operano in stretta interdipendenza, come la psiconeuroendocrinoimmunologia ha dimostrato, sotto il controllo del sistema nervoso centrale.Determinante pare essere l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA); mentre in condizioni di non stress l’attività dell’asse HPA è organizzata in oscillazioni periodiche regolari, in condizioni di stress si verifica un’ulteriore attivazione del sistema, in particolare, nella fase di resistenza della reazione di stress.Lo scopo di tutti questi cambiamenti è uno solo: mettere l’individuo nella migliore “condizione di combattimento o fuga”. Tuttavia lo stress eccessivo o cronico può innescare o
esacerbare una grande varietà di malattie e disturbi, tra cui disturbi dell’umore come disturbo post
traumatico da stress, ansia e depressione (8). Lo stress, sia stress lieve acuto o stress cronico
prolungato, può anche influenzare il nostro appetito, cioè sia la qualità che la quantità di quello che
mangiamo.
Pertanto si può affermare che il mangiare indotto da stress può essere un fattore che contribuisce allo
sviluppo di obesità. Infatti lo stress cronico sembra essere associato con una maggiore preferenza per
i cibi energetici, vale a dire quelli che sono ad alto contenuto di zuccheri e grassi. Subito dopo un
evento stressante, vi è un rilascio di CRH che media lo stop all’ingestione di cibo. Questo si verifica
perchè permette al corpo di dare la priorità al comportamento di lotta o fuga per affrontare l’evento
stressante, e mettendo quindi in secondo piano la necessità di assumere cibo. Nelle ore che seguono,
poi, si presenta una stimolazione glucocorticoide-mediata che va a influenzare la fame e quindi
l’ingestione di cibo. Nel caso di stress psicologico cronico, il livello sempre alto di glucocorticoidi
può andare cronicamente a stimolare il food intake e causare quindi eccessiva assunzione di cibo. In
particolare, lo stress può aumentare la propensione a mangiare cibo ad alto contenuto calorico
“appetibile” attraverso la sua interazione con i percorsi di ricompensa centrali. Questo, anche perchè
lo stress, cosi come il cibo appetibile, è in grado di stimolare il rilascio endogeno di oppioidi,i quali
a loro volta fanno parte del potente meccanismo di difesa dallo stress,in quanto determinano una
soppressione dell’attività dell’asse HPA attenuando cosi la risposta allo stress.Inoltre attraverso vari
studi effettuati(9)comparando gli effetti dello stress su mangiatori trattenuti e mangiatori non
trattenuti, si è osservata una significante influenza dello stress sull’assunzione del cibo, caratterizzata
da una risposta iperfagica, nei soggetti con restrizioni alimentari. I soggetti in restrizione alimentare
tendono ad aumentare, mentre quelli che non sono in restrizione alimentare, a diminuire, l’assunzione
di cibo quando stressati. E da studi recenti è emerso che i soggetti con restrizioni alimentari sotto
stress consumano più patatine fritte, rispetto a quelli che non sono sotto stress(10).Pertanto i dati
comportamentali e fisiologici di questi studi suggeriscono che mangiare in modo contenuto puo’
essere un fattore di rischio per la vulnerabilità nell’aumento del peso . Una varietà di perturbazioni
stressanti (es. carichi cognitivi non minacciosi) hanno dimostrato di suscitare una maggiore
assunzione nei soggetti con restrizioni alimentari. Mentre l’effetto negativo creato da manipolazioni
utilizzate per creare lo stress (film horror, fallimento di un’azione) non sembra essere sufficiente per
provocare un eccesso nel mangiare.
BIBLIOGRAFIA:
1) (Dewberry & Ussher 1994).
2) 10(Dye&Blundell1997).
3) (Oliver & Wardle 1999).
4) SJ Torres, CA Nowson – Nutrition, 2007 – Elsevier
5) Wardle et al. 2000.13 www.giovannicchetta.it reazione da stress
6) (McEwen, 2008).
7) 15 MR Lowe, TVE Kral – Appetite, 2006 – Elsevier.
8) JR Shapiro, DA Anderson – Eating behaviors, 2005 – Elsevier.
9) (Stubbs et al. 1996).
10) (Steiner 1977).

Sorprendente processo fisiologico e “salva vita”: l’autofagia

L’autofagia, termine derivata dal greco “mangiare sé stesso”, è un processo fisiologico degradativo cellulare.  Questo sistema cosi sofisticato di “auto-alimentazione” è conservato nell’evoluzione, sia come sistema di rinnovamento intracellulare sia per la patogenesi delle malattie.

Tutti gli organismi viventi sono soggetti a continui rinnovamenti. Le cellule e le componenti intracellulari sono costantemente rimodellate e riciclate. Questo processo avviene, in parte, al fine di sostituire vecchi componenti con nuovi di migliore qualità. Tale ” ristrutturazione cellulare ” richiede la sintesi di nuovi componenti ma anche degrado di materiali preesistenti, che possono servire come “mattoni di costruzione”. Difatti, l’autofagia è un termine generico per tutti i percorsi attraverso cui il citoplasma e i suoi materiali vengono veicolati al lisosoma nelle cellule animali o al vacuolo nelle cellule vegetali e di lievito.

L’autofagia ha un ruolo centrale nel mantenere l’omeostasi cellulare e l’equilibrio tra sintesi e degradazione delle componenti cellulari. Difatti la sua funzione è quella di riciclare le componenti cellulari, sia per la normale omeostasi, sia per garantire la sopravvivenza della cellula in condizioni di stress. Attraverso l’autofagia possono essere eliminati lipidi, acidi nucleici, proteine, e strutture macromolecolari come aggregati proteici o interi organuli ed è essenziale nel rimuovere e distruggere virus e batteri che si sono intrufolati nel materiale cellulare. Inoltre essendo la sua capacità degradativa illimitata, eliminando organelli e proteine danneggiati, le cellule contrastano anche il loro invecchiamento.

Grazie allo sviluppo di sofisticati strumenti di ricerca, Il biologo giapponese Yoshinori Ohsumi, insignito del Nobel per la Medicina 2016, è riuscito a osservare i dettagli di questo processo nel lievito usato per fare il pane.

L’autofagia è attiva e svolge un ruolo fondamentale in tutte le fasi della vita, dall’embrione alla senescenza e se si svolge in maniera deregolata, si sviluppano patologie quali il cancro, malattie autoimmuni sistemiche, infettive, muscolari, neurodegenerative etc. L’autofagia, è un meccanismo omeostatico essenziale anche per i nostri preziosi neuroni.

Nonostante l’autofagia sia un processo fisiologico per la cellula, affinché inizi è necessario uno stimolo. Tra i vari segnali che sono in grado di regolare l’autofagia ci sono la carenza di nutrienti, di fattori di crescita, stress di varia natura come patogeni o determinati composti chimici, etc.

Negli ultimi dieci anni, l’autofagia ed il suo ruolo nell’immunità è cresciuto costantemente. Ulteriori studi sono in corso per comprendere il legame tra autofagia e infiammazione e le inevitabili sovrapposizioni con le funzioni metaboliche e di controllo della sua qualità. Per il momento, gli scienziati esaminando come essa influenza questi processi sono arrivati alla conclusione che mentre l’autofagia ha una capacità benefica di inibire l’infiammazione spontanea / endogena, la sua disregolazione sotto forma di attivazione persistente ma potenzialmente inefficiente può portare a patologie e contribuire a esiti dannosi.

Esprimendo in modo più diretto l’importanza dell’autofagia, basti immaginare che attraverso essa, le nostre cellule si rinnovano, si auto riciclano e i risvolti positivi che si hanno a livello sistemico, fisico e mentale, sono elevatissimi. Le nostre cellule si rigenerano e, sapendo, oramai, che ogni nostra singola cellula ha il suo orologio biologico interno, se non diamo al nostro organismo “tempo” per rilassarsi, se ogni tanto non gli diamo una “scossa” o non lo resettiamo (tramite l’autofagia), prima o poi “impazzirà”. È come fare un reset al nostro smartphone!!!

Come possiamo attivare tale processo? Ecco che in un regime di iperalimentazione che domina l’era odierna, entra in gioco la pratica del digiuno e / o del digiuno intermittente, mima-digiuno etc. Il messaggio comune che arriva è “non si mangia” ed è dannoso. In realtà non è esatta come definizione. Recenti studi dimostrano quanto le nostre cellule traggono beneficio da questa pratica, che attiva questo sofisticato e finemente regolato processo, l’autofagia. I suddetti protocolli, sono stati considerati come possibili induttori di aumento di % di casi di disturbi del comportamento alimentare (DCA). Purtroppo l’informazione sbagliata, unita alla poca collaborazione da parte di figure esperte, porta a non fidarsi e a seguire i dettami fai da te. Ancora, il non farsi seguire da un esperto, non solo quando si è arrivati già ad uno stato di malattia, ma per perseverare il nostro stato di salute, delle nostre cellule, per evitare che si raggiunga lo stato di malattia.

Numerosi studi dimostrano effetti benefici su diversi tipi di patologie, quali malattie neurodegenerative, autoimmuni (i.e. psoriasi), depressione, malati epilettici farmaco resistenti, nella prevenzione e cura adiuvante oncologica, ovviamente tutti strettamente seguiti da esperti nel campo. Ulteriori recenti ed interessanti studi correlano un non corretto funzionamento dell’autofagia con l’accumulo di proteine aggregate, dunque sviluppo di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. La futura comprensione di questi ed altri meccanismi alla base di tale sofisticato e sorprendente processo, potrebbe fornire un ulteriore crescita per lo studio e per lo sviluppo di nuove terapie per trattare tali patologie ma non solo.

Riferimenti bibliografici

[1] Stavoe, A.K.H., Neuroscience Letters (2018), https://doi.org/10.1016/j.neulet.2018.03.025

[2] Vojo Deretic & Daniel J. Klionsky (2018) Autophagy and inflammation: A special review issue, Autophagy, 14:2, 179-180, DOI: 10.1080/15548627.2017.1412229

[3]L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

[4] L. Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita

[5]  Mizushima N, Komatsu M. Autophagy: renovation of cells and tissues. Cell. 2011; 147: 728-741.

 

Il cortisolo: un piccolo ormone che può scombussolare la nostra vita

Il cortisolo è un ormone coinvolto nella reazione di stress e nelle situazioni di emergenza dove è importante avere energia di pronto utilizzo (zuccheri) a disposizione per “attaccare o scappare”, una sostanza la cui azione presenta numerosi aspetti negativi per il benessere e la salute:

  • riduce le capacità fisiche portando a stanchezza e iperinsulinemia;
  • favorisce la ritenzione idrica;
  • favorisce l’accumulo del grasso,

Tutte queste situazioni non sono adeguate in qualsiasi situazione, ma soprattutto quando abbiamo deciso di seguire una dieta. Questo perché i livelli di cortisolo eccessivamente elevati possono portare ad un  mancato dimagrimento o ad ingrassare.

Il cortisolo ha inoltre un ritmo circadiano, cioè durante il giorno, dove è più alto al mattino e scende progressivamente  verso sera.

Questo ormone serve ad alzare la glicemia, per cui l’assunzione di carboidrati tende a limitare la sua produzione, per questo, come accennato prima, è importante fare una  buona colazione con i giusti carboidrati a basso indice glicemico cioè ricchi di fibre perché un repentino ed eccessivo innalzamento della glicemia tende a causare successivamente un’ipoglicemia reattiva, dovuta all’eccessiva stimolazione dell’insulina che dà inizio ad una nuova produzione di cortisolo.

Durante i periodi di stress cronico, come quando si segue una dieta stretta, il cortisolo si alza e manda il segnale alle cellule adipose facendo loro accumulare più grasso possibile. È una sorta di adattamento finalizzato a conservare il grasso per garantire la sopravvivenza.

Infatti lo stress e l’aumento del cortisolo possono impedire il calo di peso e favorire l’accumulo di grasso a livello addominale aumentando il rischio cardiovascolare e la resistenza insulinica.

Cosa fare allora?

Dovremmo seguire uno stile di vita regolare dormendo almeno 8 ore a notte, evitando di invertire i ritmi circadiani (scambiare il giorno con a notte), riposare almeno 30 minuti il pomeriggio.

Dovremmo anche seguire un stile alimentare regolare mangiando almeno ogni 3 ore per evitare l’ipoglicemia, non assumere carboidrati ad elevato indice glicemico (come dolci, prodotti panificati, bevande zuccherate…) perché in questo modo viene stimolato il rilascio di più insulina la quale stimola le cellule ad assorbire zuccheri, fare sempre una buona colazione, non digiunare, non mangiare grasso, bere almeno 2 litri di acqua al giorno….

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Farmaci e doping nello sport di Nicola Sacchi. 2012
L’ACCADEMIA DEL FITNESS – Wellness & Anti-aging magazine – luglio 2011

Biodiversità del microbiota e malattie autoimmuni: occidente a rischio

Lo stile di vita dei paesi occidentali, in associazione agli schemi dietetici ad esso relativi, ovvero, ad alto contenuto di grassi saturi, zuccheri ed eccesso di sodio, promuove l’insorgenza di patologie cardiovascolari ed obesità , ma recentemente sembra che rivesta un ruolo anche nell’eziopatogenesi di malattie autoimmuni (1).

A supporto di questa ipotesi, uno studio italiano del 2010 ha comparato il microbioma fecale di un gruppo di bambini italiani dell’area di Firenze, a quello di un gruppo di bambini del villaggio rurale di Boulpon in Burkina Faso. I ricercatori hanno trovato differenze significative tra i due gruppi: nei campioni fecali dei bambini africani, esempio di un’alimentazione rurale e ricca di fibre, è stata riscontrata una maggiore biodiversità  batterica e correlata ad una maggiore quantità di SCFA (acidi grassi a corta catena). Essi sembrano preservare la salute gastrointestinale, prevenendo sia la colonizzazione da parte di batteri patogeni, sia lo stato di infiammazione locale, causa di vari disturbi come le malattie  infiammatorie autoimmuni intestinali (Morbo di Chron e Colite Ulcerosa), intolleranze ed allergie, la cui prevalenza è maggiore nei bambini occidentali, la cui alimentazione è più ricca di zuccheri semplici e cibi raffinati (2).

Molte patologie sono state associate alla disbiosi, dalla celiachia, al diabete di tipo I o alla malattia di Parkinson, determinando uno stato di infiammazione, in cui il microbiota si comporta in modo anomalo a causa di un’alterazione nella sua composizione, oppure per un cambiamento delle attività  metaboliche, una condizione sicuramente influenzata dall’ecosistema gastrointestinale, strettamente correlato alle abitudini alimentari ed allo stress psicologico (3).

L’omeostasi intestinale è mantenuta attraverso un sistema che prevede il controllo e l’equilibrio tra cellule potenzialmente infiammatorie, che includono Th1 e Th17 e cellule potenzialmente antiinfiammatorie come i linfociti T regolatori. A seconda della predominanza di una specie batterica rispetto ad un’altra, si avrà  un accumulo di molecole proinfiammatorie o antiinfiammatorie e questo sottile equilibrio può influenzare la risposta della mucosa ai fattori di stress. L’influenza della flora batterica si estende ben oltre la lamina propria dell’intestino, infatti, la stessa proliferazione delle cellule T è guidata dal microbiota: i Th17 possono oltrepassare la barriera intestinale ed esacerbare alcune patologie autoimmuni come l’artrite o l’encefalomielite, favorendo una diffusione dello stato infiammatorio. Risulta così avvalorata l’ipotesi dell’intestino come cervello metabolico, in cui un’alterata composizione del microbiota può risultare in una infiammazione silente generalizzata (4).

Ma il microbiota può assumere anche un ruolo protettivo: la diversità  microbica aumenta l’esposizione a diversi antigeni e diverse molecole che, stimolando l’immunità  innata, preservano l’individuo dall’insorgenza di allergie alimentari o rinitiche, ponendo l’attenzione sull’aumentata igiene dei paesi industrializzati che sembra aver ridotto il ruolo protettivo dovuto all’esposizione di vari microrganismi e molecole.

La dieta occidentale si caratterizza per monotematicità  e per un apporto esagerato di energia, espressa in Kcal, di zuccheri semplici e per un rapporto omega6/omega3 sbilanciato a favore degli acidi grassi polinsaturi proinfiammatori. Questa condizione potrebbe sfociare nella malnutrizione e nelle conseguenze ad essa correlate, come la diminuita biodiversità  del microbiota intestinale, soprattutto per lo scarso apporto di fibra e per lo stato di infiammazione generale, caratteristiche tipiche dell’obesità , favorendo la sindrome metabolica e le patologie cardiovascolari (9).

Modulare l’alimentazione perchè ne benefici il sistema gastrointestinale, attraverso la selezione di alimenti che favoriscono una flora intestinale in equilibrio con l’ospite, è fondamentale per prevenire l’insorgenza di tutte le patologie sopraelencate e per farlo, si potrebbe ricorrere ad un aumentato apporto di prebiotici ed alla somministrazione di probiotici.

  1. Role of Western Diet in Inflammatory Autoimmune diseases” Manzel et al. Curr Allergy Asthma Rep (2014) 14:404
  2. Impact of diet in shaping gut microbiota revealed by a comparative study in children from Europe and rural Africa” De Filippo et al. PNAS Early Edition, June 2010.
  3. Reduced diversity of faecal microbiota in Crohn’s disease revealed by a metagenomics approach” Manichanh C. et al., Gut 55(2): 205-211, 2006.
  4. Interaction between the microbiota and the immune system” 2012 Jun 8;336(6086):1268-73. doi: 10.1126/science.1223490. Epub 2012 Jun 6
  5. Human nutrition, the gut microbiome and the immune system” Kau et al., Nature, 2011 Jun Vol 474: 327-336. doi: 10.1038/nature 10213.

Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita

Il cambiamento non ha età! Se fino ad oggi si pensava che i comportamenti, le attitudini di una persona non potessero cambiare, ora potremmo quasi affermare che non è cosi. Grazie ai risultati di studi recentissimi, si aprirà l’orizzonte e probabilmente, speriamo, anche i pensieri “stereotipati dell’essere umano”.

Il cervello è capace di un rimarcabile rimodellamento (plasticità) in risposta alle esperienze. Eravamo a conoscenza di ciò, quello che però non sapevamo è che questa eccellente plasticità in risposta alle esperienze dura tutta la vita. Sapevamo che l’apprendimento non ha età, e ci sono studi a riguardo che dimostrano quanto l’impegno intellettuale, sociale e fisico possa prevenire malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e / o ritardarne i disastrosi danni.  Non sapevamo però che anche la personalità non ha età. Studi recenti hanno dimostrato, inoltre, per quanto riguarda questo tipo di  demenza , ma non solo,  ci sono altri studi che dimostrano che il discorso vale anche nella maggior parte delle patologie, quanto il cibo, l’ambiente, dunque l’epigenetica, possa influenzare la predisposizione e / o la progressione di tali patologie. Ma non sapevamo sperimentalmente che anche la personalità viene modulata realmente dall’epigenetica.

Gli autori di questo elaborato spettacolare, descrivono che i segnali provenienti dall’ambiente possono causare adattamenti sia diffusi che localizzati. A livello delle singole cellule, descrivono gli autori, la struttura e la funzione cambiano continuamente con l’ambiente danzando per tutta la vita in una “danza plastica”. Inoltre alcune esperienze, come lo stress o l’esercizio fisico, influenzano la crescita, la sopravvivenza e il destino dei neuroni neonatali registrando tale informazioni e trasmettendola alle cellule figlie. Sostengono, dunque, che il nostro misterioso cervello, sia popolato da altri tipi cellulari che solo ora, e dopo più di 10 anni di studi e sinergie di conoscenze, grazie a strumenti di ultima generazione sono riusciti ad identificare.

In questi trattati si parla di diversità neuronale. Tale diversificazione potrebbe aiutare a spiegare l’origine della personalità degli esseri umani e le variazioni comportamentali negli altri animali. Aneddoticamente, i fratelli, ed anche i gemelli monozigoti, condividendo ambienti e geni hanno comportamenti, attitudini e personalità molto differenti anche in tenera età. Che l’epigenetica influenzasse, ad esempio, lo sviluppo o meno di patologie in gemelli monozigoti si sapeva. Inoltre, conosciamo benissimo che le turbe nervose premestruali della donna, gli stati psicogeni che a volte la vede protagonista, siano dovute alle fluttuazioni ormonali. Ma alle mie attuali conoscenze non si conosceva “scientificamente” che effettivamente, l’epigenetica, abbia un’influenza anche sulla personalità di ogni individuo ed il potere di poterla cambiare. L’osservazione logica che mi viene in mente è l’aneddoto di come sia il fisico,  che la personalità, dunque il nostro corpo cambi, si trasformi, in male, in seguito ad un trauma, ad un forte dolore, che sia fisico o psichico, sono tutti fattori “stress”. Tutti noi sappiamo bene quanto i segni di un lutto, ad esempio, possano essere marcati sul nostro viso. Ma la trasformazione fisica o caratteriale può avvenire anche in bene, e anch’essa è “somaticamente” evidente : lo  notiamo  subito quando una persona è felice, lo si legge negli occhi, nello spirito, nel corpo.

Questi illuminati studi, realizzati utilizzando varie tecniche, hanno evidenziato variazioni a livello genomico, epigenomico, transcriptomico e posttrascriptomico. Tali differenze possono verificarsi in tutte le fasi dello sviluppo e sin anche nell’età adulta. I ricercatori precisano però: “nel caso di cambiamenti genetici che vengono trasmessi alle cellule figlie, lo stadio in cui si verificano tali mutazioni detta la loro frequenza nel cervello”. Dunque, se è vero ciò, più epigeneticamente sei predisposto a determinate situazioni in giovane età, più aumenta la probabilità che tutte le cellule neuronali subiscano tale “plasticità”, modificazione. Allora la suddetta domanda sorge spontanea: cosa pensare del caso preoccupante dei bambini / e che vengono istruiti al male e alla guerra? Da grandi non avranno altri valori che portare morte e distruzione? Ebbene si! Questi studi, però, ci accendono un barlume di speranza in quanto potrebbero rivoluzionare il mondo in tutti i campi di applicazione, e con la giusta modificazione, “manipolazione epigenetica” (superba espressione coniata da un docente e dottore brillante, l’originale è “manipolazione nutrizionale”) tutto ciò potrebbe essere evitato se agissimo in tempo, sinonimo di prevenzione.

Fino ad ora pensavamo che il carattere di una persona non fosse possibile cambiarlo. Il suddetto studio, sconvolge questo pensiero, in quanto la flessibilità neuronale si può avere anche da adulto. Dunque possiamo esclamare, che come l’apprendimento anche il cambiamento non ha età. Ricordiamo, inoltre, quanto il cambiamento, anche alimentare, possa influenzare il verificarsi di determinate patologie, questo lo sapevamo. Adesso prendiamo coscienza che anche la propensione a determinati comportamenti, possano essere dettati, modificati ed armonizzati. Dunque l’espressione usata nel gergo campano “chi nasce rotondo non può morire quadrato” potrà essere rivoluzionata.

Inoltre, tali risultati potrebbero essere la svolta per gli studi sulle malattie complesse, in quanto, gli specialisti potrebbero utilizzare un tale riferimento per colmare il divario tra l’identificazione dei geni associati alla malattia e le conseguenze funzionali di tali geni. Difatti i ricercatori, in altri elaborati, combinando i risultati ottenuti con il profilo delle singole cellule e gli elenchi dei genomi associati alle malattie, sono riusciti a classificare i tipi di cellule come “altamente vulnerabili” per un dato disordine. Ulteriori chiarimenti sulla diversità del tipo cellulare ed i driver delle differenze individuali negli stadi cellulari, indubbiamente porteranno ad una migliore e grande comprensione “dell’induttore”, che è alla base delle variazioni nei circuiti neurali tra gli individui, dunque della “personalità”, che potrebbe modulare il cambiamento. se prendiamo in esame tutte queste sottilissime e fine variazioni da cellule a cellule, risulta evidente quanto il numero dei diversi tipi cellulari sia maggiore di quanto mai immaginato prima.  In particolare, visto tale diversità genetica, molecolare e morfologica, le cellule cerebrali potrebbero essere uniche proprio come le persone a cui appartengono e alla base delle  funzioni cognitive elevate ed ineguagliabili dell’essere umano che ci distingue dalle altre specie.

Apriamoci, dunque, alle nuove scoperte, non lasciamo vincere le credenze stereotipate che abbiamo. Vi lascio dei spunti di riflessione: l’aumento esponenziale di psicopatici, maniaci, serial killer, etc, non può andar di pari passo con l’inquinamento ambientale, l’aumento dei fast food e del cibo spazzatura , giusto per citarne qualcuno? Ed anche i bambini che soffrono della sindrome da iperattività (ADHD), non potrebbe essere correlato ai suddetti “geni altamente vulnerabili” per un dato disordine, anche e soprattutto all’epigenetica, dunque, al cibo spazzatura che consuma, all’ambiente nel quale vive in tutte le sue forme? Nomino il cibo in particolare, visto che oramai è assodato che è uno dei principali protagonisti in grado di influenzare gli ormoni, i nostri geni, lo sviluppo o meno di patologie ed ora, grazie al suddetto studio, sappiamo anche la nostra personalità.

Viviamo con credenze stereotipate. Qualche esempio. Non perché siamo nati e cresciuti credendo che senza bere latte avremmo avuto l’osteoporosi e rinforzato le ossa, dobbiamo continuare a farlo. Oggi si sa, che il latte è un potente induttore di tali patologie e non solo! Le attuali “rivoluzioni nutrizionali” dei protocolli di digiuno o simil digiuno, stanno avendo delle critiche in quanto classificati come induttori di possibile aumento di disturbi del comportamento alimentare (DCA). Ebbene, non sono d’accordo. La mal informazione, la facilità di ottenere tali protocolli nelle palestre sui social, non fa altro che aumentare i dettami fai da te e questo, molto probabilmente, potrebbe far aumentare tale percentuale. Anche 20 anni fa, il promuovere di diete solo frutta e verdura, su giornali letti e diffusi tra le adolescenti, ha provocato degli aumenti di casi di DCA in ragazze / i che probabilmente appartengono a quella categoria di “geni altamente vulnerabili” anch’essi per un determinato disordine. 20 anni fa, questi dettami fai da te, adesso la diffusione delle pratiche del digiuno in tutte le sue forme. Ebbene, entrambi hanno i loro poteri “salva vita” se passa la giusta informazione, che è proprio ciò che manca. L’uso improprio o il “criticarli” può far arrivare male il messaggio a casa, riguardo tali protocolli che invece hanno salvato e salvano vite.

Purtroppo,  uno dei problemi più grandi della nostra società è indirizzare i cittadini verso siti e specialisti affidabili. A questo proposito, sarebbe necessario aumentare i controlli sulla veridicità dei diplomi di laurea o di competenze specifiche. Oggigiorno assistiamo ad una e vera frode in tutti i sensi. Non solo a livello alimentare in quanto ci nutriamo di alimenti di origine vegetale “sterili” e quelli di origine animali ricchi di ormoni ed antibiotici, ma anche frode a livello “salutare”. Ci affidiamo a figure mediche, che non sono realmente tali o che addirittura sono dei psicopatici che violentano uomini e donne durante l’anestesia ed altro. Un recente e crudo report del programma televisivo “Le Iene”, ha descritto questa orribile tragedia che ci vede protagonisti. Alla luce di queste evidenze, di questi studi, “proni al cambiamento”, urge l’importanza di cercare di armonizzare quest’ira di determinati soggetti, non solo con, ad esempio, il carcere, non basta. Senza un “direttore d’orchestra”, quali l’epigenetica, senza modellare quei geni, potrebbe solo non far altro che peggiorare. L’importanza di cure psicologiche ed alimentare sarebbero ineludibili, oltre che, chiaramente, la reclusione.

Adesso che prendiamo coscienza che le nostre cellule somatiche neuronali non sono stereotipate, apriamo la mente e rendiamo flessibili e plastici i nostri pensieri (come lo sono, appunto, le nostre meravigliose cellule nervose) a queste conoscenze “nuove” non solo nel campo nutrizionale, ma in tutto. Prima si sapeva e per anni si pensava che la terra fosse piatta e che il sole ci girasse intorno. Grazie ad ulteriori scoperte brillanti e rivoluzionarie sappiamo che è l’esatto opposto e che la terra è “rotonda”.

Tutti questi avanzamenti di conoscenze, come quella che vi ho riportato in questo breve report,  ci suggeriscono l’ esistenza di differenze neuronali e che tali diversità possano contribuire alla personalità ed alle differenze di determinati comportamenti tra individui, così come a vari disturbi neurologici o psichiatrici. I suddetti studi, apriranno senza dubbio la porta a soluzioni concrete. Ulteriori approfondimenti serviranno per catalogare ogni tipo di cellula nel nostro meraviglioso encefalo e capire come le differenze tra di esse possano essere alla base della variazione delle funzioni neuronali. Notiamo, però che il denominatore comune è sempre lui, il “direttore d’orchestra”, il coreografo, il nostro destino: l’epigenetica!

The Brain, il nostro cervello, “il riflesso dell’universo”, cosi lo descrisse Cajal nel 1906, è plastico, flessibile ed ora sappiamo “in espansione” proprio come il cosmo. Aveva proprio ragione!

Riferimenti bibliografici:

Sara B. Linker,Tracy A. Bedrosian,Fred H. Gage. Advancing Techniques Reveal the Brain’s Impressive Diversity. The Scientist Magazine. November 1, 2017

Conte, Andrea et al. High mobility group A1 protein modulates autophagy in cancer cells. Cell Death And Differentiation, August 2017. http://dx.doi.org/10.1038/cdd.2017.117. Original Paper https://www.nature.com/articles/cdd2017117#supplementary-information

Antonio Rapacciuolo, Pasquale Perrone Filardi, Rosario Cuomo, et al., “The Impact of Social and Cultural Engagement and Dieting on Well-Being and Resilience in a Group of Residents in the Metropolitan Area of Naples,” Journal of Aging Research, vol. 2016, Article ID 4768420, 11 pages, 2016. doi:10.1155/2016/4768420

N.G. Skene, S.G.N. Grant, “Identification of vulnerable cell types in major brain disorders using single cell transcriptomes and expression weighted cell type enrichment,” Front Neurosci, doi:10.3389/fnins.2016.00016, 2016