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Artrite reumatoide, microbioma e malattia parodontale

L’artrite reumatoide (AR) è una patologia infiammatoria cronica e progressiva a carico delle articolazioni sinoviali, con patogenesi autoimmunitaria e di eziologia sconosciuta. Tra gli studi più recenti emerge, in maniera sempre più chiara, il legame tra l’andamento della patologia e le alterazioni del microbioma, termine utilizzato per descrivere le comunità microbiche presenti a livello orale, intestinale ma anche sulla pelle e nel tratto genito-urinario. Questi batteri sono stati classificati come commensali, simbionti oppure patogeni a seconda delle interazioni con l’ospite. Si è visto che le alterazioni dell’equilibrio intestinale e in particolar modo l’aumento di batteri gram negativi nell’intestino può determinare un aumento di metaboliti tossici prodotti dagli stessi batteri e tali metaboliti potrebbero determinare l’infiammazione dopo essere entrati in circolo. [1] Tale ipotesi è nota come “toxemic factor” ed è stata formulata all’inizio del ventesimo secolo. In uno studio, inoltre si è analizzata la composizione della flora microbica intestinale in pazienti con AR e si è scoperto che c’è un maggior numero di lattobacilli in pazienti affetti da artrite reumatoide rispetto ai controlli (L. salivarius, L. iners, L. ruminis, L.mucosae)[2] [3].

Un altro batterio anaerobio gram negativo, Prevotella copri sembra essere particolarmente rilevante nella patogenesi delle malattie autimmunitarie, inoltre si è trovato lo stesso batterio anche in caso di IBD, intestinal bowel disease e anche un aumento nel plasma dei livelli di trimetilamina N-ossido (TMAO), un substrato predittivo in caso di eventi cardiovascolari negli uomini. Il consumo di carne rossa che contiene L-carnitina produce TMAO e accelera il processo di aterosclerosi nei topi ma ciò non avviene se ci sono variazioni del microbiota intestinale. Questi studi sono rilevanti per poter spiegare la più alta incidenza delle patologie cardiovascolari in alcuni pazienti affetti da AR [4]. Un’altra interessante correlazione riguarda la malattia parodontale (PD), il microbiota orale e l’aggravamento dell’artrite reumatoide, infatti a differenza di quanto accade a livello intestinale, la parodontite è legata al “red complex” che include alcune specie come P. gingivalis, Treponema denticola e Tannerella fortythia [5]. In particolar modo il batterio Porphyromonas gingivalis codifica per un enzima che converte i residui di arginina in citrullina e questo processo genera neo-epitopi che possono far perdere la tolleranza immunologica e far produrre anticorpi anti-proteine citrullinate (ACPAs). Tali anticorpi sono trovati nel 70-80% dei pazienti con AR con esito prognostico negativo [5] [6]. Si può concludere dicendo che risulta fondamentale identificare le specie microbiche al punto che si parla del “Pan-microbioma” che ha l’obiettivo di identificare l’eziopatogenesi di questa patologia ed eventuali marker che permettano l’identificazione di target terapeutici [7].

 

Fonti:

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[2] Vaahtovuo J, Munukka E, Korkeamäki M, Luukkainen R, Toivanen P. Fecal Microbiota in Early Rheumatoid Arthritis. J Rheumatol. 2008 Aug 1;35(8):1500–1505.

 

[3]  Liu X, Zou Q, Zeng B, Fang Y, Wei H. Analysis of Fecal Lactobacillus Community Structure in Patients with Early Rheumatoid Arthritis. Curr Microbiol. 2013 Aug 1;67(2):170–176

 

[4] Koeth RA, Wang Z, Levison BS, Buffa JA, Org E, Sheehy BT, et al. Intestinal microbiota metabolism of l-carnitine, a nutrient in red meat, promotes atherosclerosis. Nat Med. 2013 May;19(5):576–585

 

[5] McInnes IB, Schett G. The Pathogenesis of Rheumatoid Arthritis. New England Journal of Medicine. 2011;365(23):2205–2219

 

[6] Barra L, Scinocca M, Saunders S, Bhayana R, Rohekar S, Racapé M, et al. Anti–Citrullinated Protein Antibodies in Unaffected First-Degree Relatives of Rheumatoid Arthritis Patients. Arthritis & Rheumatism. 2013;65(6):1439–1447

 

[7] Brusca SB, Abramson SB, Scher JU. Microbiome and mucosal inflammation as extra-articular triggers for rheumatoid arthritis and autoimmunity. Current opinion in rheumatology. 2014;26(1):101-107

 

Dott.ssa Vincenza Intini

“Siamo ciò che mangiamo o ciò che il microbiota ci fa essere ? “

L’intestino, è un organo deputato alla  digestione e all’assorbimento, funzioni già note, oggi riveste un altro ruolo importante, in quanto ospita il “microbiota intestinale” considerato il VI organo dell’apparato digerente.

Il microbiota intestinale è un ecosistema, composto da migliaia di differenti specie microbiche, virus, miceti, protozoi e più di 15.000 tipi di batteri, per un peso pari a 1 kg.

Ne esistono di vari tipi :della pelle, dell’apparato urogenitario, tuttavia il principale rimane quello dell’apparato digerente, in quanto noi umani, alimentandoci,  forniamo cibo ed energia al nostro corpo e a queste comunità. Le comunità microbiche localizzate nell’intestino tenue(tra stomaco e colon) sono fondamentali per stimolare ed educare il nostro sistema immunitario: il sistema linfatico associato all’intestino accoglie il 70 % delle cellule immunitarie dell’organismo.

Un ruolo cruciale rivestono anche le comunità del colon, la parte terminale dell’intestino tenue, in grado di degradare i polisaccaridi considerati non digeribili per il nostro organismo, grazie a dei potenti enzimi che li trasformano in acidi grassi a catena breve.

Per capire l’importanza del microbiota intestinale, prendiamo in considerazione i mammiferi di grossa taglia, della terra, come le mucche, i cavalli, gli elefanti, che si nutrono di erba, fieno, essi sono di grandi dimensioni, in quanto la loro sacca, piena di batteri, si trova subito dopo l’esofago; il cibo che arriva lo sminuzzano e lo trasformano in monosaccaridi semplici che possono essere assorbiti. Noi umani, invece, abbiamo il colon nella parte terminale dell’intestino, responsabile del 30-40% del nostro metabolismo.

Da recenti studi è emerso che il microbiota del colon delle persone obese è totalmente diverso da quello delle persone magre. Se prendiamo il microbiota delle persone grasse e lo trapiantiamo nell’animale magro, quest’ultimo diventa immediatamente grasso e viceversa, quindi il il microbiota intestinale è responsabile anche dell’aumento di peso di una persona.

Il  microbiota colico manda una serie di segnali,che collegano il  colon- microbiota intestinale e cervello-fegato-pancreas-tessuto adiposo. Il microbiota manda impulsi al cervello ed è in grado di assorbire o meno in base alle sue esigenze effetto detto” second meal”

Ciò si spiega con il seguente esempio: la mattina a colazione se introduciamo troppi zuccheri, il microbiota non verrà nutrito e di conseguenza tutto ciò che verrà introdotto negli altri pasti,verrà assorbito; al contrario se la mattina si introduce  un ricco quantitativo di fibre, il microbiota colico verrà nutrito, quindi tutto ciò che verrà introdotto a pranzo e  cena verrà assorbito di meno. Il microbiota è coinvolto in numerose patologie ad esempio esofagia da reflusso, diverticolite,celiachia, diabete, obesità.

L’ipotesi di un importante ruolo del microbiota intestinale nel mantenimento dell’equilibrio  del sistema gastrointestinale è supportata da numerosi studi che ne hanno rilevato un’alterazione qualitativa e quantitativa in numerose patologie gastrointestinali ed extra-gastrointestinali. I probiotici, attualmente molto utilizzati nelle patologie a carico del sistema gastrointestinale,agiscono in maniera positiva interagendo su più livelli nella ricostituzione della barriera gastrointestinale. Oltre a riequilibrare la composizione della flora, quest’ultimi hanno le seguenti caratteristiche:

  • Aumentare la produzione di mucina da parte delle globet cells,
  • Rafforzare le tight junctions apicali
  • Permettere l’adesione intercellulare aumentando la trascrizione di Zonulina occludens 1, impedendo il passaggio di grandi molecole nella lamina propria .
  • Infine sono coinvolti nella modulazione della risposta immunitaria e infiammatoria, permettendo la produzione di linfociti T regolatori.

La dose necessaria al fine di garantire l’efficacia clinica dei probiotici è variabile, in generale i prodotti contenenti probiotici devono avere un numero minimo di cellule vitali compreso tra 106 e 108 unità formanti colonie cellulari per grammo (CFU/g) di prodotto finale . Un prebiotico è un costituente degli alimenti non vitale che conferisce un beneficio alla salute mediante una modulazione del microbiota, viene definito come “ingrediente selettivamente fermentabile” e permette cambiamenti specifici nella composizione e/o nell’attività del microbiota gastrointestinale. La selettività è un attributo chiave che distingue prebiotici da altre fibre dietetiche. I più utilizzati sono carboidrati a catena corta, come inulina, frutto-oligosaccaridi, e galatto-saccaridi. Dal metabolismo di questi carboidrati vengono prodotti gli acidi grassi a catena corta (short chain fatty acids, SCFA) che costituiscono un importante stimolo rigenerativo per gli enterociti. Inoltre,è stato  evidenziato che la terapia con prebiotici porta ad una riduzione di citochine infiammatorie come IL-6 e TNF-α, diminuzione dei livelli di proteina C-reattiva (PCR) e aumento della fagocitosi, dell’attività natural killer e dei livelli sierici di IL-10. I simbiotici sono prodotti che prevedono l’unione di uno o più microrganismi probiotici con una fibra prebiotica. Tale combinazione di prodotti può portare all’iniziale adattamento del probiotico al substrato prebiotico, promuovendo l’interazione positiva all’interno del sistema gastrointestinale, con un vantaggio di tipo competitivo rispetto ad altri componenti del microbiota intestinale.

In considerazione della capacità dei probiotici di stabilizzare e ripristinare il microbiota intestinale, il loro utilizzo è stato ultimamente considerato come fattore nella terapia eradicante per l’infezione da Helicobacter pylori . Diversi meccanismi sono stati proposti per spiegare gli effetti dei probiotici sulla crescita di H. pylori, tra cui la produzione di sostanze antimicrobiche, la competizione al sito adesione delle cellule epiteliali e la stabilizzazione della barriera della mucosa.

 

Bibliografia

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