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Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

BIBLIOGRAFIA

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  • Miranda et al., Egg and Egg-Derived Foods: Effects on Human Health and Use as Functional Foods, Nutrients 2015, 7, 706-729.

Sorprendente processo fisiologico e “salva vita”: l’autofagia

L’autofagia, termine derivata dal greco “mangiare sé stesso”, è un processo fisiologico degradativo cellulare.  Questo sistema cosi sofisticato di “auto-alimentazione” è conservato nell’evoluzione, sia come sistema di rinnovamento intracellulare sia per la patogenesi delle malattie.

Tutti gli organismi viventi sono soggetti a continui rinnovamenti. Le cellule e le componenti intracellulari sono costantemente rimodellate e riciclate. Questo processo avviene, in parte, al fine di sostituire vecchi componenti con nuovi di migliore qualità. Tale ” ristrutturazione cellulare ” richiede la sintesi di nuovi componenti ma anche degrado di materiali preesistenti, che possono servire come “mattoni di costruzione”. Difatti, l’autofagia è un termine generico per tutti i percorsi attraverso cui il citoplasma e i suoi materiali vengono veicolati al lisosoma nelle cellule animali o al vacuolo nelle cellule vegetali e di lievito.

L’autofagia ha un ruolo centrale nel mantenere l’omeostasi cellulare e l’equilibrio tra sintesi e degradazione delle componenti cellulari. Difatti la sua funzione è quella di riciclare le componenti cellulari, sia per la normale omeostasi, sia per garantire la sopravvivenza della cellula in condizioni di stress. Attraverso l’autofagia possono essere eliminati lipidi, acidi nucleici, proteine, e strutture macromolecolari come aggregati proteici o interi organuli ed è essenziale nel rimuovere e distruggere virus e batteri che si sono intrufolati nel materiale cellulare. Inoltre essendo la sua capacità degradativa illimitata, eliminando organelli e proteine danneggiati, le cellule contrastano anche il loro invecchiamento.

Grazie allo sviluppo di sofisticati strumenti di ricerca, Il biologo giapponese Yoshinori Ohsumi, insignito del Nobel per la Medicina 2016, è riuscito a osservare i dettagli di questo processo nel lievito usato per fare il pane.

L’autofagia è attiva e svolge un ruolo fondamentale in tutte le fasi della vita, dall’embrione alla senescenza e se si svolge in maniera deregolata, si sviluppano patologie quali il cancro, malattie autoimmuni sistemiche, infettive, muscolari, neurodegenerative etc. L’autofagia, è un meccanismo omeostatico essenziale anche per i nostri preziosi neuroni.

Nonostante l’autofagia sia un processo fisiologico per la cellula, affinché inizi è necessario uno stimolo. Tra i vari segnali che sono in grado di regolare l’autofagia ci sono la carenza di nutrienti, di fattori di crescita, stress di varia natura come patogeni o determinati composti chimici, etc.

Negli ultimi dieci anni, l’autofagia ed il suo ruolo nell’immunità è cresciuto costantemente. Ulteriori studi sono in corso per comprendere il legame tra autofagia e infiammazione e le inevitabili sovrapposizioni con le funzioni metaboliche e di controllo della sua qualità. Per il momento, gli scienziati esaminando come essa influenza questi processi sono arrivati alla conclusione che mentre l’autofagia ha una capacità benefica di inibire l’infiammazione spontanea / endogena, la sua disregolazione sotto forma di attivazione persistente ma potenzialmente inefficiente può portare a patologie e contribuire a esiti dannosi.

Esprimendo in modo più diretto l’importanza dell’autofagia, basti immaginare che attraverso essa, le nostre cellule si rinnovano, si auto riciclano e i risvolti positivi che si hanno a livello sistemico, fisico e mentale, sono elevatissimi. Le nostre cellule si rigenerano e, sapendo, oramai, che ogni nostra singola cellula ha il suo orologio biologico interno, se non diamo al nostro organismo “tempo” per rilassarsi, se ogni tanto non gli diamo una “scossa” o non lo resettiamo (tramite l’autofagia), prima o poi “impazzirà”. È come fare un reset al nostro smartphone!!!

Come possiamo attivare tale processo? Ecco che in un regime di iperalimentazione che domina l’era odierna, entra in gioco la pratica del digiuno e / o del digiuno intermittente, mima-digiuno etc. Il messaggio comune che arriva è “non si mangia” ed è dannoso. In realtà non è esatta come definizione. Recenti studi dimostrano quanto le nostre cellule traggono beneficio da questa pratica, che attiva questo sofisticato e finemente regolato processo, l’autofagia. I suddetti protocolli, sono stati considerati come possibili induttori di aumento di % di casi di disturbi del comportamento alimentare (DCA). Purtroppo l’informazione sbagliata, unita alla poca collaborazione da parte di figure esperte, porta a non fidarsi e a seguire i dettami fai da te. Ancora, il non farsi seguire da un esperto, non solo quando si è arrivati già ad uno stato di malattia, ma per perseverare il nostro stato di salute, delle nostre cellule, per evitare che si raggiunga lo stato di malattia.

Numerosi studi dimostrano effetti benefici su diversi tipi di patologie, quali malattie neurodegenerative, autoimmuni (i.e. psoriasi), depressione, malati epilettici farmaco resistenti, nella prevenzione e cura adiuvante oncologica, ovviamente tutti strettamente seguiti da esperti nel campo. Ulteriori recenti ed interessanti studi correlano un non corretto funzionamento dell’autofagia con l’accumulo di proteine aggregate, dunque sviluppo di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. La futura comprensione di questi ed altri meccanismi alla base di tale sofisticato e sorprendente processo, potrebbe fornire un ulteriore crescita per lo studio e per lo sviluppo di nuove terapie per trattare tali patologie ma non solo.

Riferimenti bibliografici

[1] Stavoe, A.K.H., Neuroscience Letters (2018), https://doi.org/10.1016/j.neulet.2018.03.025

[2] Vojo Deretic & Daniel J. Klionsky (2018) Autophagy and inflammation: A special review issue, Autophagy, 14:2, 179-180, DOI: 10.1080/15548627.2017.1412229

[3]L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

[4] L. Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita

[5]  Mizushima N, Komatsu M. Autophagy: renovation of cells and tissues. Cell. 2011; 147: 728-741.

 

Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita

Il cambiamento non ha età! Se fino ad oggi si pensava che i comportamenti, le attitudini di una persona non potessero cambiare, ora potremmo quasi affermare che non è cosi. Grazie ai risultati di studi recentissimi, si aprirà l’orizzonte e probabilmente, speriamo, anche i pensieri “stereotipati dell’essere umano”.

Il cervello è capace di un rimarcabile rimodellamento (plasticità) in risposta alle esperienze. Eravamo a conoscenza di ciò, quello che però non sapevamo è che questa eccellente plasticità in risposta alle esperienze dura tutta la vita. Sapevamo che l’apprendimento non ha età, e ci sono studi a riguardo che dimostrano quanto l’impegno intellettuale, sociale e fisico possa prevenire malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e / o ritardarne i disastrosi danni.  Non sapevamo però che anche la personalità non ha età. Studi recenti hanno dimostrato, inoltre, per quanto riguarda questo tipo di  demenza , ma non solo,  ci sono altri studi che dimostrano che il discorso vale anche nella maggior parte delle patologie, quanto il cibo, l’ambiente, dunque l’epigenetica, possa influenzare la predisposizione e / o la progressione di tali patologie. Ma non sapevamo sperimentalmente che anche la personalità viene modulata realmente dall’epigenetica.

Gli autori di questo elaborato spettacolare, descrivono che i segnali provenienti dall’ambiente possono causare adattamenti sia diffusi che localizzati. A livello delle singole cellule, descrivono gli autori, la struttura e la funzione cambiano continuamente con l’ambiente danzando per tutta la vita in una “danza plastica”. Inoltre alcune esperienze, come lo stress o l’esercizio fisico, influenzano la crescita, la sopravvivenza e il destino dei neuroni neonatali registrando tale informazioni e trasmettendola alle cellule figlie. Sostengono, dunque, che il nostro misterioso cervello, sia popolato da altri tipi cellulari che solo ora, e dopo più di 10 anni di studi e sinergie di conoscenze, grazie a strumenti di ultima generazione sono riusciti ad identificare.

In questi trattati si parla di diversità neuronale. Tale diversificazione potrebbe aiutare a spiegare l’origine della personalità degli esseri umani e le variazioni comportamentali negli altri animali. Aneddoticamente, i fratelli, ed anche i gemelli monozigoti, condividendo ambienti e geni hanno comportamenti, attitudini e personalità molto differenti anche in tenera età. Che l’epigenetica influenzasse, ad esempio, lo sviluppo o meno di patologie in gemelli monozigoti si sapeva. Inoltre, conosciamo benissimo che le turbe nervose premestruali della donna, gli stati psicogeni che a volte la vede protagonista, siano dovute alle fluttuazioni ormonali. Ma alle mie attuali conoscenze non si conosceva “scientificamente” che effettivamente, l’epigenetica, abbia un’influenza anche sulla personalità di ogni individuo ed il potere di poterla cambiare. L’osservazione logica che mi viene in mente è l’aneddoto di come sia il fisico,  che la personalità, dunque il nostro corpo cambi, si trasformi, in male, in seguito ad un trauma, ad un forte dolore, che sia fisico o psichico, sono tutti fattori “stress”. Tutti noi sappiamo bene quanto i segni di un lutto, ad esempio, possano essere marcati sul nostro viso. Ma la trasformazione fisica o caratteriale può avvenire anche in bene, e anch’essa è “somaticamente” evidente : lo  notiamo  subito quando una persona è felice, lo si legge negli occhi, nello spirito, nel corpo.

Questi illuminati studi, realizzati utilizzando varie tecniche, hanno evidenziato variazioni a livello genomico, epigenomico, transcriptomico e posttrascriptomico. Tali differenze possono verificarsi in tutte le fasi dello sviluppo e sin anche nell’età adulta. I ricercatori precisano però: “nel caso di cambiamenti genetici che vengono trasmessi alle cellule figlie, lo stadio in cui si verificano tali mutazioni detta la loro frequenza nel cervello”. Dunque, se è vero ciò, più epigeneticamente sei predisposto a determinate situazioni in giovane età, più aumenta la probabilità che tutte le cellule neuronali subiscano tale “plasticità”, modificazione. Allora la suddetta domanda sorge spontanea: cosa pensare del caso preoccupante dei bambini / e che vengono istruiti al male e alla guerra? Da grandi non avranno altri valori che portare morte e distruzione? Ebbene si! Questi studi, però, ci accendono un barlume di speranza in quanto potrebbero rivoluzionare il mondo in tutti i campi di applicazione, e con la giusta modificazione, “manipolazione epigenetica” (superba espressione coniata da un docente e dottore brillante, l’originale è “manipolazione nutrizionale”) tutto ciò potrebbe essere evitato se agissimo in tempo, sinonimo di prevenzione.

Fino ad ora pensavamo che il carattere di una persona non fosse possibile cambiarlo. Il suddetto studio, sconvolge questo pensiero, in quanto la flessibilità neuronale si può avere anche da adulto. Dunque possiamo esclamare, che come l’apprendimento anche il cambiamento non ha età. Ricordiamo, inoltre, quanto il cambiamento, anche alimentare, possa influenzare il verificarsi di determinate patologie, questo lo sapevamo. Adesso prendiamo coscienza che anche la propensione a determinati comportamenti, possano essere dettati, modificati ed armonizzati. Dunque l’espressione usata nel gergo campano “chi nasce rotondo non può morire quadrato” potrà essere rivoluzionata.

Inoltre, tali risultati potrebbero essere la svolta per gli studi sulle malattie complesse, in quanto, gli specialisti potrebbero utilizzare un tale riferimento per colmare il divario tra l’identificazione dei geni associati alla malattia e le conseguenze funzionali di tali geni. Difatti i ricercatori, in altri elaborati, combinando i risultati ottenuti con il profilo delle singole cellule e gli elenchi dei genomi associati alle malattie, sono riusciti a classificare i tipi di cellule come “altamente vulnerabili” per un dato disordine. Ulteriori chiarimenti sulla diversità del tipo cellulare ed i driver delle differenze individuali negli stadi cellulari, indubbiamente porteranno ad una migliore e grande comprensione “dell’induttore”, che è alla base delle variazioni nei circuiti neurali tra gli individui, dunque della “personalità”, che potrebbe modulare il cambiamento. se prendiamo in esame tutte queste sottilissime e fine variazioni da cellule a cellule, risulta evidente quanto il numero dei diversi tipi cellulari sia maggiore di quanto mai immaginato prima.  In particolare, visto tale diversità genetica, molecolare e morfologica, le cellule cerebrali potrebbero essere uniche proprio come le persone a cui appartengono e alla base delle  funzioni cognitive elevate ed ineguagliabili dell’essere umano che ci distingue dalle altre specie.

Apriamoci, dunque, alle nuove scoperte, non lasciamo vincere le credenze stereotipate che abbiamo. Vi lascio dei spunti di riflessione: l’aumento esponenziale di psicopatici, maniaci, serial killer, etc, non può andar di pari passo con l’inquinamento ambientale, l’aumento dei fast food e del cibo spazzatura , giusto per citarne qualcuno? Ed anche i bambini che soffrono della sindrome da iperattività (ADHD), non potrebbe essere correlato ai suddetti “geni altamente vulnerabili” per un dato disordine, anche e soprattutto all’epigenetica, dunque, al cibo spazzatura che consuma, all’ambiente nel quale vive in tutte le sue forme? Nomino il cibo in particolare, visto che oramai è assodato che è uno dei principali protagonisti in grado di influenzare gli ormoni, i nostri geni, lo sviluppo o meno di patologie ed ora, grazie al suddetto studio, sappiamo anche la nostra personalità.

Viviamo con credenze stereotipate. Qualche esempio. Non perché siamo nati e cresciuti credendo che senza bere latte avremmo avuto l’osteoporosi e rinforzato le ossa, dobbiamo continuare a farlo. Oggi si sa, che il latte è un potente induttore di tali patologie e non solo! Le attuali “rivoluzioni nutrizionali” dei protocolli di digiuno o simil digiuno, stanno avendo delle critiche in quanto classificati come induttori di possibile aumento di disturbi del comportamento alimentare (DCA). Ebbene, non sono d’accordo. La mal informazione, la facilità di ottenere tali protocolli nelle palestre sui social, non fa altro che aumentare i dettami fai da te e questo, molto probabilmente, potrebbe far aumentare tale percentuale. Anche 20 anni fa, il promuovere di diete solo frutta e verdura, su giornali letti e diffusi tra le adolescenti, ha provocato degli aumenti di casi di DCA in ragazze / i che probabilmente appartengono a quella categoria di “geni altamente vulnerabili” anch’essi per un determinato disordine. 20 anni fa, questi dettami fai da te, adesso la diffusione delle pratiche del digiuno in tutte le sue forme. Ebbene, entrambi hanno i loro poteri “salva vita” se passa la giusta informazione, che è proprio ciò che manca. L’uso improprio o il “criticarli” può far arrivare male il messaggio a casa, riguardo tali protocolli che invece hanno salvato e salvano vite.

Purtroppo,  uno dei problemi più grandi della nostra società è indirizzare i cittadini verso siti e specialisti affidabili. A questo proposito, sarebbe necessario aumentare i controlli sulla veridicità dei diplomi di laurea o di competenze specifiche. Oggigiorno assistiamo ad una e vera frode in tutti i sensi. Non solo a livello alimentare in quanto ci nutriamo di alimenti di origine vegetale “sterili” e quelli di origine animali ricchi di ormoni ed antibiotici, ma anche frode a livello “salutare”. Ci affidiamo a figure mediche, che non sono realmente tali o che addirittura sono dei psicopatici che violentano uomini e donne durante l’anestesia ed altro. Un recente e crudo report del programma televisivo “Le Iene”, ha descritto questa orribile tragedia che ci vede protagonisti. Alla luce di queste evidenze, di questi studi, “proni al cambiamento”, urge l’importanza di cercare di armonizzare quest’ira di determinati soggetti, non solo con, ad esempio, il carcere, non basta. Senza un “direttore d’orchestra”, quali l’epigenetica, senza modellare quei geni, potrebbe solo non far altro che peggiorare. L’importanza di cure psicologiche ed alimentare sarebbero ineludibili, oltre che, chiaramente, la reclusione.

Adesso che prendiamo coscienza che le nostre cellule somatiche neuronali non sono stereotipate, apriamo la mente e rendiamo flessibili e plastici i nostri pensieri (come lo sono, appunto, le nostre meravigliose cellule nervose) a queste conoscenze “nuove” non solo nel campo nutrizionale, ma in tutto. Prima si sapeva e per anni si pensava che la terra fosse piatta e che il sole ci girasse intorno. Grazie ad ulteriori scoperte brillanti e rivoluzionarie sappiamo che è l’esatto opposto e che la terra è “rotonda”.

Tutti questi avanzamenti di conoscenze, come quella che vi ho riportato in questo breve report,  ci suggeriscono l’ esistenza di differenze neuronali e che tali diversità possano contribuire alla personalità ed alle differenze di determinati comportamenti tra individui, così come a vari disturbi neurologici o psichiatrici. I suddetti studi, apriranno senza dubbio la porta a soluzioni concrete. Ulteriori approfondimenti serviranno per catalogare ogni tipo di cellula nel nostro meraviglioso encefalo e capire come le differenze tra di esse possano essere alla base della variazione delle funzioni neuronali. Notiamo, però che il denominatore comune è sempre lui, il “direttore d’orchestra”, il coreografo, il nostro destino: l’epigenetica!

The Brain, il nostro cervello, “il riflesso dell’universo”, cosi lo descrisse Cajal nel 1906, è plastico, flessibile ed ora sappiamo “in espansione” proprio come il cosmo. Aveva proprio ragione!

Riferimenti bibliografici:

Sara B. Linker,Tracy A. Bedrosian,Fred H. Gage. Advancing Techniques Reveal the Brain’s Impressive Diversity. The Scientist Magazine. November 1, 2017

Conte, Andrea et al. High mobility group A1 protein modulates autophagy in cancer cells. Cell Death And Differentiation, August 2017. http://dx.doi.org/10.1038/cdd.2017.117. Original Paper https://www.nature.com/articles/cdd2017117#supplementary-information

Antonio Rapacciuolo, Pasquale Perrone Filardi, Rosario Cuomo, et al., “The Impact of Social and Cultural Engagement and Dieting on Well-Being and Resilience in a Group of Residents in the Metropolitan Area of Naples,” Journal of Aging Research, vol. 2016, Article ID 4768420, 11 pages, 2016. doi:10.1155/2016/4768420

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Il tè verde

Il tè è una delle bevande più consumate al mondo secondo solo all’acqua, i primi riferimenti letterali sul consumo di tè in Cina risalgono al III secolo d. C. , dunque è una delle bevande più antiche al mondo.

Le sue foglie derivano da una pianta legnosa chiamata Camellia sinensis che viene coltivata principalmente in Asia, si pensi che secondo le proiezioni elaborate dalla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) nel corrente anno la produzione mondiale di tè dovrebbe raggiungere i 6 milioni di tonnellate . Attualmente il tè è coltivato in più di 30 paesi  , ma l’80 % della produzione la si ha soprattutto  in Cina, India, Sri Lanka, Kenya e Turkia; anche l’Europa vanta (anche se la coltivazione potrebbe essere ormai sospesa) una piccolissima produzione di tè nelle Isole Azzorre e una ancora più interessante in Italia (in Lucchesia).

Diverse sono le varietà di tè, dal nero, al verde, all’ Oolong , al bianco ecc , tutte derivano dalla stessa pianta e si differenziano a seguito della lavorazione ed al diverso grado di ossidazione (fermentazione) delle foglie.

In particolare se consideriamo il tè verde, chiamato anche tè non fermentato, comprendiamo come non venga sottoposto al processo di ossidazione, infatti a seguito alla raccolta ed al lavaggio, le foglie vengono disposte su vassoi di bambù ed esposte al sole per qualche ora. Successivamente a seguito di trattamento termico a secco o a  vapore si ha l’evaporazione dell’acqua in esse contenuta e quindi il blocco degli enzimi che partecipano alla fermentazione.  Una volta ammorbiditesi le foglie vengono piegate e arrotolate per consentire l’ulteriore eliminazione di acqua e fatte seccare fino a che non raggiungono la tipica colorazione verde.

Ricco di tannini (che danno il tipico sapore amaro al tè verde) , carotenoidi, vitamine del gruppo C , E e B , e minerali (manganese, potassio e zinco) il tè verde è da sempre oggetto di studi scientifici per le sue proprietà benefiche antiossidanti, soprattutto grazie al suo elevato contenuto di polifenoli, nello specifico dell’ Epigallocatechina Gallato (EGCG) , catechina che si ritrova in più alte concentrazioni in grado di neutralizzare l’azione tossica dei radicali liberi evitando così il danneggiamento cellulare.

Il tè verde vanta molteplici proprietà, da quelle antitumorali, infatti pare che possa inibire l’insorgenza e la diffusione delle neoplasie, a quelle antiinfiammatorie , anti-epatotossiche, ipoglicemizzanti ed  ipocolesterolemizzanti e benefiche per l’apparato cardiovascolare, riducendo il colesterolo LDL nel sangue e tonificando i vasi sanguigni rallenterebbe pertanto lo sviluppo di nuove placche aterosclerotiche; la sua assunzione sarebbe ideale in associazione a diete ipocaloriche grazie alle sue proprietà depurative e diuretiche, e sarebbe inoltre in grado di prevenire malattie neurodegenerative e depressive  ; ci sono numerosi effetti benefici del tè verde sulla salute orale,infatti  ha effetti importanti per la prevenzione di carie, di malattie parodontali e di alitosi.

Digestivo ,rinfrescante e  tonificante, questo tè è perfetto dopo pranzo e nel pomeriggio.

Una tipica tazza di tè verde ,fatta mettendo in infusione 2 g di foglie  in 200 ml di acqua calda  ,contiene circa 600-900 mg di particelle solide, di queste circa il 30-40% in peso è rappresentato dalle catechine del tè.

Come conservarlo: Il tè è un prodotto delicato che va conservato con la massima cura. Ideale sarebbe conservarlo in contenitori ermetici e di ceramica, evitando l’esposizione alla luce del sole ed al calore.

Avvertenze

Secondo il ministero della Salute l’apporto massimo giornaliero di assunzione di questa sostanza è di 300 mg; nelle donne in gravidanza e durante l’allattamento la dose scende a 120 mg. In entrambi i casi gli apporti indicati vanno frazionati in almeno due assunzioni da effettuare dopo i pasti.

 

Riferimenti bibliografici

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Caffè: benefici e controindicazioni

Le origini del caffè sono molto remote, non si conoscono con esattezza i periodi della scoperta, furono trovati, però, dei manoscritti risalenti al 900DC, in cui si ha prova dell’utilizzo del caffè nella medicina tradizionale dei tempi. Una leggenda narra che il vero scopritore del caffè fu un pastore etiope andato a pascolare con il suo gregge; Egli, osservando gli animali, notò, in loro, una inaspettatata vivacità dovuta, probabilmente, all’ingestione di caratteristiche bacche rosse, le bacche di caffè. Spinto dalla curiosità, il pastore, decise di assaggiarle, sperimentando, personalmente, lo straordinario effetto energetico che erano in grado di generare. A poco a poco l’usanza di utilizzare le bacche di caffè come cibo energetico si diffuse tra la gente del luogo, la quale imparò a produrne una bevanda che divenne poi di diffusione mondiale. Attualmente il Brasile è il primo esportatore e produttore mondiale della specie Robusta, la varietà meno pregiata, capace di offrire una bevanda dal gusto forte e corposo, con un maggiore quantitativo di caffeina. La Colombia, invece, è il secondo produttore mondiale della specie Arabica, la specie più pregiata che offre un prodotto finito intenso, regalandoci una bevanda corposa e ricca di aromi.
Oggi il caffè è tra le bevande più vendute, il 97% degli italiani consuma bevande a base di caffè anche più di una volta al giorno. Ma siamo veramente sicuri di conoscere ciò che giornalmente consumiamo?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il caffè come un “Non nutritive dietary component”, dunque non è considerato un alimento, sebbene contenga alcuni nutrienti. Il caffè verde, non tostato, contiene, infatti, alcuni sali minerali come calcio, magnesio, fosfati ed una notevole quantità di potassio, componente che si ritrova anche a fine preparazione della bevanda. Oltre al contenuto in minerali, si ritrovano anche lipidi, trigliceridi e acidi grassi liberi, composti che difficilmente si riscontrano nel prodotto finale. Sebbene il chicco di caffè vanti anche della presenza di proteine, amminoacidi e carboidrati, questi sono altri composti che tendono a svanire durante la tostatura. Altri componenti di notevole importanza sono gli alcaloidi purinici, il più abbondante dei quali è l’1,3,7-trimetilxantina comunemente chiamata caffeina, composto biologicamente attivo responsabile delle caratteristiche conferite alla bevanda.
La caffeina, oggi, è la sostanza psicoattiva più comunemente consumata, è un alcaloide non presente esclusivamente nei chicchi di caffè, esso infatti, si ritrova anche in chicchi di cacao, foglie di tè, bacche di guaranà, noci di cola, oltre che nelle bevande energetiche normalmente utilizzate dagli sportivi, tuttavia, nonostante il suo largo consumo, i suoi effetti sull’ uomo non devono essere trascurati. La caffeina, infatti, è in grado di stimolare il sistema nervoso centrale e, a dosi moderate, aumentare la lucidità mentale riducendo la sonnolenza. Se assunta oralmente, la caffeina viene assorbita rapidamente e completamente dall’organismo. Gli effetti stimolanti possono insorgere dopo 15-30 minuti dall’ingestione e permanere per alcune ore. Negli adulti l’emivita della caffeina, ovvero il tempo che l’organismo impiega per eliminare il 50% del composto, varia a seconda di fattori quali l’età, il peso corporeo, l’assunzione di farmaci, lo stato di salute del fegato o stati fisiologici particolari come la gravidanza. Negli adulti sani, in media, l’emivita è di circa quattro ore. Su adulti e bambini, a seguito di un esagerato consumo dell’alcaloide, si riscontrano, tra gli effetti nocivi a breve termine, disturbi del sistema nervoso centrale come sonno interrotto, ansia e variazioni del comportamento. A lungo termine, il consumo eccessivo di caffeina, è stato associato a problemi cardiovascolari e, in donne gravide, ad un ridotto sviluppo del feto. Dunque, per lunghi periodi il caffè è stato demonizzato e sconsigliato proprio a causa degli effetti nocivi che poteva apportarne il suo principale componente, oggi è sconsigliato soprattutto ai soggetti con problemi cardiaci, con disturbi del sonno, a chi soffre di ipertensione, in caso di ulcera peptica, dispepsia e gastriti. Tuttavia, grazie alle informazioni raccolte negli ultimi anni, è nato un nuovo modo di intendere il caffè che non corrisponde più alla credenza comune che lo considerava per lo più dannoso. Questo punto di vista è ulteriormente supportato dalla scoperta di una serie di fito-componenti con un profilo benefico. Si è scoperto che gli effetti dannosi del caffè sono, in realtà, dose-dipendenti, la dose sicura di caffeina è di 300 mg (quantità presente in circa tre tazzine di caffè espresso). Nelle donne in gravidanza un quantitativo di caffeina sino a 200 mg al giorno, consumato nel corso della giornata da qualsiasi fonte, non desta preoccupazioni per la salute del feto.
La caffeina, infatti non ha solo effetti nocivi per l’organismo, la sua azione sul sistema circolatorio provoca aritmie solo a dosi superiori dei 300 mg, in caso contrario, ha una azione cardiotonica. Se consumato con moderazione agisce anche sul sistema respiratorio, provocando una modesta azione bronco-dilatatoria con riduzione delle crisi d’asma. Inoltre contrasta e previene i danni ossidativi a carico delle membrane cellulari oltre ad avere molteplici ruoli sul sistema digerente, provocando, stimolazione della secrezione acida dello stomaco, della produzione di saliva, della bile, contrasta l’attività negativa dell’alcool e ha un ruolo epatoprotettore.
In un recente studio, condotto su 50 soggetti sani che consumano una dose giornaliera di caffeina pari a 250mg e di età compresa tra i 19 e i 25 anni, è stato scoperto che la caffeina aumenta le dimensioni della pupilla svolgendo un ruolo anche sull’attività visiva. Secondo altre recenti evidenze, invece, pare che esistano dei meccanismi molecolari dall’effetto anti-obesità in composti bioattivi di the e caffè; L’obesità è un grave problema di salute che coinvolge adulti e bambini nelle aree più sviluppate del mondo e l’effetto anti-obesità, in entrambe le bevande, è stato studiato per almeno dieci anni; I risultati hanno mostrato un diminuito accumulo di lipidi nelle cellule tramite la regolazione del ciclo cellulare durante l’adipogenesi, cambiamenti di fattori di trascrizione, diminuzione del peso corporeo e del grasso viscerale negli animali e negli uomini. Sebbene ci siano molteplici evidenze sull’influenza di questi composti sulla flora intestinale di animali e uomini obesi, il meccanismo anti-obesità di questi ultimi ha ancora bisogno di ulteriori chiarimenti, che possono aspirare alla scoperta di una nuova strategia per prevenire o trattare l’obesità.
Pare, inoltre, che il caffè abbia effetti benefici sulla muscolatura scheletrica, vanta, infatti, un rallentamento della progressione della sarcopenia (perdita di massa muscolare), promuove la rigenerazione del muscolo danneggiato, migliora l’autofagia, la sensibilità all’insulina e stimola l’assorbimento del glucosio. Tuttavia è necessario, per rivelare l’intera gamma di benefici sulla struttura del muscolo scheletrico e sulla sua funzione, effettuare una indagine molto più approfondita; Scelta necessaria perché in alcuni studi è emerso che la caffeina potrebbe aumentare la perdita di calcio attraverso le urine e, dunque, essere causa di osteoporosi. Successivamente è stato dimostrato, però, che si tratta di una perdita minima e, se il consumo di caffeina non supera i livelli consentiti, non grava sul livello di calcio o sulla densità ossea.
Studi epidemiologici hanno evidenziato un’associazione tra il consumo di caffè e una ridotta incidenza di una varietà di malattie croniche tra cui il Parkinson e l’Alzheimer. Pare infatti che un marginale componente nel caffè, non correlato alla caffeina, l’eicosanoyl-5-hydroxytryptamide (EHT), in un modello murino, fornisca una protezione per la malattia di Alzheimer. Durante l’esperimento, i ratti hanno ricevuto una supplementazione di EHT per 6-12 mesi e questo ha provocato in loro un sostanziale miglioramento di tutti quei difetti che sviluppano poi la patologia. Altri studi epidemiologici approfonditi indicano che i bevitori di caffè hanno notevolmente diminuito il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.
Per molti anni gli effetti fisiologici del caffè si sono concentrati sul suo contenuto di caffeina, ignorando tutti gli altri componenti bioattivi come polifenoli, melanoidine, carboidrati e diterpeni. Questi composti, secondo recenti evidenze, possono esercitare la loro protezione contro il cancro del colon-retto, uno dei più comuni e pericolosi in tutto il mondo. Diverse attività biologiche come quella antiossidante, antimicrobica, anticancerogena, anti-infiammatoria e anti-ipertensiva sono state attribuite alle melanoidine del caffè; Questi composti si producono durante il processo di tostatura, fase in cui alcuni componenti del chicco subiscono dei cambiamenti strutturali che portano poi alla loro formazione. Le melanoidine, in vitro, hanno dimostrato di avere una attività anti-carie e probiotica oltre che una attività antiossidante e chelante nel tratto gastro intestinale. Riducono, inoltre, la formazione di prodotti finali dell’ossidazione dei lipidi, composti pro-aterogeni prodotti durante la digestione della carne; Questa attività risulta presente anche in volontari umani in cui si è evidenziato anche un ruolo nella prevenzione dei tumori del tratto gastro-intestinale.
In conclusione, come si evince dal testo, le opinioni, riguardo alla bevande più consumata al mondo, sono cambiate nel corso degli anni e sono emersi, lentamente, nuovi aspetti e proprietà di cui se ne ignorava l’esistenza; Ulteriori studi sono necessari per far luce sugli aspetti ancora sconosciuti, ciò che risulta chiaro è che un consumo giornaliero moderato, in un soggetto sano, non risulta dannoso alla salute.

Dott.ssa Michela Zizza
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