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Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.

Allergia o Intolleranza? Impariamo a riconoscerle!

ALLERGIE ED INTOLLERANZE: QUALI SONO LE DIFFERENZE? COME DIAGNOSTICARLE?

I termini ALLERGIA e INTOLLERANZA vengono usati sempre più spesso per indicare delle sensazioni di malessere in seguito all’ingestione degli alimenti. Questi termini vengono ormai usati, anche quando si è davanti a un’avversione psicologica nei confronti di un determinato cibo.

Una dieta scorretta o alterazioni gastrointestinali come la sindrome da intestino irritabile, diverticolite, gastrite, possono determinare una sintomatologia attribuibile erroneamente ad allergie o intolleranze.

I sintomi delle allergie possono essere comuni a quelli delle intolleranze, mentre altri sono specifici.

Entrambe sono reazioni avverse, manifestazioni indesiderate e impreviste, conseguenti all’ingestione di uno o più alimenti.

ALLERGIE                           

L’ALLERGIA è causata da una anomala reazione immunologica mediata da ANTICORPI della classe IgE, che reagiscono verso componenti alimentari di natura PROTEICA. L’allergia può manifestarsi in età PEDIATRICA o ADULTA. Nel primo caso spesso regredisce, mentre se si manifesta in età adulta tende a persistere.

I SINTOMI dell’allergia si manifestano poco tempo dopo l’assunzione di un particolare alimento, da pochi minuti fino a poche ore, e possono interessare diversi organi e apparati. Può essere coinvolta la cute con orticaria, l’apparato gastro-enterico con nausea e vomito, l’apparato respiratorio con occlusione nasale e l’apparato cardio-circolatorio con aritmie.

La gravità dell’allergia dipende dal tipo di proteina verso cui il soggetto sviluppa gli anticorpi IgE. Ci sono infatti PROTEINE RESISTENTI alla cottura e alla digestione gastrica, responsabili di reazioni sistemiche, come nella soia e nelle nocciole. Ci sono poi proteine TERMO e GASTRO LABILI, che causano sintomi locali e più lievi, come nella mela, pesca, carote, melone e pera.

Gli alimenti che maggiormente sono responsabili delle allergie sono la pesca, i crostacei, arachidi, soia, pesce, frutta a guscio, uovo, latte e derivati.

In particolare, l’ALLERGIA AL FRUMENTO può realizzarsi per la produzione di IgE diretti verso diverse proteine, dalle gliadine alle alfa-amilasi. Nel caso del LATTE, sono le caseine o le sieroproteine a fungere da allergene. Per l’UOVO, sono le proteine dell’albume i principali allergeni, in particolare ovoalbumina e ovomucoide.

Nel caso della CELIACHIA, il sistema immunitario reagisce contro le PROLAMINE, complesso proteico del frumento, orzo, segale, avena e mais. E’ una patologica cronica che, in seguito all’ingestione di glutine attiva, una risposta immune mediata dai linfociti T con produzione di anticorpi IgA e IgG, e danno della mucosa con atrofia dei villi.

Per la diagnosi si effettua il dosaggio degli anticorpi IgA anti transglutamminasi tissutale e anticorpi anti endomisio.

DIAGNOSI ALLERGIE

Per diagnosticare le allergie alimentari può essere effettuato il PRICK TEST. Si effettua usando degli estratti allergenici purificati presenti in commercio, o con alimenti freschi del mondo vegetale (prick by prick) che non sono presenti in commercio come estratti. Se il test risulta negativo, significa che c’è un’assenza di IgE. La positività del test può indicare solo sensibilizzazione all’alimento e non che ci sia una vera e propria allergia, da confermare con una dieta ad eliminazione.

Un altro test è il RAST o equivalenti, per la ricerca di IgE totali e specifiche nel siero. Anche in questo caso, la negatività non esclude allergia e la positività può indicare solo sensibilizzazione.

In generale, a causa della loro bassa specificità, è facile avere falsi positivi. La diagnosi potrebbe essere quindi confermata con una stretta eliminazione del cibo sospetto, seguita dalla sua reintroduzione graduale. L’eventuale recidiva dei sintomi, permetterà di confermare o identificare il cibo non tollerato.

Altri test sono il Test in vivo di scatenamento orale e i Test con metodiche sierologiche con molecole ricombinanti.

INTOLLERANZE

Le INTOLLERANZE alimentari non sono dovute a reazioni del sistema immunitario, come nelle allergie, e i sintomi variano in base alla quantità ingerita dell’alimento non tollerato. I sintomi coinvolgono prevalentemente l’apparato gastro-enterico, con gonfiore addominale, diarrea, dolori addominali. Possono coinvolgere la cute e più raramente altri apparati.

Le intolleranze si dividono in INTOLLERANZE per DIFETTI ENZIMATICI, intolleranze FARMACOLOGICHE e da ADDITIVI.

Tra le intolleranze per difetti enzimatici, la più diffusa è quella al LATTOSIO, causata dalla mancanza di un ENZIMA, la LATTASI, che scinde il lattosio in glucosio e galattosio. Non tutti i soggetti con deficit di lattasi avvertono i sintomi quando assumono un alimento contenente lattosio, perché esistono diversi gradi di deficit dell’enzima.

Le intolleranze farmacologiche sono causate dall’effetto farmacologico di sostanze contenute in alcuni alimenti, come l’Istamina (vino, pomodori, spinaci ecc..), la Tiramina (vino, birra, formaggi stagionati ecc..), Caffeina, Alcool, Solanina (patate), Triptamina (pomodori e prugne), Feniletilamina (cioccolato), Serotonina (banane, pomodori).

Ci sono poi intolleranze provocate da additivi come i solfiti, nitriti, benzoati, per i quali non è ancora dimostrato un meccanismo immunologico.

DIAGNOSI INTOLLERANZE

L’unico test scientificamente accreditato per le intolleranze è il BREATH TEST per il lattosio, che valuta nell’aria espirata i metaboliti che non vengono metabolizzati e assorbiti. In presenza di SIBO (Sovracrescita batterica intestinale), il test può dare un falso positivo.

Ci sono molte METODICHE ALTERNATIVE, che si sono dimostrate prive di credibilità scientifica e validità clinica, che propongono di identificare i cibi responsabili di allergie ed intolleranze. Tra questi l’analisi del capello, il test citotossico e il dosaggio delle IgG 4.

BIBLIOGRAFIA

  • Sapone A. el al. Spectrum of gluten-related disorders: consensus of new nomenclature and classification. BMC Med, 2012
  • Muraro A. et al. EAACI Food Allergy Anaphylaxis Guidelines: diagnosis and management of food allergy. Allergy, 2014
  • Sicherer S. H. et al. Food allergy: epidemiology, pathogenesis, diagnosis and treatment. J. Allergy Clin Immunol, 2014
  • Macchia D. et al. Position Statement: diagnostica in vivo e in vitro delle allergie alimentari IgE mediate. It J Allergy Clinical Immunol, 2011
  • Lomer M.C. Review article: the aetiology, diagnosis, mechanism and clinical evidence for food intolerance. Alimetn Pharmacol Ther, 2015
  • Misselwitz B. el al. Lactose malaborption and intolerance: pathogenesis, diagnosis and treatment. United European Gastroenterol J, 2013

La curcuma: alleata della chemioterapia

Il cancro è ancora una grave minaccia per la salute delle persone in tutto il mondo e la chemioterapia resta uno dei principali approcci terapeutici per combatterlo. Tuttavia, la chemioterapia ha un successo limitato dai gravi effetti collaterali che vanno ad inficiare ed a causare danni a livello di tessuti normali quali: midollo osseo, apparato gastrointestinale, cuore, fegato, reni, neuroni, tessuti uditivi, ecc. Gli effetti collaterali infatti limitano l’esito clinico della chemioterapia e abbassano la qualità della vita dei pazienti inducendo molti ad interrompere il trattamento. Pertanto, vi è la necessità di esplorare efficaci strategie adiuvanti per prevenire e ridurre gli effetti collaterali indotti dalla stessa.
I prodotti naturali sono una fonte ricca utilizzata per prevenire e ridurre gli effetti collaterali nella chemioterapia antitumorale.
La curcumina è un composto attivo dalla pianta Curcuma longa L., ampiamente usata come colorante e agente aromatizzante nell’industria alimentare e nella medicina erboristica nei paesi asiatici per curare sintomi quali: vomito, mal di testa, diarrea, ecc. Studi farmacologici moderni hanno rivelato che la curcumina ha un forte potere antiossidante, attività antimicrobica, antinfiammatoria e antitumorale. Prove crescenti dimostrano che la stessa è inoltre in grado di prevenire la carcinogenesi, di sensibilizzare le cellule tumorali alla chemioterapia e di proteggere le cellule normali dai danni indotti da essa.
La tossicità gastrointestinale, uno dei sintomi più comuni nei pazienti chemioterapici, provoca diarrea che va ad atrofizzare i villi intestinali causando un’elevata permeabilità intestinale. Studi recenti hanno invece mostrato come i pazienti trattati con curcumina presentino un notevole ristabilimento della struttura dei villi senza perdita di peso, con un miglioramento dei sintomi gastrointestinali. Questi risultati dimostrano che la curcumina ha un effetto protettivo sulla disfunzione intestinale e sulla morfologia della mucosa indotta da chemioterapia.
La somministrazione di curcumina inoltre riduce notevolmente l’elevato livello di marcatori di tossicità cardiaca e protegge il miocardio ed il fegato dai danni di doxorubicina (farmaco usato nelle neoplasie maligne che però presenta tra gli effetti collaterali danni a livello dell’epitelio cardiaco). Le manifestazioni cardiotossiche ed epatotossiche sono dunque migliorate dopo il pretrattamento con curcumina.
È stato dimostrato inoltre come trattamenti con la curcumina hanno effetto benefico anche su ototossicità, nefrotossicità e mielosoppressione indotte dalla chemioterapia.
La curcumina quindi, è ampiamente utilizzata nella terapia complementare dei pazienti oncologici attraverso la combinazione con farmaci chemioterapici. Prove crescenti dimostrano che può migliorare l’efficacia terapeutica di molti agenti chemioterapici come cisplatino, 5-fluorouracile, alcaloide della vinca, vinorelbina e gemcitabina ecc. oltre a ridurne i loro effetti collaterali attraverso la loro interazione farmacologica.
Si pensa, dunque, che in futuro l’utilizzo di curcumina per migliorare gli effetti collaterali della chemioterapia sarà un trattamento fortemente utilizzato.

Bibliografia:
Preventive Effect of Curcumin Against Chemotherapy-Induced Side-Effects. (Liu Z1, Huang P2,3, Law S2,3, Tian H4, Leung W5, Xu C1,2,3), 2018

Digiuno intermittente post–festività: soltanto un espediente per dimagrire?

“Dopo tante abbuffate mi ci vorrebbe un po’ di digiuno!”.

Se un avo preistorico potesse ascoltare frasi del genere, tipiche dei giorni successivi all’Epifania, riderebbe di gusto. Eh già … perché per il nostro arci – nonno Homo sapiens il cibo in eccesso costituiva l’ultimo dei problemi; infatti, aveva ben poco nutrimento e per garantirsene il minimo necessario era costretto a vagare per procacciarsene con vigore e tenacia. Il nostro nonnetto è cresciuto e sopravvissuto in condizioni tutt’altro che confortevoli, tali da educare i geni che ci ha lasciato in eredità a risparmiare energia. In parole povere, se oggi ci lamentiamo di metabolismi troppo lenti “la colpa” è proprio dei nostri antichissimi antenati. Ne consegue che il corpo umano è fatto per mangiare poco; osservare un po’ di digiuno non potrebbe che essergli di giovamento.

Con l’espressione DIGIUNO INTERMITTENTE non facciamo riferimento ad uno specifico protocollo dietetico, bensì ad una serie di strategie che prevedono brevi periodi di digiuno, reale o simulato, i quali possono andare dalle 8 alle 36 ore. Tra i protocolli più famosi ricordiamo:

  • Eat stop eat: 24 ore di digiuno reale (1-2 volte a settimana)
  • Alternate day fasting: 36 ore di digiuno reale (1-2 volte a settimana)
  • Dieta del guerriero: un unico e abbondante pasto a sera (può essere osservata quotidianamente)
  • Dieta mima digiuno: 5 giorni di digiuno simulato (2-3 volte l’anno) con ingestione di piccoli e frugali pasti a ridotto contenuto di carboidrati e proteine

Il solo pensiero di affrontare un periodo di restrizione dietetica, seppur breve, spaventa; tuttavia i benefici che ne conseguono sono notevoli. Quello che interessa alla maggior parte delle persone, specialmente in questo periodo dell’anno, è la perdita dei chili di troppo. Di certo, un digiuno intermittente non li deluderà. Ad esempio, è stato osservato che un’ alternate day fasting condotto per 3-12 settimane riesce a ridurre il peso del 3-7% e la massa grassa da 3 a 5,5 Kg.

La cosa davvero interessante è che le conseguenze positive non si vedono soltanto sulla bilancia. I ricercatori sono alla costante ricerca dei meccanismi molecolari responsabili di un ventaglio di effetti benefici sempre più ampio: riduzione dei livelli di colesterolo totale e LDL, trigliceridi e marker infiammatori, riduzione dell’insulinoresistenza, prevenzione e contrasto a diabete, cancro, malattie intestinali, cardiovascolari e neurodegenerative, stimolo all’imbrunimento del tessuto adiposo bianco.

Questa lunga serie di risvolti positivi potrebbe contribuire nel lungo termine alla realizzazione del sogno della longevità; infatti, il digiuno terapeutico è sorprendentemente capace di muoversi così tanto in profondità da arrivare al DNA, promuovendone la riparazione e rendendo le cellule sane sempre più competenti, efficaci e forti mentre indebolisce fino alla morte quelle danneggiate e potenzialmente dannose.

Sono molti i falsi miti duri a morire che ruotano attorno a questa strategia dieto – terapica, che sembra essere davvero grandiosa. Pertanto, qualora la si voglia sperimentare, è bene stare lontani dal fai-da-te e affidarsi ad un professionista della nutrizione, il quale sarà in grado di trovare la  migliore strategia per ciascun individuo in funzione delle sue specifiche condizioni fisiopatologiche, seguendolo e monitorandolo nella maniera più opportuna. Inizialmente, l’idea della fame sarà un picchiettio martellante; ben presto, però, sarà oscurata dalla sensazione di purificazione, benessere ed energia pura che non tarderà ad arrivare. Inoltre, molto spesso si registra la capacità di evitare eccessi una volta ritornati alle normali abitudini alimentari (relativa soprattutto agli zuccheri).

Nonno homo sapiens, lo so, forse tutta questa teoria ricamata attorno a quelle che per te erano abitudini scontate ti sembrerà superflua. Perdonaci, noi umani moderni abbiamo tanto bisogno di riscoprire il significato vero delle cose semplici.

Giusy Sabatino

BIBLIOGRAFIA

Tinsley G et al. Effects of intermittent fasting on body composition and clinical health marker in humans. Nutr. Rev. 2015 Oct; 73(10): 661-74.

Mattson MP et al. Impact of intermittent fasting on health and disease processes. Ageing Res Rev. 2017 Oct; 39: 46-58.

Li G et al. Intermittent fasting promotes white adipose browning and decreases obesity by shaping the gut microbiota. Cell Metab. 2017 Oct 3; 26(4):672-685.

Una Mela Annurca al giorno potrebbe togliere… la calvizie di torno

La chiamano la regina delle mele. Nonostante il suo aspetto minuto, la Mela Annurca (o melannurca) si rivela essere benefica per moltissimi aspetti della nostra salute.

Se è vero che solo negli ultimi anni le è stato conferito il marchio IGP, i campani la conoscono bene da tempo immemore: è raffigurata in dipinti degli scavi di Ercolano! Originaria di Pozzuoli, mitologico ingresso degli Inferi, fu originariamente chiamata Mala Orcula, in quanto prodotta nei pressi dell’Orco; nei secoli, tale appellativo ha subito vari mutamenti sino all’attuale Mela Annurca.

Raccolta ancora acerba, viene adagiata su sostegni di paglia, i cosiddetti melai, dove mani pazienti la rigirano fino al raggiungimento del suo colore caratteristico.

Succosa e croccante, è apprezzata da tutti anche per le sue proprietà diuretiche ed ipocolesterolemizzanti. Tuttavia, negli ultimi anni, i ricercatori stanno approfondendo un’altra eccezionale qualità che le appartiene; infatti, è ricca di polifenoli utili per contrastare la calvizie.

Il 50% della popolazione mondiale è interessato dal problema del diradamento del cuoio capelluto, per il quale la scienza è da tempo alla ricerca di una soluzione. In passato, sono stati proposti dei farmaci, ai quali, però, si associavano effetti collaterali. Pertanto, ci si è concentrati sulla ricerca di sostanze naturali che potessero essere molto più efficaci e sicure.

I fari dei laboratori di ricerca sono stati puntati sui polifenoli, noti antiossidanti; in particolare, grossa attenzione è stata data alla procianidina B2, inizialmente estratta dai semi d’uva. Tale sostanza è risultata essere molto abbondante nelle mele e, tra tutte le varietà, quella che ne vanta il maggior contenuto è proprio la Mela Annurca.

Un recente studio ha sperimentato gli effetti dell’utilizzo di estratti di procianidina B2 prima in vitro, su cellule del cuoi capelluto, e poi in vivo, attraverso la somministrazione orale di capsule contenenti la sostanze in esame.

Dagli esperimenti in vitro è stato rilevato nelle cellule un aumento della concentrazione di cheratina, la proteina costituente il capello, mentre da quelli in vivo è scaturito un aumento del numero di capelli e del loro peso, nonché del loro contenuto in cheratina, dopo un periodo di due mesi.

Ma come fa la procianidina B2 a dare questi risultati? Ad oggi, non sappiamo dare una risposta precisa a tale domanda. Da studi condotti sui topi, sembrerebbe che la molecola polifenolica sia in grado di inibire molte reazioni, tra le quali importantissima è l’ossidazione degli amminoacidi che, in tal modo, possono essere risparmiati per la sintesi della catena proteica della cheratina.

C’è ancora tanto da approfondire e molti punti vanno chiariti. Certo, gli studi citati sono stati eseguiti attraverso l’impiego di estratti concentrati ed adeguatamente formulati, ma resta pur sempre vero che, alla luce di queste notizie, mangiare una Mela Annurca potrebbe avere degli effetti benefici contro il diradamento dei capelli, anche in via preventiva.

Da oggi, la regina delle mele ha un’altra pietra preziosa da mettere sulla sua corona!

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Tenore GC et al. Annurca Apple nutraceutical formulation enhances keratin expression in a human model of skin and promotes hair growth and tropism in a randomized clinical trial. J Med Food. 2018 Jan; 21(1): 90-103.
  • Badolati N et al. Annurca Apple polyphenols ignite keratin production in hair follicles by inhibiting the pentose phosphate pathway and amino acid oxidation. 2018 Oct 2; 10(10).

Air Travel Syndromes – ATS – Sindrome da viaggio aereo : un “concerto discordante” di fattori di rischio per la nostra salute!

Sindrome da viaggio aereo, in inglese “Air Travel Syndromes” (ATS), un termine di recentissima definizione associato ai viaggi aerei, si manifesta come disturbi del sonno, stress fisico e mentale, disturbi gastrointestinali, malattie respiratorie, disturbi circolatori come arresto cardiaco e trombosi, infezioni, depressione e stanchezza. Uno dei principali fattori di rischio è la distruzione del ritmo circadiano conseguente al jet lag e insufficiente secrezione di melatonina, che si traduce in insonnia, stress mentale e affaticamento, ma non solo.

In letteratura è riportato che il viaggio aereo è associato a vari fattori di rischio per la salute attribuiti ad una elevata incidenza di malattie acute o croniche. Difatti, durante la crociera, i frequenti viaggiatori sono esposti a vari fattori di rischio, interni ed esterni, per la salute. La maggior parte dei fattori di rischio descritti nei seguenti paragrafi, hanno come denominatore comune quello di promuove la generazione di radicali liberi che, come vedremo, riducendo le attività degli enzimi antiossidanti promuovono vari effetti avversi sulla nostra salute. Infatti, lo stress ossidativo è di gran lunga il maggiore responsabile dei danni strutturali del DNA, dunque, “direttore d’orchestra” d’innesco di diverse patologie.

I fattori di rischio interni per la salute comprendono affaticamento, stress mentale, alterazioni ormonali e problemi circolatori, mentre i fattori di rischio esterni includono alte altitudini, scarsa qualità interna dell’aria, esposizione alle radiazioni, cibi squilibrati forniti dalle compagnie aeree e senso di ansietà durante incidenti e / o attacchi terroristici.

È riportato che i viaggiatori aerei possono manifestare stress fisici e mentali durante il volo; possono, spesso, provare nervosismo e disagio emotivo. Questi stress mentali potrebbero manifestarsi come affaticamento e conseguente soppressione immunitaria. Inoltre, ad alte quote, siamo esposti a dosi di radiazioni relativamente elevate.

Una volta esposti alle radiazioni, vengono generati radicali liberi, come le specie reattive dell’ossigeno (ROS) o le specie reattive dell’azoto (RNS), che danneggiano le biomolecole, inclusi DNA, proteine e lipidi. Il danno ossidativo può anche essere alla base di altri effetti avversi, come infiammazione, malattie cardiovascolari, disturbi dello sviluppo e anomalie riproduttive.

I meccanismi molecolari alla base delle malattie indotte dalle radiazioni ionizzanti, tra cui il cancro del polmone, della tiroide, la leucemia e melanoma, così come i difetti alla nascita, sono stati ampiamente studiati sia in vitro che in vivo. In particolare, esiste una forte correlazione tra l’esposizione alle radiazioni e aumento di rischio di cancro. Difatti, una recente meta-analisi ha dimostrato che i piloti e l’equipaggio di cabina hanno all’incirca il doppio dell’incidenza di sviluppare un melanoma rispetto alla popolazione generale. Inoltre, secondo gli autori, questo dato potrebbe essere parzialmente correlato all’esposizione in volo di raggi UV e radiazioni cosmiche. Dunque, il livello di esposizione alle radiazioni è un fattore critico sia per l’equipaggio che per i frequenti viaggiatori. Ma a mio avviso, aggiungerei, in accordo con i miei studi e corsi, che senza dubbio la principale causa di ogni male è l’infiammazione !

Importante notare che le prove epidemiologiche relative all’esposizione di radiazioni cosmiche e della qualità dell’aria di professionisti, come gli astronauti, i piloti e gli assistenti di cabina sono limitate. Questi dati sono quasi inesistenti per i viaggiatori aerei e per la popolazione. Urgono dunque ulteriori e repentine indagini anche negli ambienti di lavoro, nelle scuole ed università!!!

Anche i potenziali meccanismi alla base di molte malattie associate a stress mentale o fisico possono comportare la generazione di radicali liberi, come le ROS e RNS, innescando danni ossidativi e squilibri mentali. A questo si aggiunge, inoltre, il fatto che spesso i passeggeri (come studenti, lavoratori, professionisti) devono rimanere seduti per periodi di tempo relativamente lunghi. I posti stretti e l’inattività fisica imposta possono produrre un maggiore stress fisico tra i passeggeri di classe economica rispetto ai viaggiatori di classe business, con rischio di trombosi e malessere psicofisico.

L’ Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO), si è espressa in modo preciso affermando che, nella maggior parte dei casi, questi rischi potrebbero essere evitati attraverso una prevenzione tempestiva ed accurata (ICAO 2016). Tuttavia, in questi studi si è visto che i frequenti viaggiatori ed i piloti /e , soffrono più di stress mentale e di alterazioni ormonali a causa delle differenze di orario tra i paesi di partenza e di arrivo, con relativa distruzione del prezioso ritmo circadiano.

Il ritmo circadiano, definito come oscillazioni  con un periodo di circa 24 ore, influenza il comportamento umano, la fisiologia ed il metabolismo. Per molti anni si è pensato ci fosse un unico orologio, in realtà oggi sappiamo che sono diversi e tutti sincronizzati, sparsi nei vari organi. Alterazioni significative della funzionalità dell’orologio circadiano nell’uomo possono determinare alcune, cosiddette, cronopatologie.

La distruzione del ritmo circadiano, infatti, è correlata all’invecchiamento, alla neurotossicità, al diabete, nefrotossicità ed obesità, all’ipertensione, alle malattie cardiovascolari e al cancro, psicosi ed altre forme di disturbo neuronale e del comportamento. Inoltre, cambiamenti nella secrezione di melatonina dalla ghiandola pineale, conseguente alla distruzione del ritmo circadiano, disturbano il sonno e inducono l’insonnia, ma non solo. La secrezione anormale della melatonina può aumentare lo stress ossidativo e, come abbiamo visto, la suscettibilità alle malattieLa melatonina, elimina direttamente i radicali liberi e migliora indirettamente gli effetti degli antiossidanti. Dunque, offre una moltitudine di vantaggi fisiologici e metabolici per far fronte allo stress ossidativo indotto dalla distruzione del ritmo circadiano e / o dalla stanchezza cronica, causa oltretutto di depressione (burnout).

In accordo con altri studi, visto che la produzione di radicali liberi induce anche disturbi neurologici, lo stress ossidativo può essere attenuato dal trattamento con vitamine antiossidanti. Pertanto, tali studi indicano che la sindrome da stanchezza cronica e la depressione che si verificano durante il viaggio aereo potrebbero essere diminuite dall’integrazione di antiossidanti con melatonina o vitamina C / E.

Per quanto riguarda il disturbo del jet lagla disfunzione del ritmo circadiano e, di conseguenza, le alterazioni del sistema endocrino sono spesso riscontrate da frequenti viaggiatori aerei che attraversano più fusi orari. Dunque i più colpiti sono senza dubbio i piloti, e le pilote, in particolare, visto che essendo donne, sono già soggette a fluttuazioni ormonali più importanti rispetto al genere maschile! Alcuni viaggiatori fanno affidamento sul consumo di bevande alcoliche per superare l’insonnia; tuttavia, ciò può aggravare condizioni mentali o patologiche. Al contrario, come abbiamo visto, l‘integrazione antiossidante può essere utile per l’insonnia, l’affaticamento e per stress mentali e fisici.

Ulteriori studi riportano che i piloti che volano ad altitudini più elevate mostrano una minore vigilanza rispetto ai piloti che volano ad altitudini più basse. Inoltre i primi presentano diminuita frequenza respiratoria e aumento della frequenza cardiaca. Infatti, la ridotta pressione nella cabina dell’aeromobile induce significative riduzioni della saturazione di ossigeno nei passeggeri, equipaggio e piloti, anche diverse ore dopo un volo. Rappresenta, dunque, un altro fattore di rischio importante in quanto, generando ipossia, induce la “tempesta” di radicali liberi con le relative conseguenze (i.e. stress ossidativo e alterazioni delle funzioni biologiche). L’ipossia si verifica, in particolare, nelle cabine degli aerei ad alta quota quando la pressione dell’aria in cabina è relativamente bassa e la quantità di ossigeno trasportata nel sangue è ridotta rispetto a quella a livello del mare (WHO 2018).

L’ipossia ad alta quota può, oltretutto, giocare un ruolo importante nella produzione di infiammazione, ulcera gastrica o sanguinamento e malattia infiammatoria intestinale, come anche la cosiddetta malattia da alta quota. Quest’ultima comprende mal di testa, stanchezza, vertigini, nausea, edema cerebrale, diminuzione della coscienza ed edema polmonare.  Pertanto, i viaggiatori aerei con malattie cardiache e polmonari e disordini del sangue (ad es. anemia falciforme), possono richiedere un apporto di ossigeno supplementare durante il volo (WHO 2018).

Diversi ricercatori hanno dimostrato che oltre agli integratori di vitamina (C, E) antiossidante, la propoli, la melatonina, il consumo di succhi di frutta o verdure fresche, erbe antiossidanti o piante potrebbero efficacemente eliminare i radicali liberi, dunque può aiutare a ridurre o prevenire queste manifestazioni avverse. Il sonno profondo, invece, può essere una strategia efficace per far fronte ai disturbi del ritmo circadiano durante i viaggi aerei in sinergia con melatonina. In aggiunta, dispositivi per dormire o sedili comodi sono un valido aiuto per l’insonnia.

Ancora, altri fattori di rischio importanti associati al viaggio comprendono malattie infettive quali, il colera, HIV, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, la malaria, il morbillo, la polmonite, la legionellosi, l’influenza e l’ebola. Sono necessari sforzi globali per prevenire la diffusione internazionale di malattie infettive tra i viaggiatori prima, durante e dopo i voli. Tuttavia grazie ai risvolti nanotecnologici (come ad esempio i nanomateriali autopulenti e autoriparanti) e allo sviluppo della medicina di precisione, dell’omica (i.e. “fotografia” personalizzata del nostro stato infiammatorio in modo personalizzato) ed all’avvento di CRISPR-Cas9, una tecnologia di modifica genetica, si pensa che l’editing del genoma possa potenzialmente essere usato per creare deliberatamente un agente patogeno presente nell’aria da utilizzare come arma biologica, anche e soprattutto nei siti aeroportuali e aerei.

Amerei concludere esprimendo che, a mio avviso e secondo i miei studi, per ridurre patologie e / o incidenti aerei, stress cronico da lavoro, etc., il monitoraggio preciso ed accurato, l’integrazione nutrizionale personalizzata (e ad oggi è possibile, cfr. omica), in sinergia con vitamine, “parafulmini” delle nostre cellule , melatonina (come proposto dagli autori) ed altri integratori specifici per ogni singola persona, come probiotici, antinfiammatori, antiossidanti, attività fisica, relax, digiuno e meditazione, in particolare per i piloti / e, ma anche, per i frequenti viaggiatori aerei, equipaggio e staff, sono dei tasselli fondamentali da raggiungere quanto prima.

Inoltre,  la medesima distruzione del ritmo circadiano -come altri fattori di rischio per la salute riscontrati in tale sindrome (ATS) – è sovente ritrovarla tra studenti, ricercatori e lavoratori, dunque il discorso vale per tutti noi, a prescindere se viaggiamo spesso o meno. Infatti, più gravi e durature del jet lag sono le patologie che possono essere attribuite ad attività lavorative cronicamente soggette a regimi di turnazione nel lavoro (shift-work). Urge, dunque, un monitoraggio personalizzato e preciso a 360 gradi! La prevenzione e, come sempre, la sinergia tra naturale ed artificiale è la chiave per vincere anche queste “battaglie”!

Riferimenti bibliografici

[1] Jeum-Nam Kim & Byung-Mu Lee (2018) Risk management of free radicals involved in air travel syndromes by antioxidants, Journal of Toxicology and Environmental Health, Part B, 21:2, 47-60, DOI: 10.1080/10937404.2018.1427914 

[2] Martin and Boland Globalization and Health (2018) 14:28 

[3] ICAO DOC 9966 – Manual for the Oversight of Fatigue Management Approaches. Second edition, 2016

[4] ICAO-Doc 8984 – Manual of Civil Aviation Medicine, third Editions – 2012

[5] http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0092867402012254

[6] L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

[7] L. Mattera. Scienzintasca 2017. Epigenetica: viaggiamo nel suo magico nanomondo.