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Air Travel Syndromes – ATS – Sindrome da viaggio aereo : un “concerto discordante” di fattori di rischio per la nostra salute!

Sindrome da viaggio aereo, in inglese “Air Travel Syndromes” (ATS), un termine di recentissima definizione associato ai viaggi aerei, si manifesta come disturbi del sonno, stress fisico e mentale, disturbi gastrointestinali, malattie respiratorie, disturbi circolatori come arresto cardiaco e trombosi, infezioni, depressione e stanchezza. Uno dei principali fattori di rischio è la distruzione del ritmo circadiano conseguente al jet lag e insufficiente secrezione di melatonina, che si traduce in insonnia, stress mentale e affaticamento, ma non solo.

In letteratura è riportato che il viaggio aereo è associato a vari fattori di rischio per la salute attribuiti ad una elevata incidenza di malattie acute o croniche. Difatti, durante la crociera, i frequenti viaggiatori sono esposti a vari fattori di rischio, interni ed esterni, per la salute. La maggior parte dei fattori di rischio descritti nei seguenti paragrafi, hanno come denominatore comune quello di promuove la generazione di radicali liberi che, come vedremo, riducendo le attività degli enzimi antiossidanti promuovono vari effetti avversi sulla nostra salute. Infatti, lo stress ossidativo è di gran lunga il maggiore responsabile dei danni strutturali del DNA, dunque, “direttore d’orchestra” d’innesco di diverse patologie.

I fattori di rischio interni per la salute comprendono affaticamento, stress mentale, alterazioni ormonali e problemi circolatori, mentre i fattori di rischio esterni includono alte altitudini, scarsa qualità interna dell’aria, esposizione alle radiazioni, cibi squilibrati forniti dalle compagnie aeree e senso di ansietà durante incidenti e / o attacchi terroristici.

È riportato che i viaggiatori aerei possono manifestare stress fisici e mentali durante il volo; possono, spesso, provare nervosismo e disagio emotivo. Questi stress mentali potrebbero manifestarsi come affaticamento e conseguente soppressione immunitaria. Inoltre, ad alte quote, siamo esposti a dosi di radiazioni relativamente elevate.

Una volta esposti alle radiazioni, vengono generati radicali liberi, come le specie reattive dell’ossigeno (ROS) o le specie reattive dell’azoto (RNS), che danneggiano le biomolecole, inclusi DNA, proteine e lipidi. Il danno ossidativo può anche essere alla base di altri effetti avversi, come infiammazione, malattie cardiovascolari, disturbi dello sviluppo e anomalie riproduttive.

I meccanismi molecolari alla base delle malattie indotte dalle radiazioni ionizzanti, tra cui il cancro del polmone, della tiroide, la leucemia e melanoma, così come i difetti alla nascita, sono stati ampiamente studiati sia in vitro che in vivo. In particolare, esiste una forte correlazione tra l’esposizione alle radiazioni e aumento di rischio di cancro. Difatti, una recente meta-analisi ha dimostrato che i piloti e l’equipaggio di cabina hanno all’incirca il doppio dell’incidenza di sviluppare un melanoma rispetto alla popolazione generale. Inoltre, secondo gli autori, questo dato potrebbe essere parzialmente correlato all’esposizione in volo di raggi UV e radiazioni cosmiche. Dunque, il livello di esposizione alle radiazioni è un fattore critico sia per l’equipaggio che per i frequenti viaggiatori. Ma a mio avviso, aggiungerei, in accordo con i miei studi e corsi, che senza dubbio la principale causa di ogni male è l’infiammazione !

Importante notare che le prove epidemiologiche relative all’esposizione di radiazioni cosmiche e della qualità dell’aria di professionisti, come gli astronauti, i piloti e gli assistenti di cabina sono limitate. Questi dati sono quasi inesistenti per i viaggiatori aerei e per la popolazione. Urgono dunque ulteriori e repentine indagini anche negli ambienti di lavoro, nelle scuole ed università!!!

Anche i potenziali meccanismi alla base di molte malattie associate a stress mentale o fisico possono comportare la generazione di radicali liberi, come le ROS e RNS, innescando danni ossidativi e squilibri mentali. A questo si aggiunge, inoltre, il fatto che spesso i passeggeri (come studenti, lavoratori, professionisti) devono rimanere seduti per periodi di tempo relativamente lunghi. I posti stretti e l’inattività fisica imposta possono produrre un maggiore stress fisico tra i passeggeri di classe economica rispetto ai viaggiatori di classe business, con rischio di trombosi e malessere psicofisico.

L’ Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO), si è espressa in modo preciso affermando che, nella maggior parte dei casi, questi rischi potrebbero essere evitati attraverso una prevenzione tempestiva ed accurata (ICAO 2016). Tuttavia, in questi studi si è visto che i frequenti viaggiatori ed i piloti /e , soffrono più di stress mentale e di alterazioni ormonali a causa delle differenze di orario tra i paesi di partenza e di arrivo, con relativa distruzione del prezioso ritmo circadiano.

Il ritmo circadiano, definito come oscillazioni  con un periodo di circa 24 ore, influenza il comportamento umano, la fisiologia ed il metabolismo. Per molti anni si è pensato ci fosse un unico orologio, in realtà oggi sappiamo che sono diversi e tutti sincronizzati, sparsi nei vari organi. Alterazioni significative della funzionalità dell’orologio circadiano nell’uomo possono determinare alcune, cosiddette, cronopatologie.

La distruzione del ritmo circadiano, infatti, è correlata all’invecchiamento, alla neurotossicità, al diabete, nefrotossicità ed obesità, all’ipertensione, alle malattie cardiovascolari e al cancro, psicosi ed altre forme di disturbo neuronale e del comportamento. Inoltre, cambiamenti nella secrezione di melatonina dalla ghiandola pineale, conseguente alla distruzione del ritmo circadiano, disturbano il sonno e inducono l’insonnia, ma non solo. La secrezione anormale della melatonina può aumentare lo stress ossidativo e, come abbiamo visto, la suscettibilità alle malattieLa melatonina, elimina direttamente i radicali liberi e migliora indirettamente gli effetti degli antiossidanti. Dunque, offre una moltitudine di vantaggi fisiologici e metabolici per far fronte allo stress ossidativo indotto dalla distruzione del ritmo circadiano e / o dalla stanchezza cronica, causa oltretutto di depressione (burnout).

In accordo con altri studi, visto che la produzione di radicali liberi induce anche disturbi neurologici, lo stress ossidativo può essere attenuato dal trattamento con vitamine antiossidanti. Pertanto, tali studi indicano che la sindrome da stanchezza cronica e la depressione che si verificano durante il viaggio aereo potrebbero essere diminuite dall’integrazione di antiossidanti con melatonina o vitamina C / E.

Per quanto riguarda il disturbo del jet lagla disfunzione del ritmo circadiano e, di conseguenza, le alterazioni del sistema endocrino sono spesso riscontrate da frequenti viaggiatori aerei che attraversano più fusi orari. Dunque i più colpiti sono senza dubbio i piloti, e le pilote, in particolare, visto che essendo donne, sono già soggette a fluttuazioni ormonali più importanti rispetto al genere maschile! Alcuni viaggiatori fanno affidamento sul consumo di bevande alcoliche per superare l’insonnia; tuttavia, ciò può aggravare condizioni mentali o patologiche. Al contrario, come abbiamo visto, l‘integrazione antiossidante può essere utile per l’insonnia, l’affaticamento e per stress mentali e fisici.

Ulteriori studi riportano che i piloti che volano ad altitudini più elevate mostrano una minore vigilanza rispetto ai piloti che volano ad altitudini più basse. Inoltre i primi presentano diminuita frequenza respiratoria e aumento della frequenza cardiaca. Infatti, la ridotta pressione nella cabina dell’aeromobile induce significative riduzioni della saturazione di ossigeno nei passeggeri, equipaggio e piloti, anche diverse ore dopo un volo. Rappresenta, dunque, un altro fattore di rischio importante in quanto, generando ipossia, induce la “tempesta” di radicali liberi con le relative conseguenze (i.e. stress ossidativo e alterazioni delle funzioni biologiche). L’ipossia si verifica, in particolare, nelle cabine degli aerei ad alta quota quando la pressione dell’aria in cabina è relativamente bassa e la quantità di ossigeno trasportata nel sangue è ridotta rispetto a quella a livello del mare (WHO 2018).

L’ipossia ad alta quota può, oltretutto, giocare un ruolo importante nella produzione di infiammazione, ulcera gastrica o sanguinamento e malattia infiammatoria intestinale, come anche la cosiddetta malattia da alta quota. Quest’ultima comprende mal di testa, stanchezza, vertigini, nausea, edema cerebrale, diminuzione della coscienza ed edema polmonare.  Pertanto, i viaggiatori aerei con malattie cardiache e polmonari e disordini del sangue (ad es. anemia falciforme), possono richiedere un apporto di ossigeno supplementare durante il volo (WHO 2018).

Diversi ricercatori hanno dimostrato che oltre agli integratori di vitamina (C, E) antiossidante, la propoli, la melatonina, il consumo di succhi di frutta o verdure fresche, erbe antiossidanti o piante potrebbero efficacemente eliminare i radicali liberi, dunque può aiutare a ridurre o prevenire queste manifestazioni avverse. Il sonno profondo, invece, può essere una strategia efficace per far fronte ai disturbi del ritmo circadiano durante i viaggi aerei in sinergia con melatonina. In aggiunta, dispositivi per dormire o sedili comodi sono un valido aiuto per l’insonnia.

Ancora, altri fattori di rischio importanti associati al viaggio comprendono malattie infettive quali, il colera, HIV, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, la malaria, il morbillo, la polmonite, la legionellosi, l’influenza e l’ebola. Sono necessari sforzi globali per prevenire la diffusione internazionale di malattie infettive tra i viaggiatori prima, durante e dopo i voli. Tuttavia grazie ai risvolti nanotecnologici (come ad esempio i nanomateriali autopulenti e autoriparanti) e allo sviluppo della medicina di precisione, dell’omica (i.e. “fotografia” personalizzata del nostro stato infiammatorio in modo personalizzato) ed all’avvento di CRISPR-Cas9, una tecnologia di modifica genetica, si pensa che l’editing del genoma possa potenzialmente essere usato per creare deliberatamente un agente patogeno presente nell’aria da utilizzare come arma biologica, anche e soprattutto nei siti aeroportuali e aerei.

Amerei concludere esprimendo che, a mio avviso e secondo i miei studi, per ridurre patologie e / o incidenti aerei, stress cronico da lavoro, etc., il monitoraggio preciso ed accurato, l’integrazione nutrizionale personalizzata (e ad oggi è possibile, cfr. omica), in sinergia con vitamine, “parafulmini” delle nostre cellule , melatonina (come proposto dagli autori) ed altri integratori specifici per ogni singola persona, come probiotici, antinfiammatori, antiossidanti, attività fisica, relax, digiuno e meditazione, in particolare per i piloti / e, ma anche, per i frequenti viaggiatori aerei, equipaggio e staff, sono dei tasselli fondamentali da raggiungere quanto prima.

Inoltre,  la medesima distruzione del ritmo circadiano -come altri fattori di rischio per la salute riscontrati in tale sindrome (ATS) – è sovente ritrovarla tra studenti, ricercatori e lavoratori, dunque il discorso vale per tutti noi, a prescindere se viaggiamo spesso o meno. Infatti, più gravi e durature del jet lag sono le patologie che possono essere attribuite ad attività lavorative cronicamente soggette a regimi di turnazione nel lavoro (shift-work). Urge, dunque, un monitoraggio personalizzato e preciso a 360 gradi! La prevenzione e, come sempre, la sinergia tra naturale ed artificiale è la chiave per vincere anche queste “battaglie”!

Riferimenti bibliografici

[1] Jeum-Nam Kim & Byung-Mu Lee (2018) Risk management of free radicals involved in air travel syndromes by antioxidants, Journal of Toxicology and Environmental Health, Part B, 21:2, 47-60, DOI: 10.1080/10937404.2018.1427914 

[2] Martin and Boland Globalization and Health (2018) 14:28 

[3] ICAO DOC 9966 – Manual for the Oversight of Fatigue Management Approaches. Second edition, 2016

[4] ICAO-Doc 8984 – Manual of Civil Aviation Medicine, third Editions – 2012

[5] http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0092867402012254

[6] L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

[7] L. Mattera. Scienzintasca 2017. Epigenetica: viaggiamo nel suo magico nanomondo.

Semi di uva

La vite (Vitis vinifera L.) è una delle colture di frutta più praticate al mondo. L’areale di origine non è ben definito: un tempo si pensava che provenisse dalla Transcaucasia. Compare in Europa verso la fine del terziario, ma la sua utilizzazione risale al Neolitico. Scritture sumeriche risalenti alla prima metà del terzo millennio a.C. testimoniano che la vite veniva già allora coltivata per produrre vino (www.agraria.org).

Attualmente circa il 10% della produzione mondiale di uva viene destinata alla vinificazione (Hodgen, 2005). Questo processo di trasformazione comporta la produzione di grandi quantità di prodotti  di scarto (vinacce).

Il frutto della vite è più propriamente una infruttescenza cioè un raggruppamento di frutti, detto grappolo. Il grappolo è composto da un raspo e da numerosi acini o bacche. Ogni acino è costituito da un epicarpo o buccia, da un mesocarpo o polpa, costituito da tessuto molle e succoso, e da un endocarpo membranoso in cui sono contenuti i semi o vinaccioli (www.agraria.org).

I vinaccioli costituiscono circa il 15% dei rifiuti solidi del settore vitivinicolo, ma è bene ricordare che negli ultimi anni hanno suscitato notevole interesse  come fonte di antiossidanti naturali (Ariga, 2004; Bucic-Kojic et al., 2009; Furiga et al., 2009) che possono essere utilizzati nel settore farmaceutico, cosmetico e alimentare.

I semi di uva sono stati studiati per il loro contenuto di polifenoli. Pare, infatti, che contengano circa il 60-70% dei composti fenolici totali estraibili dall’intera bacca (Nawaz et al., 2006; Stamatina et al., 1995) e in particolare sono ricchi di proantocianidine (39-73%) (Ariga, 2004). I polifenoli sono potenti antiossidanti capaci di prevenire patologie causate dall’azione deleteria dei radicali liberi e delle specie reattive dell’ossigeno (Bagchi et al., 2000), malattie cardiovascolari (Du et al., 2007), alcuni tumori della pelle (Katiyar, 2008) e l’ipertensione (Sivaprakasapillai et al., 2009). Agiscono anche come agenti antibatterici (Jayaprakasha et al., 2003).

Nel settore agro-alimentare l’estratto di semi di uva è stato utilizzato come integratore con effetti antiossidanti (Santos-Buelga e Scalbert, 2000), mentre nel settore enologico è utilizzato come additivo per influenzare la struttura e le proprietà organolettiche dei vini (Parker et al., 2007).

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

Oli e grassi in cucina: quali scegliere?

Una alimentazione completa prevede l’apporto di tutti i nutrienti: carboidrati, proteine, grassi, vitamine sali minerali e acqua. Tra questi nutrienti, i lipidi o grassi, sono quelli maggiormente imputati nella patogenesi di malattie di tipo degenerativo a lenta progressione come l’ipertensione, l’aterosclerosi, l’obesità e alcuni tipi di tumore. Per limitarne i danni, dunque, è necessario innanzi tutto saperli dosare nella propria alimentazione, e ovviamente farne un corretto utilizzo in cucina.

Prima di descrivere quali tipi di grassi o oli è meglio impiegare in una preparazione piuttosto che in un’altra, facciamo un po’ di chiarezza sulle caratteristiche di tali nutrienti.

In natura i lipidi assolvono a diverse funzioni in relazione anche alla loro differente struttura chimica. Essi costituiscono la forma di riserva energetica principale dell’organismo e la loro scissione fornisce 9Kcal/g, più del doppio rispetto alle altre fonti di energia alimentare rappresentate da carboidrati e proteine.  Nell’organismo svolgono diverse funzioni, rientrano nella struttura delle membrane cellulari, fungono da precursori ormonali, alcuni hanno azione antiossidante e antiinfiammatoria, rientrano nella struttura della cute, garantiscono isolamento termico. Per tali motivazioni, è ovvio che eliminare i grassi dalla dieta non ha senso, anzi potrebbe provocare diversi danni.

I principali lipidi di origine alimentare sono i trigliceridi. Questi sono formati da una molecola di glicerolo legata tramite legami esterei a tre molecole di acidi grassi. Gli acidi grassi si distinguono in saturi, privi di doppi legami, monoinsaturi, con un doppio legame e polinsaturi con più doppi legami. Quelli saturi, ad esempio gli acidi butirrico, palmitico, stearico, sono nella maggior parte dei casi di origine animale, ma presenti anche in alcune piante vegetali; a temperatura ambiente si presentano nello stato solido. Quelli insaturi a temperatura ambiente si trovano invece in uno stato liquido in seguito alla presenza dei doppi legami che ne riducono il punto di fusione. Tra gli acidi monoinsaturi di interesse nutrizionale rientrano gli acidi oleico, palmitoleico e vaccinico. Tra gli acidi polinsaturi (PUFA) è necessario fare un’ulteriore distinzione in base alla posizione dei doppi legami. In base alla nomenclatura IUPAC (International Union of Pure and Applied Chemistry) utilizzata correntemente per composti chimici, la posizione del doppio legame (Δ) è indicata a partire dall’ultimo carbonio (il metile terminale) ovvero il carbonio ω o n-. La configurazione dei doppi legami delle sostanze grasse d’origine naturale è generalmente cis, ovvero in cui i due gruppi funzionali sono dalla stessa parte della molecola rispetto al doppio legame. Quando invece gli oli sono trattati chimicamente, si originano i grassi trans, tutt’altro che salutari.

Gli acidi grassi polinsaturi con doppio legame nella posizione 3 (ω-3) o 6 (ω-6) non possono essere sintetizzati dall’organismo umano, per tale motivo sono essenziali. L’acido linoleico, composto da 18 atomi di carbonio e tre in saturazioni, di cui la prima in posizione n-6, è un esempio di ω-6. Tra gli ω-3 ritroviamo invece l’acido linolenico (C18:3), l’EPA (acido eicosapentaenoico 20:5 ω-3) e il DHA (acido docosaesaenoico 22:6 ω-3).

La presenza o meno di tali legami è quella che fortemente influenza le caratteristiche di un grasso o olio, sia a crudo che durante la cottura. I doppi legami, o insaturazioni, creano nella struttura dell’acido grasso una spiccata reattività chimica, come se fossero dei punti deboli; anche la lunghezza delle catene degli acidi grassi conferisce una maggiore suscettibilità. In particolari condizioni, tali grassi subiscono una reazione nota come ossidazione che porta alla formazione dei radicali liberi, specie altamente reattive e mutagene nei confronti del DNA. Le condizioni che favoriscono la reazione di ossidazione sono principalmente la presenza di ossigeno, la luce  ed il calore, ma anche la presenza di metalli e additivi alimentari. Nel momento in cui si forma la prima specie radicalica, questa genera una reazione a catena. Ciò accade perché il radicale è una specie chimicamente instabile e tende a reagire con altre molecole, generando altri radicali. Si crea così una reazione a catena che porta alla formazione finale di perossidi o idroperossidi, sostanze tossiche ed instabili. Ecco perché oli contenenti molti acidi grassi insaturi non sono indicati per la cottura, soprattutto quando le temperature sono molto elevate, come nel caso della frittura.

Altro fattore da tenere in considerazione è il punto di fumo, ovvero la temperatura alla quale l’olio inizia a decomporsi, rilasciando glicerolo e acidi grassi liberi. A questa temperatura, diversa a seconda del tipo di grasso, si osserva la formazione di veri e propri fumi biancastri irritanti contenenti acroleina, sostanza altamente tossica. Il punto di fumo, dipende da numerose variabili, tra cui la qualità dell’olio, ma anche la conservazione; ecco perché i valori sono generalmente indicativi.

Passiamo in rassegna dunque i diversi oli o grassi che più comunemente si usano in cucina, cercando di fornire informazioni più dettagliate circa il loro corretto utilizzo. Alcuni infatti si prestano meglio alla cottura rispetto ad altri.

Olio extravergine di oliva: l’olio d’oliva è composto per la maggior parte da trigliceridi (esteri del glicerolo con acidi grassi). L’acido grasso più rappresentativo (59-76%) è l’acido oleico, che presenta un solo doppio legame, o insaturazione, si tratta infatti di un monoinsaturo. Questo tipo di olio non è molto suscettibile alle alte temperature, è molto stabile, ed ha un punto di fumo che va  da 160° a 220°, per cui si rende idoneo sia come condimento a crudo, che nella frittura o cottura al forno. Inoltre, grazie all’elevato contenuto di polifenoli, potenti antiossidanti, viene garantita una minore esposizione all’ossidazione. Oggi, inoltre, è possibile reperire l’olio spalmabile, un olio extravergine di oliva con la stessa consistenza del burro, ma decisamente migliore qualitativamente: dal laboratorio di reologia e ingegneria alimentare dell’università della Calabria, nasce infatti questo innovativo prodotto, creato senza alcun processo chimico. Il vantaggio è quello di avere un olio con la stessa consistenza del burro, ma senza grassi animali, ideale nelle preparazioni dolciarie, ma ottimo anche spalmato semplicemente sul pane. Una vera e propria innovazione, prodotta a partire dall’olio extravergine d’oliva senza che quest’ultimo subisca variazioni chimiche. La tecnica che permette tale modificazione infatti è detta organogelazione: si impiegano gli emulsionanti in particolari condizioni, per creare un reticolo dentro al quale l’olio rimane intrappolato tramutandosi dapprima in gel, e poi  in crema[i].

Oli di semi. In questa categoria i più comuni sono l’olio di mais, di girasole e di arachidi. Tra questi il più adatto alle alte temperature è senz’altro l’olio di arachidi. È composto per il 52% da acido oleico e presenta un punto di fumo di 210°. Gli altri invece, sono meno indicati per le cotture, hanno una maggiore quantità di acidi grassi polinsaturi e punti di fumo abbastanza bassi (olio di mais  160°, girasole 130°).

Burro. Il burro è un grasso di origine animale, e come tale ricco di acidi grassi saturi. Come detto in precedenza tali grassi sono quelli più stabili alle alte temperature, ma bisogna considerare almeno 2 fattori: il quantitativo di acqua e il punto di fumo. Il burro si compone per l’84% di grassi e il resto da acqua. La presenza di acqua velocizza il processo di decomposizione durante la cottura, ecco perché non è molto indicato per le temperature elevate. Mentre il punto di fumo è di circa 160°. Se invece si impiega il burro chiarificato, quindi privato della componente acquosa, la resistenza aumenta, ma bisogna sempre ricordare che i grassi del burro sono saturi, quindi responsabili di aterosclerosi e aumento del colesterolo cattivo. Burro dunque da utilizzare occasionalmente e a crudo, o per brevi cotture in padella.

Margarine. Prodotte a partire da oli, quindi allo stato liquido, che sottoposti ad un particolare processo noto come idrogenazione, si trasformano in un grasso semi solido. Il problema principale d questi prodotti, è che i processi cui vengono sottoposti, creano acidi grassi “trans” nocivi per la salute. Anche questi infatti interferiscono con i livelli di colesterolo e le patologie cardiovascolari. C’è inoltre da sottolineare che molte aziende riportano la dicitura “senza grassi idrogenati”, ma questo non fa della margarina un prodotto di qualità, basti pensare al fatto che viene prodotta da miscele di oli, molto spesso di bassa qualità e che tale “grasso” in natura non esiste. L’utilizzo della margarina dunque non ha motivo di esistere in cucina, vivamente sconsigliata.

Panna. Si ottiene dalla parte grassa del latte, impiegata in preparazioni dolci e salate. Circa il 20% è rappresentato da grassi, il 72% da acqua, ecco perché rispetto agli altri grassi impiegati in cucina le calorie sono notevolmente inferiori (207kcal/100g contro le 758kcal del burro). Trattandosi di un prodotto di origine animale è comunque da limitare, magari in una fetta di torta non se ne può fare a meno, l’importante è che quella fetta di torta non sia consumata ogni giorno!

Infine una piccola considerazione sull’olio di cocco, composto per l’86% da acidi grassi saturi, il cui maggior rappresentante è l’acido laurico, un acido grasso a catena corta. È stato scoperto recentemente che tali grassi dopo l’ingestione vengono rapidamente ossidati dai mitocondri epatici e conducono alla formazione di corpi chetonici, noti neuroprotettivi. Inoltre non vengono stoccati nel tessuto adiposo e di conseguenza non promuovono l’insulino-resistenza e l’infiammazione. Oltretutto, comparato con altri acidi grassi saturi, l’impiego di questo olio nelle fritture, produce un maggiore innalzamento dei corpi chetonici, dovuto proprio all’ossidazione epatica dell’acido laurico. Pare inoltre che in alcune popolazioni dell’Asia, che impiegano l’olio di cocco come primaria fonte di grassi, il rischio cardiovascolare è molto basso[ii]. Tutto questo ovviamente necessita di ulteriori studi e conferme.

In conclusione, il re degli oli in cucina è sicuramente l’olio extravergine d’oliva, naturale, puro estremamente versatile, adatto alle alte temperature, ottimo come condimento crudo. Alimento per eccellenza, antitumorale e ricco in sostanze benefiche, tra queste spicca l’oleuropeina glicoside amaro presente nelle foglie e nelle olive verdi. A questa molecola sono dedicati diversi studi che le attribuiscono attività anticancro grazie all’inibizione della proliferazione di cellule tumorali[iii].

Infine alcuni consigli per ridurre al minimo la decomposizione dell’olio in cottura:

  • Utilizzare recipienti piccoli e dai bordi alti per garantire il mantenimento costante della temperatura
  • Non effettuare rabbocchi, in tal caso la reazione ossidativa sarebbe amplificata
  • La presenza di acqua nell’alimento influisce negativamente sull’ossidazione
  • Aggiungere il sale a fine cottura
  • Non riutilizzare l’olio per ulteriori cicli di frittura

 

Dr.ssa Angela Nuccarini Biologa Nutrizionista

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

[i] http://corriereinnovazione.corriere.it/coverstory/2015/12-marzo-2015/olio-d-oliva-solidificato-che-si-spalma-come-burro-2301102323736.shtml

[ii] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27547436

[iii] Fabiani R. Anti-cancer properties of olive oil secoiridoid phenols: a systematic review of in vivo studies. 2016 Oct 12

Cioccolato per tutti i gusti

Il cacao deve i suoi effetti benefici all’elevato contenuto di polifenoli e flavonoidi, noti per la loro capacità di proteggere l’organismo dal rischio di malattie cardiovascolari. E’ importante, per la nostra dieta, consumare “moderatamente” il cioccolato insieme ad altri tipi di alimenti, per migliorarne le proprietà nutrizionali. Infatti, vi sono diverse tipologie di cioccolato che si possono trovare sul mercato:

CIOCCOLATO CON NOCCIOLE: Le nocciole sono tra i frutti più ricchi di vitamina E. Contengono fitosteroli,  utili per la prevenzione delle malattie cardiache e circolatorie, acidi  grassi buoni, in grado di abbassare i livelli del colesterolo LDL. E’ presente, inoltre, la vitamina B6, utile per mantenere alto il tono dell’umore; la vitamina A, importante per la pelle, gli occhi e l’efficienza del sistema immunitario. Dalla macinazione delle nocciole si ottiene, attraverso vari procedimenti, la gianduia.

CIOCCOLATO ALLA CANNELLA:  la cannella è conosciuta per le sue qualità tonificanti; potenzia la memoria ed è un ottimo rimedio naturale contro i sintomi dell’influenza e l’affaticamento.  Il suo connubio con il  cioccolato offre al palato un gusto particolarmente  aromatico.

CIOCCOLATO ALLO ZENZERO: Grazie alle sue proprietà, lo zenzero è usato come digestivo e amaro-tonico. Studi scientifici hanno dimostrato una reale efficacia dello zenzero contro la nausea, in particolare è utile in caso di nausea da gravidanza, mal d’auto e mal di mare.

CIOCCOLATO AL PEPERONCINO: Il peperoncino ha un forte potere antiossidante, e questo gli è valso la fama di antitumorale. Utile nella cura di raffreddore, sinusite e bronchite, e nel favorire la digestione. Queste virtù sono dovute principalmente alla capsaicina, in grado di aumentare la secrezione di muco e di succhi gastrici.

CIOCCOLATO ALLA MENTA:  La menta può avere effetti benefici contro nausea, mal di testa e raffreddore.

CIOCCOLATO AL CAFFE’: Caffè e cioccolato hanno in comune il contenuto di caffeina, benché in quantità minore nel cacao. Questa sostanza aumenta le prestazioni mentali, allontanando la fatica e la sonnolenza accelera i battiti cardiaci e la respirazione, ma nello stesso tempo rilassa la muscolatura dello stomaco e dell’intestino e ha una leggera azione diuretica.

CIOCCOLATO ALL’ARANCIA: L’arancia, come ben noto, è ricca di vitamina C, utile a prevenire i sintomi influenzali. Vi è, inoltre, la vitamina A che contrasta l’azione dei radicali liberi e quindi a ritardare l’invecchiamento cutaneo.

Quindi sono numerose le proprietà che ha il cioccolato, insieme a questi nutrienti, sul nostro organismo! La cosa importante, però, è non esagerare con la quantità.

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

La curcuma: spezia dalle straordinarie proprietà

Alla curcuma sono state attribuite proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antimicrobiche, epatoprotettive, cardioprotettive, antiartritiche, proapoptotiche, antitumorali e chemiopreventive.

Cos’è la curcuma?

La curcuma (Curcuma longa), è una pianta perenne spontanea, alta circa un metro, appartenente alla famiglia delle Zingiberacee (la stessa alla quale appartengono lo zenzero e il cardamomo). Il suo nome deriva dalla parola Kour Koum, che significa zafferano; infatti la curcuma è anche nota col nome di zafferano delle Indie.

La pianta della curcuma è caratterizzata da foglie (larghe) e da fiori (gialli); la radice è di forma cilindrica, di colore giallo o arancione, che costituisce la parte di maggior interesse in quanto può racchiudere importanti proprietà medicinali.

Numerose ricerche su animali hanno dimostrato il potenziale della curcuma contro le malattie infiammatorie, cancro, malattie neurodegenerative, la depressione, il diabete, l’obesità e l’aterosclerosi. Negli studi clinici, la curcuma ha dimostrato efficacia contro numerose malattie umane, tra cui il cancro, il diabete, la sindrome dell’intestino irritabile, acne, e fibrosi. I suoi effetti benefici sono legati alla presenza della curcumina, un pigmento appartenente alla classe dei polifenoli che dona alla spezia il caratteristico colore giallo-arancio. Insieme agli altri polifenoli è oggetto di studio per verificarne gli effetti sulle cellule e il possibile ruolo in diverse patologie.

Proprietà e benefici

Gli studi effettuati sulla curcumina hanno evidenziato una sua potenzialità terapeutica e preventiva.

  • Disintossicante: la curcuma viene impiegata nella medicina tradizionale indiana e cinese come disintossicante dell’organismo, in particolare del fegato. Inoltre è stato evidenziato il suo effetto coleretico, cioè stimola la produzione della bile con conseguenti effetti digestivi e di riduzione della calcolosi biliare.
  • Antiossidante: la curcumina ha molte proprietà antiossidanti che, oltre a rallentare l’invecchiamento delle nostre cellule, sono in grado di trasformare i radicali liberi in sostanze innocue per il nostro organismo. Per tale motivo la curcuma viene utilizzata in quelle malattie che si manifestano con un’infiammazione, come l’artrite reumatoide, lupus eritematoso, psoriasi, morbo di Crohn.
  • Cicatrizzante: in India il rizoma di curcuma viene utilizzato per curare ferite, scottature, punture d’insetti e  malattie della pelle.
  • Antitumorale: la curcumina è utile per il trattamento di cinque tipi di cancro: colon, seno, prostata, polmone e pelle. Inoltre tale spezia è stata annoverata tra le sostanze preventive dei tumori intestinali. L’effetto della curcumina  è ancora più evidente quando associato ad un isotiocianato presente in verdure quali cavolo, broccoli, rapa, verze.
  • Il consumo regolare di curcuma aiuta a ridurre il colesterolo cattivo e la pressione alta; aumenta la circolazione sanguigna e previene la coagulazione del sangue, estendendo i benefici anche al sistema cardio-vascolare. E’ stata osservata una riduzione di rischio di attacchi post-operatori al cuore nei consumatori abituali di curcuma.
  • Rafforza il sistema immunitario, attivando la codifica di una proteina in grado di svolgere azione battericida, la proteina cAMP (cathelicidin antimicrobial peptide). Si ipotizza che un consumo regolare di curcuma possa aumentare le difese immunitarie contro le infezioni gastrointestinali.
  • Diabete: la curcuma e i suoi derivati potrebbero avere effetti anti-infiammatori sulle cellule beta pancreatiche che rilasciano l’insulina, ormone responsabile della regolazione del livello di zuccheri nel sangue.
  • Morbo di Alzheimer: diverse ricerche hanno dimostrato che la curcumina può aiutare il sistema immunitario ad eliminare le proteine beta amiloidi, principale costituente delle placche presenti nella malattia di Alzheimer.
  • Alcuni studi dimostrano l’efficacia e i benefici della curcuma in caso di stress, ansia e depressione: il suo potere antidepressivo deriva dal fatto che incrementa i livelli di dopamina e serotonina, neurotrasmettitori che regolano l’umore.

Qualche cautela nel consumare la curcuma

La curcuma, in condizione di salute, non presenta particolari controindicazioni. Tuttavia, in caso di patologie o disturbi, quali l’occlusione delle vie biliari, dovrebbe essere assunta dopo aver consultato il medico. Lo stesso vale in caso di gravidanza e allattamento.

Per l’effetto anticoagulante della curcuma, è necessario fare attenzione a somministrarla a persone con problemi correlati alla coagulazione del sangue.

Poiché l’organismo non assimila con facilità questa sostanza, è bene, non aumentarne le dosi, ma associarne il consumo al pepe, poiché il suo principio attivo la piperina, aumenta di 1000 volte la biodisponibilità della curcumina. Anche l’abbinamento a qualche grasso, tipo olio d’oliva, ne facilita l’assorbimento.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.