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Air Travel Syndromes – ATS – Sindrome da viaggio aereo : un “concerto discordante” di fattori di rischio per la nostra salute!

Sindrome da viaggio aereo, in inglese “Air Travel Syndromes” (ATS), un termine di recentissima definizione associato ai viaggi aerei, si manifesta come disturbi del sonno, stress fisico e mentale, disturbi gastrointestinali, malattie respiratorie, disturbi circolatori come arresto cardiaco e trombosi, infezioni, depressione e stanchezza. Uno dei principali fattori di rischio è la distruzione del ritmo circadiano conseguente al jet lag e insufficiente secrezione di melatonina, che si traduce in insonnia, stress mentale e affaticamento, ma non solo.

In letteratura è riportato che il viaggio aereo è associato a vari fattori di rischio per la salute attribuiti ad una elevata incidenza di malattie acute o croniche. Difatti, durante la crociera, i frequenti viaggiatori sono esposti a vari fattori di rischio, interni ed esterni, per la salute. La maggior parte dei fattori di rischio descritti nei seguenti paragrafi, hanno come denominatore comune quello di promuove la generazione di radicali liberi che, come vedremo, riducendo le attività degli enzimi antiossidanti promuovono vari effetti avversi sulla nostra salute. Infatti, lo stress ossidativo è di gran lunga il maggiore responsabile dei danni strutturali del DNA, dunque, “direttore d’orchestra” d’innesco di diverse patologie.

I fattori di rischio interni per la salute comprendono affaticamento, stress mentale, alterazioni ormonali e problemi circolatori, mentre i fattori di rischio esterni includono alte altitudini, scarsa qualità interna dell’aria, esposizione alle radiazioni, cibi squilibrati forniti dalle compagnie aeree e senso di ansietà durante incidenti e / o attacchi terroristici.

È riportato che i viaggiatori aerei possono manifestare stress fisici e mentali durante il volo; possono, spesso, provare nervosismo e disagio emotivo. Questi stress mentali potrebbero manifestarsi come affaticamento e conseguente soppressione immunitaria. Inoltre, ad alte quote, siamo esposti a dosi di radiazioni relativamente elevate.

Una volta esposti alle radiazioni, vengono generati radicali liberi, come le specie reattive dell’ossigeno (ROS) o le specie reattive dell’azoto (RNS), che danneggiano le biomolecole, inclusi DNA, proteine e lipidi. Il danno ossidativo può anche essere alla base di altri effetti avversi, come infiammazione, malattie cardiovascolari, disturbi dello sviluppo e anomalie riproduttive.

I meccanismi molecolari alla base delle malattie indotte dalle radiazioni ionizzanti, tra cui il cancro del polmone, della tiroide, la leucemia e melanoma, così come i difetti alla nascita, sono stati ampiamente studiati sia in vitro che in vivo. In particolare, esiste una forte correlazione tra l’esposizione alle radiazioni e aumento di rischio di cancro. Difatti, una recente meta-analisi ha dimostrato che i piloti e l’equipaggio di cabina hanno all’incirca il doppio dell’incidenza di sviluppare un melanoma rispetto alla popolazione generale. Inoltre, secondo gli autori, questo dato potrebbe essere parzialmente correlato all’esposizione in volo di raggi UV e radiazioni cosmiche. Dunque, il livello di esposizione alle radiazioni è un fattore critico sia per l’equipaggio che per i frequenti viaggiatori. Ma a mio avviso, aggiungerei, in accordo con i miei studi e corsi, che senza dubbio la principale causa di ogni male è l’infiammazione !

Importante notare che le prove epidemiologiche relative all’esposizione di radiazioni cosmiche e della qualità dell’aria di professionisti, come gli astronauti, i piloti e gli assistenti di cabina sono limitate. Questi dati sono quasi inesistenti per i viaggiatori aerei e per la popolazione. Urgono dunque ulteriori e repentine indagini anche negli ambienti di lavoro, nelle scuole ed università!!!

Anche i potenziali meccanismi alla base di molte malattie associate a stress mentale o fisico possono comportare la generazione di radicali liberi, come le ROS e RNS, innescando danni ossidativi e squilibri mentali. A questo si aggiunge, inoltre, il fatto che spesso i passeggeri (come studenti, lavoratori, professionisti) devono rimanere seduti per periodi di tempo relativamente lunghi. I posti stretti e l’inattività fisica imposta possono produrre un maggiore stress fisico tra i passeggeri di classe economica rispetto ai viaggiatori di classe business, con rischio di trombosi e malessere psicofisico.

L’ Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO), si è espressa in modo preciso affermando che, nella maggior parte dei casi, questi rischi potrebbero essere evitati attraverso una prevenzione tempestiva ed accurata (ICAO 2016). Tuttavia, in questi studi si è visto che i frequenti viaggiatori ed i piloti /e , soffrono più di stress mentale e di alterazioni ormonali a causa delle differenze di orario tra i paesi di partenza e di arrivo, con relativa distruzione del prezioso ritmo circadiano.

Il ritmo circadiano, definito come oscillazioni  con un periodo di circa 24 ore, influenza il comportamento umano, la fisiologia ed il metabolismo. Per molti anni si è pensato ci fosse un unico orologio, in realtà oggi sappiamo che sono diversi e tutti sincronizzati, sparsi nei vari organi. Alterazioni significative della funzionalità dell’orologio circadiano nell’uomo possono determinare alcune, cosiddette, cronopatologie.

La distruzione del ritmo circadiano, infatti, è correlata all’invecchiamento, alla neurotossicità, al diabete, nefrotossicità ed obesità, all’ipertensione, alle malattie cardiovascolari e al cancro, psicosi ed altre forme di disturbo neuronale e del comportamento. Inoltre, cambiamenti nella secrezione di melatonina dalla ghiandola pineale, conseguente alla distruzione del ritmo circadiano, disturbano il sonno e inducono l’insonnia, ma non solo. La secrezione anormale della melatonina può aumentare lo stress ossidativo e, come abbiamo visto, la suscettibilità alle malattieLa melatonina, elimina direttamente i radicali liberi e migliora indirettamente gli effetti degli antiossidanti. Dunque, offre una moltitudine di vantaggi fisiologici e metabolici per far fronte allo stress ossidativo indotto dalla distruzione del ritmo circadiano e / o dalla stanchezza cronica, causa oltretutto di depressione (burnout).

In accordo con altri studi, visto che la produzione di radicali liberi induce anche disturbi neurologici, lo stress ossidativo può essere attenuato dal trattamento con vitamine antiossidanti. Pertanto, tali studi indicano che la sindrome da stanchezza cronica e la depressione che si verificano durante il viaggio aereo potrebbero essere diminuite dall’integrazione di antiossidanti con melatonina o vitamina C / E.

Per quanto riguarda il disturbo del jet lagla disfunzione del ritmo circadiano e, di conseguenza, le alterazioni del sistema endocrino sono spesso riscontrate da frequenti viaggiatori aerei che attraversano più fusi orari. Dunque i più colpiti sono senza dubbio i piloti, e le pilote, in particolare, visto che essendo donne, sono già soggette a fluttuazioni ormonali più importanti rispetto al genere maschile! Alcuni viaggiatori fanno affidamento sul consumo di bevande alcoliche per superare l’insonnia; tuttavia, ciò può aggravare condizioni mentali o patologiche. Al contrario, come abbiamo visto, l‘integrazione antiossidante può essere utile per l’insonnia, l’affaticamento e per stress mentali e fisici.

Ulteriori studi riportano che i piloti che volano ad altitudini più elevate mostrano una minore vigilanza rispetto ai piloti che volano ad altitudini più basse. Inoltre i primi presentano diminuita frequenza respiratoria e aumento della frequenza cardiaca. Infatti, la ridotta pressione nella cabina dell’aeromobile induce significative riduzioni della saturazione di ossigeno nei passeggeri, equipaggio e piloti, anche diverse ore dopo un volo. Rappresenta, dunque, un altro fattore di rischio importante in quanto, generando ipossia, induce la “tempesta” di radicali liberi con le relative conseguenze (i.e. stress ossidativo e alterazioni delle funzioni biologiche). L’ipossia si verifica, in particolare, nelle cabine degli aerei ad alta quota quando la pressione dell’aria in cabina è relativamente bassa e la quantità di ossigeno trasportata nel sangue è ridotta rispetto a quella a livello del mare (WHO 2018).

L’ipossia ad alta quota può, oltretutto, giocare un ruolo importante nella produzione di infiammazione, ulcera gastrica o sanguinamento e malattia infiammatoria intestinale, come anche la cosiddetta malattia da alta quota. Quest’ultima comprende mal di testa, stanchezza, vertigini, nausea, edema cerebrale, diminuzione della coscienza ed edema polmonare.  Pertanto, i viaggiatori aerei con malattie cardiache e polmonari e disordini del sangue (ad es. anemia falciforme), possono richiedere un apporto di ossigeno supplementare durante il volo (WHO 2018).

Diversi ricercatori hanno dimostrato che oltre agli integratori di vitamina (C, E) antiossidante, la propoli, la melatonina, il consumo di succhi di frutta o verdure fresche, erbe antiossidanti o piante potrebbero efficacemente eliminare i radicali liberi, dunque può aiutare a ridurre o prevenire queste manifestazioni avverse. Il sonno profondo, invece, può essere una strategia efficace per far fronte ai disturbi del ritmo circadiano durante i viaggi aerei in sinergia con melatonina. In aggiunta, dispositivi per dormire o sedili comodi sono un valido aiuto per l’insonnia.

Ancora, altri fattori di rischio importanti associati al viaggio comprendono malattie infettive quali, il colera, HIV, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, la malaria, il morbillo, la polmonite, la legionellosi, l’influenza e l’ebola. Sono necessari sforzi globali per prevenire la diffusione internazionale di malattie infettive tra i viaggiatori prima, durante e dopo i voli. Tuttavia grazie ai risvolti nanotecnologici (come ad esempio i nanomateriali autopulenti e autoriparanti) e allo sviluppo della medicina di precisione, dell’omica (i.e. “fotografia” personalizzata del nostro stato infiammatorio in modo personalizzato) ed all’avvento di CRISPR-Cas9, una tecnologia di modifica genetica, si pensa che l’editing del genoma possa potenzialmente essere usato per creare deliberatamente un agente patogeno presente nell’aria da utilizzare come arma biologica, anche e soprattutto nei siti aeroportuali e aerei.

Amerei concludere esprimendo che, a mio avviso e secondo i miei studi, per ridurre patologie e / o incidenti aerei, stress cronico da lavoro, etc., il monitoraggio preciso ed accurato, l’integrazione nutrizionale personalizzata (e ad oggi è possibile, cfr. omica), in sinergia con vitamine, “parafulmini” delle nostre cellule , melatonina (come proposto dagli autori) ed altri integratori specifici per ogni singola persona, come probiotici, antinfiammatori, antiossidanti, attività fisica, relax, digiuno e meditazione, in particolare per i piloti / e, ma anche, per i frequenti viaggiatori aerei, equipaggio e staff, sono dei tasselli fondamentali da raggiungere quanto prima.

Inoltre,  la medesima distruzione del ritmo circadiano -come altri fattori di rischio per la salute riscontrati in tale sindrome (ATS) – è sovente ritrovarla tra studenti, ricercatori e lavoratori, dunque il discorso vale per tutti noi, a prescindere se viaggiamo spesso o meno. Infatti, più gravi e durature del jet lag sono le patologie che possono essere attribuite ad attività lavorative cronicamente soggette a regimi di turnazione nel lavoro (shift-work). Urge, dunque, un monitoraggio personalizzato e preciso a 360 gradi! La prevenzione e, come sempre, la sinergia tra naturale ed artificiale è la chiave per vincere anche queste “battaglie”!

Riferimenti bibliografici

[1] Jeum-Nam Kim & Byung-Mu Lee (2018) Risk management of free radicals involved in air travel syndromes by antioxidants, Journal of Toxicology and Environmental Health, Part B, 21:2, 47-60, DOI: 10.1080/10937404.2018.1427914 

[2] Martin and Boland Globalization and Health (2018) 14:28 

[3] ICAO DOC 9966 – Manual for the Oversight of Fatigue Management Approaches. Second edition, 2016

[4] ICAO-Doc 8984 – Manual of Civil Aviation Medicine, third Editions – 2012

[5] http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0092867402012254

[6] L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

[7] L. Mattera. Scienzintasca 2017. Epigenetica: viaggiamo nel suo magico nanomondo.

Il consumo di fruttosio come dolcificante e i suoi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea

Negli ultimi anni è stato osservato che il consumo di Fruttosio come dolcificante nella nostra dieta quotidiana è andato ad aumentare. Appare importante delineare le conseguenze ed i suoi effetti sul metabolismo umano e sulla composizione corporea. Andando a ritroso nel tempo si deve considerare che gli uomini non sono mai stati grandi consumatori di fruttosio, i nostri antenati, durante il Paleolitico, si procuravano il cibo prevalentemente attraverso la caccia, e di conseguenza la loro dieta alimentare era composta soprattutto da carne. Dal punto di vista nutrizionale essi introducevano elevate percentuali di proteine, moderate percentuali di grassi e basse percentuali di carboidrati, contenuti in vegetali che occasionalmente raccoglievano.                                                      A quel tempo la principale fonte di carboidrati era rappresentata dalla frutta in cui prevalevano zuccheri semplici, mentre il consumo di amido, maggiore rappresentante degli zuccheri complessi, era estremamente basso. Si potrebbe ipotizzare che la naturale tendenza a preferire alimenti dolci e zuccherini, risalga proprio a quest’epoca, quando lo zucchero scarseggiava.                                            Fino alle Crociate, il miele era il principale alimento dolce usato in quantità limitate dagli uomini, fino a quando le popolazioni dell’Europa occidentale non vennero a conoscenza dello zucchero utilizzato nel Medio Oriente. Tuttavia il consumo di zucchero rimase, comunque, basso fino al XVIII secolo, quando l’incremento del commercio intercontinentale con i paesi che coltivavano la canna da zucchero e lo sviluppo della tecnologia per l’estrazione e la raffinatura degli zuccheri furono disponibili ed efficienti. Lo zucchero divenne ben presto popolare, restando per poco tempo un prodotto di lusso. In Inghilterra il consumo di zucchero crebbe in maniera smisurata tra il XVIII e il XIX secolo, e con il XX secolo gli zuccheri diventarono molto abbondanti nella nostra dieta. Fino al 1960 il saccarosio rappresentò il dolcificante più utilizzato nelle diete, i monosaccaridi, glucosio e fruttosio, erano presenti in piccole quantità, essenzialmente ingeriti con la frutta. Successivamente, l’industria alimentare sviluppò e mise in atto tecnologie che permisero di estrarre amido dal mais, idrolizzarlo nel glucosio, e convertire parte di esso in fruttosio. Cominciarono così ad essere prodotti dolcificanti, derivanti dal mais, tra i quali lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS). L’elevato potere dolcificante dell’HFCS, le sue proprietà organolettiche, il suo basso costo, la sua capacità di garantire una lunga conservazione dei cibi, e la sua capacità di mantenere a lungo l’umidità nei prodotti da forno industriali, contribuirono ad un rapido incremento del suo consumo a scapito del saccarosio. A partire dal 1909, negli Stati Uniti, sono stati registrati ogni anno dati riguardanti il consumo annuale di saccarosio, HFCS e miele. Questi dati includono la misura del consumo individuale e partendo dal fruttosio utilizzato annualmente sia dai consumatori sia dall’industria, hanno fornito utili stime delle tendenze nel consumo di zuccheri aggiunti.                  Recenti valutazioni eseguite su dati raccolti tra il 1999 e il 2004, hanno stimato che il consumo di fruttosio medio è pari a 49 grammi al giorno indicando un consumo eccessivo di HFCS. Sulla base delle analisi statistiche condotte sul consumo di fruttosio, si deduce chiaramente che il consumo di fruttosio è aumentato negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni. I principali consumatori di fruttosio sono gli adolescenti ed i giovani adulti i quali fanno un uso sproporzionato di bevande zuccherate e prodotti da forno preconfezionati;  Il consumo di fruttosio è aumentato notevolmente tra il 1970 ed il 2007 e questo aumento è dovuto sia all’ utilizzo dell’ HFCS da parte delle industrie ma anche ad un aumento del Saccarosio ( lo zucchero da cucina ), classico dolcificante contenente Fruttosio. E’ abbastanza ben noto che molti disordini metabolici, sono causati da un eccessivo consumo di fruttosio. I principali danni ad esso attribuiti sono l’obesità, l’iperglicemia, insulino-resistenza, la dislipidemia e i disturbi aterosclerotici. Molti studi condotti sull’ uomo ed in particolare sui roditori, hanno mostrato gli effetti deleteri dell’eccesso di fruttosio in una dieta ipolipidica, ovvero con un basso contenuto di grassi, infatti nonostante il basso livello di grassi di queste diete, l’alto livello di fruttosio induce l’obesità, cioè un aumento della percentuale dei lipidi corporei. Alcuni dati inoltre ci mostrano che il fruttosio, anche se assunto in dosi moderate può causare l’ipertrigliceridemia (Aumento dei trigliceridi nel sangue). Infatti, il fruttosio viene completamente metabolizzato dal Fegato, mentre il glucosio è metabolizzato da tutte le cellule dell’organismo. Nel fegato, il fruttosio è   degradato attraverso un via metabolica detta fruttolisi, che converte il fruttosio in due molecole di piruvato, che possono essere convertite in acido lattico o entrare nei mitocondri, dove, dopo essere state convertite in AcetilCoA, entrano nel ciclo di Krebs.      Se la quantità di citrato prodotta è eccessiva, può fuoriuscire dai mitocondri e dare origine nel citoplasma delle cellule ad una via metabolica che produce ex novo lipidi nelle cellule epatiche, che saranno poi immessi nel sangue sotto forma di VLDL. E’ importante sottolineare che nella società moderna, il fruttosio ovviamente non può essere considerato l’unica causa dei disturbi metabolici suddetti, poiché è verosimile che queste patologie siano dovute ad una combinazione di più fattori di rischio, come appunto diete ricche di fruttosio ma anche diete iperlipidiche o scarsa attività fisica.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Licht FO ( Editor ). International Sugar Economic Yearbook and Directory. Turnbridge Wells, UK : Agna Informa 2005.

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Bray GA, Nielsen SJ, Popkin BM. Consumption of high-fructose corn syrup in beverages may play a role in the epidemic of obesity. Am J Clin Nutr 79 : 537 – 543, 2004.

Olio extravergine di oliva, infiammazione e tumorigenesi intestinale

L’IBD (Inflammatory Bowel Disease) è una malattia cronica e infiammatoria del tratto gastrointestinale con una prevalenza crescente nei Paesi sviluppati. Di solito, con il termine IBD ci si riferisce ai due maggiori disturbi intestinali cronici: la colite ulcerosa e il morbo di Crohn. [1]

Lo sviluppo dell’IBD dipende da un insieme eterogeneo di fattori, tra cui lo stile di vita (stress, fumo, uso di droghe) [2], l’ambiente (posizione geografica, status sociale, economico ed educativo [3] e la predisposizione genetica (maggiore suscettibilità alla malattia) [4].

La colite ulcerosa è una malattia infiammatoria cronica del colon retto, dalle cause ancora non bene conosciute. Probabilmente esiste una componente autoimmune, ma sembrano essere coinvolti anche molteplici fattori genetici e ambientali. Colpisce tra i 60 e i 100mila italiani ed è caratterizzata da un’alternanza di fasi in cui la malattia è in remissione a fasi in cui la malattia è attiva e acuta, altamente sintomatica, con diarrea sanguinolenta (spesso notturna e post prandiale) caratterizzata dalla presenza di pus e/o muco [5]. L’infiammazione interessa, in particolare, le porzioni superficiali delle pareti interne di retto e colon, denominate mucosa e sottomucosa, con conseguente arrossamento, fragilità e ulcerazioni. La malattia colpisce inizialmente la zona del retto, ma può estendersi anche a tutto il colon in modo più o meno ampio, in funzione della gravità dell’infiammazione [6].

Il morbo di Crohn è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all’ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea (che può anche essere ematica se l’infiammazione è importante), vomito o perdita di peso, granulomi, fistole, ostruzioni intestinali, ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione [5].  La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l’infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. La malattia di Crohn tende a presentarsi inizialmente negli adolescenti e nei ventenni, con un altro picco di incidenza tra i cinquanta e i settant’anni, anche se la malattia può manifestarsi a qualsiasi età. Una predisposizione genetica per la malattia porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio [7].

L’IBD è in aumento soprattutto nei Paesi sviluppati e una delle sue complicanze più gravi è il cancro del colon retto (CRC). Il CRC è uno dei tumori più maligni del tratto gastrointestinale, rappresenta la terza causa di morte per cancro nel mondo occidentale e colpisce circa un milione di persone ogni anno in tutto il mondo con un alto tasso di mortalità. Il cancro del colon retto, nei casi sporadici si sviluppa da lesioni displastiche e nei casi ereditari quando c’è già una base di infiammazione cronica [8].

Infatti, i pazienti con IBD sono tra i gruppi più a rischio per lo sviluppo di CRC: il rischio di neoplasie del colon retto in pazienti con colite ulcerosa e morbo di Crohn aumenta l’incidenza e la durata della malattia [8]. Molti studi suggeriscono che un’infiammazione cronica potrebbe predisporre allo sviluppo della carcinogenesi correlata all’IBD anche se i meccanismi non sono ancora chiari [9], [10].

Essendo l’infiammazione cronica un fattore predisponente per il CRC nelle IBD, l’aumento dei mediatori dell’infiammazione compresi ROS, ossido nitrico, prostaglandine e citochine infiammatorie svolge un ruolo importante nello squilibrio immunitario [1].

Negli ultimi anni è stato evidenziato che alcuni alimenti forniscono un particolare effetto benefico sulla salute e in particolar modo nel trattamento e nella prevenzione di alcun malattie, tra cui le IBD [1]. L’adesione ad una dieta mediterranea garantisce la protezione da malattie degenerative, come patologie cardiovascolari e cancro. La dieta mediterranea tradizionalmente è stata pensata come un sano stile di vita, considerando che l’incidenza del cancro, in particolare quello del colon e della mammella, è più bassa nei Paesi mediterranei che nel Nord Europa [11].

Studi sperimentali hanno dimostrato un ruolo protettivo dei lipidi alimentari in particolar modo per lo sviluppo del tumore del colon. Infatti, dati epidemiologici hanno riportato una minore incidenza del cancro al colon nei Paesi dell’area mediterranea, in cui l’olio di oliva (ricco di acido oleico e polifenoli) è ampiamente consumato, nonostante il suo contenuto calorico [12], [13]. L’olio, infatti, è il componente maggiore della dieta mediterranea e oltre ad influenzare positivamente diversi processi biologici è associato ad un miglioramento della salute, ad una mortalità più bassa accompagnata da una maggiore longevità, a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, ad una minore incidenza relativa all’età del morbo di Parkinson e di Alzheimer e associato negativamente al rischio di cancro del colon retto [14], [15].

Negli Stati Uniti, in cui nella dieta ci sono grassi aggiunti rispetto ai Paesi mediterranei, si è vista una maggiore incidenza del cancro del colon retto, della mammella e della prostata [16]. Più studi suggeriscono, infatti, che le differenze non riguardano tanto le quantità di grasso, ma piuttosto il tipo di grasso e la qualità della dieta [17].

Infatti, per osservare, in vivo, gli effetti di diverse fonti di acidi grassi, è stato condotto un esperimento in cui ratti Wistar (ceppo di ratti comunemente utilizzato nei laboratori di ricerca) sono stati sottoposti a due diete diverse, ognuna contenente o olio extravergine d’oliva (ricco di acido oleico monoinsaturo) o olio di girasole (ricco di acido linoleico polinsaturo) [18]. Sotto il profilo lipidico, i livelli plasmatici di trigliceridi, colesterolo totale, fosfolipidi, lipidi totali e acidi grassi polinsaturi erano minori nei ratti che avevano seguito una dieta a base di olio extravergine d’oliva e la perossidazione lipidica risultava maggiore nei ratti con dieta a base di olio di girasole in cui si osservava un maggiore stress ossidativo [18].

Studi epidemiologici hanno dimostrato che l’olio di oliva, tipico componente della dieta mediterranea, possiede numerosi effetti benefici sulla salute: effetti antiossidanti, antiinfiammatori, chemioprotettivi, antitumorali. L’olio di oliva appare come un esempio di alimento funzionale con una gamma di varietà di componenti che potrebbero contribuire ad effetti chemioprotettivi ed effetti benefici [8].

Tradizionalmente, questi effetti sono stati attribuiti alla sua alta concentrazione di acido oleico e di composti fenolici che hanno principalmente attività antiossidante, antiinfiammatoria e antitumorale [1], [19].

La conferma di tali proprietà si è avuta quando l’introduzione di olio di oliva nella dieta inibiva la formazione di focolai di infiammazione nella cripta e nella mucosa dell’intestino [8]  e bloccava le fasi della carcinogenesi in vitro [7], [20], [21].

Questi effetti benefici sul consumo di olio di oliva, possono essere spiegati sia sulla base del suo elevato contenuto di MUFA (acidi grassi monoinsaturi) che sulle proprietà salutari dei suoi composti bioattivi minori [1]. Sull’idrossitirosolo, per esempio, abbondantemente presente nell’EVOO (olio extravergine di oliva), sono state dimostrate proprietà cardioprotettive, antiossidanti, antiinfiammatorie e un’azione di antiaggregazione piastrinica, associate ad un effetto protettivo sulle cellule mononucleate del sangue periferico contro lo stress ossidativo, un’inibizione della proliferazione delle cellule cancerose inducendone l’apoptosi, l’arresto del ciclo cellulare ed un miglioramento della risposta infiammatoria [1], [8].

L’oleuropeina, polifenolo presente in varie parti dell’olivo (frutti e foglie), ha degli effetti sullo sviluppo degli osteoblasti e nell’adipogenesi agendo sulle cellule  MSC (multipotential mesenchymal stem cell) del midollo osseo umano [22]. I risultati hanno mostrato che l’oleuropeina non solo stimola lo sviluppo degli osteoblasti ma anche il processo di mineralizzazione della matrice e l’inibizione del riassorbimento osseo [22]. L’oleocantale, composto fenolico presente nell’olio di oliva, per le sue proprietà antiinfiammatorie, è stato paragonato all’ibuprofene, noto farmaco antiinfiammatorio non steroideo [23]

L’olio extravergine di oliva e i suoi polifenoli, rappresentano quindi, la fonte di proprietà benefiche per la salute.

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Bibliografia:

[1] Sánchez-Fidalgo, Susana, et al. “Influence of extra virgin olive oil diet enriched with hydroxytyrosol in a chronic DSS colitis model.” European journal of nutrition 51.4 (2012): 497-506.

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[6] Nitzan, Orna, et al. “Role of antibiotics for treatment of inflammatory bowel disease.” World Journal of Gastroenterology 22.3 (2016): 1078.

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Olio extravergine d’oliva in età pediatrica.

Quanti dubbi nel momento dello svezzamento assalgono le mamme, che si accingono in questa nuova tappa del pargolo…  Il quesito principale risulta essere se si è in grado di non far avere carenze nutrizionali durante i pasti, se tutte le vitamine, i nutrienti e le sostanze che venivano fornite tramite latte soprattutto  attraverso quello materno, vengono ugualmente assimilate. A tal proposito, viene a darci una mano un vecchio detto delle donne in antichità ossia che l’olio extravergine d’oliva è un alimento così salutare tanto da essere “simile” al latte materno.

Il fabbisogno lipidico nell’infanzia è più elevato rispetto all’adulto. l bambini cresciuti al seno ricevono circa il 50% delle calorie totali dai lipidi con un rapporto di 4:3:1 tra acidi grassi saturi, monoinsaturi e polinsaturi ed un contenuto medio di 150 mg/dl di colesterolo. I polinsaturi costituiscono perciò l’ 8 – 10% circa dei lipidi, di cui il 5-8% è rappresentato dalla serie omega 6 e lo 0,3-1,5% dalla serie omega3 (valori che possono subire maggiori oscillazioni in rapporto al tipo di alimentazione seguito dalla nutrice). Il bambino svezzato richiede ancora una quantità relativamente elevata di lipidi che scende gradualmente al 30% delle calorie totali nella seconda e nella terza infanzia per allinearsi al fabbisogno dell’adulto. Non vi è tuttavia un accordo preciso sulla quantità di grassi necessaria per l’armonico sviluppo del bambino, così come non vi è accordo sulla qualità e, mentre alcuni ritengono che almeno due terzi debbano essere di origine vegetale, altri, come la Società Europea di Gastroenterologia e di Nutrizione, affermano che non esistono sufficienti dimostrazioni scientifiche atte a consigliare la preferenza dei grassi vegetali al posto di quelli animali. Uno scarso apporto di acidi grassi polinsaturi però determinare ritardi della crescita, alterazioni cutanee, epatiche e del metabolismo, tuttavia è raro che nel bambino si verifichino reali situazioni carenziali.

Benefici dell’olio extravergine di oliva.

Approfondiamo, tutti i benefici che può comportare l’utilizzo dell’olio nella dieta di un bambino:

  • Ricco di omega 3 (acido linolenico) e omega 6 (acido linoleico): i grassi insaturi tanto preziosi (come scritto sopra), soprattutto, l’olio extravergine d’oliva, ha la stessa percentuale di acido linoleico, (omega 6), ed è ciò che lo rende simile, in composizione, al latte materno; fondamentali per la crescita nei bambini per lo sviluppo del tessuto nervoso. I grassi insaturi hanno un ruolo protettivo nelle malattie cardiovascolari e in quelle degli occhi.
  • Per il suo contenuto in acido oleico: se utilizzato in sostituzione dei grassi saturi, riduce i livelli di colesterolo totale e determina l’aumento relativo del colesterolo “buono” (HDL).
  • Questo è un fattore importantissimo per la prevenzione della patologia cardiovascolare, dal momento che il processo aterosclerotico inizia in età pediatrica e l’obesità in età prepubere è sempre più frequente.
  • Fonte di antiossidanti: in quanto contiene oleuropina, sostanza che è in grado di rendere le pareti delle arterie più elastiche, abbassa, la pressione e riduce il processo aterosclerotico.
  • Funzione antinfiammatoria: per la presenza dell’oleocantale che ha medesimi effetti dell’ibuprofene (principio attivo di tanti farmaci contro il mal di testa e altri tipi di dolori.
  • Previene la stitichezza: fenomeno ricorrente nei bimbi, soprattutto nei primi periodi dello svezzamento, dove l’intestino del bimbo si trova a dover “lavorare” in modo diverso.
  • Previene gli eventuali disturbi epatici e riduce l’acidità gastrica.
  • Elevato contenuto di vitamina D: ciò lo rende prezioso durante la crescita, in quanto regola il metabolismo del calcio e del fosforo, favorendo l’assunzione di minerali essenziali al processo di ossificazione e questo garantisce nei bambini, uno scheletro forte, tale da proteggerli da fratture durante eventuali cadute e dai rischi di osteoporosi durante la vecchiaia
  • Idratante ed emolliente per la presenza della vitamina E: cura la crosta lattea e questo trattando la cute del cuoio capelluto dall’esterno con l’uso dell’olio extravergine d’olive, invece aggiungendo due cucchiai di olio nell’acqua del bagnetto si evitano arrossamenti.

 

Ad ogni età la giusta dose

Durante la crescita tutti questi benefici ed effetti positivi si hanno nel momento in cui vengono rispettate le giuste dosi, in modo da evitare carenze da un lato o eccessi dall’altro.

A sei mesi per ogni pasto un cucchiaino da tè (pari a 5 grammi), a 12 mesi per ogni pasto un cucchiaio da minestra (10 grammi), 18 mesi  per ogni pasto un cucchiaio da minestra ed uno da tè (circa 15 grammi), dai 24 mesi in su, ad ogni pasto due cucchiai da minestra (20 grammi).

Dal punto di vista delle calorie, i grassi, sia animali sia vegetali, sono uguali (9 Kcal per grammo); ciò che cambia è la loro struttura chimica e di conseguenza l’effetto che hanno sulla salute. Ovviamente l’importanza nutrizionale dei lipidi non si arresta al solo apporto calorico, espletando essa altre numerose funzioni, quali: la funzione veicolante delle vitamine liposolubili (A, D, E, K), degli steroli e di altre sostanze steroidee, come gli ormoni della corteccia surrenale; la funzione di esaltazione del gusto degli alimenti, con azione promotrice dell’appetito; la funzione plastica, entrando nella composizione delle membrane cellulari di tutti i tessuti; la funzione termica, volta al mantenimento della temperatura corporea.

Infine  è da tenere in considerazione che  l’olio extravergine di oliva, estratto a freddo, per il suo carattere deciso aiuta il bambino alla diversità dei sapori, dei gusti e degli odori che non è solo una acquisizione che afferisce alla sfera sensoriale, ma coinvolge anche quella psichica sperimentando la natura complessa dei cibi nonché dell’esistenza.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Fonte: Italo Farnetani. “L’alimentazione nel bambino: dalla nascita all’adolescenza”.

GUGGUL: Avvicinarsi alla fitoterapia

Viaggiare nel mondo del fitoterapico mi sta aprendo un universo del tutto nuovo. Sono moltissime le piante che hanno proprietà terapeutiche o pseudo tali.

Questa volta darò qualche notizia su un arbusto orientale che si chiama Commiphora mukul o guggul, appartenente alla famiglia delle Burseraceae. E’ un arbusto spinoso che cresce spontaneamente in Pakistan e India, ed è utilizzato come fonte di caucciù.

Nella medicina Ayurvedica tradizionale indiana, viene usato da millenni per le sue attività antiinfiammatorie e antireumatiche, usato anche per le otiti, l’asma e nei casi di ascite

Nella medicina moderna viene utilizzato soprattutto per le caratteristiche ipolipemizzante e antiaterogena per il trattamento di varie patologie: in particolare riduce il livello di trigliceridi, colesterolo, fosfolipidi e LDL, aumentando allo stesso tempo i valori di HDL.

Sono ancora in corso studi sul meccanismo d’azione che pare sia dovuto in parte ad un aumento del numero dei recettori per il colesterolo LDL posti sulla superficie delle cellule del fegato, e in parte,forse, anche ad un aumento del legame colesterolo/recettore, ma mancano ancora certezze.

Gli estratti di questo arbusto sono utili (secondo studi effettuati su ratti) anche per altre patologie quali aterosclerosi, reumatismi, l’obesità, disordini del metabolismo e stati infiammatori.

Dall’incisione della corteccia nella parte bassa della pianta si ricava una resina (corrispondente del caucciù) che rappresenta la parte attiva dal punto di vista farmacologico, contenente diversi costituenti ricchi di molecole steroidee che prendono il nome di gugulsteroni di cui i più rappresentativi sono il gugulsterone E e Z, responsabili della riduzione dell’assorbimento intestinale dei lipidi.

Il guggul è presente in molti integratori e può essere assunto quotidianamente ma ricordiamo che è un vegetale e come tale può essere portatore di allergie che possono manifestarsi soprattutto con eruzioni cutanee più o meno diffuse. Inoltre per alcune caratteristiche non va sottovalutata l’interazione con altri farmaci soprattutto quelli legati alla pressione arteriosa e agli anticoagulanti. Si sconsiglia l’uso in gravidanza e allattamento anche se non si hanno notizie certe su questi stati fisiologici particolari.

Per quanto concerne gli effetti collaterali si fa spesso cenno a mal di stomaco, nausea, vomito e problematiche gastrointestinali che però rientrano appena sospesa l’assunzione.

Quindi è importantissimo conoscere i componenti degli integratori che assumiamo e sapere a cosa serve ognuno di loro.

Oltre a composti farmacologici il guggul può essere assunto in polvere in tisane o centrifugati di frutta o di verdura (ottimo se unito a finocchio, basilico e sedano per un notevole effetto depurativo e detossificante.)

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

bibliografia

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Caffè: benefici e controindicazioni

Le origini del caffè sono molto remote, non si conoscono con esattezza i periodi della scoperta, furono trovati, però, dei manoscritti risalenti al 900DC, in cui si ha prova dell’utilizzo del caffè nella medicina tradizionale dei tempi. Una leggenda narra che il vero scopritore del caffè fu un pastore etiope andato a pascolare con il suo gregge; Egli, osservando gli animali, notò, in loro, una inaspettatata vivacità dovuta, probabilmente, all’ingestione di caratteristiche bacche rosse, le bacche di caffè. Spinto dalla curiosità, il pastore, decise di assaggiarle, sperimentando, personalmente, lo straordinario effetto energetico che erano in grado di generare. A poco a poco l’usanza di utilizzare le bacche di caffè come cibo energetico si diffuse tra la gente del luogo, la quale imparò a produrne una bevanda che divenne poi di diffusione mondiale. Attualmente il Brasile è il primo esportatore e produttore mondiale della specie Robusta, la varietà meno pregiata, capace di offrire una bevanda dal gusto forte e corposo, con un maggiore quantitativo di caffeina. La Colombia, invece, è il secondo produttore mondiale della specie Arabica, la specie più pregiata che offre un prodotto finito intenso, regalandoci una bevanda corposa e ricca di aromi.
Oggi il caffè è tra le bevande più vendute, il 97% degli italiani consuma bevande a base di caffè anche più di una volta al giorno. Ma siamo veramente sicuri di conoscere ciò che giornalmente consumiamo?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il caffè come un “Non nutritive dietary component”, dunque non è considerato un alimento, sebbene contenga alcuni nutrienti. Il caffè verde, non tostato, contiene, infatti, alcuni sali minerali come calcio, magnesio, fosfati ed una notevole quantità di potassio, componente che si ritrova anche a fine preparazione della bevanda. Oltre al contenuto in minerali, si ritrovano anche lipidi, trigliceridi e acidi grassi liberi, composti che difficilmente si riscontrano nel prodotto finale. Sebbene il chicco di caffè vanti anche della presenza di proteine, amminoacidi e carboidrati, questi sono altri composti che tendono a svanire durante la tostatura. Altri componenti di notevole importanza sono gli alcaloidi purinici, il più abbondante dei quali è l’1,3,7-trimetilxantina comunemente chiamata caffeina, composto biologicamente attivo responsabile delle caratteristiche conferite alla bevanda.
La caffeina, oggi, è la sostanza psicoattiva più comunemente consumata, è un alcaloide non presente esclusivamente nei chicchi di caffè, esso infatti, si ritrova anche in chicchi di cacao, foglie di tè, bacche di guaranà, noci di cola, oltre che nelle bevande energetiche normalmente utilizzate dagli sportivi, tuttavia, nonostante il suo largo consumo, i suoi effetti sull’ uomo non devono essere trascurati. La caffeina, infatti, è in grado di stimolare il sistema nervoso centrale e, a dosi moderate, aumentare la lucidità mentale riducendo la sonnolenza. Se assunta oralmente, la caffeina viene assorbita rapidamente e completamente dall’organismo. Gli effetti stimolanti possono insorgere dopo 15-30 minuti dall’ingestione e permanere per alcune ore. Negli adulti l’emivita della caffeina, ovvero il tempo che l’organismo impiega per eliminare il 50% del composto, varia a seconda di fattori quali l’età, il peso corporeo, l’assunzione di farmaci, lo stato di salute del fegato o stati fisiologici particolari come la gravidanza. Negli adulti sani, in media, l’emivita è di circa quattro ore. Su adulti e bambini, a seguito di un esagerato consumo dell’alcaloide, si riscontrano, tra gli effetti nocivi a breve termine, disturbi del sistema nervoso centrale come sonno interrotto, ansia e variazioni del comportamento. A lungo termine, il consumo eccessivo di caffeina, è stato associato a problemi cardiovascolari e, in donne gravide, ad un ridotto sviluppo del feto. Dunque, per lunghi periodi il caffè è stato demonizzato e sconsigliato proprio a causa degli effetti nocivi che poteva apportarne il suo principale componente, oggi è sconsigliato soprattutto ai soggetti con problemi cardiaci, con disturbi del sonno, a chi soffre di ipertensione, in caso di ulcera peptica, dispepsia e gastriti. Tuttavia, grazie alle informazioni raccolte negli ultimi anni, è nato un nuovo modo di intendere il caffè che non corrisponde più alla credenza comune che lo considerava per lo più dannoso. Questo punto di vista è ulteriormente supportato dalla scoperta di una serie di fito-componenti con un profilo benefico. Si è scoperto che gli effetti dannosi del caffè sono, in realtà, dose-dipendenti, la dose sicura di caffeina è di 300 mg (quantità presente in circa tre tazzine di caffè espresso). Nelle donne in gravidanza un quantitativo di caffeina sino a 200 mg al giorno, consumato nel corso della giornata da qualsiasi fonte, non desta preoccupazioni per la salute del feto.
La caffeina, infatti non ha solo effetti nocivi per l’organismo, la sua azione sul sistema circolatorio provoca aritmie solo a dosi superiori dei 300 mg, in caso contrario, ha una azione cardiotonica. Se consumato con moderazione agisce anche sul sistema respiratorio, provocando una modesta azione bronco-dilatatoria con riduzione delle crisi d’asma. Inoltre contrasta e previene i danni ossidativi a carico delle membrane cellulari oltre ad avere molteplici ruoli sul sistema digerente, provocando, stimolazione della secrezione acida dello stomaco, della produzione di saliva, della bile, contrasta l’attività negativa dell’alcool e ha un ruolo epatoprotettore.
In un recente studio, condotto su 50 soggetti sani che consumano una dose giornaliera di caffeina pari a 250mg e di età compresa tra i 19 e i 25 anni, è stato scoperto che la caffeina aumenta le dimensioni della pupilla svolgendo un ruolo anche sull’attività visiva. Secondo altre recenti evidenze, invece, pare che esistano dei meccanismi molecolari dall’effetto anti-obesità in composti bioattivi di the e caffè; L’obesità è un grave problema di salute che coinvolge adulti e bambini nelle aree più sviluppate del mondo e l’effetto anti-obesità, in entrambe le bevande, è stato studiato per almeno dieci anni; I risultati hanno mostrato un diminuito accumulo di lipidi nelle cellule tramite la regolazione del ciclo cellulare durante l’adipogenesi, cambiamenti di fattori di trascrizione, diminuzione del peso corporeo e del grasso viscerale negli animali e negli uomini. Sebbene ci siano molteplici evidenze sull’influenza di questi composti sulla flora intestinale di animali e uomini obesi, il meccanismo anti-obesità di questi ultimi ha ancora bisogno di ulteriori chiarimenti, che possono aspirare alla scoperta di una nuova strategia per prevenire o trattare l’obesità.
Pare, inoltre, che il caffè abbia effetti benefici sulla muscolatura scheletrica, vanta, infatti, un rallentamento della progressione della sarcopenia (perdita di massa muscolare), promuove la rigenerazione del muscolo danneggiato, migliora l’autofagia, la sensibilità all’insulina e stimola l’assorbimento del glucosio. Tuttavia è necessario, per rivelare l’intera gamma di benefici sulla struttura del muscolo scheletrico e sulla sua funzione, effettuare una indagine molto più approfondita; Scelta necessaria perché in alcuni studi è emerso che la caffeina potrebbe aumentare la perdita di calcio attraverso le urine e, dunque, essere causa di osteoporosi. Successivamente è stato dimostrato, però, che si tratta di una perdita minima e, se il consumo di caffeina non supera i livelli consentiti, non grava sul livello di calcio o sulla densità ossea.
Studi epidemiologici hanno evidenziato un’associazione tra il consumo di caffè e una ridotta incidenza di una varietà di malattie croniche tra cui il Parkinson e l’Alzheimer. Pare infatti che un marginale componente nel caffè, non correlato alla caffeina, l’eicosanoyl-5-hydroxytryptamide (EHT), in un modello murino, fornisca una protezione per la malattia di Alzheimer. Durante l’esperimento, i ratti hanno ricevuto una supplementazione di EHT per 6-12 mesi e questo ha provocato in loro un sostanziale miglioramento di tutti quei difetti che sviluppano poi la patologia. Altri studi epidemiologici approfonditi indicano che i bevitori di caffè hanno notevolmente diminuito il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.
Per molti anni gli effetti fisiologici del caffè si sono concentrati sul suo contenuto di caffeina, ignorando tutti gli altri componenti bioattivi come polifenoli, melanoidine, carboidrati e diterpeni. Questi composti, secondo recenti evidenze, possono esercitare la loro protezione contro il cancro del colon-retto, uno dei più comuni e pericolosi in tutto il mondo. Diverse attività biologiche come quella antiossidante, antimicrobica, anticancerogena, anti-infiammatoria e anti-ipertensiva sono state attribuite alle melanoidine del caffè; Questi composti si producono durante il processo di tostatura, fase in cui alcuni componenti del chicco subiscono dei cambiamenti strutturali che portano poi alla loro formazione. Le melanoidine, in vitro, hanno dimostrato di avere una attività anti-carie e probiotica oltre che una attività antiossidante e chelante nel tratto gastro intestinale. Riducono, inoltre, la formazione di prodotti finali dell’ossidazione dei lipidi, composti pro-aterogeni prodotti durante la digestione della carne; Questa attività risulta presente anche in volontari umani in cui si è evidenziato anche un ruolo nella prevenzione dei tumori del tratto gastro-intestinale.
In conclusione, come si evince dal testo, le opinioni, riguardo alla bevande più consumata al mondo, sono cambiate nel corso degli anni e sono emersi, lentamente, nuovi aspetti e proprietà di cui se ne ignorava l’esistenza; Ulteriori studi sono necessari per far luce sugli aspetti ancora sconosciuti, ciò che risulta chiaro è che un consumo giornaliero moderato, in un soggetto sano, non risulta dannoso alla salute.

Dott.ssa Michela Zizza
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