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Olio di cocco estratto a freddo, antico “sapore / sapone” dalle infinite virtù e proprietà

Pensavi di poter trovare in un solo prodotto così tanti benefici per il nostro corpo a 360 gradiL’olio di cocco, da quando l’ho scoperto dico sì, l’utilizzo quasi per tutto. Scopriamone le infinite proprietà e virtù, tra le quali spiccano, proprietà anti-virali, battericida, anti-fungina, antiossidante e antiparassitaria. Il discorso vale se parliamo di vero olio di cocco, vergine ed estratto a freddo o con procedimenti sofisticati che ne conservano le proprietà. Utilizzato molto in Oriente, da diversi anni rivalutato “nel mondo” e l’uso sarà senza dubbio esponenziale, visto le sue infinite e brillanti proprietà.

Per uso cosmetico ed “esterno” è un ottimo struccante / levigante naturale, ottimo cicatrizzante, ad esempio per l’herpes labiale. Personalmente ne ho testato l’efficacia su labbro spaccato da estreme temperature o tagli accidentali, congiuntivite ed eccellente per dolori gengivali e riparatore e protettore contro i geloni. Difatti riduce gonfiore ed allieva il dolore. Ancora catalizza la guarigione di scottature ed ustioni, allievando repentinamente i sintomi. Rafforza i denti. Spicca, altresì, come ottima maschera “riparatrice” per capelli e crema contorno occhi. Massaggi con questo prezioso elemento, leggermente riscaldato con delle candele naturali di estratti freschi di fiori, è un elisir di piacere, molto utilizzato in Oriente. Aggiungendo poi un sottofondo di musica, delle onde del mare e della natura ad odore anche d’incenso, rappresenta un anti-age e anti-stress naturale, rilassante e rigenerate.

I grassi che contiene sono potentissimi alleati della nostra salute, aumentano le difese immunitarie, aiutano nel migliorare e regolare la funzione ormonale e recentissimi studi evidenziano un possibile effetto neuroprotettore, contro l’ansia, aumentando al contempo concentrazione e memoria. Inoltre, è stato dimostrato quanto la sinergia tra uso di olio di cocco ed attività fisica durante, ad esempio l’allattamento o in organismi modello stressati, possano avere proprietà antistress, migliorando e potenziando anche le funzioni cerebrali.

L’olio di cocco vergine, estratto a freddo, contiene una grande quantità di acidi grassi a catena media (MCFA). In letteratura è riportato che l’olio di cocco contiene 93% di acidi grassi saturi, in particolare spicca l’acido laurico, seguito da acido caprilico e caprico, tutti grassi fondamentali per produrre monogliceridi anti-microbici contro virus, batteri, protozoi e patogeni di vario tipo. I benefici degli MCFA sono enormi; ad esempio, sono “grassi buoni” di alta qualita’ -esiste molta confusione tra il concetto di grassi buoni e cattivi, in realtà non esiste realmente un buono ed un cattivo, ogni grasso, che sia saturo o che sia insaturo, se ben equilibrato e di alta qualita’, ha il suo effetto positivo sulle membrane delle nostre cellule, dunque sulla nostra salute- facilmente digeribili e convertiti direttamente in energia. Questo gli consente di non accumularsi come deposito di grasso nel corpo. I vantaggi sono stati dimostrati in numerosi studi, tra i quali spiccano ricerche recenti, 2017, dove gli autori hanno dimostrato che gli MCFA presenti nell’olio di cocco hanno effetti positivi sul controllo del sovrappeso nelle donne, in particolare in fase pre / post menopausa.

Per uso alimentare, oltre al gusto in più che regala alle pietanze, ha il vantaggio di poter essere utilizzato per la cottura dei cibi. Infatti, a differenza di altri tipi di oli, come ad esempio l’olio di oliva, il quale, come ben sappiamo con alte temperature produce sostanze nocive (paragonabili ai danni derivanti dal fumo), l’olio di cocco vanta di questa “termostabilità'” riuscendo a perseverare la struttura delle sue molecole positive, anche con la cottura.  Giunto nel nostro “secondo cervello”, contribuisce a mantenere bilanciato il nostro microbioma, nutrendo i batteri “positivi” che popolano il nostro intestino e limitando la proliferazione di quelli patogeni. Inoltre, essendo stabile non corre il rischio di diventare rancido. Quando il grasso o gli oli si irrancidiscono o si ossidano si trasformano in uno dei peggiori alimenti, portando alla formazione di nuove molecole, anche volatili ed esponendoci al rischio di malattie come ad esempio quelle cardiovascolari. Ecco svelato il perché’ non esiste un vero e proprio grasso buono e cattivo in “natura”, ma potrebbe diventarlo in seguito a “trasformazioni”, come le alte temperature ai danni delle molecole positive contenute, ad esempio, nell’olio extravergine di oliva usato a cottura terminata o a “crudo”. In cucina, utilizzare l’olio di cocco, ad esempio per la preparazione di verdure, in aggiunta a frullati, tisane, caffè, the, impasto per dolci, come sostituente dello zucchero ed ancora per le uova, la carne, il pesce con un tocco di zenzero e spezie.

Abbiamo già citato le proprietà antibatteriche ed antimicrobica, virtu’ conferitagli anche grazie sempre alle preziose abilità dei suoi grassi. Difatti altri autori hanno dimostrato l’efficacia degli MCFA presenti nell’olio grezzo che inibiscono potenti agenti patogeni come Yarrowia lipolytica e Clostridium difficile. Visto le eccezionali potenziali proprietà, i ricercatori sono ora alle prese nel trovare ancor un metodo migliore per la loro estrazione e di studiarne sempre di più le virtu’ fenomenali. L’estrazione a freddo risulta la scelta vincente.

Consiglio, in particolare a noi donne -che in borsa abbiamo tutto e, spesso, non troviamo nulla- un “mini-contenitore” con all’interno olio di cocco, che in inverno si gelifica e prende le sembianze di “burro”, possiamo utilizzarlo così: come burro cacao, crema per mani, preventivo e / o curativo di escoriazioni cutanee, scottature, tagli. Disinfettante naturale, un eccezionale sostituto di prodotti dalle medesime proprietà, ma arricchito in ingredienti artificiali, tipo i gel antisettici commerciali. Lenitivo e battericida in caso di irritazioni vaginali, combattente e catalizzatore di infezioni fungine come Candida Albicans.  Protettivo contro gli insulti esterni, come raggi UV ed inquinamento, dunque, ottimo sostituto di creme protettive solari di sintesi chimica.

Per le mamme: ecco un lenitivo e disinfettante naturale contro arrossamenti da pannolini. Difatti, uno studio clinico pubblicato di recente, 2018, ha dimostrato quanto, grazie alle proprietà emollienti, antisettiche ed anti-infettive dell’olio di cocco, possa essere utilizzato come agente topico anche per proteggere la pelle di neonati nati prematuramente, la quale essendo molto fragile può essere soggetta ad infezioni ricorrenti. Sono in corso ulteriori studi per indagare e scoprire nuovi effetti ed usi positivi.

Infine in antichità ed ancora oggi in alcuni villaggi tropicali, veniva utilizzato come sapone, dentifricio, disinfettante, “energizzante”, carminativo, rilassante, come crema per massaggi ecc. Quest’ultime sono anche testimonianze personali e di un’anziana donna orientale. Gli studi in letteratura sui preziosi benefici dell’olio di cocco, sono per lo più concentrati su organismi modello murini, ma a volte l’esperienza personale e i saggi dettami, gli usi e costumi di sagge popolazioni, confermano tali ipotesi ancor prima di esserne scoperta le “virtù sperimentali”.

Vediamo come le tradizioni antiche, le sinergie tra oriente e occidente, possano essere dei tasselli fondamentali per mantenere un armonico stato di salute e di benessere a 360 gradi se tutto ben equilibrato. Bisogna giusto abituarsi ad un tocco “esotico” nella nostra cucina. Personalmente ritengo che, in seguito all’introduzione, da gennaio 2018, di insetti commestibili nei nostri mercati, provenienti da medisime culture, risulta interessante ed “innocuo” provare ed abituarsi al gusto delicato del cocco, prima ancora dei suddetti insetti.

Riferimenti bibliografici:

[1] Can coconut oil and treadmill exercise during critical period of brain development ameliorate stress-related effects on anxiety-like behavior and episodic-like memory in young rats? Food Funct., 2018  DOI:10.1039/C7FO01516J

[2] T. A. V. Nguyen et al. Hydrolysis Activity of Virgin Coconut Oil Using Lipase from Different ources. Hindawi Scientifica Volume 2018, Article ID 9120942, 6 pages https://doi.org/10.1155/2018/9120942

[3] Strunk T. et al. Topical Coconut Oil in Very Preterm Infants: An Open-Label Randomised Controlled Trial. Neonatology 2018;113:146–151 https://doi.org/10.1159/000480538

Perché l’Obesità aumenta l’infiammazione?

L’Obesità è una patologia multifattoriale caratterizzata da un eccessivo accumulo di tessuto adiposo, che influisce negativamente sullo stato di salute dell’individuo, aggravando fortemente i costi per la spesa sanitaria; e per quanto possa sembrare incredibile, solo negli ultimi 30 anni è stata considerata dalla comunità clinica internazionale una vera e propria patologia più che una semplice alterazione estetica [1]. Più che l’Obesità, sono le sue conseguenze che rappresentano dei veri e propri fattori di rischio per malattie gravi come l’Aterosclerosi, il Diabete di tipo 2, l’Ipertensione, l’Ipogonadismo, le Malattie cerebrovascolari e cardiovascolari e tante altre [2]. Questo perché, il tessuto adiposo (grasso corporeo) oltre ad essere la nostra vera e propria riserva energetica e il nostro principale termoisolante, è un organo endocrino a tutti gli effetti, che produce una serie di ormoni e molecole chiamate Adipochine, le quali sono in grado di stabilire nessi di comunicazione con altri tessuti e organi. In caso di aumento del tessuto adiposo, la produzione di queste Adipochine cambia, determinando quelle che sono le conseguenze negative dell’Obesità [3][4]. Infatti l’ingresso dei trigliceridi all’interno delle cellule adipose, causa il loro progressivo aumento del volume. Questo cambiamento è visibile anche dall’esterno: la pancia diventa sempre più prominente e tutto il corpo ingrassa a causa dell’espansione del grasso addominale e sottocutaneo. Ovviamente le cellule adipose non possono ricevere una dose illimitata di trigliceridi al loro interno, altrimenti “esploderebbero” come un palloncino colmo d’aria. Per non scoppiare e morire, raggiunto il loro volume critico producono particolari proteine infiammatorie, finalizzate a impedire l’ulteriore entrata di trigliceridi al loro interno. Ma queste proteine, determinano un’infiammazione cronica sistemica estesa su tutto l’organismo! Così il corpo, giorno dopo giorno si trasforma, viene a ridursi la massa magra e la massa ossea e si modificano i valori della pressione arteriosa, perché l’acqua uscendo dalle cellule adipose entra nel connettivo per finire all’interno dei vasi sanguigni aumentando i volumi idrici circolanti e causando la comparsa di capillari cutanei dilatati, edemi e vene varicose [5].

 

Bibliografia:

[1] World Health Organization (WHO). Obesity and overweight. January 2015. http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs311/en/. Accessed 2 April 2016.

[2] Alberti KG, Zimmer P, Shaw J. The metabolic syndrome, a new worldwide definition. Lancet. 2005;366:1059-62. doi:10.1016/S0140-6736(05)67402-8.

[3] Sell H, Habich C, Eckel J. Adaptive immunity in obesity and insulin resistance. Nat Rev Endocrinol. 2012;8:709-16. doi:10.1038/nrendo.1012.114.

[4] Lumeng CN, Saltiel AR. Inflammatory links between obesity and metabolic sisease. J Clin Invest. 2011;121:2111-7. doi: 10.1172/JCI57132.

[5] Rossi PL. Dalle calorie alle molecole. Roma, Aboca, 2014.

Il consumo di fruttosio come dolcificante e i suoi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea

Negli ultimi anni è stato osservato che il consumo di Fruttosio come dolcificante nella nostra dieta quotidiana è andato ad aumentare. Appare importante delineare le conseguenze ed i suoi effetti sul metabolismo umano e sulla composizione corporea. Andando a ritroso nel tempo si deve considerare che gli uomini non sono mai stati grandi consumatori di fruttosio, i nostri antenati, durante il Paleolitico, si procuravano il cibo prevalentemente attraverso la caccia, e di conseguenza la loro dieta alimentare era composta soprattutto da carne. Dal punto di vista nutrizionale essi introducevano elevate percentuali di proteine, moderate percentuali di grassi e basse percentuali di carboidrati, contenuti in vegetali che occasionalmente raccoglievano.                                                      A quel tempo la principale fonte di carboidrati era rappresentata dalla frutta in cui prevalevano zuccheri semplici, mentre il consumo di amido, maggiore rappresentante degli zuccheri complessi, era estremamente basso. Si potrebbe ipotizzare che la naturale tendenza a preferire alimenti dolci e zuccherini, risalga proprio a quest’epoca, quando lo zucchero scarseggiava.                                            Fino alle Crociate, il miele era il principale alimento dolce usato in quantità limitate dagli uomini, fino a quando le popolazioni dell’Europa occidentale non vennero a conoscenza dello zucchero utilizzato nel Medio Oriente. Tuttavia il consumo di zucchero rimase, comunque, basso fino al XVIII secolo, quando l’incremento del commercio intercontinentale con i paesi che coltivavano la canna da zucchero e lo sviluppo della tecnologia per l’estrazione e la raffinatura degli zuccheri furono disponibili ed efficienti. Lo zucchero divenne ben presto popolare, restando per poco tempo un prodotto di lusso. In Inghilterra il consumo di zucchero crebbe in maniera smisurata tra il XVIII e il XIX secolo, e con il XX secolo gli zuccheri diventarono molto abbondanti nella nostra dieta. Fino al 1960 il saccarosio rappresentò il dolcificante più utilizzato nelle diete, i monosaccaridi, glucosio e fruttosio, erano presenti in piccole quantità, essenzialmente ingeriti con la frutta. Successivamente, l’industria alimentare sviluppò e mise in atto tecnologie che permisero di estrarre amido dal mais, idrolizzarlo nel glucosio, e convertire parte di esso in fruttosio. Cominciarono così ad essere prodotti dolcificanti, derivanti dal mais, tra i quali lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS). L’elevato potere dolcificante dell’HFCS, le sue proprietà organolettiche, il suo basso costo, la sua capacità di garantire una lunga conservazione dei cibi, e la sua capacità di mantenere a lungo l’umidità nei prodotti da forno industriali, contribuirono ad un rapido incremento del suo consumo a scapito del saccarosio. A partire dal 1909, negli Stati Uniti, sono stati registrati ogni anno dati riguardanti il consumo annuale di saccarosio, HFCS e miele. Questi dati includono la misura del consumo individuale e partendo dal fruttosio utilizzato annualmente sia dai consumatori sia dall’industria, hanno fornito utili stime delle tendenze nel consumo di zuccheri aggiunti.                  Recenti valutazioni eseguite su dati raccolti tra il 1999 e il 2004, hanno stimato che il consumo di fruttosio medio è pari a 49 grammi al giorno indicando un consumo eccessivo di HFCS. Sulla base delle analisi statistiche condotte sul consumo di fruttosio, si deduce chiaramente che il consumo di fruttosio è aumentato negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni. I principali consumatori di fruttosio sono gli adolescenti ed i giovani adulti i quali fanno un uso sproporzionato di bevande zuccherate e prodotti da forno preconfezionati;  Il consumo di fruttosio è aumentato notevolmente tra il 1970 ed il 2007 e questo aumento è dovuto sia all’ utilizzo dell’ HFCS da parte delle industrie ma anche ad un aumento del Saccarosio ( lo zucchero da cucina ), classico dolcificante contenente Fruttosio. E’ abbastanza ben noto che molti disordini metabolici, sono causati da un eccessivo consumo di fruttosio. I principali danni ad esso attribuiti sono l’obesità, l’iperglicemia, insulino-resistenza, la dislipidemia e i disturbi aterosclerotici. Molti studi condotti sull’ uomo ed in particolare sui roditori, hanno mostrato gli effetti deleteri dell’eccesso di fruttosio in una dieta ipolipidica, ovvero con un basso contenuto di grassi, infatti nonostante il basso livello di grassi di queste diete, l’alto livello di fruttosio induce l’obesità, cioè un aumento della percentuale dei lipidi corporei. Alcuni dati inoltre ci mostrano che il fruttosio, anche se assunto in dosi moderate può causare l’ipertrigliceridemia (Aumento dei trigliceridi nel sangue). Infatti, il fruttosio viene completamente metabolizzato dal Fegato, mentre il glucosio è metabolizzato da tutte le cellule dell’organismo. Nel fegato, il fruttosio è   degradato attraverso un via metabolica detta fruttolisi, che converte il fruttosio in due molecole di piruvato, che possono essere convertite in acido lattico o entrare nei mitocondri, dove, dopo essere state convertite in AcetilCoA, entrano nel ciclo di Krebs.      Se la quantità di citrato prodotta è eccessiva, può fuoriuscire dai mitocondri e dare origine nel citoplasma delle cellule ad una via metabolica che produce ex novo lipidi nelle cellule epatiche, che saranno poi immessi nel sangue sotto forma di VLDL. E’ importante sottolineare che nella società moderna, il fruttosio ovviamente non può essere considerato l’unica causa dei disturbi metabolici suddetti, poiché è verosimile che queste patologie siano dovute ad una combinazione di più fattori di rischio, come appunto diete ricche di fruttosio ma anche diete iperlipidiche o scarsa attività fisica.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Delluc G, Delluc B, Roques editors M. La nutrition prèhistorique. Pèrigueux, ISBN2-9501983-8-4 : Pilote 24, 1995, p. 223 .

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Marshall RO, Kool ER. Enzymatic conversion of D-glucose to D-fructose, Science 125 : 648 – 649, 1957.

Hanover LM, White JS. Manufacturing, composition, and applications of fructose. Am J Clin Nutr 58 : 724S – 732S, 1993. White JS. Straight talk about high-fructose corn syrup: what it is and what it ain’t. Am J Clin Nutr 88 : 1716S – 1721S, 2008.

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United States Department of Agriculture. Sugar and Sweeteners Yearbook Tables. Other Recommended Data Products. http:// www.ers.usda.gov/brienfing/sugar/data.htm ( 03.02.2009 ).

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Marriott BP, Cole N, Lee E. National estimates of dietary fructose intake increased from 1977 to 2004 in the United States. J Nutr139 : 1228 – 1235, 2009.

Bray GA, Nielsen SJ, Popkin BM. Consumption of high-fructose corn syrup in beverages may play a role in the epidemic of obesity. Am J Clin Nutr 79 : 537 – 543, 2004.

Fibromi uterini ed isterectomia: la menopausa chirurgica

I fibromi sono tra i più frequenti tumori benigni dell’utero e vengono anche chiamati miomi. La struttura dell’utero risulta alterata, con un aumento delle cellule fibrose a discapito di quelle muscolari.

L’utero si trova posizionato al centro della piccola pelvi, tra la vescica ed il retto. E’ formato da corpo, fondo dell’utero e cervice. La sua struttura interna rispecchia quella degli organi cavi con la parete costituita da una serie di tonache:

  • tonaca mucosa (endometrio): durante il ciclo mestruale si ispessisce, preparandosi ad un eventuale impianto dell’embrione;

  • miometrio: spesso strato muscolare che contiene la maggior parte dei vasi sanguigni e dei nervi che poi confluiscono nell’utero;

  • perimetrio: formato da tessuto connettivo scivoloso che riveste la cavità pelvica.

I fibromi uterini derivano da una proliferazione anomala delle cellule muscolari del miometrio (da qui il loro nome “miomi”). Una singola cellula si divide ripetutamente formando infine una massa chiara, gommosa e compatta, ben separata dal tessuto circostante.  Le forme benigne, che sono anche le più comuni, non si diffondono nell’organismo e non sono cancerose.

Si tratta quindi di noduli di dimensioni variabili formati da cellule di tessuto muscolare liscio e di tessuto fibroso, che si sviluppano sulla parete uterina. I noduli possono essere singoli o raggruppati in grappoli ed il loro diametro può variare da 1 a 20cm. Crescono all’interno della parete uterina e possono sporgere nella cavità uterina oppure verso la superficie esterna. La velocità di crescita non è sempre costante, sopratutto in caso di noduli numerosi.

La maggior parte dei fibromi uterini è asintomatica e per questo la loro scoperta è spesso casuale. Tendono a non dare sintomi prima dei 30 anni e a scomparire con la menopausa. Il sintomo maggiormente riscontrabile è la comparsa di un sanguinamento uterino anomalo (copioso e duraturo). Tra i sintomi troviamo anche:

  • dolore addominale

  • sintomi legati all’azione della massa del fibroma sugli organi pelvici adiacenti

    • costipazione

    • dolori ad un arto

    • dolore durante i rapporti sessuali

    • urgenza e difficoltà ad urinare

    • senso di pesantezza al basso ventre

  • infertilità ed aborti (se il fibroma è molto voluminoso l’impianto dell’embrione può essere ostacolato; se occupa la parte interna e cresce può ostacolare la gestazione ed il parto deviando il sangue arterioso.

Sono rari i casi in cui il fibroma causa un dolore acuto ma può accadere quando il flusso sanguigno che lo nutre è scarso. Infatti se il fibroma non è ben vascolarizzato inizia a morire ed i prodotti della sua degradazione filtrano nei tessuti circostanti causando dolore e febbre.

Non si conoscono ancora le cause precise dello sviluppo dei fibromi uterini.
Si tratta probabilmente di un insieme di fattori genetici, ormonali ed ambientali che, in sinergia, concorrono allo sviluppo di questa neoformazione. 
Esistono però evidenze che i livelli ormonali siano fondamentali, influenzandone la crescita. Infatti con elevati livelli di estrogeni e progesterone la velocità di crescita risulta aumentata.

Ciò si può osservare dal fatto che:

  • è raro che appaiano prima del menarca

  • con la menopausa tendono regredire

  • tendono ad aumentare verso la fine dell’età riproduttiva, durante la gravidanza o con l’utilizzo di farmaci anticoncezionali

Sono stati individuati alcuni fattori che indicano un aumento (o una riduzione) del rischio di sviluppare fibromi. Nello specifico:

  • l’etnia afro-americana è maggiormente predisposta allo sviluppo di fibromi uterini

  • il consumo abbondante di verdura sembra essere un fattore protettivo

  • l’obesità rappresenta un fattore di rischio elevato nello sviluppo di fibromi uterini, sopratutto tra i 40-50 anni

  • la predisposizione genetica e la familiarità rappresentano un altro fatto estremamente importante e predisponente lo sviluppo di questi fibromi

I fibromi, a causa dei sanguinamenti copiosi possono portare ad anemia più o meno grave. L’attività fisica costante (almeno 4 ore alla settimana) sembra avere una correlazione inversa con lo sviluppo dei fibromi uterini. Quindi, insieme ad una corretta alimentazione, l’esercizio fisico gioca un ruolo protettivo. Il consumo di frutta e verdura sembra essere un fattore di protezione per lo sviluppo di fibromi uterini. Essendo ricca di vitamine, sali minerali, isoflavonoidi, carotenoidi, antiossidanti e fitoestrogeni, la frutta agisce come nutraceutico.

E’ stata trovata una correlazione tra lo sviluppo di miomi ed il consumo elevato di pesce d’allevamento. Questa associazione è importante in relazione all’alimentazione utilizzata negli allevamenti, e varia da Paese a Paese. Ultimamente si sta facendo molta attenzione ai livelli di vitamina D ed alla correlazione tra una sua carenza e lo sviluppo di varie patologie. Si è visto quindi che lo sviluppo di miomi si ha con una maggior incidenza in donne con forti carenze di vitamina D.

Non esiste una terapia per i fibromi che risulti efficace e risolutiva per tutte le pazienti.Per esempio le pazienti con fibromi che non presentano sintomi non hanno bisogno di nessun tipo di terapia, ma dovranno sottoporsi a periodiche valutazioni per tenere sotto controllo le dimensioni dei noduli. Percui la gestione terapeutica di una paziente con fibroma uterino dipenderà dall’età della paziente, dai sintomi e da un’eventuale gravidanza desiderata dalla donna.

Solitamente la terapia medica è la prima ad essere scelta ma, qualora non risultasse efficace, vengono proposte la chirurgia e l’embolizzazione.

Come terapie chirurgiche vengono proposte la miomectomia oppure l’isterectomia a seconda delle esigenze della paziente.La miectomia consiste nella rimozione dei fibromi salvaguardando l’utero. Con questa tecnica c’è la possibilità che i fibromi si ripresentino in futuro. L’isterectomia invece consiste nella rimozione chirurgica dell’utero ed in questo caso i fibromi non si potranno più ripresentare. Quando non sono coinvolte le ovaie, la tendenza è quella di conservarle. Per cui la donna non potrà più avere gravidanze ma non sarà ancora in menopausa e potrà beneficiare degli effetti ormonali positivi dati dagli estrogeni ancora prodotti dalle ovaie.

Nel caso in cui invece dovesse essere necessaria un’asportazione oltre che dell’utero anche delle ovaie si parla di menopausa chirurgica. Si tratta di un processo indotto ed improvviso mentre la menopausa naturale è processo lento e graduale che dà il tempo al corpo di abituarsi alla perdita di funzionalità endocrina delle ovaie. Per questo motivo spesso i medici scelgono di utilizzare una terapia ormonale sostitutiva in pazienti che subiscono questo tipo di intervento rimpiazzando gli estrogeni e diminuendo quindi il rischio di osteoporosi e di sviluppare malattie cardiovascolari.

Per chi si trova in una situazione di menopausa chirurgica i consigli sono sovrapponibili a quelli che si danno in caso di menopausa naturale:

  • prevenire l’osteoporosi con il giusto apporto di vitamina D quotidiano;

  • ridurre il consumo di grassi saturi

  • preferire i carboidrati complessi a quelli semplici

  • seguire sempre la stagionalità e variare il più possibile

  • utilizzare metodi di cottura semplici

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o lo specialista.

Bibliografia:

  • Combined endovascular and surgical therapy of uterin fibroma ; Grigoriu, Corina ; Dumitrascu, Mihai ; Grigoras, Mirela ; Horhoianu, Irina ; Horhoianu, V ; Nechifor, R ; Dorobat, B ; Pavel, Alina ; Lana, G. Journal of medicine and life, 2008, Vol.1(1), pp.60-5[Rivista Peer Reviewed]

  • Clinical Efficacy and Complications of Uterine Artery Embolization in Symptomatic Uterine Fibroids. Salehi, Mohammadgharib ; Jalilian, Nasrin ; Salehi, Ayoub ; Ayazi, Mojgan. Global journal of health science, July 2016, Vol.8(7), pp.245-50[Rivista Peer Reviewed]

Il tè verde

Il tè è una delle bevande più consumate al mondo secondo solo all’acqua, i primi riferimenti letterali sul consumo di tè in Cina risalgono al III secolo d. C. , dunque è una delle bevande più antiche al mondo.

Le sue foglie derivano da una pianta legnosa chiamata Camellia sinensis che viene coltivata principalmente in Asia, si pensi che secondo le proiezioni elaborate dalla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) nel corrente anno la produzione mondiale di tè dovrebbe raggiungere i 6 milioni di tonnellate . Attualmente il tè è coltivato in più di 30 paesi  , ma l’80 % della produzione la si ha soprattutto  in Cina, India, Sri Lanka, Kenya e Turkia; anche l’Europa vanta (anche se la coltivazione potrebbe essere ormai sospesa) una piccolissima produzione di tè nelle Isole Azzorre e una ancora più interessante in Italia (in Lucchesia).

Diverse sono le varietà di tè, dal nero, al verde, all’ Oolong , al bianco ecc , tutte derivano dalla stessa pianta e si differenziano a seguito della lavorazione ed al diverso grado di ossidazione (fermentazione) delle foglie.

In particolare se consideriamo il tè verde, chiamato anche tè non fermentato, comprendiamo come non venga sottoposto al processo di ossidazione, infatti a seguito alla raccolta ed al lavaggio, le foglie vengono disposte su vassoi di bambù ed esposte al sole per qualche ora. Successivamente a seguito di trattamento termico a secco o a  vapore si ha l’evaporazione dell’acqua in esse contenuta e quindi il blocco degli enzimi che partecipano alla fermentazione.  Una volta ammorbiditesi le foglie vengono piegate e arrotolate per consentire l’ulteriore eliminazione di acqua e fatte seccare fino a che non raggiungono la tipica colorazione verde.

Ricco di tannini (che danno il tipico sapore amaro al tè verde) , carotenoidi, vitamine del gruppo C , E e B , e minerali (manganese, potassio e zinco) il tè verde è da sempre oggetto di studi scientifici per le sue proprietà benefiche antiossidanti, soprattutto grazie al suo elevato contenuto di polifenoli, nello specifico dell’ Epigallocatechina Gallato (EGCG) , catechina che si ritrova in più alte concentrazioni in grado di neutralizzare l’azione tossica dei radicali liberi evitando così il danneggiamento cellulare.

Il tè verde vanta molteplici proprietà, da quelle antitumorali, infatti pare che possa inibire l’insorgenza e la diffusione delle neoplasie, a quelle antiinfiammatorie , anti-epatotossiche, ipoglicemizzanti ed  ipocolesterolemizzanti e benefiche per l’apparato cardiovascolare, riducendo il colesterolo LDL nel sangue e tonificando i vasi sanguigni rallenterebbe pertanto lo sviluppo di nuove placche aterosclerotiche; la sua assunzione sarebbe ideale in associazione a diete ipocaloriche grazie alle sue proprietà depurative e diuretiche, e sarebbe inoltre in grado di prevenire malattie neurodegenerative e depressive  ; ci sono numerosi effetti benefici del tè verde sulla salute orale,infatti  ha effetti importanti per la prevenzione di carie, di malattie parodontali e di alitosi.

Digestivo ,rinfrescante e  tonificante, questo tè è perfetto dopo pranzo e nel pomeriggio.

Una tipica tazza di tè verde ,fatta mettendo in infusione 2 g di foglie  in 200 ml di acqua calda  ,contiene circa 600-900 mg di particelle solide, di queste circa il 30-40% in peso è rappresentato dalle catechine del tè.

Come conservarlo: Il tè è un prodotto delicato che va conservato con la massima cura. Ideale sarebbe conservarlo in contenitori ermetici e di ceramica, evitando l’esposizione alla luce del sole ed al calore.

Avvertenze

Secondo il ministero della Salute l’apporto massimo giornaliero di assunzione di questa sostanza è di 300 mg; nelle donne in gravidanza e durante l’allattamento la dose scende a 120 mg. In entrambi i casi gli apporti indicati vanno frazionati in almeno due assunzioni da effettuare dopo i pasti.

 

Riferimenti bibliografici

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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3368517/

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

Vino e salute – quando un rosso è meglio di un bianco

La principale differenza nella produzione di un vino rosso da quella di un vino bianco consiste nella MACERAZIONE, una delle fasi caratterizzanti la vinificazione in rosso, la quale prevede il contatto delle VINACCE (parte solida), composte da bucce e vinaccioli, con il MOSTO (parte liquida) ottenuti dalla PIGIATURA o pressatura delle uve. Il mosto d’uva contiene centinaia di sostanze disperse in acqua: 70-80% di zuccheri, sostanze pectiche e azotate, minerali e vitamine, acidi organici e inorganici, polifenoli e sostanze odorose, enzimi e microrganismi.

La quantità di zuccheri contenuta nel mosto dipende direttamente dalla quantità presente negli acini d’uva. Perciò più il mosto ne è ricco più alto sarà il grado alcolico del vino a causa di un processo di fermentazione alcolica, ossia di trasformazione degli ZUCCHERI, appunto, in ALCOL ETILICO.

 

La macerazione, che può proseguire insieme al processo di fermentazione alcolica, contribuisce a rendere il vino rosso ricco di colore, profumi e struttura grazie al processo di estrazione dei polifenoli dalle bucce.

 

Il TEMPO DI MACERAZIONE è uno dei fattori determinanti per garantire una corretta dissoluzione dei pigmenti e di altre sostanze presenti nelle bucce e che, dunque, conferisce carattere ed eleganza al prodotto finale. In particolare nei primi giorni di macerazione è massima l’estrazione di antociani, che in poco tempo conferiscono tonalità di rosso rubino, viola/blu al mosto in fermentazione e solo in parte vengono riassorbiti nuovamente dalle bucce, mentre con il passare del tempo aumenta l’estrazione dei polifenoli totali, fondamentali per una buona struttura del vino e per caratterizzarne il gusto.

Invece, durante la vinificazione dei VINI BIANCHI, il mosto viene separato dalle vinacce, in modo che non si verifichi l’estrazione dei pigmenti colorati. È bene precisare che, per i vini bianchi, vi è la possibilità di effettuare una criomacerazione (macerazione a freddo) degli acini con l’unico obiettivo di estrarre sostanze aromatiche ed altri pigmenti senza compromettere il caratteristico colore del vino bianco, che, in questo caso può essere destinato a evoluzione.

Dunque, il vino rosso, rispetto ad un bianco, possiede una maggiore percentuale di antociani e polifenoli, molecole dal forte potere antiossidante.

Riportiamo gli effetti di queste molecole:

 

  • POLIFENOLI: si distinguono in flavonoidi (resveratrolo nei vini rossi), fenoli semplici e tannini. Questi ultimi conferiscono struttura e corpo al vino rosso e, come tutti i polifenoli proteggono dall’insorgenza di arteriosclerosi e di malattie cardiovascolari ed inoltre, grazie al potere antiossidante prevengono l’invecchiamento cellulare e lo sviluppo di tumori.

 

  • ANTOCIANI o ANTOCIANINE: grazie all’azione antiradicalica hanno un effetto protettivo contro la fragilità capillare, invecchiamento cellulare, e soprattutto contro processi infiammatori e modificazioni cancerogene. (Vascular effects of wine polyphenols Dell’Agli M. et al., 2004)

 

Sebbene sono riconosciuti gli effetti benefici di queste molecole contenute nel vino rosso, non è assolutamente da sottovalutare la delicatezza e la qualità del buon vino bianco.

 

ATTENZIONE:

Già nella tradizione popolare il vino veniva consigliato per “SOSTENERE IL CUORE” ma NON bisogna SOTTOVALUTARE la pericolosità del contenuto alcolico, perciò occorre sempre bere con MODERAZIONE senza mai ESAGERARE!

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