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Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

BIBLIOGRAFIA

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  • Serafini et al., Functional Foods for Health: The Interrelated Antioxidant and Anti-Inflammatory Role of Fruits, Vegetables, Herbs, Spices and Cocoa in Humans, Current Pharmaceutical Design, 2016, 22, 6701-6715.
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  • Miranda et al., Egg and Egg-Derived Foods: Effects on Human Health and Use as Functional Foods, Nutrients 2015, 7, 706-729.

E se i batteri “pensassero” alla nostra salute mentale?

Quante volte abbiamo sentito dire che l’intestino è il nostro secondo cervello?

Tra il sistema nervoso centrale e la fitta rete di cellule nervose che troviamo nell’intestino (il cosiddetto sistema nervoso enterico) c’è, infatti, un’intensa e continua comunicazione bidirezionale. Un po’ tutti ne abbiamo sperimentato gli effetti: chi non ha mai sofferto di mal di pancia o addirittura di attacchi incontrollabili di diarrea prima di un esame o di un evento importante nella propria vita? Quanti hanno avuto le famose farfalle allo stomaco dopo essere stati colpiti dalle frecce di Cupido?

Che intestino e cervello possano comunicare è noto da lungo tempo; tuttavia, è stato scoperto che in questa via di comunicazione gioca un ruolo molto importante anche un altro attore: il microbiota intestinale.

Le nuove frontiere dell’immunologia già sembrano puntare molto sulla grandissima comunità di microbi che popola il nostro apparato digerente e in particolare l’intestino. Tra le funzioni benefiche più importanti che vengono riconosciute al microbiota, ricordiamo:

  • Mantiene continuamente un basso livello di infiammazione intestinale, necessario, soprattutto nei primi anni di vita, per un sano sviluppo del sistema immunitario
  • Dalla funzione precedente scaturisce prevenzione per allergie, asma, dermatiti, patologie autoimmuni, nonché protezione da infezioni batteriche e virali
  • E’ fondamentale per una corretta funzionalità intestinale: sono ormai di uso comune i cosiddetti probiotici, tanto nella cura quanto nella prevenzione di stipsi e diarrea

L’aspetto più affascinante risiede nel fatto che i minuscoli abitanti dell’intestino siano in grado di influenzare anche le funzionalità nervose; infatti, ormai si parla di asse cervello – intestino – microbiota. Lungo tale asse le informazioni corrono tra un membro e l’altro in maniera bidirezionale: ciò significa che non è soltanto il cervello a poter inviare comandi o comunque messaggi in generale ad intestino e microbiota, ma che anche questi ultimi due possano a loro volta influenzare il cervello stesso. In particolare il microbiota può inviare segnali al cervello sia attraverso i neuroni del sistema nervoso enterico, sia attraverso le vie nervose esterne all’intestino, nonché tramite percorsi neuro-endocrini.

Pensare che i batteri intestinali riescano a controllare in qualche modo i processi nervosi ha un fascino enorme. Gli studi condotti finora non sono ancora molto chiari in merito ai meccanismi di tali intrecci biologici. Tuttavia il principio di base sembrerebbe essere molto semplice: in tutte le persone con disturbi riguardanti il sistema nervoso (depressione, autismo, malattie neurodegenerative, ecc.) i livelli di citochine infiammatorie sono molto alti; i batteri “buoni”, i cosiddetti psicobiotici, sono in grado di abbassare tali livelli per mezzo di attività biochimiche, e questo non può che riflettersi positivamente sulla salute mentale.

Pertanto, pensare al ripristino dell’eubiosi, cioè il sano equilibrio tra le varie specie microbiche che popolano il nostro organismo (in particolar modo l’intestino), potrebbe essere un validissimo supporto per la prevenzione o addirittura la cura delle malattie del sistema nervoso.

BIBLIOGRAFIA

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Il ruolo del Nutrizionista nei confronti del Microbiota

I disturbi intestinali, l’Obesità, l’infiammazione e tutte quelle malattie che sono strettamente correlate con l’alterazione dell’equilibrio dell’ecologia microbica intestinale, sono attualmente un problema sociale che interessa più del 70% della popolazione [1].Sicuramente è l’alimentazione a giocare un ruolo fondamentale in questi disequilibri; in quanto essa incide in modo assoluto già nella prima fase della nostra vita, quando già si viene a creare una sorta di spartiacque tra coloro che hanno potuto usufruire del latte materno e i bambini che invece per vari motivi non ha potuto usufruirne e che quindi hanno sviluppano una flora batterica completamente diversa, caratterizzando il loro percorso, e secondo recenti studi anche la non tollerabilità ad alcuni alimenti. E poi durante il corso della vita, l’alimento modifica di volta in volta l’identità di ciascun individuo, diventando parte di esso, poiché avere una buona massa muscolare, significa anche avere avuto il buon senso di mangiare amminoacidi, i quali hanno potuto avviare un processo di sintesi proteica e così via. Il microbiologo russo Metchinikoff, Premio Nobel, nel 1908 fece per la prima volta una correlazione tra la longevità di alcune popolazioni dei Balcani e gli alimenti, portando ad affermare che la flora batterica modificata dall’alimentazione creava delle condizioni di antagonizzazione dei processi putrefattivi riportando tutto in una condizione ideale [2]. Nella storia del Microbiota sono state riportate circa dalle 1000 alle 1500 specie batteriche differenti nell’uomo, ognuna con un range di distribuzione differente, mentre recenti studi ne hanno riportate circa 200-400, e la risposta a questa differenza non è tanto l’alimento di per sé, ma quello che contiene l’alimento [3]. Siamo infatti, continuamente circondati da cibi che contengono una grande quantità di antibiotici, i quali vengono utilizzati all’interno degli allevamenti; questo fa sì che non solo alcune popolazioni batteriche vengono selezionate a discapito di altre, ma anche che gli animali d’allevamento producano meno vitamina B12, che è sempre più carente anche nel paziente che mangia proteine [4]. Un altro aspetto da considerare, riguarda il Microbiota e il suo rapporto con gli alimenti che contengono Nitrati come i salumi e i vegetali che ne sono particolarmente ricchi, poiché questi sia durante la conservazione in frigo che ad opera dell’acido cloridrico presente nello stomaco, vengono convertiti in Nitriti, i quali in presenza di ammine si trasformano in Nitrosammine, i più potenti agenti tumorali del nostro intestino, ma in presenza di una sana flora batterica intestinale, in particolare dei Bifidobatteri, questa conversione di Nitrati in Nitriti è molto limitata [5]. Dunque quando si viene ad alterare l’ecosistema microbico, si viene anche a perdere un sistema protettivo microbico, in quanto vengono a mancare una serie di sistemi (antineoplastico, vitaminico e antibatterico naturale) che inviano l’organismo via via verso disturbi meno gravi come l’ansia, la depressione, il nervosismo, l’alitosi o le dermatiti fino ad arrivare a vere e proprie modifiche d’organo come i diverticoli, i polipi e i tumori. Dunque risulta abbastanza chiaro che oggigiorno, l’esigenza di rivolgersi ad un Nutrizionista solo per una dieta ipocalorica è riduttivo, ma piuttosto la consapevolezza di avere una buona conoscenza alimentare, il che non significa soltanto dimagrire, ma raggiungere un’armonia con il cibo, che permette di gestire al meglio le attività quotidiane, è necessaria. Perché una sana alimentazione significa uno stile di vita più salutare, minore incidenza di tumori e malattie cardiovascolari (la prima causa di morte), un freno alla vecchiaia e così via [6]. Questa formazione alimentare, si focalizza su 3 concetti fondamentali, necessari sia per la prevenzione che per il miglioramento del benessere intestinale in qualsiasi momento di vita:
  • Mantenere un sano e corretto stile alimentare andando a correggere le cattive abitudini che sono causa dell’insorgenza e del perpetuarsi dei problemi;
  • Mantenere attiva ed equilibrata la flora batterica intestinale, andando a integrare l’alimentazione con probiotici, prebiotici e fitoterapici in grado di migliorare lo stato della flora batterica intestinale;
  • Mantenere libero il tratto intestinale, andando a favorire un corretto transito intestinale e limitando l’accumulo di scorie [7] [8] [9].

BIBLIOGRAFIA

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  • [2] Kaufmann SH. Elie Metchnikoff’s and Paul Ehrlich’s impact on infection biology, Microbes and Infection 2008;10: 1417-1419.
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  • [4] Reardon S. Antibioticresistance sweeping developing world. Nature 2014;509: 141-142.
  • [5] Bressanini D. Le bugie nel carrello. Chiarelettere Editore 2013.
  • [6] Brennan SF, et al. Dietary fat and breast cancer mortality: a systematic review and meta-analysis. 2007;Jun 15;109.
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  • [8] Aidy SE, van den Bogert B, Kleerebezem M. The small intestine microbiota, nutritional modulation and relevance for health. Curr Opin Biotechnol. 2014 Oct 7;32C:14-20.
  • [9] Linskens RK, Huijsdens XW, Savelkoul PH, et al. The bacterial flora in inflammatory bowel disease: current insights in pathogenesis and the influence of antibiotics and probiotics. Scand J Gastroenterol Suppl 2001;234:29-40.

 

Ruolo della dieta nelle infezioni da Candida

Sono state riconosciute diverse specie di lieviti appartenenti al genere Candida capaci di provocare infezioni nell’uomo note come candidosi.   Tra queste, Candida albicans è sicuramente la specie più rappresentata.  Colonizza normalmente le mucose del cavo orale, della vagina e dell’apparato gastrointestinale, comportandosi come un normale commensale, quindi del tutto innocuo.

In presenza di determinate condizioni quali squilibri dietetici (es. dieta ricca di zuccheri), comportamenti errati, uso protratto di antibiotici, alterazioni della normale flora batterica intestinale, immuno-compromissione o immunodeficienza dell’ospite, diabete di tipo 2 o malattie oncologiche,  può però trasformarsi in un patogeno opportunista, ovvero approfitta della situazione per crescere in modo incontrollato.

Le infezioni da Candida riscontrate più di frequente nella popolazione sono quelle superficiali che interessano prevalentemente le mucose. Tra queste, molto comuni sono la candidosi del cavo orale, nota come mughetto, e la candidosi vaginale che interessa gran parte della popolazione femminile. Si  stima infatti che circa il 75% delle donne in età fertile abbia sofferto almeno una volta nella vita di un episodio di candidosi vaginale mentre il 5-8% soffre di vulvovaginiti ricorrenti (almeno 4 episodi l’anno).  Più rare sono invece le forme di candidosi profonde e disseminate che colpiscono per lo più i soggetti immuno-compromessi e possono interessare diversi distretti corporei dando luogo a quadri clinici molto gravi, talvolta fatali.

Può l’alimentazione aiutare a trattare e a prevenire le infezioni da Candida? 

Sebbene in letteratura vi siano opinioni in parte contrastanti, in linea generale le indicazioni dietetiche in presenza di candidosi prevedono l’eliminazione di tutti quei cibi che favoriscono la crescita della candida. Tra questi vi sono in primo luogo quelli ricchi di zuccheri (es. zucchero, bevande zuccherate, dolci, farine bianche, frutta zuccherina, miele, frutta disidratata, ecc..), i prodotti contenenti lieviti (es. pizza, pane, biscotti, ecc…), le bevande alcoliche, i funghi, il latte e i formaggi stagionati o contenenti muffe, le carni grasse e i cibi ricchi di conservanti. Sono invece consigliati alimenti quali frutta e verdura di stagione (evitando però la frutta più zuccherina), cereali integrali, legumi,  pesce e carni magre, uova biologiche, yogurt bianco non zuccherato, kefir e olio extravergine di oliva. Gli alimenti ricchi di fibre e quelli probiotici (es. yogurt, kefir) occupano un posto di rilievo per il loro effetto benefico sulla flora batterica intestinale.

Vi sono poi diversi composti con naturali proprietà antimicotiche verso i quali la comunità scientifica sta mostrando un crescente interesse. Tra questi citiamo gli acidi grassi contenuti nell’ olio di cocco,  il cui potere antimicotico è stato valutato sia attraverso studi in vitro che in vivo (su modelli murini); l’allicina, una molecola di difesa dell’aglio che si sprigiona nel momento in cui lo spicchio d’aglio viene schiacciato o semplicemente masticato; la curcumina, il principio attivo della curcuma, spezia tipica della cucina orientale che negli ultimi anni è diventata molto popolare anche nei paesi occidentali, l’ aceto di mele e lo zenzero.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

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Gli effetti del Microbiota sull’infiammazione

Come suggeriscono recenti scoperte, c’è una forte relazione simbiotica tra il Microbiota (l’insieme dei microrganismi intestinali) e il sistema immunitario dell’individuo, tanto da poter essere considerati quasi come fossero un tutt’uno; infatti il Microbiota sembrerebbe avere profondi effetti nello sviluppo del sistema immunitario associato all’intestino (GALT), nella differenziazione delle cellule immunitarie intestinali e nella produzione di mediatori del sistema immunitario come IgA e peptidi antimicrobici come le “defensine” [1][2]. L’importanza del Microbiota in relazione alla risposta immunitaria è stata dimostrata attraverso lo studio di questa risposta attraverso topi germ free (GF); infatti le evidenze in letteratura hanno evidenziato che i topi GF hanno un sistema immunitario poco sviluppato specialmente nei compartimenti mucosali, e che l’equilibrio tra cellule T helper 1/T helper 2 veniva risollevato con l’aggiunta di batteri commensali come Bacteroides fragilis [2][3]. Dunque il Microbiota promuove lo sviluppo del sistema immunitario dell’ospite, il quale ha la capacità di prevenire l’eccessiva traslocazione dei batteri e successiva infiammazione, quindi l’equilibrio tra il sistema immunitario e il Microbiota, risulta cruciale per l’omeostasi intestinale. Infatti la disbiosi (flora non in condizioni di equilibrio, poiché i microrganismi potenzialmente nocivi prevalgono rispetto ai microrganismi “buoni”), causa un’eccessiva infiammazione, la quale riduce di molto l’integrità dell’epitelio intestinale determinando un’eccessiva traslocazione di batteri che contribuiscono allo sviluppo di alcune patologie, prime tra tutte: le malattie infiammatorie intestinali (IBD) come la Rettocolite Ulcerosa (UC) e il Morbo di Crohn (MC). Tuttavia i pazienti con malattie infiammatorie intestinali, hanno una flora con carica batterica molto elevata e costituita prevalentemente da batteri patogeni come: Enterobacteriaceae (Escherichia coli), Batteroidi (B. fragilis) e Firmicutes (Clostridium difficile); suggerendo che un’aumentata carica patogena è direttamente proporzionale a:

  • l’aumento dell’infiammazione,
  • la diminuzione dei batteri dalle proprietà antinfiammatorie, come Faecalibacterium prausnitzii, di cui i pazienti con Colite Ulcerosa ne sono privi [4].

L’incremento di Batteroidi ed Enterobacteriaceae (microrganismi patogeni) e la riduzione di Lattobacilli e Bifidobatteri (microrganismi benefici), in pazienti con IBD, vanno incontro ad un netto miglioramento in seguito al trattamento con acido lattico, Bifidobatteri e latte fermentato da Bifidobatteri, tanto da suggerire il grande potenziale di alcune specie batteriche e dei loro prodotti come il butirrato (prodotto da batteri come F. prausnitzii) [5][6]. Inoltre è  in crescita anche l’uso di probiotici per il trattamento di malattie respiratorie come l’asma o altre condizioni di ipersensibilità; e il trattamento con  capsule orali di Lactobacillus gasseri in bambini asmatici ha portato ad una migliore funzione polmonare, mentre in vitro ha ridotto la produzione di TNF-α, IL-2, IL-3 e INFγ (citochine infiammatorie) in cellule periferiche mononucleate del sangue. La modulazione del Microbiota quindi, si intuisce, che abbia la capacità di influenzare anche malattie metaboliche come il Diabete Mellito di tipo 2 (conseguenza dell’Obesità addominale e dello stato infiammatorio di cui il soggetto obeso è affetto) e tutte quelle malattie che hanno di base uno stato infiammatorio [7].

 

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“Siamo ciò che mangiamo o ciò che il microbiota ci fa essere ? “

L’intestino, è un organo deputato alla  digestione e all’assorbimento, funzioni già note, oggi riveste un altro ruolo importante, in quanto ospita il “microbiota intestinale” considerato il VI organo dell’apparato digerente.

Il microbiota intestinale è un ecosistema, composto da migliaia di differenti specie microbiche, virus, miceti, protozoi e più di 15.000 tipi di batteri, per un peso pari a 1 kg.

Ne esistono di vari tipi :della pelle, dell’apparato urogenitario, tuttavia il principale rimane quello dell’apparato digerente, in quanto noi umani, alimentandoci,  forniamo cibo ed energia al nostro corpo e a queste comunità. Le comunità microbiche localizzate nell’intestino tenue(tra stomaco e colon) sono fondamentali per stimolare ed educare il nostro sistema immunitario: il sistema linfatico associato all’intestino accoglie il 70 % delle cellule immunitarie dell’organismo.

Un ruolo cruciale rivestono anche le comunità del colon, la parte terminale dell’intestino tenue, in grado di degradare i polisaccaridi considerati non digeribili per il nostro organismo, grazie a dei potenti enzimi che li trasformano in acidi grassi a catena breve.

Per capire l’importanza del microbiota intestinale, prendiamo in considerazione i mammiferi di grossa taglia, della terra, come le mucche, i cavalli, gli elefanti, che si nutrono di erba, fieno, essi sono di grandi dimensioni, in quanto la loro sacca, piena di batteri, si trova subito dopo l’esofago; il cibo che arriva lo sminuzzano e lo trasformano in monosaccaridi semplici che possono essere assorbiti. Noi umani, invece, abbiamo il colon nella parte terminale dell’intestino, responsabile del 30-40% del nostro metabolismo.

Da recenti studi è emerso che il microbiota del colon delle persone obese è totalmente diverso da quello delle persone magre. Se prendiamo il microbiota delle persone grasse e lo trapiantiamo nell’animale magro, quest’ultimo diventa immediatamente grasso e viceversa, quindi il il microbiota intestinale è responsabile anche dell’aumento di peso di una persona.

Il  microbiota colico manda una serie di segnali,che collegano il  colon- microbiota intestinale e cervello-fegato-pancreas-tessuto adiposo. Il microbiota manda impulsi al cervello ed è in grado di assorbire o meno in base alle sue esigenze effetto detto” second meal”

Ciò si spiega con il seguente esempio: la mattina a colazione se introduciamo troppi zuccheri, il microbiota non verrà nutrito e di conseguenza tutto ciò che verrà introdotto negli altri pasti,verrà assorbito; al contrario se la mattina si introduce  un ricco quantitativo di fibre, il microbiota colico verrà nutrito, quindi tutto ciò che verrà introdotto a pranzo e  cena verrà assorbito di meno. Il microbiota è coinvolto in numerose patologie ad esempio esofagia da reflusso, diverticolite,celiachia, diabete, obesità.

L’ipotesi di un importante ruolo del microbiota intestinale nel mantenimento dell’equilibrio  del sistema gastrointestinale è supportata da numerosi studi che ne hanno rilevato un’alterazione qualitativa e quantitativa in numerose patologie gastrointestinali ed extra-gastrointestinali. I probiotici, attualmente molto utilizzati nelle patologie a carico del sistema gastrointestinale,agiscono in maniera positiva interagendo su più livelli nella ricostituzione della barriera gastrointestinale. Oltre a riequilibrare la composizione della flora, quest’ultimi hanno le seguenti caratteristiche:

  • Aumentare la produzione di mucina da parte delle globet cells,
  • Rafforzare le tight junctions apicali
  • Permettere l’adesione intercellulare aumentando la trascrizione di Zonulina occludens 1, impedendo il passaggio di grandi molecole nella lamina propria .
  • Infine sono coinvolti nella modulazione della risposta immunitaria e infiammatoria, permettendo la produzione di linfociti T regolatori.

La dose necessaria al fine di garantire l’efficacia clinica dei probiotici è variabile, in generale i prodotti contenenti probiotici devono avere un numero minimo di cellule vitali compreso tra 106 e 108 unità formanti colonie cellulari per grammo (CFU/g) di prodotto finale . Un prebiotico è un costituente degli alimenti non vitale che conferisce un beneficio alla salute mediante una modulazione del microbiota, viene definito come “ingrediente selettivamente fermentabile” e permette cambiamenti specifici nella composizione e/o nell’attività del microbiota gastrointestinale. La selettività è un attributo chiave che distingue prebiotici da altre fibre dietetiche. I più utilizzati sono carboidrati a catena corta, come inulina, frutto-oligosaccaridi, e galatto-saccaridi. Dal metabolismo di questi carboidrati vengono prodotti gli acidi grassi a catena corta (short chain fatty acids, SCFA) che costituiscono un importante stimolo rigenerativo per gli enterociti. Inoltre,è stato  evidenziato che la terapia con prebiotici porta ad una riduzione di citochine infiammatorie come IL-6 e TNF-α, diminuzione dei livelli di proteina C-reattiva (PCR) e aumento della fagocitosi, dell’attività natural killer e dei livelli sierici di IL-10. I simbiotici sono prodotti che prevedono l’unione di uno o più microrganismi probiotici con una fibra prebiotica. Tale combinazione di prodotti può portare all’iniziale adattamento del probiotico al substrato prebiotico, promuovendo l’interazione positiva all’interno del sistema gastrointestinale, con un vantaggio di tipo competitivo rispetto ad altri componenti del microbiota intestinale.

In considerazione della capacità dei probiotici di stabilizzare e ripristinare il microbiota intestinale, il loro utilizzo è stato ultimamente considerato come fattore nella terapia eradicante per l’infezione da Helicobacter pylori . Diversi meccanismi sono stati proposti per spiegare gli effetti dei probiotici sulla crescita di H. pylori, tra cui la produzione di sostanze antimicrobiche, la competizione al sito adesione delle cellule epiteliali e la stabilizzazione della barriera della mucosa.

 

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