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Menopausa e osteoporosi

Una sana alimentazione e un corretto stile di vita sono essenziali in tutte le fasi della vita della donna, in particolar modo durante la menopausa. La menopausa è un processo fisiologico che coincide con il termine della fertilità della donna. Si verifica in genere tra i 46 e i 55 anni. È un processo graduale che può anche durare anni e in tale periodo esordiscono diversi disturbi, quali alterazioni del ciclo mestruale, disturbo del sonno, instabilità emotiva, vampate e difficoltà nel controllo del peso. In particolare, la menopausa comporta una diminuzione degli estrogeni con diverse conseguenze metaboliche, responsabili della demineralizzazione ossea e della maggior predisposizione a malattie cardiovascolari.

Uno dei maggiori rischi in questa fase della vita è l’osteoporosi. Questo perché gli estrogeni hanno un ruolo essenziale nella salute del tessuto osseo; essi infatti promuovono il riassorbimento di calcio a livello renale, favoriscono l’assorbimento del calcio a livello intestinale e aumentano la sintesi di calcitonina. Una carenza di estrogeni invece stimola maggiormente l’attività degli osteoclasti, deputati al riassorbimento della matrice ossea.

Il rischio di osteoporosi per le donne è maggiore rispetto agli uomini in quanto negli uomini la quantità di calcio di partenza è generalmente superiore e la perdita di densità ossea avviene più lentamente.

Per prevenire l’osteoporosi risulta essenziale avere un corretto stile di vita, che comprende una buona attività fisica e una corretta alimentazione che apporti la giusta quantità di calcio e vitamine. Bisogna però ricordare che una sana alimentazione che garantisca il giusto apporto di calcio deve essere seguita da sempre e non soltanto in menopausa. Questo perché maggiore è la massa ossea ottenuta nella vita adulta, minore sarà il rischio di sviluppare osteoporosi dopo la menopausa.

Le principali fonti di calcio sono sicuramente rappresentate dal latte e rispettivi derivati, in particolare yogurt, adatto anche in caso di intolleranza al lattosio. Le verdure sono una preziosa fonte di calcio. Tra i vegetali più ricchi di calcio ci sono gli agretti, salvia, le verdure a foglia verde (cicoria, rucola, cime di rapa e lattuga), broccoli, sedano da costa, finocchio, cavolo e porri. Anche i legumi hanno un buon contenuto di calcio.

Tuttavia, la presenza di fattori anti-nutrizionali (fitati, ossalati e acidi uronici), presenti nei vegetali possono diminuire l’assorbimento del calcio. Per ridurre tale fenomeno si possono mettere in ammollo le verdure, in acqua tiepida e con del succo di limone, per alcune ore oppure è sufficiente semplicemente cuocerle. Non bisogna dimenticare che anche l’acqua è una buona fonte di calcio. In particolare, sembra che il calcio presente nelle acque bicarbonato-calciche abbia una biodisponibilità pari a quella del latte e dei suoi derivati.

References:

Madden AM & Smith S (2016), Body composition and morphological assessment of nutrition status in adults: a review of anthropometric variables, J Hum Nutr Diet

PROTEINE: AMICHE O NEMICHE DELL’UOMO? SCOPRIAMOLE INSIEME…

Le Proteine

Le proteine sono macromolecole biologiche costituite da una serie ripetuta di amminoacidi. Infatti tutti gli amminoacidi presentano una struttura base costituita da un carbonio-α il quale lega un atomo di idrogeno, il carbonio del gruppo carbossilico e l’azoto del gruppo aminico. Ciò che differenzia i diversi amminoacidi è la catena laterale R. Gli amminoacidi possono unirsi tra di loro  mediante legame peptidico, l’ossigeno del gruppo carbossilico di un amminoacido lega l’azoto del gruppo amminico dell’altro amminoacido con l’eliminazione di una molecola di acqua, formando, così, le proteine.

Gli amminoacidi noti sono 20 e solo 8 sono essenziali cioè devono essere introdotti con gli alimenti poichè l’organismo non li sintetizza. Per quanto riguarda gli altri 12 il corpo riesce a produrli in maniera autonoma così da garantire la sintesi proteica.

La qualità dell’alimento proteico, infatti, dipende dal suo profilo amminoacidico. In effetti, le migliori fonti proteiche ​​contengono tutti gli amminoacidi essenziali e quindi sono alimenti con alto valore biologico mentre quelli con basso valore biologico presentano scarse quantità di tali amminoacidi. Per esempio le proteine di origine ​​animale come carne, pesce, uova o latte sono di alto valore biologico in confronto a quelle vegetali come legumi, cereali, tofu, frutta secca ecc. Però, in un piano dietetico, è fondamentale la presenza di entrambi i tipi di proteine.

Le Funzioni delle Proteine

Le proteine ​​sono  essenziali per la vita dell’uomo, infatti svolgono una svariata serie di funzioni.

La più nota è sicuramente la funzione plastica cioè partecipano alla costituzione delle diverse strutture dell’organismo come ad esempio i muscoli o organi, favorendone sia la crescita sia la riparazione dei tessuti in caso di danni. Inoltre svolgono funzione regolatrice perché sono precursori di enzimi metabolici e di ormoni che regolano e mantengono l’ omeostasi dell’organismo, in aggiunta a questo le proteine fungono da trasportatori, ad esempio  l’emoglobina trasporta ossigeno, i citocromi trasportano elettroni, le lipoproteine trasportano lipidi, l’albumina lega e trasporta numerose sostanze nel plasma, oltre ad essere importante per la regolazione della pressione oncotica.

Per di più, molte proteine fungono da recettore cioè dopo il legame con con il proprio ligando inducono una risposta biologica. In aggiunta a tutto ciò, per chi non lo sapesse, anche gli anticorpi sono proteine, infatti le immunoglobuline sono importanti per la giusta funzione del sistema immunitaria. Per non dimenticare l’importanza di Actina e Miosina che sono proteine essenziali per la contrazione muscolare. Per ultima ma non meno importante, la funzione energetica, infatti in alcuni casi, quando le riserve di glicogeno  e di grassi sono esaurite, l’organismo utilizza gli amminoacidi trasformandoli in glucosio per produrre energia.

Il Fabbisogno Proteico                  

Il fabbisogno proteico indica la quantità di proteine di cui l’uomo ha bisogno per compensarne la perdita giornaliera dei diversi tessuti, così da mantenere in equilibrio il bilancio azotato. Questo dato è ottenuto sottraendo l’azoto perso con le feci, le urine e il sudore da quello  introdotto dalle proteine con gli alimenti. Quindi conoscendo i grammi di azoto presenti nelle proteine, 100 gr di proteine contengono circa 16 gr di azoto, e conoscendo i gr delle proteine o azoto negli alimenti con dei semplici calcoli possiamo ottenere i gr di azoto o proteine presenti in quel alimento.

Quando il bilancio è positivo, cioè l’azoto introdotto è più alto di quello eliminato il nostro organismo riesce ad avviare la sintesi proteica, invece quando è negativo prevale la fase di degradazione del tessuto proteico e muscolare.

Quante proteine possiamo assumere?

Una volta capito questo concetto, possiamo dire quante proteine può assumere l’uomo. L’assunzione giornaliera di proteine che viene raccomandata per l’uomo ​​è compresa tra 0,8-2,5 g di proteine ​​per kg di peso corporeo, coprendo così il fabbisogno di circa 98% della popolazione, inoltre senza creare nessun tipo di danno alla salute dell’uomo. Per l’uomo adulto sano, il quantitativo consigliato è compreso tra 0,8-1,5 g di proteine per kg corporeo mentre per anziani ed adolescenti sani l’apporto di proteine deve essere un tantino più alto, essendoci una maggiore sintesi proteica negli adolescenti e un maggior consumo dell’apparato muscolare nell’anziano, il range ideale è infatti compreso tra 1,2-1,5 g di proteine per kg corporeo[1].

Le persone fisicamente attive, cioè quelli che svolgono allenamenti di resistenza e/o di forza, cioè tutte quelle attività che mirano ad aumentare la massa muscolare, hanno una maggior consumo di azoto e quindi, per compensare ed equilibrare il bilancio azotato e garantire la sintesi proteica necessitano di un quantitativo maggiore di proteine, compreso tra 1,6-2- g di proteine per peso corporeo.[2]

A proposito, in un recente studio è stato dimostrato che un consumo pari a 3 g per kg corporeo, associato ad un allenamento muscolare favorisce il miglioramento della composizione corporea, tuttò ciò senza provocare nessun danno per la salute dell’uomo.[3] In questi casi, però, è meglio affidarsi agli esperti del settore come nutrizionisti, dietologi e dietisti.

Ma le proteine fanno male ai reni?

I reni sono organi situati a livello della cavità addominale, sono di colore rosso scuro e a forma di fagiolo e la loro funzione è quella di filtrare il sangue, in modo tale da produrre l’urina, inoltre gestisce e regola l’equilibrio idro-salino del corpo. In aggiunta a ciò sintetizza ormoni come possono essere l’eritropoietina che partecipa alla sintesi dei globuli rossi o la renina, che regola il riassorbimento di elettroliti e liquidi così da partecipare al controllo pressorio.

Alcuni studi hanno dimostrato che un’assunzione eccessiva di proteine con la dieta, oltre i range visti, e per tempi molto lunghi, oltre 6-12 mesi, possono favorire l’aumento della velocità di filtrazione glomerulare (GFR), ma se questa viene assunta per un breve periodo, i reni dell’uomo non corrono nessun pericolo.[4]

La ricerca afferma, senz’ombra di dubbio, che diete iperproteiche ​​siano dannose solo per quelle persone affette  già da disfunzioni renali ad esempio uno stato di insufficienza renale, ma per le persone sane non è stata riscontrata nessuna alterazione e quindi nessun danno a livello renale. [1]

Però, a questa tipologia di dieta è correlata la formazione di calcoli renali. In un studio del 2009, è stato visto che l’associazione tra il consumo di proteine, soprattutto di origine ​​animali, e la formazione di calcoli renali è molto altà. Quindi, questa tipologia di dieta è sconsigliata,  per quelle persone che hanno una maggior probabilità di sviluppare i calcoli (familiarità o ereditarietà).[5]

Quali sono i benefici che apportano le proteine?

Detto e compreso ciò, adesso vediamo quali sono i benefici di questo nutriente. Si ritiene che pasti e alimenti ad alto contenuto proteico abbiano un maggiore effetto saziante rispetto agli altri pasti ricchi di carboidrati o di grassi,  questo perché c’è un ​aumento del rilascio di ormoni peptidici da parte del tratto gastrointestinale (colecistochinina o CCK; peptide YY o PYY; peptide simile al glucagone 1 o GLP-1) che comunicano lo stato di sazietà attivando circuiti anoressigeni a livello dell’ipotalamo tramite il nervo vago.

Inoltre, questo nutriente è fondamentale per contrastare il fenomeno dell’obesità, infatti molte delle diete diffuse nel mondo sono diete iperproteiche, questo perchè favoriscono il dimagrimento. Correlato al fatto di un maggiore effetto saziante, questo nutriente riduce l’introito di carboidrati e grassi e quindi delle calorie, inoltre il giusto apporto di proteine garantisce la sintesi proteica mantenendo integra la massa muscolare, tutto ciò porta ad una modificazione della composizione corporea, al miglioramento dei parametri clinici, ad esempio colesterolo, trigliceridi, glicemia ecc e soprattutto al miglioramento dello stato di salute.

In aggiunta a questo, le proteine determinano un aumento della termogenesi indotta dagli alimenti, per farla breve la digestione delle proteine determina un aumento del metabolismo e della spesa energetica maggiore rispetto agli altri nutrienti. Nello specifico, aumenta del 30% dopo una dieta proteica, solo del 10% dopo l’ingestione di carboidrati e del 5% dopo l’ingestione di grassi.[1];[6]

Per finire, nel corso degli anni le proteine sono state indicate come la causa dell’osteoporosi o di favorire un peggioramento di tale patologia. Nel 2017, uno studio ha dimostrato come un quantitativo maggiore di proteine non danneggia le ossa, ma anzi, migliora lo stato di salute delle stesse[1].

Conclusioni

Al termine di questo articolo possiamo affermare che, una dieta ricca in proteine, mantenendosi sempre nei range di riferimento, 0,8-1,5 g per kg corporeo per le persone adulte, tra 1,2-1,5 per soggetti anziani ed adolescenti, tra 1,5-2 per chi fa un’adeguata attività fisica, non causa danni a persone sane, ma bensì apporta molti benefici tra cui il dimagrimento e il miglioramento della composizione corporea. In caso di malattie renali invece, è molto importante affidarsi ad uno specialista e limitare l’assunzione di proteine. In tutti i casi, sia per migliorare lo stato di salute sia per scendere qualche chilo affidatevi agli esperti del settore che, come detto in precedenza, sono il nutrizionista, il dietista e/o il dietologo.

Bibliografia

[1]      M. Cuenca-Sánchez, D. Navas-Carrillo, and E. Orenes-Piñero, “Controversies Surrounding High-Protein Diet Intake: Satiating Effect and Kidney and Bone Health,” Adv. Nutr., vol. 6, no. 3, pp. 260–266, May 2015.
[2]      B. Campbell et al., “International Society of Sports Nutrition position stand: protein and exercise.,” J. Int. Soc. Sports Nutr., vol. 4, p. 8, Sep. 2007.


[3]      J. Antonio et al., “A high protein diet (3.4 g/kg/d) combined with a heavy resistance training program improves body composition in healthy trained men and women–a follow-up investigation.,” J. Int. Soc. Sports Nutr., vol. 12, p. 39, 2015.
[4]      A. N. Friedman, “High-protein diets: potential effects on the kidney in renal health and disease.,” Am. J. Kidney Dis., vol. 44, no. 6, pp. 950–62, Dec. 2004.


[5]      H. A. Fink et al., “Diet, Fluid, or Supplements for Secondary Prevention of Nephrolithiasis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Trials,” Eur. Urol., vol. 56, no. 1, pp. 72–80, Jul. 2009.
[6]      H. J. Leidy et al., “The role of protein in weight loss and maintenance,” Am. J. Clin. Nutr., vol. 101, no. 6, p. 1320S–1329S, Jun. 2015.

IRISINA, una molecola nello spazio. Ecco che arriva come una “stella cadente” possibile cura per Osteoporosi e Sarcopenia.

L’ irisina e’ una brillante molecola capace di indurre un aumento della massa ossea e prevenire il deterioramento muscolare (sarcopenia)  associato allo sviluppo di osteoporosi.

Vorrei iniziare questo articolo citando un docente della Scuola di Nutrizione Salernitana (SNS) che durante un corso ci disse tipo: “…non esiste antidoto migliore dell’attività fisica. Se potessimo incapsulare in un farmaco i suoi potenziali, come anche quelli del digiuno, ed effetti positivi sulla nostra salute, molte patologie si curerebbero senza effetti collaterali…”
Beh perché mai ci ha trasmesso questo “sapere”? In quanto è noto che, durante l’attività fisica, vengono rilasciate “molecole positive” per la nostra saluta. Infatti, in seguito a contrazione, il muscolo rilascia una varietà di molecole attive, chiamate miochine, che permettono l’interazione fra tessuto muscolare scheletrico e altri tessuti, quali il tessuto adiposo, epatico e pancreatico. Evidenze scientifiche indicano come la carenza di tali molecole, determinata da inattività e sedentarietà, è associata allo sviluppo di una serie di patologie e di malattie metaboliche, come l’insulino resistenza, il diabete di Tipo II, l’obesità o disturbi cardiovascolari e del comportamento. A queste si aggiunge l’osteoporosi!
L’osteoporosi è la più comune malattia metabolica dello scheletro ed ha un importante impatto sociale interessando la maggior parte della popolazione. Inoltre, l’osteoporosi è quasi sempre accompagnata da sarcopenia, una patologia causata dal declino del muscolo scheletrico, sovente negli anziani con conseguenti fratture. Colpisce infatti, milioni di persone nel mondo, in particolare, di sesso femminile, le persone che fanno terapia cortisonica, i diabetici, gli obesi ed anche gli astronauti durante le missioni spaziali per l’assenza di gravità.
Ecco che “cade dal cielo come una stella cadente” ad illuminarci l’irisina, una “molecola in orbita”, rivelatasi un possibile candidato farmaco naturale mima-attività fisica, dunque, senza effetti collaterali essendo prodotta fisiologicamente dal muscolo in attività. Potrebbe, oltretutto, ridurre, enormemente la spesa pubblica che, in particolare per l’osteoporosi, è molto onerosa. Oltretutto secondo l’ OMS, nel 2050, visto che andiamo in contro ad un prolungamento della vita media, le fratture da fragilità ossea potrebbero raggiungere un costo esorbitante!
L’ irisina e’ stata individuata nel 2012 da un’equipe di ricercatori di Harvard, è una delle proteine (miochine) prodotte spontaneamente dai muscoli durante l’esercizio fisico (una delle “molecole positive”). Inizialmente è stata descritta come una molecola in grado di trasformare il grasso bianco nel più salutare grasso bruno, promuovendo il dimagrimento. Grazie ad ulteriori studi dell’Università di Bari, si è dimostrato che una concentrazione di irisina molto più bassa rispetto a quella attiva sul tessuto adiposo induce la formazione di nuovo osso e rende lo scheletro più resistente alle fratture. Dunque una delle principali funzioni di questa brillante molecola è l’ aumento di massa e la resistenza ossea.
I nostri ricercatori pugliesi, in collaborazione con la NASA, progetto selezionato dalla European Space Agency (ESA) e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), hanno ben pensato di spedire in orbita questa molecola. Cosi, il test di funzionamento è stato eseguito nello spazio. È noto, infatti, che gli astronauti tornano dalle proprie missioni, anche da quelle di breve durata, con osteoporosi e atrofia muscolare, a causa della scarsa attività fisica e assenza di gravità. I ricercatori, confermando i risultati positivi in assenza di gravità dell’uso di questa illuminante molecola, rivelatasi una molecola esercizio-mimetica, hanno scoperto un’ottima candidata per contrastare il deterioramento dell’osso e del muscolo in assenza di gravità ma non solo.
L’irisina potrebbe, inoltre, essere d’aiuto anche per gli obesi nel dimagrimento, in quanto, esperimenti effettuati su modelli murini di obesità, l’irisina induce il trans-differenziamento di adipociti (grasso) bianchi in marroni promuovendo, dunque, la perdita di peso. Ancora gli scienziati hanno scoperto che l’irisina svolge un ruolo di co-attivatore di un fattore di trascrizione, responsabile del controllo del metabolismo energetico muscolare, della biogenesi mitocondriale, dell’assorbimento di glucosio e dell’ossidazione di diversi substrati.
Ecco che emerge l’importanza di tale molecola “salvatrice” per la cura e prevenzione della fragilità ossea e sarcopenia.
Tali risultati sono rivoluzionari! L’irisina, è veramente una brillante candidata a farmaco naturale senza effetti collaterali, per neutralizzare la perdita di massa ossea e muscolare sofferta non solo dagli astronauti, ma anche da anziani, sedentari, obesi, nonché di persone con disabilità fisica e / o immobilizzazione forzata post intervento.
I vantaggi della molecola Irisina sono, oltre a quelli di non presentare gli effetti collaterali tipici dei farmaci utilizzati oggigiorno per tali patologie, di possedere una brillante capacità di prevenire e / o curare al contempo fragilità ossea e sarcopenia, nonché di ridurre, in futuro, enormemente la spesa sanitaria pubblica.
Concludo ricordando che l’alimentazione e lo stile di vita sono sempre i rimedi naturali che dobbiamo ogni giorno curare per mantenerci in salute. Tengo a precisare inoltre, che il latte non è per niente la cura preventiva per l’osteoporosi come ci è stato sempre suggerito…anzi, oggi sappiamo che ne è un forte induttore!

Riferimenti bibliografici
[1] Maria Grano. Irisina per la cura e la prevenzione dell’osteoporosi e dell’atrofia muscolare. Dipartimento Emergenza e Trapianti d’Organo, Scuola di Medicina, Università di Bari
[2] Faienza MF et al. 2018. High irisin levels are associated with better glycemic control and bone health in children with Type 1 diabetes. https://doi.org/10.1016/j.diabres.2018.03.046
[3] Colaianni G et al. (2017). Irisin prevents and restores bone loss and muscle atrophy in hind-limb suspended mice. DOI:10.1038/s41598-017-02557-8

[4]L.Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita
[5] BoneKEy Reports 4, Article number: 765 (2015) | doi:10.1038/bonekey.2015.134

Fibromi uterini ed isterectomia: la menopausa chirurgica

I fibromi sono tra i più frequenti tumori benigni dell’utero e vengono anche chiamati miomi. La struttura dell’utero risulta alterata, con un aumento delle cellule fibrose a discapito di quelle muscolari.

L’utero si trova posizionato al centro della piccola pelvi, tra la vescica ed il retto. E’ formato da corpo, fondo dell’utero e cervice. La sua struttura interna rispecchia quella degli organi cavi con la parete costituita da una serie di tonache:

  • tonaca mucosa (endometrio): durante il ciclo mestruale si ispessisce, preparandosi ad un eventuale impianto dell’embrione;

  • miometrio: spesso strato muscolare che contiene la maggior parte dei vasi sanguigni e dei nervi che poi confluiscono nell’utero;

  • perimetrio: formato da tessuto connettivo scivoloso che riveste la cavità pelvica.

I fibromi uterini derivano da una proliferazione anomala delle cellule muscolari del miometrio (da qui il loro nome “miomi”). Una singola cellula si divide ripetutamente formando infine una massa chiara, gommosa e compatta, ben separata dal tessuto circostante.  Le forme benigne, che sono anche le più comuni, non si diffondono nell’organismo e non sono cancerose.

Si tratta quindi di noduli di dimensioni variabili formati da cellule di tessuto muscolare liscio e di tessuto fibroso, che si sviluppano sulla parete uterina. I noduli possono essere singoli o raggruppati in grappoli ed il loro diametro può variare da 1 a 20cm. Crescono all’interno della parete uterina e possono sporgere nella cavità uterina oppure verso la superficie esterna. La velocità di crescita non è sempre costante, sopratutto in caso di noduli numerosi.

La maggior parte dei fibromi uterini è asintomatica e per questo la loro scoperta è spesso casuale. Tendono a non dare sintomi prima dei 30 anni e a scomparire con la menopausa. Il sintomo maggiormente riscontrabile è la comparsa di un sanguinamento uterino anomalo (copioso e duraturo). Tra i sintomi troviamo anche:

  • dolore addominale

  • sintomi legati all’azione della massa del fibroma sugli organi pelvici adiacenti

    • costipazione

    • dolori ad un arto

    • dolore durante i rapporti sessuali

    • urgenza e difficoltà ad urinare

    • senso di pesantezza al basso ventre

  • infertilità ed aborti (se il fibroma è molto voluminoso l’impianto dell’embrione può essere ostacolato; se occupa la parte interna e cresce può ostacolare la gestazione ed il parto deviando il sangue arterioso.

Sono rari i casi in cui il fibroma causa un dolore acuto ma può accadere quando il flusso sanguigno che lo nutre è scarso. Infatti se il fibroma non è ben vascolarizzato inizia a morire ed i prodotti della sua degradazione filtrano nei tessuti circostanti causando dolore e febbre.

Non si conoscono ancora le cause precise dello sviluppo dei fibromi uterini.
Si tratta probabilmente di un insieme di fattori genetici, ormonali ed ambientali che, in sinergia, concorrono allo sviluppo di questa neoformazione. 
Esistono però evidenze che i livelli ormonali siano fondamentali, influenzandone la crescita. Infatti con elevati livelli di estrogeni e progesterone la velocità di crescita risulta aumentata.

Ciò si può osservare dal fatto che:

  • è raro che appaiano prima del menarca

  • con la menopausa tendono regredire

  • tendono ad aumentare verso la fine dell’età riproduttiva, durante la gravidanza o con l’utilizzo di farmaci anticoncezionali

Sono stati individuati alcuni fattori che indicano un aumento (o una riduzione) del rischio di sviluppare fibromi. Nello specifico:

  • l’etnia afro-americana è maggiormente predisposta allo sviluppo di fibromi uterini

  • il consumo abbondante di verdura sembra essere un fattore protettivo

  • l’obesità rappresenta un fattore di rischio elevato nello sviluppo di fibromi uterini, sopratutto tra i 40-50 anni

  • la predisposizione genetica e la familiarità rappresentano un altro fatto estremamente importante e predisponente lo sviluppo di questi fibromi

I fibromi, a causa dei sanguinamenti copiosi possono portare ad anemia più o meno grave. L’attività fisica costante (almeno 4 ore alla settimana) sembra avere una correlazione inversa con lo sviluppo dei fibromi uterini. Quindi, insieme ad una corretta alimentazione, l’esercizio fisico gioca un ruolo protettivo. Il consumo di frutta e verdura sembra essere un fattore di protezione per lo sviluppo di fibromi uterini. Essendo ricca di vitamine, sali minerali, isoflavonoidi, carotenoidi, antiossidanti e fitoestrogeni, la frutta agisce come nutraceutico.

E’ stata trovata una correlazione tra lo sviluppo di miomi ed il consumo elevato di pesce d’allevamento. Questa associazione è importante in relazione all’alimentazione utilizzata negli allevamenti, e varia da Paese a Paese. Ultimamente si sta facendo molta attenzione ai livelli di vitamina D ed alla correlazione tra una sua carenza e lo sviluppo di varie patologie. Si è visto quindi che lo sviluppo di miomi si ha con una maggior incidenza in donne con forti carenze di vitamina D.

Non esiste una terapia per i fibromi che risulti efficace e risolutiva per tutte le pazienti.Per esempio le pazienti con fibromi che non presentano sintomi non hanno bisogno di nessun tipo di terapia, ma dovranno sottoporsi a periodiche valutazioni per tenere sotto controllo le dimensioni dei noduli. Percui la gestione terapeutica di una paziente con fibroma uterino dipenderà dall’età della paziente, dai sintomi e da un’eventuale gravidanza desiderata dalla donna.

Solitamente la terapia medica è la prima ad essere scelta ma, qualora non risultasse efficace, vengono proposte la chirurgia e l’embolizzazione.

Come terapie chirurgiche vengono proposte la miomectomia oppure l’isterectomia a seconda delle esigenze della paziente.La miectomia consiste nella rimozione dei fibromi salvaguardando l’utero. Con questa tecnica c’è la possibilità che i fibromi si ripresentino in futuro. L’isterectomia invece consiste nella rimozione chirurgica dell’utero ed in questo caso i fibromi non si potranno più ripresentare. Quando non sono coinvolte le ovaie, la tendenza è quella di conservarle. Per cui la donna non potrà più avere gravidanze ma non sarà ancora in menopausa e potrà beneficiare degli effetti ormonali positivi dati dagli estrogeni ancora prodotti dalle ovaie.

Nel caso in cui invece dovesse essere necessaria un’asportazione oltre che dell’utero anche delle ovaie si parla di menopausa chirurgica. Si tratta di un processo indotto ed improvviso mentre la menopausa naturale è processo lento e graduale che dà il tempo al corpo di abituarsi alla perdita di funzionalità endocrina delle ovaie. Per questo motivo spesso i medici scelgono di utilizzare una terapia ormonale sostitutiva in pazienti che subiscono questo tipo di intervento rimpiazzando gli estrogeni e diminuendo quindi il rischio di osteoporosi e di sviluppare malattie cardiovascolari.

Per chi si trova in una situazione di menopausa chirurgica i consigli sono sovrapponibili a quelli che si danno in caso di menopausa naturale:

  • prevenire l’osteoporosi con il giusto apporto di vitamina D quotidiano;

  • ridurre il consumo di grassi saturi

  • preferire i carboidrati complessi a quelli semplici

  • seguire sempre la stagionalità e variare il più possibile

  • utilizzare metodi di cottura semplici

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o lo specialista.

Bibliografia:

  • Combined endovascular and surgical therapy of uterin fibroma ; Grigoriu, Corina ; Dumitrascu, Mihai ; Grigoras, Mirela ; Horhoianu, Irina ; Horhoianu, V ; Nechifor, R ; Dorobat, B ; Pavel, Alina ; Lana, G. Journal of medicine and life, 2008, Vol.1(1), pp.60-5[Rivista Peer Reviewed]

  • Clinical Efficacy and Complications of Uterine Artery Embolization in Symptomatic Uterine Fibroids. Salehi, Mohammadgharib ; Jalilian, Nasrin ; Salehi, Ayoub ; Ayazi, Mojgan. Global journal of health science, July 2016, Vol.8(7), pp.245-50[Rivista Peer Reviewed]

L’osteoporosi in menopausa

L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da una  progressiva perdita di tessuto osseo, con conseguente fragilità dello scheletro e predisposizione alle fratture. Esistono diversi tipi di osteoporosi, a seconda che si consideri il meccanismo patogenetico, l’età di insorgenza, l’associazione con altre patologie, i distretti scheletrici interessati etc. Una classificazione consiste nel distinguere le osteoporosi primitive da quelle secondarie, quest’ultime caratterizzate dal fatto che l’osteoporosi è conseguente ad un’altra condizione patologica. Le osteoporosi primitive si raggruppano in due principali sindromi cliniche:

  1. osteoporosi postmenopausale, con eziologia dipendente alla diminuzione dei livelli circolanti di estrogeni;
  2. osteoporosi senile collegata ai processi degenerativi dell’invecchiamento.

Come già menzionato, il declino degli estrogeni rappresenta l’evento patogenetico fondamentale dell’osteoporosi postmenopausale: gli ormoni sessuali sono importanti modulatori del metabolismo scheletrico, intervengono infatti nella regolazione della quantità di calcio presente nell’osso. Venendo meno il loro controllo, il calcio nell’osso si riduce, lasciando una struttura porosa e fragile. Nelle donne in postmenopausa, il tasso di turnover osseo aumenta drammaticamente e rimane elevato fino a 40 anni dopo la cessazione della funzione ovarica determinando una continua e progressiva perdita di massa ossea. In media, con l’avvento della menopausa la donna perde in 1-3 anni (e più velocemente se l’ipoestrogenismo è netto, come in caso di menopausa chirurgica) circa il 10 % della massa ossea. Le ossa più frequentemente interessate dal rischio di fratture sono le vertebre, il femore ed i polsi. Le fratture avvengono anche per traumi di lieve entità o a volte, come nel caso delle lesioni vertebrali, spontaneamente.

Oltre alla carenza di estrogeni, esistono altri fattori di rischio accertati in grado di causare o di aggravare l’osteoporosi tra cui:

  • la sedentarietà,
  • la magrezza eccessiva,
  • il fumo di sigaretta,
  • l’elevato consumo di alcool,
  • un uso prolungato di determinati farmaci (es. corticosteroidi, anticoagulanti ecc).

In questo contesto, l’intervento nutrizionale deve essere considerato come uno strumento di prevenzione, infatti quando si manifesta tale patologia, è fondamentale anche seguire una dieta equilibrata che fornisca un adeguato apporto di calcio e di vitamina D, due nutrienti indispensabili per la salute delle ossa. Bisogna però ricordare che una corretta dietoterapia, che garantisca un adeguato apporto di calcio, deve essere seguita non solo nel periodo postmenopausale ma sin dalla nascita per ottimizzare il picco di massa ossea che si raggiunge entro la terza età.  In altre parole, maggiore è la massa ossea ottenuta nella vita adulta, minore sarà il rischio di sviluppare osteoporosi dopo la menopausa. E’ quindi necessario rispettare i livelli di assunzione giornalieri raccomandati di calcio durante tutta la vita a seconda delle diverse esigenze nutrizionali e fisiologiche: 800-1000 mg/die nell’infanzia, 1200-1300 mg/die nell’adolescenza e intorno a 1000 mg/die nella maturità. Le necessità aumentano nel periodo postmenopausale: se la donna effettua una terapia ormonale sostitutiva, il fabbisogno si aggira intorno a 1000-1200 mg/die, sale a 1500 mg/die se non viene seguita una terapia ormonale sostitutiva.

Le principali fonti alimentari di calcio sono rappresentante dal latte e dai suoi derivati, dove si trova nella forma maggiormente biodisponibile. Anche il calcio presente nell’acqua rappresenta una discreta fonte di questo nutriente, se consideriamo che il suo consumo medio giornaliero è di un litro e mezzo. Buone quantità  di calcio sono presenti anche nei legumi secchi, carciofi, cardi, indivia e spinaci. Tuttavia la presenza in tali alimenti di fitati e ossalati diminuisce l’assorbimento del calcio, a causa della formazione di complessi insolubili e scarsamente assorbibili.

Nella popolazione italiana l’introito medio giornaliero di calcio risulta mediamente insufficiente e ancora più significativa è l’incidenza di ipovitaminosi D, con conseguente riduzione dell’assorbimento intestinale del calcio. Pertanto, quando con la sola alimentazione non si riescono a soddisfare i fabbisogni di calcio (1500 mg/die) e vitamina D (10 mcg/die), durante la menopausa è necessario ricorrere a degli integratori,

Fonti

  • Cifuentes, M., et al. Bone turnover and body weight relationships differ in normal-weight compared with heavier postmenopausal women. Osteoporos Int. 2003 Apr; 14(2): 116–122.
  • Felsenberg, D., Boonen, S. The bone quality framework: determinants of bone strength and their interrelationships, and implications for osteoporosis management. Clin Ther. 200527:1–11.
  • Garnero, P., Sornay-Rendu, E., Chapuy, M.-C., Delmas, P.D. Increased bone turnover in late postmenopausal women is a major determinant of osteoporosis. J Bone Miner Res. 199611:337–349.
  • LARN Livelli di Assunzione di riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione Italiana. IV Revisione. Coordinamento editoriale SINU-INRAN (attuale CREA-NUT). Milano: SICS, 2014.
  • Nancy E. Lane, MD. Epidemiology, etiology, and diagnosis of osteoporosis. American Journal of Obstetrics and Gynecology 2006; 194, S3–11
  • Nguyen, T.V., Center, J.R., Eisman, J.A. Osteoporosis in elderly men and women: effects of dietary calcium, physical activity, and body mass index. J Bone Miner Res. 200015:322–331.
  • NIH Consensus Development Panel on Osteoporosis Prevention, Diagnosis, and Therapy. Osteoporosis prevention, diagnosis, and therapy. JAMA. 2001285:785–795.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

 

 

 

 

Donne, attenzione alla fragilità ossea

L’infiammazione cronica è associata ed un elevato rischio di patologie tipiche dell’età adulta, tra cui l’osteoporosi e la fragilità ossea. Un’alimentazione ricca di frutta, verdura, pesce e cereali integrali è ciò che può modificare i livelli dei markers plasmatici, ossia di quelle molecole indice di infiammazione, come la proteina C-reattiva (PCR) e diverse interleuchine (IL), ma non solo. Una dieta antinfiammatoria migliora la densità ossea riducendo il rischio di fratture negli anziani.

E’ quanto si evidenzia in uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Bone and Mineral Research.

Gli studiosi hanno preso in esame un’ampia ricerca (la Women’s Health Initiative) condotta su donne in post-menopausa con una media di 63 anni, dal 1993 al 1998. Hanno analizzando i dati sulla dieta di 160191 donne e assegnando a 32 componenti di cibi, in particolare consumati nei tre mesi precedenti all’arruolamento allo studio, un punteggio in termini di infiammazione (dietary inflammation index). Per 10.000 donne sono stati poi raccolti dei dati sulla densità minerale delle ossa, mentre per tutto il campione sono stati esaminati i dati relativi alle fratture.

Dopo sei anni di osservazione, è emerso che al modello dietetico meno infiammatorio è associata una minore perdita di mineralità ossea. Inoltre, alle donne con meno di 63 anni che seguivano un’alimentazione qualitativamente migliore era associato un minor rischio di frattura dell’anca. Di contro, alle donne che conducevano un’alimentazione più infiammatoria era associato un rischio di frattura superiore del  50%.

 

Orchard T., et al (2016) Journal of Bone and Mineral Research

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