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PROTEINE: AMICHE O NEMICHE DELL’UOMO? SCOPRIAMOLE INSIEME…

Le Proteine

Le proteine sono macromolecole biologiche costituite da una serie ripetuta di amminoacidi. Infatti tutti gli amminoacidi presentano una struttura base costituita da un carbonio-α il quale lega un atomo di idrogeno, il carbonio del gruppo carbossilico e l’azoto del gruppo aminico. Ciò che differenzia i diversi amminoacidi è la catena laterale R. Gli amminoacidi possono unirsi tra di loro  mediante legame peptidico, l’ossigeno del gruppo carbossilico di un amminoacido lega l’azoto del gruppo amminico dell’altro amminoacido con l’eliminazione di una molecola di acqua, formando, così, le proteine.

Gli amminoacidi noti sono 20 e solo 8 sono essenziali cioè devono essere introdotti con gli alimenti poichè l’organismo non li sintetizza. Per quanto riguarda gli altri 12 il corpo riesce a produrli in maniera autonoma così da garantire la sintesi proteica.

La qualità dell’alimento proteico, infatti, dipende dal suo profilo amminoacidico. In effetti, le migliori fonti proteiche ​​contengono tutti gli amminoacidi essenziali e quindi sono alimenti con alto valore biologico mentre quelli con basso valore biologico presentano scarse quantità di tali amminoacidi. Per esempio le proteine di origine ​​animale come carne, pesce, uova o latte sono di alto valore biologico in confronto a quelle vegetali come legumi, cereali, tofu, frutta secca ecc. Però, in un piano dietetico, è fondamentale la presenza di entrambi i tipi di proteine.

Le Funzioni delle Proteine

Le proteine ​​sono  essenziali per la vita dell’uomo, infatti svolgono una svariata serie di funzioni.

La più nota è sicuramente la funzione plastica cioè partecipano alla costituzione delle diverse strutture dell’organismo come ad esempio i muscoli o organi, favorendone sia la crescita sia la riparazione dei tessuti in caso di danni. Inoltre svolgono funzione regolatrice perché sono precursori di enzimi metabolici e di ormoni che regolano e mantengono l’ omeostasi dell’organismo, in aggiunta a questo le proteine fungono da trasportatori, ad esempio  l’emoglobina trasporta ossigeno, i citocromi trasportano elettroni, le lipoproteine trasportano lipidi, l’albumina lega e trasporta numerose sostanze nel plasma, oltre ad essere importante per la regolazione della pressione oncotica.

Per di più, molte proteine fungono da recettore cioè dopo il legame con con il proprio ligando inducono una risposta biologica. In aggiunta a tutto ciò, per chi non lo sapesse, anche gli anticorpi sono proteine, infatti le immunoglobuline sono importanti per la giusta funzione del sistema immunitaria. Per non dimenticare l’importanza di Actina e Miosina che sono proteine essenziali per la contrazione muscolare. Per ultima ma non meno importante, la funzione energetica, infatti in alcuni casi, quando le riserve di glicogeno  e di grassi sono esaurite, l’organismo utilizza gli amminoacidi trasformandoli in glucosio per produrre energia.

Il Fabbisogno Proteico                  

Il fabbisogno proteico indica la quantità di proteine di cui l’uomo ha bisogno per compensarne la perdita giornaliera dei diversi tessuti, così da mantenere in equilibrio il bilancio azotato. Questo dato è ottenuto sottraendo l’azoto perso con le feci, le urine e il sudore da quello  introdotto dalle proteine con gli alimenti. Quindi conoscendo i grammi di azoto presenti nelle proteine, 100 gr di proteine contengono circa 16 gr di azoto, e conoscendo i gr delle proteine o azoto negli alimenti con dei semplici calcoli possiamo ottenere i gr di azoto o proteine presenti in quel alimento.

Quando il bilancio è positivo, cioè l’azoto introdotto è più alto di quello eliminato il nostro organismo riesce ad avviare la sintesi proteica, invece quando è negativo prevale la fase di degradazione del tessuto proteico e muscolare.

Quante proteine possiamo assumere?

Una volta capito questo concetto, possiamo dire quante proteine può assumere l’uomo. L’assunzione giornaliera di proteine che viene raccomandata per l’uomo ​​è compresa tra 0,8-2,5 g di proteine ​​per kg di peso corporeo, coprendo così il fabbisogno di circa 98% della popolazione, inoltre senza creare nessun tipo di danno alla salute dell’uomo. Per l’uomo adulto sano, il quantitativo consigliato è compreso tra 0,8-1,5 g di proteine per kg corporeo mentre per anziani ed adolescenti sani l’apporto di proteine deve essere un tantino più alto, essendoci una maggiore sintesi proteica negli adolescenti e un maggior consumo dell’apparato muscolare nell’anziano, il range ideale è infatti compreso tra 1,2-1,5 g di proteine per kg corporeo[1].

Le persone fisicamente attive, cioè quelli che svolgono allenamenti di resistenza e/o di forza, cioè tutte quelle attività che mirano ad aumentare la massa muscolare, hanno una maggior consumo di azoto e quindi, per compensare ed equilibrare il bilancio azotato e garantire la sintesi proteica necessitano di un quantitativo maggiore di proteine, compreso tra 1,6-2- g di proteine per peso corporeo.[2]

A proposito, in un recente studio è stato dimostrato che un consumo pari a 3 g per kg corporeo, associato ad un allenamento muscolare favorisce il miglioramento della composizione corporea, tuttò ciò senza provocare nessun danno per la salute dell’uomo.[3] In questi casi, però, è meglio affidarsi agli esperti del settore come nutrizionisti, dietologi e dietisti.

Ma le proteine fanno male ai reni?

I reni sono organi situati a livello della cavità addominale, sono di colore rosso scuro e a forma di fagiolo e la loro funzione è quella di filtrare il sangue, in modo tale da produrre l’urina, inoltre gestisce e regola l’equilibrio idro-salino del corpo. In aggiunta a ciò sintetizza ormoni come possono essere l’eritropoietina che partecipa alla sintesi dei globuli rossi o la renina, che regola il riassorbimento di elettroliti e liquidi così da partecipare al controllo pressorio.

Alcuni studi hanno dimostrato che un’assunzione eccessiva di proteine con la dieta, oltre i range visti, e per tempi molto lunghi, oltre 6-12 mesi, possono favorire l’aumento della velocità di filtrazione glomerulare (GFR), ma se questa viene assunta per un breve periodo, i reni dell’uomo non corrono nessun pericolo.[4]

La ricerca afferma, senz’ombra di dubbio, che diete iperproteiche ​​siano dannose solo per quelle persone affette  già da disfunzioni renali ad esempio uno stato di insufficienza renale, ma per le persone sane non è stata riscontrata nessuna alterazione e quindi nessun danno a livello renale. [1]

Però, a questa tipologia di dieta è correlata la formazione di calcoli renali. In un studio del 2009, è stato visto che l’associazione tra il consumo di proteine, soprattutto di origine ​​animali, e la formazione di calcoli renali è molto altà. Quindi, questa tipologia di dieta è sconsigliata,  per quelle persone che hanno una maggior probabilità di sviluppare i calcoli (familiarità o ereditarietà).[5]

Quali sono i benefici che apportano le proteine?

Detto e compreso ciò, adesso vediamo quali sono i benefici di questo nutriente. Si ritiene che pasti e alimenti ad alto contenuto proteico abbiano un maggiore effetto saziante rispetto agli altri pasti ricchi di carboidrati o di grassi,  questo perché c’è un ​aumento del rilascio di ormoni peptidici da parte del tratto gastrointestinale (colecistochinina o CCK; peptide YY o PYY; peptide simile al glucagone 1 o GLP-1) che comunicano lo stato di sazietà attivando circuiti anoressigeni a livello dell’ipotalamo tramite il nervo vago.

Inoltre, questo nutriente è fondamentale per contrastare il fenomeno dell’obesità, infatti molte delle diete diffuse nel mondo sono diete iperproteiche, questo perchè favoriscono il dimagrimento. Correlato al fatto di un maggiore effetto saziante, questo nutriente riduce l’introito di carboidrati e grassi e quindi delle calorie, inoltre il giusto apporto di proteine garantisce la sintesi proteica mantenendo integra la massa muscolare, tutto ciò porta ad una modificazione della composizione corporea, al miglioramento dei parametri clinici, ad esempio colesterolo, trigliceridi, glicemia ecc e soprattutto al miglioramento dello stato di salute.

In aggiunta a questo, le proteine determinano un aumento della termogenesi indotta dagli alimenti, per farla breve la digestione delle proteine determina un aumento del metabolismo e della spesa energetica maggiore rispetto agli altri nutrienti. Nello specifico, aumenta del 30% dopo una dieta proteica, solo del 10% dopo l’ingestione di carboidrati e del 5% dopo l’ingestione di grassi.[1];[6]

Per finire, nel corso degli anni le proteine sono state indicate come la causa dell’osteoporosi o di favorire un peggioramento di tale patologia. Nel 2017, uno studio ha dimostrato come un quantitativo maggiore di proteine non danneggia le ossa, ma anzi, migliora lo stato di salute delle stesse[1].

Conclusioni

Al termine di questo articolo possiamo affermare che, una dieta ricca in proteine, mantenendosi sempre nei range di riferimento, 0,8-1,5 g per kg corporeo per le persone adulte, tra 1,2-1,5 per soggetti anziani ed adolescenti, tra 1,5-2 per chi fa un’adeguata attività fisica, non causa danni a persone sane, ma bensì apporta molti benefici tra cui il dimagrimento e il miglioramento della composizione corporea. In caso di malattie renali invece, è molto importante affidarsi ad uno specialista e limitare l’assunzione di proteine. In tutti i casi, sia per migliorare lo stato di salute sia per scendere qualche chilo affidatevi agli esperti del settore che, come detto in precedenza, sono il nutrizionista, il dietista e/o il dietologo.

Bibliografia

[1]      M. Cuenca-Sánchez, D. Navas-Carrillo, and E. Orenes-Piñero, “Controversies Surrounding High-Protein Diet Intake: Satiating Effect and Kidney and Bone Health,” Adv. Nutr., vol. 6, no. 3, pp. 260–266, May 2015.
[2]      B. Campbell et al., “International Society of Sports Nutrition position stand: protein and exercise.,” J. Int. Soc. Sports Nutr., vol. 4, p. 8, Sep. 2007.


[3]      J. Antonio et al., “A high protein diet (3.4 g/kg/d) combined with a heavy resistance training program improves body composition in healthy trained men and women–a follow-up investigation.,” J. Int. Soc. Sports Nutr., vol. 12, p. 39, 2015.
[4]      A. N. Friedman, “High-protein diets: potential effects on the kidney in renal health and disease.,” Am. J. Kidney Dis., vol. 44, no. 6, pp. 950–62, Dec. 2004.


[5]      H. A. Fink et al., “Diet, Fluid, or Supplements for Secondary Prevention of Nephrolithiasis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Trials,” Eur. Urol., vol. 56, no. 1, pp. 72–80, Jul. 2009.
[6]      H. J. Leidy et al., “The role of protein in weight loss and maintenance,” Am. J. Clin. Nutr., vol. 101, no. 6, p. 1320S–1329S, Jun. 2015.

Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.

Una proteina favorisce la perdita di grasso nei topi obesi

I ricercatori del reparto di oncologia del Centro Medico della Georgetown University, con grande sorpresa, studiando una proteina per conoscerne la sua presunta azione nel meccanismo patogenetico del cancro, hanno scoperto, al contrario, un suo, inaspettato, ruolo nel regolare il metabolismo.

Lo studio, pubblicato su “Scientific Reports“, suggerisce che la proteina FGFBP3 (BP3 in breve) potrebbe offrire una nuova terapia per i disturbi associati alla sindrome metabolica, come il diabete di tipo 2 e la malattia del fegato grasso; Quanto accaduto ai ricercatori del centro medico della Georgetown University è il classico esempio di “serendipity”, termine utilizzato quando importanti scoperte avvengono mentre si stava ricercando tutt’altro; infatti, inizialmente, lo studio era rivolto verso il gene BP1, la cui produzione risulta elevata in una serie di tumori. Solo successivamente si è rivolta l’attenzione su BP3, proteina naturalmente prodotta dall’organismo, il cui trattamento, nei topi obesi, per 18 giorni risulta sufficiente per  ridurre, di oltre un terzo, il grasso corporeo e i disturbi correlati all’obesità come l’iperglicemia.
La proteina in questione appartiene alla famiglia delle proteine leganti il fattore di crescita dei fibroblasti (FGF) coinvolti in una vasta gamma di processi biologici, come la regolazione della crescita cellulare, la risposta e la guarigione delle ferite e, inoltre, alcuni di questi, possono agire anche da ormoni.

BP1, 2 e 3 sono proteine “chaperone” che si attaccano alle proteine FGF e ne migliorano l’attività. I ricercatori hanno scoperto che questa proteina chaperone si lega a tre proteine FGF (19, 21 e 23), coinvolte nel controllo del metabolismo. La segnalazione FGF19 e FGF 21 regola la conservazione e l’utilizzo di carboidrati (zuccheri) e lipidi (grassi); FGF23 controlla, invece, il metabolismo del fosfato. In questo modo si è scoperto che BP3 esercita un notevole contributo nel controllo metabolico. Quando si dispone di più chaperon BP3 disponibili, l’effetto di FGF19 e FGF21 aumenta all’aumentare della loro segnalazione, il che rende BP3 un forte propulsore del metabolismo dei carboidrati e dei lipidi. Con il metabolismo accelerato, lo zucchero nel sangue e il grasso, trasformato nel fegato, vengono utilizzati per ricavare energia, per cui tendono a non essere immagazzinati.
I risultati dello studio sono notevoli, è necessaria, però, una ricerca aggiuntiva prima che la proteina BP3 possa essere utilizzata come terapia per il diabete e la sindrome metabolica nell’uomo.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

– Elena Tassi, Khalid A. Garman, Marcel O. Schmidt, Xiaoting Ma, Khaled W. Kabbara, Aykut Uren, York Tomita, Regina Goetz, Moosa Mohammadi, Christopher S. Wilcox, Anna T. Riegel, Mattias Carlstrom, Anton Wellstein. Fibroblast Growth Factor Binding Protein 3 (FGFBP3) impacts carbohydrate and lipid metabolism. Scientific Reports, 2018; 8

– Materials provided by Georgetown University Medical Center.

Malattie metaboliche e dieta macrobiotica Ma-Pi 2

La dieta ha un enorme impatto sulla nostra salute; infatti il cibo, come se fosse un cocktail di molecole è in grado di esercitare i suoi effetti sul metabolismo, (interagendo sulle superfici cellulari e sui recettori nucleari) e sull’ equilibrio del Microbiota intestinale sia in presenza che in assenza di Obesità. Quindi considerato il ruolo che ha il cibo, molti autori hanno avuto il piacere di studiare la relazione che c’è tra quello che noi mangiamo e le malattie, inclusa l’Obesità [1]. Una varietà di diete, incluse la dieta mediterranea, la dieta vegetariana e quella ipocalorica, hanno mostrato la loro efficacia nel management dell’Obesità e del Diabete Mellito di tipo 2; ma solamente la dieta Macrobiotica Ma-Pi2, è stata in grado di mostrare risultati molto significativi, che altre diete non hanno saputo riportare. La dieta Macrobiotica, la quale deriva da antiche filosofie orientali di vita, si basa principalmente sulla teoria antica asiatica dello Yin e dello Yang, formulata dal filosofo giapponese, Georges Ohsawa e ulteriormente aggiornata dal Professore Mario Pianesi nonchè creatore della dieta Ma-Pi2 (specificamente disegnata per pazienti con disordini metabolici) e fondatore della prima fattoria biologica in Italia [1][2]. Secondo questa filosofia macrobiotica standard vanno scelti soprattutto alimenti provenienti da allevamenti e coltivazioni naturali, il che equivale ad eliminare completamente tutti gli alimenti creati tramite lavorazione e raffinazione chimica ed industriale, a partire dallo zucchero e il sale ad arrivare alla pasta e alle merendine; così come le sostanze eccitanti quali caffè e tè, che dunque metterebbero a rischio l’equilibrio della dieta e andrebbero per questo, completamente eliminate e sostituite con il tè verde. Oltre che sulla scelta dei cibi la macrobiotica pone l’attenzione anche sulle scelta delle stoviglie; ad esempio andrebbero privilegiate le pentole in terracotta o in pietra  piuttosto che quelle in alluminio, e totalmente eliminato l’uso del forno a microonde [3][4]. L’alimentazione quotidiana si basa principalmente sui seguenti cibi:

  1. Cereali integrali in chicchi: riso a chicco tondo o lungo, orzo perlato, miglio, farro, frumento (a meno che non si abbiano intolleranze al glutine), avena, grano saraceno, mais e segale.
  2. Verdure di stagione crude e cotte: sarebbe importante in questo caso, variare il tipo di cottura delle verdure: saltate in padella con poco olio, al vapore, lessate o scottate per 2-3 minuti in acqua bollente. Sono invece, rigorosamente vietati i funghi di qualunque tipo e le verdure della famiglia delle Solanacee, cioè patate, pomodori, peperoni, melanzane, poichè i funghi sono un alimento energeticamente squilibrato per eccesso di Yin, mentre le patate, i pomodori, i peperoni e le melanzane sono parti di piante nel loro complesso tossiche per la presenza di alcaloidi.
  3. Legumi: per rendere i legumi più digeribili ed evitare i gas intestinali, questa filosofia, prevede di passarli al passaverdura dopo averli lessati, oppure aggiungere nella pentola, all’inizio della cottura, un pezzo di alga Kombu.
  4. Frutta di stagione: viene in questo caso posta particolare attenzione a quando mangiare la frutta, sarebbe infatti meglio non a fine pasto perché tende ad acidificare il sangue.
  5. Pasta integrale: ogni tanto, per sostituire il cereale in chicchi, oppure il cus-cus (semola di grano lavorata con acqua e farina) e il burgul (grano cotto a vapore e macinato).
  6. Le alghe marine: le più comunemente usate sono la Kombu, la Wakame, la Dulse, la Arame, la Nori.
  7. Frutta secca: castagne, nocciole, noccioline, mandorle (con moderazione), mentre le noci andrebbero completamente evitate.

Sono moltissimi gli studi in corso, sulla dieta Ma-Pi2, in Asia, in Africa, in Sudamerica e anche in Italia; infatti recentemente il Centro Internazionale Studi sul Diabete ha condotto a Roma uno studio pilota, sperimentando per la prima volta in Italia, il possibile effetto terapeutico delle diete Ma-Pi2 nella cura del Diabete Mellito di tipo 2 [5]. A 24 pazienti malati di diabete, è stata somministrata la dieta Ma-Pi2 per 21 giorni e il primo e l’ultimo giorno sono stati valutati alcuni parametri metabolici e antropometrici. I risultati sono stati sorprendenti, poiché hanno riguardato tutti i pazienti, senza eccezioni: si è verificato infatti, un netto miglioramento della glicemia sia a digiuno che dopo il pasto, una riduzione dei valori di insulinemia e della resistenza insulinica, una riduzione del colesterolo e dei trigliceridi nel sangue, una riduzione della pressione arteriosa e infine anche un miglioramento della funzione renale. Nei pazienti diabetici trattati con farmaci si sono dovuti dimezzare i dosaggi degli antidiabetici orali e nei due casi di soggetti trattati con insulina è stato necessario interromperne la somministrazione per evitare casi di ipoglicemia [6].

[1] Masella R, Santangel C, D’Archivio M, Li Volti G, Giovannini C, Galvano F. Protocatechuic acid and human disease prevention: Biological activities and molecular mechanisms. Curr Med Chem 2012;19(18):2901-2917. doi:10.2174/092986712800672102.

[2] Fallucca F, Fontana L, Falluca S, Pianesi M. Gut Microbiota and Ma-Pi 2 macrobiotic diet in the treatment of type 2 diabetes. World J Diabetes 2015;6(3):403-411.

[3] Willet WC, Sacks F, Trichopoulou A, Drescher G, Ferro-Luzzi A, et al. Mediterranean diet pyramid: a cultural model for healthy eating. Am J Clin Nutr. 1995;61:1402S-1406S.

[4] Goldstein DJ. Beneficial Health effects of modest weight loss. Int J Obes Relat Metab Disord 1992;16:397-415.

[5] Porrata C, Hernández M, Abuín A, Campa C, Pianesi M. Caracterización y evaluación nutricional de las dietas macrobióticas Ma-Pi. Rev Cubana Investig Bioméd 2008;27:1–36.

[6] Mancini L. Conventional, organic and polycultural farming practices: material intensity of italian crops and Foodstuffs. Resources 2013;2:628–650.

 

Malattia da reflusso gastroesofageo: raccomandazioni dietetiche e regole comportamentali

Il reflusso gastroesofageo (RGE) consiste nella risalita del contenuto gastrico all’interno del lume esofageo. Se la valvola che separa l’esofago dallo stomaco (sfintere esofageo inferiore o cardias) non funziona in modo corretto, il contenuto dello stomaco può risalire lungo l’esofago in quanto si crea una differenza di pressione, ovvero il chimo e i gas passano da una zona a pressione positiva (addome) a una a pressione negativa (torace).

Il tipico sintomo da reflusso è il bruciore a livello dello stomaco o dietro lo sterno. Nella tabella sottostante è riportata la classificazione dei principali sintomi.

L’aggravarsi della situazione con pirosi, rigurgito e lesioni della parete dell’esofago, evidenziate con gastroscopia, determina la vera e propria patologia denominata malattia da reflusso gastroesofageo (GERD Gastro-Esophageal Reflux Disease).

SINTOMI ESOFAGEI

TIPICI:

 

 

ATIPICI:    

Pirosi (sensazione di bruciore retrosternale)

Rigurgito (risalita del contenuto gastrico fino al cavo orale

 

Disfagia e odinofagia (difficoltà e dolore nella deglutizione dovuto a disturbi motori)

 

SINTOMI EXTRAESOFAGEI

 

Faringite

Raucedine (abbassamento o alterazione della voce

Bolo faringeo (sensazione di nodo in gola)

Laringite cronica

Asma, difficoltà respiratoria, ipersecrezione catarrale, apnee notturne

 

Se la malattia da reflusso non è diagnosticata tempestivamente si può avere una serie di complicanze, tra cui infiammazione della mucosa del lume esofageo (esofagite), metaplasia gastrointestinale della mucosa dell’esofago (esofago di Barrett), ulcera esofagea, sviluppo di un cancro.

Le cause che contribuiscono al reflusso gastroesofageo sono il sovrappeso, uno scorretto stile di vita, il fumo di sigaretta e lo stress. Infatti, nei soggetti con un elevato BMI e con un eccesso di tessuto adiposo localizzato a livello addominale, si crea un aumento di pressione a livello dello stomaco che tende a far risalire il contenuto gastrico verso l’esofago.

Altre cause del reflusso sono la diminuzione del tono del cardias, dovuto all’assunzione di molti grassi, nicotina, caffeina, agrumi, alcolici e alcuni farmaci; all’assunzione di pasti abbondanti; a condizioni particolari, gravidanza e obesità, che comportano un aumento della pressione gastrica; a disturbi motori che rallentano lo svuotamento gastrico.

La terapia idonea nei casi di malattia da reflusso è basata su una modificazione della dieta e dello stile di vita e sull’assunzione di farmaci appartenente alle classi degli inibitori di pompa protonica indicati per inibire la produzione acida nello stomaco.

Evidenze dimostrano che esistono alimenti e comportamenti alimentari che potrebbero aumentare l’acidità gastrica andando quindi a favorire o aggravare la malattia da reflusso. Di conseguenza è importante seguire delle semplici raccomandazioni dietetiche che possono alleviare il bruciore di stomaco:

-consumare pasti piccoli e spesso;

-mangiare lentamente, masticando i bocconi con calma;

-favorire una dieta povera di grassi;

-evitare pasti abbondanti ed elaborati;

-evitare cibi e bevande troppo calde o troppo fredde;

-evitare l’assunzione di elevate quantità di liquidi durante i pasti.

 

Prima di eliminare totalmente degli alimenti dall’alimentazione quotidiana, creando delle carenze nutrizionali, è opportuno valutare la tolleranza dell’organismo verso quel cibo. Tra gli alimenti meno indicati rientrano i cibi ricchi di grassi (cibi fritti, sughi e salse preparati con burro, lardo, margarina  e strutto), carni e salumi con grasso visibile, cioccolato, agrumi, pomodoro fresco, cipolla e aglio, peperoni, peperoncino, pepe, menta, caffè, tè, vino e alcolici.

Tra i cibi che l’organismo con reflusso tollera bene ci sono: cereali integrali; latte e derivati parzialmente scremati o scremati; frutta e verdura meglio se cotte; carne di pollo, tacchino, coniglio e vitello magro; tra i pesci preferire quelli meno grassi come branzino, sogliola, orata, merluzzo; uova non fritte; olio extravergine di oliva a crudo come unica fonte di grassi.

 

La malattia da reflusso gastroesofageo può essere fronteggiata anche con alcune regole comportamentali che limitano i sintomi primari e atipici:

-alzare la testata del letto di 10-15 cm riduce la risalita di materiale acido dallo stomaco;

-evitare di sdraiarsi subito dopo i pasti, far passare almeno due ore dalla cena;

-evitare di svolgere attività fisica a stomaco pieno, soprattutto se si va ad allenare la muscolatura addominale;

-evitare di indossare indumenti molto stretti in vita in quanto aumentano la pressione sull’addome, facilitando il reflusso;

-evitare di fumare;

-per i pazienti in sovrappeso o obesi cambiare lo stile di vita puntando alla riduzione del peso e della circonferenza addominale seguendo sia un piano alimentare ipocalorico equilibrato (elaborato da un medico, un biologo nutrizionista o un dietista su prescrizione medica) sia una regolare attività fisica.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

Bibliografia: Clin Gastroenterol Hepatol. 2016 Feb

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28571180

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28550871

L’avena: proprietà, benefici e come gustarla al meglio

L’avena (Avena sativa) è una pianta erbacea da cui si ricava un cereale in chicco ricco di effetti benefici per l’intero organismo. Si diffuse in Europa settentrionale al tempo dei romani ed è il cereale principale dell’Irlanda, della Scozia e delle regioni inglesi settentrionali. In Italia, fino a pochi anni fa, l’avena era utilizzata in prevalenza come mangime per gli animali, ma ora la riscoperta delle sue virtù ha contribuito a riportarla sulle nostre tavole.

Quali sono le sue proprietà?

L’avena è un cereale integrale ricco di proteine (12-15%) e povero di grassi, il che lo rende un ottimo alleato per combattere il colesterolo cattivo (LDL), offrendo così una maggiore protezione cardiovascolare. Inoltre contiene pochissimi zuccheri semplici (0-3%) e se a questo aggiungiamo la consistente presenza di fibre insolubili, otteniamo uno dei cereali con il più basso indice glicemico, particolarmente adatto al controllo del livello di glicemia nel sangue, importante non solo per chi soffre di diabete, ma anche per chi più semplicemente si trova in una condizione di sovrappeso.

Contiene circa il 55% di carboidrati complessi e la fibra in essa contenuta si è dimostrata essere più efficace di altri cereali per lo stimolo alla sazietà: per questo motivo una colazione a base di fiocchi d’avena permette di arrivare al pranzo senza avvertire il senso di fame. La grande quota di fibra fa si che l’avena sia benefica anche per la salute dell’intestino, in quanto regolarizza il transito intestinale, contrasta la stipsi ed è un ottimo rimedio per combattere le emorroidi.

E’ ricca di riboflavina, una vitamina che sembra svolgere un’azione positiva in alcuni tipi di emicrania; potassio e vitamine del gruppo B. Essendo un cereale molto nutriente, l’avena integrale può dimostrarsi una vera alleata nei periodi di intenso impegno fisico e mentale, è infatti fonte di carboidrati a lenta digestione che forniscono all’organismo energia a lungo termine e contiene l’avelina, un alcaloide con effetto tonificante, calmante e riequilibrante del sistema nervoso: nei periodi di stress si può consigliare di consumare l’avena di sera, per conciliare il sonno.

Si è molto discusso sulla presenza di glutine nell’avena per stabilire se fosse indicata per i celiaci o meno e secondo quanto comunicato dal Consorzio Marche Biologiche, l’avena se non contaminata da altri cereali (attraverso una contaminazione secondaria la quale avviene negli stabilimenti in cui viene lavorata) presenta una tossicità nulla per i celiaci.

Un’altra caratteristica dell’avena è che si conserva bene, contiene infatti antiossidanti che impediscono ai cibi grassi di irrancidire. Per questa sua proprietà viene anche usata come additivo in prodotti alimentari e nella produzione di carta per avvolgere gli alimenti.

L’avena in cucina:

L’avena può essere gustata sia sotto forma di fiocchi che al naturale. Se si pensa all’ avena in cucina, la ricetta più tradizionale è il porridge, la deliziosa crema tanto usata nella colazione anglosassone, preparata con la farina di avena oppure con i fiocchi. La cottura dei fiocchi d’avena però è indispensabile per favorirne la digeribilità, se consumati crudi infatti potrebbero causare gonfiore intestinale ed inoltre l’organismo non riuscirebbe ad estrarre dai fiocchi la preziosa energia in essa contenuta.

Insieme ad altri cereali e frutta secca, i fiocchi d’avena sono l’ingrediente principale nella preparazione del muesli, un’altra ricetta sana e nutriente, purché fatta senza zucchero.

Inoltre i fiocchi d’avena possono essere utilizzati anche insieme alle zuppe o nelle panature delle polpette. Dalla sua macinazione invece si ottiene la farina di avena, ottima per preparare biscotti, pane o per addensare creme. Infine può essere gustata anche sotto forma di latte, da preparare anche a casa con pochi ingredienti.

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