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Personalità istrionica e narcisistica. Il ruolo dei social network

L’ istrionico ama stare al centro dell’attenzione, e lo fa manipolando la realtà. È seduttivo, esibizionista, curioso, estroverso, veste in modo molto vistoso, elegante, ma in realtà non è forte come potrebbe sembrare. Ha paura di restare solo, di soccombere alla vita perché non ha sviluppato un attaccamento sicuro durante l’infanzia.

Si identifica con il personaggio ideale voluto dal genitore, che deve primeggiare, essere ammirato, essere al centro.

Nelle relazioni sentimentali l’altro si sente controllato, non si fida e si sente in trappola.

In realtà queste persone recitano sul palcoscenico della vita con tante maschere, una per ogni occasione. Lo fanno quotidianamente per ricevere consensi. Se non ci fosse il pubblico infatti risulterebbero persone depresse.

Spesso siamo portati a confondere la personalità dell’istrionico con quella del narcisista. Quest’ultimo si ritiene una persona speciale e unica, richiede ammirazione da parte dell’ambiente e prova rabbia se viene criticato. Nelle relazioni tende a idealizzare l’altro se lo ammira e lo gratifica, ma lo disprezza e lo svaluta quando questo non soddisfa più i suoi bisogni. Come l’istrionico, anche esso ha bisogno di attenzioni dall’esterno. Il narcisista però richiede di essere considerato speciale mostrandosi anche arrogante e superbo, l’istrionico invece è più disposto a mostrarsi fragile e bisognoso se questo gli consente di ottenere attenzioni.

I social network non fanno altro che aumentare il rischio di sviluppare problemi alla propria personalità.

Come spiega Paolo Crepet, psichiatra e psicoterapeuta, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, esistono due livelli di narcisismo. Quello sano, rappresentato dalla componente fisiologica, l’amore per se stessi. Quello patologico, proprio di chi crede che il mondo giri intorno a lui. Indicatori significativi di un narcisismo patologico sono la “tipologia di foto postata sui social network e la quantità delle stesse. Pubblicare foto di sé in stile top model, non essendo un/una top model, utilizzare un abbigliamento particolarmente vistoso o mostrare nelle foto quello che non si è nella realtà non è altro che un’esteriorizzazione del sé, in mancanza del sé.”

L’influenza che i social network hanno sullo sviluppo di patologie è stato confermato da uno studio effettuato da un gruppo di scienziati della Swansea University, nel Regno Unito, e dell’Università Statale di Milano. Nessuno prima di questo aveva indagato se l’utilizzo problematico di internet potesse essere associato a tratti narcisistici. È stato dimostrato un aumento del 25% dei tratti narcisistici nelle persone che erano solite postare un alto numero di selfie.

Molto spesso si manifesta il bisogno compulsivo di sedurre. Questo è il risultato di un vuoto interiore che viene colmato da like e commenti di apprezzamento, spesso finti.

È normale che le persone con queste tipologie di caratteristiche di personalità hanno bisogno di un mezzo qualsiasi per sentirsi al centro, perché si nutrono dell’attenzione altrui.

Purtroppo anche se non ce ne accorgiamo, pubblicare sui social eccessivi contenuti che idealizzano la propria persona, innesca un meccanismo di auto-esaltazione che può sfociare nel patologico.

Quindi è necessario utilizzare in modo corretto e consapevole tutte le nuove tecnologie delle quali disponiamo, per evitare l’insorgenza di patologie.

Michelini, Gabbard, Carcione, Nicolò, Procacci, Semerari, Crepet, Truzoli, Di Bitonto

Perché l’Obesità aumenta l’infiammazione?

L’Obesità è una patologia multifattoriale caratterizzata da un eccessivo accumulo di tessuto adiposo, che influisce negativamente sullo stato di salute dell’individuo, aggravando fortemente i costi per la spesa sanitaria; e per quanto possa sembrare incredibile, solo negli ultimi 30 anni è stata considerata dalla comunità clinica internazionale una vera e propria patologia più che una semplice alterazione estetica [1]. Più che l’Obesità, sono le sue conseguenze che rappresentano dei veri e propri fattori di rischio per malattie gravi come l’Aterosclerosi, il Diabete di tipo 2, l’Ipertensione, l’Ipogonadismo, le Malattie cerebrovascolari e cardiovascolari e tante altre [2]. Questo perché, il tessuto adiposo (grasso corporeo) oltre ad essere la nostra vera e propria riserva energetica e il nostro principale termoisolante, è un organo endocrino a tutti gli effetti, che produce una serie di ormoni e molecole chiamate Adipochine, le quali sono in grado di stabilire nessi di comunicazione con altri tessuti e organi. In caso di aumento del tessuto adiposo, la produzione di queste Adipochine cambia, determinando quelle che sono le conseguenze negative dell’Obesità [3][4]. Infatti l’ingresso dei trigliceridi all’interno delle cellule adipose, causa il loro progressivo aumento del volume. Questo cambiamento è visibile anche dall’esterno: la pancia diventa sempre più prominente e tutto il corpo ingrassa a causa dell’espansione del grasso addominale e sottocutaneo. Ovviamente le cellule adipose non possono ricevere una dose illimitata di trigliceridi al loro interno, altrimenti “esploderebbero” come un palloncino colmo d’aria. Per non scoppiare e morire, raggiunto il loro volume critico producono particolari proteine infiammatorie, finalizzate a impedire l’ulteriore entrata di trigliceridi al loro interno. Ma queste proteine, determinano un’infiammazione cronica sistemica estesa su tutto l’organismo! Così il corpo, giorno dopo giorno si trasforma, viene a ridursi la massa magra e la massa ossea e si modificano i valori della pressione arteriosa, perché l’acqua uscendo dalle cellule adipose entra nel connettivo per finire all’interno dei vasi sanguigni aumentando i volumi idrici circolanti e causando la comparsa di capillari cutanei dilatati, edemi e vene varicose [5].

 

Bibliografia:

[1] World Health Organization (WHO). Obesity and overweight. January 2015. http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs311/en/. Accessed 2 April 2016.

[2] Alberti KG, Zimmer P, Shaw J. The metabolic syndrome, a new worldwide definition. Lancet. 2005;366:1059-62. doi:10.1016/S0140-6736(05)67402-8.

[3] Sell H, Habich C, Eckel J. Adaptive immunity in obesity and insulin resistance. Nat Rev Endocrinol. 2012;8:709-16. doi:10.1038/nrendo.1012.114.

[4] Lumeng CN, Saltiel AR. Inflammatory links between obesity and metabolic sisease. J Clin Invest. 2011;121:2111-7. doi: 10.1172/JCI57132.

[5] Rossi PL. Dalle calorie alle molecole. Roma, Aboca, 2014.

Edifici e salute: il rischio microbiologico.

 Batteri, lieviti e muffe, i nostri coinquilini.

Ecco l’ultimo appuntamento con i rischi legati agli edifici:  il rischio microbiologico.

E’ utile una premessa: non tutti i microrganismi sono patogeni o dannosi. Molti di essi sono indispensabili per l’uomo. Ci occuperemo ora di quelli che possono darci dei problemi nell’ambiente in cui viviamo.

Il rischio microbiologico fa parte dei rischi da agenti biologici.
Il decreto legislativo 81/08, che regolamenta la sicurezza nei luoghi di lavoro,  si occupa di prevenzione e  protezione quando sussiste un rischio di esposizione agli agenti biologici dei lavoratori.  La prevenzione del rischio biologico è quindi prevista negli ambienti di lavoro ma non ci sono regole per gli ambienti domestici!

Vediamo quindi come fare!

Negli ambienti indoor è presente una grande varietà di agenti biologici che comprendono:

  • microrganismi (virus, batteri, muffe, lieviti, funghi, protozoi, alghe),
  • insetti (acari, aracnidi),
  • materiale biologico derivato (frammenti di esoscheletro, escreti, tossine)
  • materiale organico di origine vegetale (pollini).

COME ESPLICANO LA LORO AZIONE?
azione infettiva, svolta da batteri, protozoi, virus, muffe e lieviti (ad es. Legionella pneumophila, Aspergillus fumigatus ecc.);
azione allergizzante, sostenuta da actinomiceti termofili, da microfunghi (Aspergillus, Alternaria, Penicillium,  Aureobasidium, ecc.), protozoi (Naegleria gruberi, Acanthamoeba ecc.) o metaboliti microbici. In questo caso i soggetti esposti manifestano riniti, sinusiti, asma, alveoliti o febbri, descritte come Organic Dust Toxic Syndrome (ODTS);
azione tossica, svolta da prodotti del metabolismo di alcuni agenti biologici quali endotossine, micotossine e 1-3 ß-D-glucani.

ORIGINE
Tra gli agenti biologici elencati parleremo nell’articolo della contaminazione microbiologica cioè quella di cui sono responsabili batteri, lieviti e muffe.
Troviamo le principali fonti di inquinamento microbiologico degli ambienti indoor negli occupanti (uomo e animali).
Ma anche nell’acqua stagnante, nei residui di alimenti, nelle piante, nei rifiuti, nella polvere, nelle strutture, nei servizi tecnologici dell’aria
In assoluto il maggior serbatoio è il corpo umano con differenti concentrazioni nelle diverse zone del corpo legate anche alla presenza di abiti. Molto importanti nella distribuzione dei microrganismi sono gli atti del parlare, starnutire e tossire.
Polvere, legno, materiale isolante, carta da parati, manufatti tessili per arredamento, tappeti, tappezzerie, ecc. si configurano come substrati per l’adesione dei microorganismi. Lo sono soprattutto quando si verificano condizioni idonee di temperatura e umidità: è quindi fondamentale l’attenzione al microclima.

Negli anni ’70 è stata descritta la “Sindrome dell’edificio malato” (Sick Building Sindrome, SBS)”.
Si tratta di una patologia che comprende svariati sintomi aspecifici, quali: irritazione oculare, cefalea, secchezza delle vie respiratorie, sonnolenza, eritemi e pruriti cutanei. SBS sembra sia collegata alle condizioni dell’edificio in cui i soggetti colpiti trascorrono buona parte del loro tempo.
Si ritiene che l’inquinamento microbiologico giochi un ruolo determinante in questa sindrome anche se ancora oggi non esistono correlazioni certe tra SBS e contaminazione microbiologica.

E’però vero che la composizione della flora microbica in edifici malati è completamente diversa rispetto a quella esterna con predominanza di agenti allergizzanti.

COME ARRIVANO A NOI
Gli agenti microbiologici presenti nell’aria, sono trasportati sotto forma di bio-aerosol. Sono legati a polvere, particelle liquide o altri contaminanti naturalmente presenti (emulsioni oleose, polvere di legno, ecc.).

Ne consegue il rischio, per l’essere umano, di esposizione per via inalatoria, per contatto con superfici e oggetti contaminati o per ingestione.
Per gli agenti biologici è difficile valutare l’entità dell’esposizione. Inoltre non sono stati definiti limiti di contaminazione utilizzabili come valori soglia ma solo valori di riferimento.

Di seguito si riporta una tabella con i valori di riferimento per le abitazioni.

In generale si usano i valori di riferimento europei. E’ interessante segnalare che in Italia, Dacarro e collaboratori hanno proposto un altro tipo di approccio per la valutazione delle cariche microbiologiche da correlare ad un giudizio sulla qualità dell’aria.
Questo metodo tiene conto di diversi aspetti e si configura quindi come un indice complesso e mediato nella valutazione del rischio microbiologico.

MISURE PER RIDURRE L’ESPOSIZIONE
I contaminanti microbiologici possono essere controllati mediante una manutenzione adeguata dell’edificio, dei materiali impiegati e dei sistemi di ventilazione e condizionamento.
In particolare si raccomandano le seguenti misure:

  • mantenere accuratamente pulite tutte le superfici, in particolare quelle che vengono a contatto con i cibi.
  • ridurre il più possibile i livelli di polvere negli ambienti chiusi.
  • lavare regolarmente tessuti d’arredamento ove possibile.
  • aumentare la ventilazione negli ambienti, riscaldare tutte le stanze durante l’inverno.
  • mantenere un livello di umidità relativa nell’abitazione inferiore al 60%.
  • assicurarsi che venga fatta regolare manutenzione e pulizia di umidificatori, vaporizzatori e componenti degli impianti di climatizzazione, compresa la pulizia e sostituzione regolare dei filtri; utilizzare, ove necessario, sistemi di ventilazione/condizionamento, dotati di filtri speciali.
  • mantenere puliti gli ambienti destinati agli animali domestici.

Tra queste regole generali assume particolare importanza la manutenzione degli impianti di climatizzazione per via del rischio di esposizione alla Legionella pneumophila. L’argomento è  già trattato su Scienzintasca in un articolo specifico.

Un altro tema che merita uno spazio a parte è l’igiene ed il conseguente rischio microbiologico degli ambienti in cui si prepara il cibo. Saremo presto da voi anche con questo argomento!

Fonte dati:

  • Inail 2010. Il monitoraggio microbiologico negli ambienti di lavoro. Campionamento e analisi
  • Inail 2006. Microclima, illuminazione ed areazione ne luoghi di lavoro
  • Opuscoli del Ministero della Salute. Direzione generale della prevenzione sanitaria-Direzione generale della comunicazione e dei rapporti europei e internazionali
  • ISS 2013. Strategie di monitoraggio dell’inquinamento di origine biologica dell’aria in ambienti indoor

http://www.salute.gov.it/portale

https://www.inail.it/

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Ruolo dell’alimentazione nella formazione dei calcoli biliari

I calcoli biliari (o litiasi), non sono altro che delle aggregazioni solide costituite più frequentemente da cristalli di colesterolo (e componenti minori) che si accumulano nel lume della colecisti.

La colecisti o cistifellea, è una piccola sacca piriforme contenente la bile, si collega al fegato attraverso i dotti epatici e al duodeno attraverso il coledoco. Come tutti i visceri cavi il suo volume varia a seconda del suo contenuto, allo stato di distensione media contiene da 50 a 60 cc di bile. La colecisti funziona come un serbatoio: la bile prodotta dal fegato viene in essa riversata, qui viene concentrata e poi espulsa nel duodeno attraverso una serie di contrazioni. La bile è un fluido costituito da acqua, acidi biliari, elettroliti, colesterolo, fosfolipidi e bilirubina, dove vengono escreti anche molti farmaci e tossine precedentemente metabolizzate nel fegato. Il ruolo principale della bile è quello di facilitare la digestione dei grassi permettendone l’assorbimento intestinale.

La patogenesi dei calcoli si sviluppa attraverso tre fasi:

  1. bile supersatura di colesterolo
  2. alterazione della motilità della colecisti
  3. rapida aggregazione dei cristalli di colesterolo

Nella fase 1, l’eccessiva presenza di colesterolo supera la capacità solubilizzante degli altri costituenti della bile (acidi biliari e fosfolipidi). Il colesterolo è una molecola non solubile in acqua ed essendo la bile un solvente acquoso, viene “reso solubile” grazie agli acidi biliari ed ai fosfolipidi che lo inglobano in strutture sferiche solubili in acqua (micelle miste) che, in questo modo, possono essere veicolate nella bile senza precipitare. Quando però, la presenza di colesterolo è eccessiva, viene rotto tale equilibrio e lo stesso precipita, inizialmente sotto forma di microcristalli, successivamente in cristalli di maggiori dimensioni. L’ipersaturazione di colesterolo nella bile può derivare sia da una maggiore captazione di questa molecola da parte del fegato (che contribuisce maggiormente), sia da una eccessiva produzione epatica. Nel  primo caso, vi è una maggiore disponibilità di colesterolo  alimentare, quindi una dieta squilibrata non fa altro che fornirne al fegato eccessive quantità: da qui l’accumulo in cristalli.

Nella fase 2 si verifica un difetto motorio della colecisti. In condizioni fisiologiche, la colecisti si contrae dopo un pasto per svuotarsi dell’80%, inoltre si contrae anche a digiuno ogni 2 ore per permettere uno svuotamento del 20%. Tali movimenti hanno lo scopo di creare un movimento continuo della bile verso l’intestino, ma soprattutto di evitare lo stazionamento prolungato della bile nella colecisti che favorirebbe la precipitazione dei cristalli. I difetti della contrattilità possono favorire dunque la stasi biliare e la formazione dei calcoli. Ancora oggi non è chiaro se tali difetti abbiano un’origine primaria, o secondaria e quindi dovuta sempre all’eccesso di colesterolo che favorirebbe un processo infiammatorio che provoca il deficit motorio.

Nella fase 3 si sviluppa una maggiore produzione di muco che, aumentando la viscosità della bile, favorisce il processo di nucleazione, e quindi  velocizza la formazione dei cristalli.

Il sintomo predominante della litiasi biliare è la colica biliare che si manifesta con dolore nell’ipocondrio destro o all’epigastrio e irradiazione verso la spalla. Il dolore generalmente perdura per più di mezzora e si presenta dopo i pasti. Tuttavia esistono anche casi in cui il soggetto è asintomatico. Tra le complicanze ricordiamo la più frequente che è la pancreatite acuta.

In linea generale il trattamento d’elezione è rappresentato dalla colecistectomia, grazie alla quale si elimina l’intero organo chirurgicamente e si evitano le recidive. In alcuni casi si sceglie di monitorare il paziente con le terapie mediche. L’alimentazione in quest’ultimo caso deve prevedere pasti leggeri e frequenti, evitando cibi eccessivamente grassi e pasti abbondanti, prediligendo verdura e frutta.

Nei paesi occidentali la litiasi rappresenta una delle più comuni e più costose patologie dell’apparato digerente. I fattori di rischio maggiormente legati a tale patologia sono: età avanzata, sesso femminile, eccedenza ponderale, familiarità, storia di diete dimagranti, bassi livelli epatici di colesterolo e alti di trigliceridi.

Uno stile di vita insano dunque, è direttamente coinvolto nello sviluppo dei calcoli biliari. Come per altre patologie , anche la litiasi riconosce elementi della sindrome metabolica (basso HDL, elevati trigliceridi, obesità e diabete), inoltre le due patologie  hanno in comune un fattore patogenetico molto rilevante che è l’insulino-resistenza. Le cattive abitudini alimentari dunque,  giocano un ruolo chiave nella comparsa della malattia:  accanto all’obesità anche le diete drastiche o lunghi periodi di digiuno aumentano il rischio della formazione dei calcoli.

La prevenzione di tale patologia prevede uno stile di vita sano, il mantenimento del peso corporeo ideale, una dieta ricca di fibre e povera di zuccheri raffinati e grassi animali e una attività fisica quotidiana. L’eccesso di colesterolo alimentare non  dipende soltanto da un eccedente consumo di alimenti che lo contengono, ma soprattutto dal consumo di cibi che portano, all’interno del nostro organismo, ad una eccessiva produzione dello stesso, quali ad esempio i carboidrati. Per cui una dieta sbilanciata a favore di pane, pasta, bevande zuccherine, dolci e similari potrebbe influenzare negativamente la formazione dei calcoli. Ricordiamo comunque che i fattori ambientali (dieta e stile di vita) sono sempre associati a quelli genetici, per cui affinché si possa sviluppare la patologia, è necessaria la concomitante presenza di entrambi i fattori.

Poiché dunque sulla genetica non possiamo (ancora) agire, il consiglio è quello di  fare prevenzione agendo sui fattori ambientali. È importante rispettare l’equilibrio tra i diversi alimenti, evitando di eccedere con le calorie e cercando di bilanciare e diversificare la dieta. L’attività fisica, inoltre, se praticata con regolarità, ci aiuta a mantenere il peso corporeo entro certi limiti e ad evitare l’accumulo di grasso a tutto vantaggio della massa muscolare.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

Cos’è la legionella? Niente allarmismi ma buon senso

 E’ certamente capitato a tutti di sentir parlare di legionella, di morbo del legionario e così via…

Ma esattamente di cosa parliamo?

Quali sono i rischi associati a questa malattia?

Quali sono gli elementi scatenanti?

Con un linguaggio semplice ma esaustivo cerchiamo di dare alcune risposte.

Il Morbo del Legionario, detto anche legionellosi, è una malattia polmonare sostenuta da un batterio : Legionella pneumophila. Il nome della malattia, indubbiamente un po’ originale e che evoca paesi ed ambienti esotici, in realtà deriva da un evento verificatosi negli USA e che ha interessato degli ex legionari. In particolare in occasione del raduno nel 1976 della Legione Americana, a Philadelphia, si diffuse un’epidemia di polmonite. Furono colpite circa 221 persone di cui almeno una trentina morì. Il batterio, fino ad allora sconosciuto, fu studiato e prese quindi il nome di “Legionella”, dai legionari, e pneumophila in quanto “amica dei polmoni”. Si comprese poi che la fonte di contaminazione era da ricercare nel sistema di condizionamento della sala. Lo studio del microrganismo ha evidenziato almeno 50 specie  di legionella con sviluppo di patologie a diversa virulenza.

In sostanza distinguiamo tra:

  • la legionellosi vera e propria è una polmonite infettiva con caratteristiche cliniche che non permettano di distinguerla da altre forme di polmonite (spesso con conseguente ritardo nella diagnosi)
  • la febbre Pontiac, una forma molto meno grave.

In entrambi i casi la terapia è antibiotica.

Ma dove troviamo la legionella?

La legionella è un batterio così detto “ubiquitario”.
Si trova comunemente in moltissimi ambienti naturali e non è quindi necessario essere in presenza di situazioni di degrado perché si sviluppi.
Questo vuol dire che non abbiamo dei parametri, che con un’evidente alterazione, ci possano indurre a sospettarne la presenza. Possiamo solo selezionare e monitorare gli ambienti nei quali, per caratteristiche chimico, fisiche e biologiche, la legionella può vivere e svilupparsi con maggiore facilità e su questi effettuare l’adeguata prevenzione. Le legionelle vivono in ambienti ad elevata umidità o in ambienti acquatici sia naturali che artificiali: acque sorgive, acque termali, fiumi, laghi, pozze, e così via. Da questi ambienti passano ai sistemi artificiali, come tubature di acquedotti, reti idriche degli edifici, serbatoi, e fontane. Possono svilupparsi anche nelle e piscine, nelle vasche idromassaggio ed in tutti i sistemi alimentati dall’acqua come i condizionatori o i soffioni delle docce. Legionelle sono state trovate persino nel velo d’umidità degli angoli delle finestre!

Il range di temperatura ottimale è tra i 20°C ed i 45°C, oltre i 60°C il batterio muore: dato fondamentale nelle attività di prevenzione.

Gli ambienti in cui legionella arriva e si moltiplica fungono quindi da serbatoi e da disseminatori del batterio. La legionellosi viene contratta per inalazione di aerosol contaminato dal batterio e  quanto più piccole sono le gocce tanto maggiore è il rischio di inalazione. E’ evidente che dobbiamo stare attenti a tutte quelle situazioni che maggiormente portano alla formazione di areosol: condizionatori, vasche idromassaggio, docce ferme da tempo, e così via.

Ma qual è realmente il rischio che si corre?

Nel 2014, anno con il più alto tasso di casi in Europa, sono stati registrati  6941 eventi (circa 13 casi su 1 milione ). In generale Francia, Germania, Italia, Portogallo e Spagna registrano insieme il 74% dei casi europei. Possiamo affermare quindi che, nonostante la diffusione del batterio, la malattia umana è certamente rara. In ogni caso viene contratta con la copresenza di fattori predisponenti quali: età avanzata, malattie croniche, immunodeficienza e tabagismo.

E’ mortale?

Indicativamente nel  5% e il 10% dei casi (quindi al massimo per una persona su un milione) ed è strettamente correlata allo stati fisico del soggetto che contrae la malattia ed alla tempestività di diagnosi e profilassi.

E allora ci dobbiamo preoccupare? Dobbiamo fare prevenzione?

In generale è raccomandabile effettuare pulizia e manutenzione periodica dei potenziali serbatoi del microrganismo: condizionatori con formazione di condensa, piscine, vasche idromassaggio, docce quando soprattutto vengono riattivate dopo un periodo di inattività.
La manutenzione potrà essere effettuata da ditte specializzate, per esempio nel caso di piscine o vasche idromassaggio, ma potrà anche essere effettuata dall’utilizzatore con impiego di acqua molto calda (anche 70-80°C) da far scorrere a lungo nel caso di docce inattive, con l’accortezza di non respirare in prossimità della nube di aerosol che si forma durante la fuoriuscita dell’acqua.
Dove è possibile, oltre alla pulizia meccanica o allo schok termico, è raccomandabile la disinfezione chimica con prodotti a base di cloro al quale il batterio è estremamente sensibile.

In conclusione niente allarmismi e un po’ di buon senso nella gestione dei propri impianti.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.