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Intermittent Fasting: Arma utile contro il Diabete di tipo 2

Il diabete di tipo 2 è la tipologia di diabete più frequente, caratterizzata da un deficit di secrezione insulinico oppure da una impossibilità ormonale di agire in maniera soddisfacente (insulino-resistenza).

Il diabete di tipo 2 è la più comune comorbidità in caso di pazienti affetti anche da obesità importante e sindrome metabolica.

Circa una persona su 10 negli Stati Uniti e in Canada è affetta da diabete di tipo 2, patologia cronica, spesso associata ad altre disfunzioni di severa importanza. I cambiamenti dello stile di vita sono fondamentali per gestire la patologia, ma da soli non bastano nel controllo dei livelli di glucosio nel sangue.

La chirurgia bariatrica, pratica clinica e chirurgica, è una metodica invasiva efficace per combattere l’eccesso ponderale e migliorare le condizioni cliniche anche nel diabete; tuttavia non è esente da rischi e deve essere ben guidata da un team multidisciplinare che deve preparare il paziente fisicamente e psicologicamente all’intervento e alla vita successiva ad esso. I farmaci possono gestire i sintomi e aiutare a prevenire le complicazioni, ma non possono arrestare la progressione della patologia.
In Ontario, però, i medici dell’Ospedale di Scarborough, hanno cercato di migliorare le condizioni cliniche di questi pazienti diabetici, presentando loro un protocollo alimentare che prevedesse un lungo periodo di digiuno (intermittent-fasting).

I pazienti reclutati per lo studio sono tutti di sesso maschile e di età compresa tra i 40 e i 67 anni, assumevano insulina e tutti avevano un quadro clinico composto che includeva anche ipercolesterolemia e ipertensione, oltre alla patologia principale considerata.

Il 90% dei pazienti ha digiunato a giorni alterni per ben 24 ore, mentre il 10% ha digiunato per tre giorni a settimana.

Nei giorni di digiuno sono stati autorizzati a bere bevande a bassissimo contenuto calorico, come tè, caffè e acqua e a consumare un unico pasto ipocalorico alla sera.
Prima di intraprendere il regime di digiuno, tutti i pazienti hanno partecipato ad un seminario di formazione nutrizionale della durata di sei ore, che includeva anche informazioni relative allo sviluppo del diabete, al  suo impatto sul corpo e su come gestire la patologia attraverso la dieta.
I pazienti hanno sposato bene lo schema alimentare proposto portandolo avanti per circa 10 mesi, dopo i quali è stata valutata la glicemia a digiuno, la glicata (HbA1c), il peso e la circonferenza della vita.

I risultati ottenuti sono stati ottimali, considerando che tutti gli uomini sono stati in grado di interrompere l’iniezione di insulina entro un mese dall’inizio del programma dietetico. Nel 10% dei pazienti ci sono voluti solo cinque giorni per l’interruzione dei farmaci.

Hanno tutti perso peso (del 10-18%) e migliorato la condizione clinica di partenza oltre al fatto di aver ridotto e, in alcuni casi, abolito l’uso dei farmaci.
Questa serie di casi attuali ha mostrato che il regime di digiuno di 24 ore può invertire o eliminare in modo significativo la necessità di farmaci per i soggetti diabetici; tuttavia lo studio è stato applicato ad un numero ristretto di pazienti e tutti di sesso maschile quindi ulteriori indagini devono essere svolte per poter avere la certezza nell’efficacia del protocollo dietetico.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia
Suleiman Furmli, Rami Elmasry, Megan Ramos, Jason Fung. Therapeutic use of intermittent fasting for people with type 2 diabetes as an alternative to insulin. BMJ Case Reports, 2018;

PROTEINE: AMICHE O NEMICHE DELL’UOMO? SCOPRIAMOLE INSIEME…

Le Proteine

Le proteine sono macromolecole biologiche costituite da una serie ripetuta di amminoacidi. Infatti tutti gli amminoacidi presentano una struttura base costituita da un carbonio-α il quale lega un atomo di idrogeno, il carbonio del gruppo carbossilico e l’azoto del gruppo aminico. Ciò che differenzia i diversi amminoacidi è la catena laterale R. Gli amminoacidi possono unirsi tra di loro  mediante legame peptidico, l’ossigeno del gruppo carbossilico di un amminoacido lega l’azoto del gruppo amminico dell’altro amminoacido con l’eliminazione di una molecola di acqua, formando, così, le proteine.

Gli amminoacidi noti sono 20 e solo 8 sono essenziali cioè devono essere introdotti con gli alimenti poichè l’organismo non li sintetizza. Per quanto riguarda gli altri 12 il corpo riesce a produrli in maniera autonoma così da garantire la sintesi proteica.

La qualità dell’alimento proteico, infatti, dipende dal suo profilo amminoacidico. In effetti, le migliori fonti proteiche ​​contengono tutti gli amminoacidi essenziali e quindi sono alimenti con alto valore biologico mentre quelli con basso valore biologico presentano scarse quantità di tali amminoacidi. Per esempio le proteine di origine ​​animale come carne, pesce, uova o latte sono di alto valore biologico in confronto a quelle vegetali come legumi, cereali, tofu, frutta secca ecc. Però, in un piano dietetico, è fondamentale la presenza di entrambi i tipi di proteine.

Le Funzioni delle Proteine

Le proteine ​​sono  essenziali per la vita dell’uomo, infatti svolgono una svariata serie di funzioni.

La più nota è sicuramente la funzione plastica cioè partecipano alla costituzione delle diverse strutture dell’organismo come ad esempio i muscoli o organi, favorendone sia la crescita sia la riparazione dei tessuti in caso di danni. Inoltre svolgono funzione regolatrice perché sono precursori di enzimi metabolici e di ormoni che regolano e mantengono l’ omeostasi dell’organismo, in aggiunta a questo le proteine fungono da trasportatori, ad esempio  l’emoglobina trasporta ossigeno, i citocromi trasportano elettroni, le lipoproteine trasportano lipidi, l’albumina lega e trasporta numerose sostanze nel plasma, oltre ad essere importante per la regolazione della pressione oncotica.

Per di più, molte proteine fungono da recettore cioè dopo il legame con con il proprio ligando inducono una risposta biologica. In aggiunta a tutto ciò, per chi non lo sapesse, anche gli anticorpi sono proteine, infatti le immunoglobuline sono importanti per la giusta funzione del sistema immunitaria. Per non dimenticare l’importanza di Actina e Miosina che sono proteine essenziali per la contrazione muscolare. Per ultima ma non meno importante, la funzione energetica, infatti in alcuni casi, quando le riserve di glicogeno  e di grassi sono esaurite, l’organismo utilizza gli amminoacidi trasformandoli in glucosio per produrre energia.

Il Fabbisogno Proteico                  

Il fabbisogno proteico indica la quantità di proteine di cui l’uomo ha bisogno per compensarne la perdita giornaliera dei diversi tessuti, così da mantenere in equilibrio il bilancio azotato. Questo dato è ottenuto sottraendo l’azoto perso con le feci, le urine e il sudore da quello  introdotto dalle proteine con gli alimenti. Quindi conoscendo i grammi di azoto presenti nelle proteine, 100 gr di proteine contengono circa 16 gr di azoto, e conoscendo i gr delle proteine o azoto negli alimenti con dei semplici calcoli possiamo ottenere i gr di azoto o proteine presenti in quel alimento.

Quando il bilancio è positivo, cioè l’azoto introdotto è più alto di quello eliminato il nostro organismo riesce ad avviare la sintesi proteica, invece quando è negativo prevale la fase di degradazione del tessuto proteico e muscolare.

Quante proteine possiamo assumere?

Una volta capito questo concetto, possiamo dire quante proteine può assumere l’uomo. L’assunzione giornaliera di proteine che viene raccomandata per l’uomo ​​è compresa tra 0,8-2,5 g di proteine ​​per kg di peso corporeo, coprendo così il fabbisogno di circa 98% della popolazione, inoltre senza creare nessun tipo di danno alla salute dell’uomo. Per l’uomo adulto sano, il quantitativo consigliato è compreso tra 0,8-1,5 g di proteine per kg corporeo mentre per anziani ed adolescenti sani l’apporto di proteine deve essere un tantino più alto, essendoci una maggiore sintesi proteica negli adolescenti e un maggior consumo dell’apparato muscolare nell’anziano, il range ideale è infatti compreso tra 1,2-1,5 g di proteine per kg corporeo[1].

Le persone fisicamente attive, cioè quelli che svolgono allenamenti di resistenza e/o di forza, cioè tutte quelle attività che mirano ad aumentare la massa muscolare, hanno una maggior consumo di azoto e quindi, per compensare ed equilibrare il bilancio azotato e garantire la sintesi proteica necessitano di un quantitativo maggiore di proteine, compreso tra 1,6-2- g di proteine per peso corporeo.[2]

A proposito, in un recente studio è stato dimostrato che un consumo pari a 3 g per kg corporeo, associato ad un allenamento muscolare favorisce il miglioramento della composizione corporea, tuttò ciò senza provocare nessun danno per la salute dell’uomo.[3] In questi casi, però, è meglio affidarsi agli esperti del settore come nutrizionisti, dietologi e dietisti.

Ma le proteine fanno male ai reni?

I reni sono organi situati a livello della cavità addominale, sono di colore rosso scuro e a forma di fagiolo e la loro funzione è quella di filtrare il sangue, in modo tale da produrre l’urina, inoltre gestisce e regola l’equilibrio idro-salino del corpo. In aggiunta a ciò sintetizza ormoni come possono essere l’eritropoietina che partecipa alla sintesi dei globuli rossi o la renina, che regola il riassorbimento di elettroliti e liquidi così da partecipare al controllo pressorio.

Alcuni studi hanno dimostrato che un’assunzione eccessiva di proteine con la dieta, oltre i range visti, e per tempi molto lunghi, oltre 6-12 mesi, possono favorire l’aumento della velocità di filtrazione glomerulare (GFR), ma se questa viene assunta per un breve periodo, i reni dell’uomo non corrono nessun pericolo.[4]

La ricerca afferma, senz’ombra di dubbio, che diete iperproteiche ​​siano dannose solo per quelle persone affette  già da disfunzioni renali ad esempio uno stato di insufficienza renale, ma per le persone sane non è stata riscontrata nessuna alterazione e quindi nessun danno a livello renale. [1]

Però, a questa tipologia di dieta è correlata la formazione di calcoli renali. In un studio del 2009, è stato visto che l’associazione tra il consumo di proteine, soprattutto di origine ​​animali, e la formazione di calcoli renali è molto altà. Quindi, questa tipologia di dieta è sconsigliata,  per quelle persone che hanno una maggior probabilità di sviluppare i calcoli (familiarità o ereditarietà).[5]

Quali sono i benefici che apportano le proteine?

Detto e compreso ciò, adesso vediamo quali sono i benefici di questo nutriente. Si ritiene che pasti e alimenti ad alto contenuto proteico abbiano un maggiore effetto saziante rispetto agli altri pasti ricchi di carboidrati o di grassi,  questo perché c’è un ​aumento del rilascio di ormoni peptidici da parte del tratto gastrointestinale (colecistochinina o CCK; peptide YY o PYY; peptide simile al glucagone 1 o GLP-1) che comunicano lo stato di sazietà attivando circuiti anoressigeni a livello dell’ipotalamo tramite il nervo vago.

Inoltre, questo nutriente è fondamentale per contrastare il fenomeno dell’obesità, infatti molte delle diete diffuse nel mondo sono diete iperproteiche, questo perchè favoriscono il dimagrimento. Correlato al fatto di un maggiore effetto saziante, questo nutriente riduce l’introito di carboidrati e grassi e quindi delle calorie, inoltre il giusto apporto di proteine garantisce la sintesi proteica mantenendo integra la massa muscolare, tutto ciò porta ad una modificazione della composizione corporea, al miglioramento dei parametri clinici, ad esempio colesterolo, trigliceridi, glicemia ecc e soprattutto al miglioramento dello stato di salute.

In aggiunta a questo, le proteine determinano un aumento della termogenesi indotta dagli alimenti, per farla breve la digestione delle proteine determina un aumento del metabolismo e della spesa energetica maggiore rispetto agli altri nutrienti. Nello specifico, aumenta del 30% dopo una dieta proteica, solo del 10% dopo l’ingestione di carboidrati e del 5% dopo l’ingestione di grassi.[1];[6]

Per finire, nel corso degli anni le proteine sono state indicate come la causa dell’osteoporosi o di favorire un peggioramento di tale patologia. Nel 2017, uno studio ha dimostrato come un quantitativo maggiore di proteine non danneggia le ossa, ma anzi, migliora lo stato di salute delle stesse[1].

Conclusioni

Al termine di questo articolo possiamo affermare che, una dieta ricca in proteine, mantenendosi sempre nei range di riferimento, 0,8-1,5 g per kg corporeo per le persone adulte, tra 1,2-1,5 per soggetti anziani ed adolescenti, tra 1,5-2 per chi fa un’adeguata attività fisica, non causa danni a persone sane, ma bensì apporta molti benefici tra cui il dimagrimento e il miglioramento della composizione corporea. In caso di malattie renali invece, è molto importante affidarsi ad uno specialista e limitare l’assunzione di proteine. In tutti i casi, sia per migliorare lo stato di salute sia per scendere qualche chilo affidatevi agli esperti del settore che, come detto in precedenza, sono il nutrizionista, il dietista e/o il dietologo.

Bibliografia

[1]      M. Cuenca-Sánchez, D. Navas-Carrillo, and E. Orenes-Piñero, “Controversies Surrounding High-Protein Diet Intake: Satiating Effect and Kidney and Bone Health,” Adv. Nutr., vol. 6, no. 3, pp. 260–266, May 2015.
[2]      B. Campbell et al., “International Society of Sports Nutrition position stand: protein and exercise.,” J. Int. Soc. Sports Nutr., vol. 4, p. 8, Sep. 2007.


[3]      J. Antonio et al., “A high protein diet (3.4 g/kg/d) combined with a heavy resistance training program improves body composition in healthy trained men and women–a follow-up investigation.,” J. Int. Soc. Sports Nutr., vol. 12, p. 39, 2015.
[4]      A. N. Friedman, “High-protein diets: potential effects on the kidney in renal health and disease.,” Am. J. Kidney Dis., vol. 44, no. 6, pp. 950–62, Dec. 2004.


[5]      H. A. Fink et al., “Diet, Fluid, or Supplements for Secondary Prevention of Nephrolithiasis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Trials,” Eur. Urol., vol. 56, no. 1, pp. 72–80, Jul. 2009.
[6]      H. J. Leidy et al., “The role of protein in weight loss and maintenance,” Am. J. Clin. Nutr., vol. 101, no. 6, p. 1320S–1329S, Jun. 2015.

Una proteina favorisce la perdita di grasso nei topi obesi

I ricercatori del reparto di oncologia del Centro Medico della Georgetown University, con grande sorpresa, studiando una proteina per conoscerne la sua presunta azione nel meccanismo patogenetico del cancro, hanno scoperto, al contrario, un suo, inaspettato, ruolo nel regolare il metabolismo.

Lo studio, pubblicato su “Scientific Reports“, suggerisce che la proteina FGFBP3 (BP3 in breve) potrebbe offrire una nuova terapia per i disturbi associati alla sindrome metabolica, come il diabete di tipo 2 e la malattia del fegato grasso; Quanto accaduto ai ricercatori del centro medico della Georgetown University è il classico esempio di “serendipity”, termine utilizzato quando importanti scoperte avvengono mentre si stava ricercando tutt’altro; infatti, inizialmente, lo studio era rivolto verso il gene BP1, la cui produzione risulta elevata in una serie di tumori. Solo successivamente si è rivolta l’attenzione su BP3, proteina naturalmente prodotta dall’organismo, il cui trattamento, nei topi obesi, per 18 giorni risulta sufficiente per  ridurre, di oltre un terzo, il grasso corporeo e i disturbi correlati all’obesità come l’iperglicemia.
La proteina in questione appartiene alla famiglia delle proteine leganti il fattore di crescita dei fibroblasti (FGF) coinvolti in una vasta gamma di processi biologici, come la regolazione della crescita cellulare, la risposta e la guarigione delle ferite e, inoltre, alcuni di questi, possono agire anche da ormoni.

BP1, 2 e 3 sono proteine “chaperone” che si attaccano alle proteine FGF e ne migliorano l’attività. I ricercatori hanno scoperto che questa proteina chaperone si lega a tre proteine FGF (19, 21 e 23), coinvolte nel controllo del metabolismo. La segnalazione FGF19 e FGF 21 regola la conservazione e l’utilizzo di carboidrati (zuccheri) e lipidi (grassi); FGF23 controlla, invece, il metabolismo del fosfato. In questo modo si è scoperto che BP3 esercita un notevole contributo nel controllo metabolico. Quando si dispone di più chaperon BP3 disponibili, l’effetto di FGF19 e FGF21 aumenta all’aumentare della loro segnalazione, il che rende BP3 un forte propulsore del metabolismo dei carboidrati e dei lipidi. Con il metabolismo accelerato, lo zucchero nel sangue e il grasso, trasformato nel fegato, vengono utilizzati per ricavare energia, per cui tendono a non essere immagazzinati.
I risultati dello studio sono notevoli, è necessaria, però, una ricerca aggiuntiva prima che la proteina BP3 possa essere utilizzata come terapia per il diabete e la sindrome metabolica nell’uomo.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

– Elena Tassi, Khalid A. Garman, Marcel O. Schmidt, Xiaoting Ma, Khaled W. Kabbara, Aykut Uren, York Tomita, Regina Goetz, Moosa Mohammadi, Christopher S. Wilcox, Anna T. Riegel, Mattias Carlstrom, Anton Wellstein. Fibroblast Growth Factor Binding Protein 3 (FGFBP3) impacts carbohydrate and lipid metabolism. Scientific Reports, 2018; 8

– Materials provided by Georgetown University Medical Center.

Un nuovo farmaco induce la perdita di peso negli obesi

Un nuovo studio, condotto dai ricercatori dell’Università di Leeds, ha evidenziato la sorprendente ed innovativa attività di un farmaco, la Semaglutide; Pare che essa miri al sistema di controllo dell’appetito nel cervello, causando una perdita di peso significativa nei soggetti affetti da obesità clinica. La Semaglutide è un nuovo farmaco, prodotto da una azienda farmaceutica danese, la Novo Nordisk, per il trattamento del diabete.

Lo studio è stato finanziato dall’azienda danese, ma svolto in maniera completamente indipendente dall’Università di Leeds, da sempre conosciuta per gli studi sul controllo cerebrale dell’appetito.
La struttura chimica del farmaco è molto simile all’ormone GLP-1 che agisce sul centro di controllo dell’appetito, situato nell’ipotalamo.
Data la stretta somiglianza tra la Semaglutide ed i sistemi di controllo dell’appetito dell’organismo, si è pensato di estenderne l’utilizzo, non limitandone l’assunzione, esclusiva ai pazienti diabetici, reali bersagli del farmaco, ma indagando su altri potenziali effetti.
Nello studio, il farmaco è stato somministrato a soggetti con un indice di massa corporea (BMI) da 30 a 45 kg/m2, dunque in forte sovrappeso. I soggetti che, durante la ricerca, hanno assunto il farmaco, hanno registrato una perdita di peso considerevole. Tuttavia, la percentuale di metabolismo a riposo, è rimasta pressoché invariata, suggerendo una perdita di peso indipedente dal metabolismo, ma dovuta ad una perdita di grasso corporeo e ad una migliore gestione dell’appetito. Il farmaco non solo ha ridotto la voglia di cibo, ma ha indirizzato i pazienti in scelte più consapevoli: pasti più piccoli e meno calorici.

Dott.ssa Michela Zizza

 

 

 

Bibliografia
University of Leeds

 

 

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

 

I danni dello stress a lungo termine

Secondo un recente studio, pubblicato dalla rivista “Obesity” e condotto dall’University College di Londra, è emerso che i soggetti che soffrono di stress a lungo termine sono più inclini a sviluppare l’obesità. Lo stress cronico è stato a lungo considerato la vera causa del consumo di cibi ad alto contenuto di grassi, zuccheri e calorie. Il cortisolo, l’ormone dello stress risulta elevato nel cuoio capelluto dei soggetti presi in esame; I pazienti che presentavano elevati livelli di cortisolo mostravano anche valori più alti nella misurazione della circonferenza vita, erano più pesanti, e avevano un indice di massa corporea più elevato (BMI). Individui classificati come obesi sulla base del loro BMI (maggiore o uguale a 30) o circonferenza vita (maggiore o uguale a 102 cm negli uomini e 88  nelle donne) avevano livelli particolarmente elevati di cortisolo capelli.
Bibliografia
University College di Londra

Dott.ssa Michela Zizza