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Invecchiamento: come cambia il colore dei capelli

“Sorridere, è ringiovanire di dieci anni. Intristirsi, è farsi venire i capelli bianchi.”
(Proverbio cinese)

L’ingrigimento dei capelli, chiamato anche “canizie” o “acromotrichia” è un processo fisiologico del normale invecchiamento. È osservato in tutti gli individui a diversi livelli indipendentemente dal genere e dalla razza. L’età media di insorgenza della canizie nei Caucasici è di 34 ± 9,6 anni e negli Africani è di 43,9 ± 10,3 anni. Da lì, la probabilità di ingrigimento aumenta dal 10-20% ogni decennio. Un ampio studio basato sulla popolazione ha riportato che il 6-23% delle persone all’età di 50 anni ha il 50% di capelli grigi.

Una patologia correlata ad un anomalo invecchiamento dei capelli è la PHG (Premature graying of hair) che consiste nell’ingrigimento prematuro dei capelli. Si verifica prima dei 20 anni nei Caucasici, prima dei 25 anni negli Asiatici e prima dei 30 anni negli Africani. La PHG è un problema medico, ma può causare preoccupazioni estetiche e una diminuzione della fiducia in sé stessi nei giovani individui e influisce sulle relazioni sociali.

LA PIGMENTAZIONE DEI CAPELLI

La pigmentazione dei capelli è una delle caratteristiche uniche negli esseri umani e va dal nero e marrone al biondo e rosso. Il colore dei capelli è dovuto al pigmento melanina prodotto dai melanociti che derivano dal differenziamento della cresta neurale durante lo sviluppo embrionale e risiedono nel bulbo pilifero. I melanociti hanno numerosi granuli detti melanosomi che contengono la melanina che può essere di due tipi: eumelanina e feomelanina. La produzione della melanina è dovuta all’azione dell’enzima tirosinasi o DOPAossidasi prodotto dai melanociti. L’enzima prima catalizza l’idrossilazione dell’amminoacido tirosina in DOPA e successivamente l’ossidazione di DOPA in melanina. La diversità del colore dei capelli deriva principalmente dalla quantità e dal rapporto tra eumelanina nero-marrone e feomelanina rosso-marrone. Capelli marroni e neri sono ricchi di eumelanina e poveri di feomelanina, quelli rossi e biondi sono ricchi di feomelanina e poveri di eumelanina.

Esistono varie differenze tra la pigmentazione della pelle e quella dei capelli. Nel bulbo pilifero ogni melanocita è associato a 5 cheratinociti a formare l’hair follicle-melanin unit.  Al contrario, ciascun melanocita della pelle è associato da 36 cheratinociti che costituiscono l’epidermal-melanin unit. A differenza della pelle, in cui la produzione di melanina è continua, la melanogenesi nei bulbi piliferi è strettamente associata alle fasi del ciclo vitale del capello. La produzione di melanina è molto attiva nella fase anagen (prima fase della crescita del pelo), mentre si riduce nella fase catagen (seconda fase del ciclo del pelo) ed è quasi assente nella telogen (ultima fase durante la quale il capello si trova ancora nel follicolo pilifero ma le attività vitali sono completamente cessate). Nei capelli giovani e sani l’unità pigmentaria è una struttura nera a forma di pera. Nei capelli grigi, l’unità pigmentaria diventa sfocata, i melanociti si riducono e assumono una forma rotondeggiante, mentre melanociti oligodendritici leggermente pigmentati diventano visibili nel bulbo pilifero prossimale. La riduzione del numero di melanociti nei follicoli piliferi avviene mediante degenerazione autofagolitosomica che porta alla perdita di pigmento. Si ritiene che questo meccanismo abbia un ruolo centrale nell’ingrigimento dei capelli.  

Durante la fase telogen inizialmente il capello diventa grigio ed è caratterizzato da scarso colore e pochi melanosomi distribuiti in modo anomalo. Successivamente diventa bianco, privo di colore e di melanosomi. I capelli grigi sono più ruvidi, più rigidi e più difficili da gestire dei capelli pigmentati e possono crescere fino a quattro volte più velocemente.  Sono più sensibili agli agenti atmosferici e più soggetti a danni da radiazioni UV. Richiedono maggiore fotoprotezione e hanno meno probabilità di trattenere il colore artificiale a causa di cambiamenti strutturali nella fibra capillare. Nell’uomo, l’ingrigimento si verifica prima nelle tempie e nelle basette, successivamente si diffonde al vertice e al resto del cuoio capelluto. I peli della barba e del corpo sono interessati in seguito, mentre quelli ascellari e pubici possono rimanere pigmentati anche in età avanzata. Nella donna, invece, l’ingrigimento inizia nell’area frontale. Il tasso di progressione è determinato da vari fattori, principalmente genetici, e varia in diverse aree del cuoio capelluto.

PRINCIPALI CAUSE DELL’INGRIGIMENTO DEI CAPELLI

L’esatta eziopatogenesi dell’invecchiamento dei capelli non è del tutto chiara. Età e genetica giocano un ruolo importante sulla comparsa dei primi capelli bianchi. Ma perchè i melanociti smettono di produrre melanina?

Il più studiato è il ruolo dei ROS (specie reattive dell’ossigeno o comunemente conosciuti come radiali liberi a maggior diffusione) sull’invecchiamento dei capelli. Durante la prima fase di crescita del pelo (anagen), la melanogenesi è molto attiva nel follicolo pilifero. Ciò comporta l’idrossilazione della tirosina e l’ossidazione del DOPA in melanina sottoponendo i melanociti a un elevato carico di stress ossidativo. Con l’avanzare dell’età l’alterazione del sistema antiossidante porta all’accumulo di ROS e allo stress ossidativo che danneggia i melanociti portando a una diminuzione della pigmentazione del capello. In uno studio del 2009 alcuni ricercatori hanno dimostrato la presenza di accumulo di perossido di idrogeno e l’assenza di enzimi antiossidanti, come la catalasi e la metionina sulfossido reduttasi, nei follicoli piliferi grigi. La catalasi scompone il perossido di idrogeno in acqua e ossigeno. Ma con l’invecchiamento l’attività di questo enzima inizia a rallentare. Di conseguenza il perossido di idrogeno inizia ad accumularsi e porta ad apoptosi dei melanociti del follicolo pilifero. Inoltre, l’accumulo di perossido di idrogeno va ad attenuare l’azione della metionina sulfossido reduttasi, importante per l’attivazione della tirosinasi (enzima chiave nella melanogenesi), e comporta una perdita graduale di pigmentazione.

Un altro enzima antiossidante è la glutatione perossidasi che si riduce con l’invecchiamento e anche questo comporta l’accumulo di ROS. Una buona idea per prevenire in qualche modo l’ingrigimento dei capelli potrebbe essere modificare il proprio stile di vita allo scopo di diminuire l’accumulo di radicali liberi man mano che si avanza con l’età. Per esempio, mangiare cibi ricchi di vitamina C e fare esercizio fisico regolarmente aumentano i livelli di glutatione nei globuli rossi.

Lo stress ossidativo può essere anche il risultato di raggi ultravioletti (UV), inquinamento, stress psico-emotivo o cause infiammatorie. Numerosi studi hanno dimostrato un aumento del carico ossidativo a causa dello stress psicologico che implica che i fattori emotivi hanno un ruolo nell’ingrigimento prematuro dei capelli, ma solo in minima parte.

Altri fattori che possono contribuire ad accelerare il processo di ingrigimento dei capelli sono:

  • Carenze vitaminiche (vitamina B6, B12, biotina, vitamina D e vitamina E)
  • Fumo (i capelli dei soggetti fumatori hanno maggiore probabilità di ingrigire prima dei 30 anni rispetto ai non fumatori)
  • Coloranti artificiali per capelli
  • Sostanze chimiche utilizzate in trattamenti per capelli
  • Alcune patologie (malattie autoimmuni, alopecia, vitiligine, e patologie correlate alla tiroide)

Quando la causa della comparsa dei capelli grigi è l’invecchiamento o i fattori genetici, nulla può impedire o invertire il processo. Tuttavia, se la causa è dovuta a stili di vita o carenze nutrizionali, si può intervenire per impedirne il peggioramento. Come accennato prima, si potrebbe aumentare l’apporto di cibi antiossidanti (mirtilli, more, cavolo verde, spinaci, succo di pompelmo, fragole, succo d’arancia), aumentare l’apporto di vitamine carenti, smettere di fumare e fare meno abuso di coloranti artificiali e trattamenti chimici per capelli. In caso di PHG è sempre meglio consultare un dermatologo che saprà dare un’accurata diagnosi ed eventualmente consigliare un trattamento farmacologico.

Molte culture considerano una testa piena di capelli bianchi un segno di saggezza. Quindi concentratevi sul mantenere il cervello attivo e il corpo forte, questo è quello che vi farà davvero sentire giovani!

REFERENZE

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Sorprendente processo fisiologico e “salva vita”: l’autofagia

L’autofagia, termine derivata dal greco “mangiare sé stesso”, è un processo fisiologico degradativo cellulare.  Questo sistema cosi sofisticato di “auto-alimentazione” è conservato nell’evoluzione, sia come sistema di rinnovamento intracellulare sia per la patogenesi delle malattie.

Tutti gli organismi viventi sono soggetti a continui rinnovamenti. Le cellule e le componenti intracellulari sono costantemente rimodellate e riciclate. Questo processo avviene, in parte, al fine di sostituire vecchi componenti con nuovi di migliore qualità. Tale ” ristrutturazione cellulare ” richiede la sintesi di nuovi componenti ma anche degrado di materiali preesistenti, che possono servire come “mattoni di costruzione”. Difatti, l’autofagia è un termine generico per tutti i percorsi attraverso cui il citoplasma e i suoi materiali vengono veicolati al lisosoma nelle cellule animali o al vacuolo nelle cellule vegetali e di lievito.

L’autofagia ha un ruolo centrale nel mantenere l’omeostasi cellulare e l’equilibrio tra sintesi e degradazione delle componenti cellulari. Difatti la sua funzione è quella di riciclare le componenti cellulari, sia per la normale omeostasi, sia per garantire la sopravvivenza della cellula in condizioni di stress. Attraverso l’autofagia possono essere eliminati lipidi, acidi nucleici, proteine, e strutture macromolecolari come aggregati proteici o interi organuli ed è essenziale nel rimuovere e distruggere virus e batteri che si sono intrufolati nel materiale cellulare. Inoltre essendo la sua capacità degradativa illimitata, eliminando organelli e proteine danneggiati, le cellule contrastano anche il loro invecchiamento.

Grazie allo sviluppo di sofisticati strumenti di ricerca, Il biologo giapponese Yoshinori Ohsumi, insignito del Nobel per la Medicina 2016, è riuscito a osservare i dettagli di questo processo nel lievito usato per fare il pane.

L’autofagia è attiva e svolge un ruolo fondamentale in tutte le fasi della vita, dall’embrione alla senescenza e se si svolge in maniera deregolata, si sviluppano patologie quali il cancro, malattie autoimmuni sistemiche, infettive, muscolari, neurodegenerative etc. L’autofagia, è un meccanismo omeostatico essenziale anche per i nostri preziosi neuroni.

Nonostante l’autofagia sia un processo fisiologico per la cellula, affinché inizi è necessario uno stimolo. Tra i vari segnali che sono in grado di regolare l’autofagia ci sono la carenza di nutrienti, di fattori di crescita, stress di varia natura come patogeni o determinati composti chimici, etc.

Negli ultimi dieci anni, l’autofagia ed il suo ruolo nell’immunità è cresciuto costantemente. Ulteriori studi sono in corso per comprendere il legame tra autofagia e infiammazione e le inevitabili sovrapposizioni con le funzioni metaboliche e di controllo della sua qualità. Per il momento, gli scienziati esaminando come essa influenza questi processi sono arrivati alla conclusione che mentre l’autofagia ha una capacità benefica di inibire l’infiammazione spontanea / endogena, la sua disregolazione sotto forma di attivazione persistente ma potenzialmente inefficiente può portare a patologie e contribuire a esiti dannosi.

Esprimendo in modo più diretto l’importanza dell’autofagia, basti immaginare che attraverso essa, le nostre cellule si rinnovano, si auto riciclano e i risvolti positivi che si hanno a livello sistemico, fisico e mentale, sono elevatissimi. Le nostre cellule si rigenerano e, sapendo, oramai, che ogni nostra singola cellula ha il suo orologio biologico interno, se non diamo al nostro organismo “tempo” per rilassarsi, se ogni tanto non gli diamo una “scossa” o non lo resettiamo (tramite l’autofagia), prima o poi “impazzirà”. È come fare un reset al nostro smartphone!!!

Come possiamo attivare tale processo? Ecco che in un regime di iperalimentazione che domina l’era odierna, entra in gioco la pratica del digiuno e / o del digiuno intermittente, mima-digiuno etc. Il messaggio comune che arriva è “non si mangia” ed è dannoso. In realtà non è esatta come definizione. Recenti studi dimostrano quanto le nostre cellule traggono beneficio da questa pratica, che attiva questo sofisticato e finemente regolato processo, l’autofagia. I suddetti protocolli, sono stati considerati come possibili induttori di aumento di % di casi di disturbi del comportamento alimentare (DCA). Purtroppo l’informazione sbagliata, unita alla poca collaborazione da parte di figure esperte, porta a non fidarsi e a seguire i dettami fai da te. Ancora, il non farsi seguire da un esperto, non solo quando si è arrivati già ad uno stato di malattia, ma per perseverare il nostro stato di salute, delle nostre cellule, per evitare che si raggiunga lo stato di malattia.

Numerosi studi dimostrano effetti benefici su diversi tipi di patologie, quali malattie neurodegenerative, autoimmuni (i.e. psoriasi), depressione, malati epilettici farmaco resistenti, nella prevenzione e cura adiuvante oncologica, ovviamente tutti strettamente seguiti da esperti nel campo. Ulteriori recenti ed interessanti studi correlano un non corretto funzionamento dell’autofagia con l’accumulo di proteine aggregate, dunque sviluppo di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. La futura comprensione di questi ed altri meccanismi alla base di tale sofisticato e sorprendente processo, potrebbe fornire un ulteriore crescita per lo studio e per lo sviluppo di nuove terapie per trattare tali patologie ma non solo.

Riferimenti bibliografici

[1] Stavoe, A.K.H., Neuroscience Letters (2018), https://doi.org/10.1016/j.neulet.2018.03.025

[2] Vojo Deretic & Daniel J. Klionsky (2018) Autophagy and inflammation: A special review issue, Autophagy, 14:2, 179-180, DOI: 10.1080/15548627.2017.1412229

[3]L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

[4] L. Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita

[5]  Mizushima N, Komatsu M. Autophagy: renovation of cells and tissues. Cell. 2011; 147: 728-741.

 

La Frutta Secca: protagonista delle tavole natalizie

Eccoci giunti nel mese di festa più amato da bambini e adulti; le case presto saranno ricche di addobbi natalizi, luci colorate, alberi di Natale e presepi. Ci sarà la corsa per i regali, la scelta del regalo perfetto tra originalità o utilità per evitare gli sprechi. Le tavole si riempiranno di dolciumi e cibi tradizionali. Ogni regione d’Italia ha le proprie tradizioni in fatto di primi piatti, secondi e dolci da consumare nelle giornate di festa.

Sulle tavole dei calabresi, ad esempio, troviamo gustosi antipasti come crespelle ripiene di alici, salumi Dop come salsiccia, capicollo, pancetta e soppressata con aggiunta di pecorino crotonese e caciocavallo silano. Tra i primi si consumano le “scillatelle” con ragù di maiale o minestra con verdure di campo e fagioli; mentre, tra i secondi, non può mancare il capretto al forno con patate o salsiccia accompagnata da broccoli saltati in padella e conditi con peperoncino. Tra i dolci, oltre al tradizionale panettone, ritroviamo i fichi a crocetta (fichi secchi con ripieno alle noci), torroncini, dolci al cedro e al bergamotto. A Crotone e nelle zone limitrofe si prepara la tipica “pitta ‘mpigliata” (dolce ripieno di frutta secca e uvetta), le “susumelle” (dolci caratteristici al cioccolato aromatizzati con chiodi di garofano e cannella) e i “crustoli” (dolcini fritti immersi nel miele).

Sulle tavole degli abruzzesi, ad esempio, troveremo zuppa di castagne e ceci o lasagna con macinato. Tra i secondi si mangerà l’agnello arrosto o il bollito di manzo; per quanto riguarda i dolci tradizionali, diversi per ogni provincia, vi sono: “calcionetti fritti” (panzerottini dolci con marmellata d’uva nera, ceci, noci tritate, mandorle triturate, mosto e cacao), ostie con ripieno di mandorle, noci e miele.

Sulle tavole dei friulani non è inusuale trovare brovada e muset (zuppa di rape e cotechino) con polenta o trippa con sugo e formaggio, cappone tra i secondi e come dolce la gubana (noci, mandorle, uvetta, miele, vino e rhum, avvolto in sfoglia).

Ogni regione italiana ha proprie tradizioni e dunque piatti differenti consumati negli stessi giorni di festa. Tuttavia, esiste un punto in comune, in quasi tutte le regioni spicca il largo consumo della frutta secca a fine pasto o utilizzata come ingrediente base per dolci natalizi.

I benefici apportati dalla frutta secca sono ormai riconosciuti dal mondo scientifico e se ne consiglia un uso giornaliero moderato. La frutta secca vanta un elevato contenuto di grassi insaturi, in particolare acidi grassi essenziali omega 3 e omega 6; Inoltre, aumenta il senso di sazietà, apporta numerosi benefici all’organismo ed è ricca di proteine, fibre e vitamine.

Le Noci

Le noci sono molto caloriche, apportano circa 650 kcal per 100 grammi. Dal punto di vista nutrizionale, in 100 g di noci, noteremo una quota minima di proteine e glucidi (16% e 12%) e oltre il 60% di grassi, il che spiega il loro elevato valore calorico.

I grassi contenuti nelle noci sono polinsaturi e apportano numerosi benefici alla salute. In particolare, contengono acidi grassi omega 3 e omega 6, importanti per l’azione di controllo che esercitano sui livelli di trigliceridi e colesterolo nel sangue. Le noci vantano anche una notevole quantità di minerali (come fosforo, potassio, magnesio, calcio, ferro e zolfo) e vitamine (tra le quali B1, B2, B6 ed E).

Secondo numerosi studi, le noci hanno un potentissimo ruolo antitumorale dovuto alla presenza di un polifenolo naturale, l’acido ellagico (EA), presente anche in altri frutti come bacche, melagrane ed uva. Un crescente numero di evidenze suggerisce che l’assunzione di EA è efficace nell’attenuare l’obesità e altre complicanze metaboliche, come l’insulino-resistenza, il diabete di tipo 2, la steatosi epatica non alcolica e l’arteriosclerosi. Le ricerche più recenti indicano che l’EA rallenta la crescita di cellule abnormi nel colon, previene lo sviluppo delle cellule infettate dal Papilloma Virus e promuove l’apoptosi (morte autoindotta) delle cellule cancerose della prostata. Ha anche effetti benefici sul cancro ai polmoni, alla gola, all’esofago e sui melanomi (tumori della pelle). Riduce le malformazioni fetali ed è un valido coadiuvante nella lotta contro le malattie cardiache.

Secondo un recente studio, una dieta a base di noci determinerebbe un deposito di acidi grassi polinsaturi nelle membrane delle cellule tumorali, svolgendo un effetto antinfiammatorio che andrebbe a bloccare la progressione del tumore. In particolare, lo studio è stato condotto su due gruppi di topi con carcinoma colon-rettale, uno nutrito con dieta isocalorica a base di noci e l’altro con dieta di controllo; Sono state riscontrate modificazioni che avvengono nei tessuti tumorali a livello di microRNA, piccole molecole in grado di modulare l’apoptosi, l’angiogenesi, la migrazione e la proliferazione cellulare; inoltre, l’aumento di alcuni microRNA è risultato avere effetti antinfiammatori, bloccando direttamente le ciclossigenasi-2, la diminuzione di altri microRNA, invece, permetteva di agire sui geni oncosoppressori rallentando la proliferazione delle cellule tumorali.

Le Mandorle

Le mandorle sono semi oleosi ricchi di acidi grassi polinsaturi, composti per il 5% da acqua, dal 49,2 % da grassi, dal 21,3 % da proteine, dal 12,2 % da fibre alimentari, dallo 0,7 % da amido, e dal 3 % da ceneri.

Hanno un buon contenuto di sali minerali ritroviamo, infatti, calcio, magnesio, ferro, potassio, rame, fosforo, zinco, selenio e manganese; ma sono anche ricche di vitamine come la vitamina A, la E e vitamine del gruppo B tra cui B1, B2, B3, B5, B6 e B9 (acido folico). L’organismo ha un estremo bisogno di acido folico in tutte le fasi della vita in particolare durante lo sviluppo embrionale, per questa ragione durante la gravidanza non deve mancare per garantire un’adeguata crescita del feto, riducendo così il rischio di malformazioni a carico del sistema nervoso centrale, del cranio e del cuore del nascituro. Le mandorle contengono anche beta-carotene, luteina e zeaxantina. Tra gli aminoacidi, si trovano l’acido aspartico e il glutammico, l’alanina, l’arginina, la glicina, la fenilalanina, l’istidina, l’isoleucina, la leucina, la lisina, la prolina, la metionina, la serina, la tirosina, il triptofano, la valina e la treonina. E’ presente anche una piccola quantità di laetrile, considerata una sostanza con proprietà antitumorali.

Le mandorle sono una straordinaria fonte di antiossidanti che aiutano a proteggere dallo stress ossidativo, evento dannoso responsabile dell’invecchiamento cellulare e dello sviluppo di tumori. I potenti antiossidanti sono concentrati soprattutto nella buccia e per questa ragione non sono da preferire le mandorle bianche sbucciate.

Anche se le mandorle hanno un elevato contenuto di lipidi, trattandosi prevalentemente di acidi grassi polinsaturi, il loro consumo è associato ad un ridotto rischio di malattie cardiovascolari.

Le mandorle sono ricche di magnesio, responsabile della riduzione dei livelli di zucchero nel sangue, migliorano, quindi, la funzionalità dell’insulina nei diabetici e la pressione sanguigna proteggendo dall’infarto del miocardio, dall’ictus e da problemi renali.

Secondo un recente studio, bevande a base di mandorle e olio d’oliva, arricchite con α-tocoferolo e acido docosaesaenoico (DHA), potrebbero essere utili nel modulare lo stress ossidativo e migliorare le prestazioni fisiche negli sportivi, pare, infatti, che la supplementazione migliori l’espressione genica degli enzimi antiossidanti nelle cellule del sangue dopo l’esercizio fisico nei giovani atleti.

Altra frutta secca

Le mandorle e le noci rappresentano la frutta secca più utilizzata durante le festività natalizie, ma la lista è sicuramente più ampia.

Durante il periodo natalizio si consumano anche i Pistacchi, altamente calorici ma che ostentano numerose proprietà; hanno una quantità di grassi ed un contenuto energetico inferiore rispetto alle noci e più alti livelli di vitamina K, γ-tocoferolo, potassio, fitosteroli, carotenoidi xantofilla, alcuni minerali (Cu, Fe e Mg), vitamine A, B6 e tiamina; hanno un alto potenziale antiossidante e anti-infiammatorio. La vitamina A, di cui sono ricchi, rallenta l’azione dei radicali liberi. Un recente studio, condotto su pazienti adulti malati di diabete di tipo 2, ha dimostrato che un consumo regolare e giornaliero di pistacchi può migliorare alcuni fattori di rischio cardiometabolico.

Le Nocciole apportano un buon quantitativo di vitamina E, oltre a grassi monoinsaturi e fitosteroli che aiutano a prevenire le patologie cardiovascolari. Tuttavia l’elevata quantità di lipidi le rende particolarmente caloriche.

Le Noci Amazzoniche conosciute anche come “Noci del Brasile”, sono ricchissime di proteine, hanno un alto contenuto di vitamina E e di acidi grassi polinsaturi. Apportano quantità elevate di selenio, infatti, due sole noci del Brasile al giorno bastano per assumerne la quantità giornaliera raccomandata. Hanno anche spiccate proprietà antiossidanti, caratteristica comune a tutta la frutta secca.

Le Noci Macadamia contengono acidi grassi monoinsaturi, carboidrati, fibre, minerali, proteine, vitamine (A, B1 e B2) e fibre che facilitano l’attività intestinale. Oltre a essere fra le noci più caloriche in assoluto, hanno una piccola quantità di grassi saturi, quindi è bene evitare un consumo eccessivo.

Le Noci Pecan, simili nell’aspetto alle noci, sono molto caloriche, contengono tra il 65 ed il 70% di olio, di cui il 75% è composto da acidi grassi monoinsaturi e il rimanente da polinsaturi. Uno studio condotto dal Centro di Neurobiologia Cellulare dell’Università del Massachussets, ha monitorato animali nutriti con queste noci, scoprendo come l’assunzione regolare del frutto sia associata ad un minor danno dei motoneuroni, unità cellulari la cui degenerazione può innescare importanti patologie degenerative.

I Semi di Zucca, nonostante le loro piccole dimensioni, sono un alimento ricco di proprietà benefiche. Vantano un elevato contenuto di triptofano, un precursore della serotonina che influenza l’umore e facilita il riposo notturno, contengono magnesio che aiuta a combattere stress, astenia, insonnia, ha un ruolo centrale nell’utilizzo dell’energia da parte dell’organismo, nel metabolismo osseo e nella trasmissione degli impulsi muscolari e nervosi. I semi di zucca contengono, inoltre, proteine altamente digeribili che contribuiscono a mantenere regolari i livelli di zucchero nel sangue, possiedono fibre che regolarizzano l’attività intestinale e fitosteroli che riducono il colesterolo cattivo.

I Semi di Arachide (noccioline americane), non sono consumate solo come frutto, da questi si ricavano anche l’olio e il burro contenente acido palmitico, dannoso per la salute dell’apparato cardiovascolare. Le noccioline americane sono costituite principalmente da grassi, proteine, minerali, fibre e vitamine tra cui la niacina, che protegge la salute del cervello e la circolazione sanguigna. Studi condotti da ricercatori dell’Università della Florida, hanno rivelato che la presenza di antiossidanti nelle arachidi è superiore a quella di mele, carote e barbabietole e paragonabile, invece, a quella di fragole e more. Sono, inoltre, un’ottima fonte di coenzima Q10 che, oltre ad esplicare una azione antiossidante e protettiva nei confronti dei radicali liberi, è fondamentale nella produzione di energia. Il loro apporto calorico è elevato, per cui è bene non esagerare con le quantità. Nonostante gli innumerevoli benefici, le noccioline americane, possono favorire, in soggetti predisposti, l’insorgenza di importanti reazioni allergiche.

L’Uvetta, invece, è un frutto utilizzato soprattutto come ingrediente nei dolci natalizi, ma oltre ad essere un alimento molto gustoso, è una buona fonte di polifenoli e antiossidanti. Diversi studi riportano gli effetti benefici dell’uva, incluse le proprietà anti-infiammatorie, l’attività è ancora più evidente a livello gastrico per gli estratti idroalcolici, principalmente utilizzati per la preparazione di integratori alimentari. Gli studi sono stati concentrati, in particolare, sull’attività anti-infiammatoria di cinque estratti di uva passa concentrandosi su interleuchina (IL) -8 e fattore nucleare (NF) -κB, i dati raccolti suggeriscono che il consumo di uvetta potrebbe conferire un effetto benefico contro le malattie infiammatorie gastriche.

Il consumo di frutta secca deve essere limitato, perché, pur possedendo evidenti proprietà benefiche, offre anche un profilo calorico che non può essere dimenticato soprattutto durante le festività, periodo in cui i piatti diventano abbondanti e ricchi di alimenti molto calorici.

Qualche consiglio

Un consiglio utile per evitare di assumere troppe calorie in queste giornate di festa è quello di non limitare l’apporto d’acqua e di non dimenticarsi del movimento, si consigliano lunghe passeggiate dopo i pasti e, quando possibile, limitare gli spostamenti in auto. Evitare il consumo di superalcolici e di fritture; al cibo fritto preferire la cottura a vapore, alla griglia, alla piastra o al forno. Nei condimenti è preferibile l’utilizzo di olio extra-vergine di oliva a crudo, un’alternativa all’apporto di sale potrebbe essere l’uso di erbe e spezie aromatiche per esaltarne i sapori. Per limitare l’apporto di zuccheri, preferire il consumo di frutta secca, macedonia di frutti di stagione o la  preparazione di sorbetti alla frutta senza aggiunta di latte. Bisogna, inoltre, non eccedere con il consumo di salumi, evitando antipasti elaborati, formaggi grassi (soprattutto nella preparazione dei piatti). Allo zucchero, nei dolciumi, si può preferire l’impiego del miele; per i secondi, invece, prediligere il pesce alla carne e se si deve preparare un soffritto, anziché fare uso del burro, è consigliabile l’utilizzo dell’olio extravergine di oliva, oppure una buona alternativa potrebbe essere far rosolare aglio e cipolla con vino bianco, perché l’alcool evapora con la cottura. Accompagnare ogni pasto con verdure di stagione, potrebbe essere una buona opportunità per apportare un ottimo quantitativo di fibre anche nelle giornate più critiche.

Non dimenticate di gustare ogni piatto e di divertirvi in compagnia. Buone Feste!

 

 

 

 

Dott.ssa Michela Zizza

 

 

Bibliografia

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Vino e salute – quando un rosso è meglio di un bianco

La principale differenza nella produzione di un vino rosso da quella di un vino bianco consiste nella MACERAZIONE, una delle fasi caratterizzanti la vinificazione in rosso, la quale prevede il contatto delle VINACCE (parte solida), composte da bucce e vinaccioli, con il MOSTO (parte liquida) ottenuti dalla PIGIATURA o pressatura delle uve. Il mosto d’uva contiene centinaia di sostanze disperse in acqua: 70-80% di zuccheri, sostanze pectiche e azotate, minerali e vitamine, acidi organici e inorganici, polifenoli e sostanze odorose, enzimi e microrganismi.

La quantità di zuccheri contenuta nel mosto dipende direttamente dalla quantità presente negli acini d’uva. Perciò più il mosto ne è ricco più alto sarà il grado alcolico del vino a causa di un processo di fermentazione alcolica, ossia di trasformazione degli ZUCCHERI, appunto, in ALCOL ETILICO.

 

La macerazione, che può proseguire insieme al processo di fermentazione alcolica, contribuisce a rendere il vino rosso ricco di colore, profumi e struttura grazie al processo di estrazione dei polifenoli dalle bucce.

 

Il TEMPO DI MACERAZIONE è uno dei fattori determinanti per garantire una corretta dissoluzione dei pigmenti e di altre sostanze presenti nelle bucce e che, dunque, conferisce carattere ed eleganza al prodotto finale. In particolare nei primi giorni di macerazione è massima l’estrazione di antociani, che in poco tempo conferiscono tonalità di rosso rubino, viola/blu al mosto in fermentazione e solo in parte vengono riassorbiti nuovamente dalle bucce, mentre con il passare del tempo aumenta l’estrazione dei polifenoli totali, fondamentali per una buona struttura del vino e per caratterizzarne il gusto.

Invece, durante la vinificazione dei VINI BIANCHI, il mosto viene separato dalle vinacce, in modo che non si verifichi l’estrazione dei pigmenti colorati. È bene precisare che, per i vini bianchi, vi è la possibilità di effettuare una criomacerazione (macerazione a freddo) degli acini con l’unico obiettivo di estrarre sostanze aromatiche ed altri pigmenti senza compromettere il caratteristico colore del vino bianco, che, in questo caso può essere destinato a evoluzione.

Dunque, il vino rosso, rispetto ad un bianco, possiede una maggiore percentuale di antociani e polifenoli, molecole dal forte potere antiossidante.

Riportiamo gli effetti di queste molecole:

 

  • POLIFENOLI: si distinguono in flavonoidi (resveratrolo nei vini rossi), fenoli semplici e tannini. Questi ultimi conferiscono struttura e corpo al vino rosso e, come tutti i polifenoli proteggono dall’insorgenza di arteriosclerosi e di malattie cardiovascolari ed inoltre, grazie al potere antiossidante prevengono l’invecchiamento cellulare e lo sviluppo di tumori.

 

  • ANTOCIANI o ANTOCIANINE: grazie all’azione antiradicalica hanno un effetto protettivo contro la fragilità capillare, invecchiamento cellulare, e soprattutto contro processi infiammatori e modificazioni cancerogene. (Vascular effects of wine polyphenols Dell’Agli M. et al., 2004)

 

Sebbene sono riconosciuti gli effetti benefici di queste molecole contenute nel vino rosso, non è assolutamente da sottovalutare la delicatezza e la qualità del buon vino bianco.

 

ATTENZIONE:

Già nella tradizione popolare il vino veniva consigliato per “SOSTENERE IL CUORE” ma NON bisogna SOTTOVALUTARE la pericolosità del contenuto alcolico, perciò occorre sempre bere con MODERAZIONE senza mai ESAGERARE!

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

La restrizione calorica potrebbe allungarci la vita?

Secondo un recente studio svolto dall’University of Wisconsin-Madison, la restrizione calorica nelle scimmie Rhesus aiuta a mantenerli in ottimo stato di salute, consentendogli un allungamento della vita. La riduzione dell’introito calorico, dunque, appare come un mezzo capace di influenzare anche l’invecchiamento.
Il team di ricerca ha identificato, inoltre, delle differenze tra i due sessi; Sono state riscontrate, tra maschio e femmina, delle diversità che riguardano la sensibilità all’insulina, ma non solo; pare, infatti, che le femmine, diversamente dai maschi, siano meno esposte agli effetti negativi causati da un elevato quantitativo di grasso corporeo.
I primati, protagonisti indiscussi dello studio presentato, potrebbero non essere gli unici a giovare della restrizione calorica, probabilmente, questa visione può essere estesa anche per gli esseri umani.

Bibliografia
University of Wisconsin-Madison

Dott.ssa Michela Zizza