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Intermittent Fasting: Arma utile contro il Diabete di tipo 2

Il diabete di tipo 2 è la tipologia di diabete più frequente, caratterizzata da un deficit di secrezione insulinico oppure da una impossibilità ormonale di agire in maniera soddisfacente (insulino-resistenza).

Il diabete di tipo 2 è la più comune comorbidità in caso di pazienti affetti anche da obesità importante e sindrome metabolica.

Circa una persona su 10 negli Stati Uniti e in Canada è affetta da diabete di tipo 2, patologia cronica, spesso associata ad altre disfunzioni di severa importanza. I cambiamenti dello stile di vita sono fondamentali per gestire la patologia, ma da soli non bastano nel controllo dei livelli di glucosio nel sangue.

La chirurgia bariatrica, pratica clinica e chirurgica, è una metodica invasiva efficace per combattere l’eccesso ponderale e migliorare le condizioni cliniche anche nel diabete; tuttavia non è esente da rischi e deve essere ben guidata da un team multidisciplinare che deve preparare il paziente fisicamente e psicologicamente all’intervento e alla vita successiva ad esso. I farmaci possono gestire i sintomi e aiutare a prevenire le complicazioni, ma non possono arrestare la progressione della patologia.
In Ontario, però, i medici dell’Ospedale di Scarborough, hanno cercato di migliorare le condizioni cliniche di questi pazienti diabetici, presentando loro un protocollo alimentare che prevedesse un lungo periodo di digiuno (intermittent-fasting).

I pazienti reclutati per lo studio sono tutti di sesso maschile e di età compresa tra i 40 e i 67 anni, assumevano insulina e tutti avevano un quadro clinico composto che includeva anche ipercolesterolemia e ipertensione, oltre alla patologia principale considerata.

Il 90% dei pazienti ha digiunato a giorni alterni per ben 24 ore, mentre il 10% ha digiunato per tre giorni a settimana.

Nei giorni di digiuno sono stati autorizzati a bere bevande a bassissimo contenuto calorico, come tè, caffè e acqua e a consumare un unico pasto ipocalorico alla sera.
Prima di intraprendere il regime di digiuno, tutti i pazienti hanno partecipato ad un seminario di formazione nutrizionale della durata di sei ore, che includeva anche informazioni relative allo sviluppo del diabete, al  suo impatto sul corpo e su come gestire la patologia attraverso la dieta.
I pazienti hanno sposato bene lo schema alimentare proposto portandolo avanti per circa 10 mesi, dopo i quali è stata valutata la glicemia a digiuno, la glicata (HbA1c), il peso e la circonferenza della vita.

I risultati ottenuti sono stati ottimali, considerando che tutti gli uomini sono stati in grado di interrompere l’iniezione di insulina entro un mese dall’inizio del programma dietetico. Nel 10% dei pazienti ci sono voluti solo cinque giorni per l’interruzione dei farmaci.

Hanno tutti perso peso (del 10-18%) e migliorato la condizione clinica di partenza oltre al fatto di aver ridotto e, in alcuni casi, abolito l’uso dei farmaci.
Questa serie di casi attuali ha mostrato che il regime di digiuno di 24 ore può invertire o eliminare in modo significativo la necessità di farmaci per i soggetti diabetici; tuttavia lo studio è stato applicato ad un numero ristretto di pazienti e tutti di sesso maschile quindi ulteriori indagini devono essere svolte per poter avere la certezza nell’efficacia del protocollo dietetico.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia
Suleiman Furmli, Rami Elmasry, Megan Ramos, Jason Fung. Therapeutic use of intermittent fasting for people with type 2 diabetes as an alternative to insulin. BMJ Case Reports, 2018;

La Frutta Secca: protagonista delle tavole natalizie

Eccoci giunti nel mese di festa più amato da bambini e adulti; le case presto saranno ricche di addobbi natalizi, luci colorate, alberi di Natale e presepi. Ci sarà la corsa per i regali, la scelta del regalo perfetto tra originalità o utilità per evitare gli sprechi. Le tavole si riempiranno di dolciumi e cibi tradizionali. Ogni regione d’Italia ha le proprie tradizioni in fatto di primi piatti, secondi e dolci da consumare nelle giornate di festa.

Sulle tavole dei calabresi, ad esempio, troviamo gustosi antipasti come crespelle ripiene di alici, salumi Dop come salsiccia, capicollo, pancetta e soppressata con aggiunta di pecorino crotonese e caciocavallo silano. Tra i primi si consumano le “scillatelle” con ragù di maiale o minestra con verdure di campo e fagioli; mentre, tra i secondi, non può mancare il capretto al forno con patate o salsiccia accompagnata da broccoli saltati in padella e conditi con peperoncino. Tra i dolci, oltre al tradizionale panettone, ritroviamo i fichi a crocetta (fichi secchi con ripieno alle noci), torroncini, dolci al cedro e al bergamotto. A Crotone e nelle zone limitrofe si prepara la tipica “pitta ‘mpigliata” (dolce ripieno di frutta secca e uvetta), le “susumelle” (dolci caratteristici al cioccolato aromatizzati con chiodi di garofano e cannella) e i “crustoli” (dolcini fritti immersi nel miele).

Sulle tavole degli abruzzesi, ad esempio, troveremo zuppa di castagne e ceci o lasagna con macinato. Tra i secondi si mangerà l’agnello arrosto o il bollito di manzo; per quanto riguarda i dolci tradizionali, diversi per ogni provincia, vi sono: “calcionetti fritti” (panzerottini dolci con marmellata d’uva nera, ceci, noci tritate, mandorle triturate, mosto e cacao), ostie con ripieno di mandorle, noci e miele.

Sulle tavole dei friulani non è inusuale trovare brovada e muset (zuppa di rape e cotechino) con polenta o trippa con sugo e formaggio, cappone tra i secondi e come dolce la gubana (noci, mandorle, uvetta, miele, vino e rhum, avvolto in sfoglia).

Ogni regione italiana ha proprie tradizioni e dunque piatti differenti consumati negli stessi giorni di festa. Tuttavia, esiste un punto in comune, in quasi tutte le regioni spicca il largo consumo della frutta secca a fine pasto o utilizzata come ingrediente base per dolci natalizi.

I benefici apportati dalla frutta secca sono ormai riconosciuti dal mondo scientifico e se ne consiglia un uso giornaliero moderato. La frutta secca vanta un elevato contenuto di grassi insaturi, in particolare acidi grassi essenziali omega 3 e omega 6; Inoltre, aumenta il senso di sazietà, apporta numerosi benefici all’organismo ed è ricca di proteine, fibre e vitamine.

Le Noci

Le noci sono molto caloriche, apportano circa 650 kcal per 100 grammi. Dal punto di vista nutrizionale, in 100 g di noci, noteremo una quota minima di proteine e glucidi (16% e 12%) e oltre il 60% di grassi, il che spiega il loro elevato valore calorico.

I grassi contenuti nelle noci sono polinsaturi e apportano numerosi benefici alla salute. In particolare, contengono acidi grassi omega 3 e omega 6, importanti per l’azione di controllo che esercitano sui livelli di trigliceridi e colesterolo nel sangue. Le noci vantano anche una notevole quantità di minerali (come fosforo, potassio, magnesio, calcio, ferro e zolfo) e vitamine (tra le quali B1, B2, B6 ed E).

Secondo numerosi studi, le noci hanno un potentissimo ruolo antitumorale dovuto alla presenza di un polifenolo naturale, l’acido ellagico (EA), presente anche in altri frutti come bacche, melagrane ed uva. Un crescente numero di evidenze suggerisce che l’assunzione di EA è efficace nell’attenuare l’obesità e altre complicanze metaboliche, come l’insulino-resistenza, il diabete di tipo 2, la steatosi epatica non alcolica e l’arteriosclerosi. Le ricerche più recenti indicano che l’EA rallenta la crescita di cellule abnormi nel colon, previene lo sviluppo delle cellule infettate dal Papilloma Virus e promuove l’apoptosi (morte autoindotta) delle cellule cancerose della prostata. Ha anche effetti benefici sul cancro ai polmoni, alla gola, all’esofago e sui melanomi (tumori della pelle). Riduce le malformazioni fetali ed è un valido coadiuvante nella lotta contro le malattie cardiache.

Secondo un recente studio, una dieta a base di noci determinerebbe un deposito di acidi grassi polinsaturi nelle membrane delle cellule tumorali, svolgendo un effetto antinfiammatorio che andrebbe a bloccare la progressione del tumore. In particolare, lo studio è stato condotto su due gruppi di topi con carcinoma colon-rettale, uno nutrito con dieta isocalorica a base di noci e l’altro con dieta di controllo; Sono state riscontrate modificazioni che avvengono nei tessuti tumorali a livello di microRNA, piccole molecole in grado di modulare l’apoptosi, l’angiogenesi, la migrazione e la proliferazione cellulare; inoltre, l’aumento di alcuni microRNA è risultato avere effetti antinfiammatori, bloccando direttamente le ciclossigenasi-2, la diminuzione di altri microRNA, invece, permetteva di agire sui geni oncosoppressori rallentando la proliferazione delle cellule tumorali.

Le Mandorle

Le mandorle sono semi oleosi ricchi di acidi grassi polinsaturi, composti per il 5% da acqua, dal 49,2 % da grassi, dal 21,3 % da proteine, dal 12,2 % da fibre alimentari, dallo 0,7 % da amido, e dal 3 % da ceneri.

Hanno un buon contenuto di sali minerali ritroviamo, infatti, calcio, magnesio, ferro, potassio, rame, fosforo, zinco, selenio e manganese; ma sono anche ricche di vitamine come la vitamina A, la E e vitamine del gruppo B tra cui B1, B2, B3, B5, B6 e B9 (acido folico). L’organismo ha un estremo bisogno di acido folico in tutte le fasi della vita in particolare durante lo sviluppo embrionale, per questa ragione durante la gravidanza non deve mancare per garantire un’adeguata crescita del feto, riducendo così il rischio di malformazioni a carico del sistema nervoso centrale, del cranio e del cuore del nascituro. Le mandorle contengono anche beta-carotene, luteina e zeaxantina. Tra gli aminoacidi, si trovano l’acido aspartico e il glutammico, l’alanina, l’arginina, la glicina, la fenilalanina, l’istidina, l’isoleucina, la leucina, la lisina, la prolina, la metionina, la serina, la tirosina, il triptofano, la valina e la treonina. E’ presente anche una piccola quantità di laetrile, considerata una sostanza con proprietà antitumorali.

Le mandorle sono una straordinaria fonte di antiossidanti che aiutano a proteggere dallo stress ossidativo, evento dannoso responsabile dell’invecchiamento cellulare e dello sviluppo di tumori. I potenti antiossidanti sono concentrati soprattutto nella buccia e per questa ragione non sono da preferire le mandorle bianche sbucciate.

Anche se le mandorle hanno un elevato contenuto di lipidi, trattandosi prevalentemente di acidi grassi polinsaturi, il loro consumo è associato ad un ridotto rischio di malattie cardiovascolari.

Le mandorle sono ricche di magnesio, responsabile della riduzione dei livelli di zucchero nel sangue, migliorano, quindi, la funzionalità dell’insulina nei diabetici e la pressione sanguigna proteggendo dall’infarto del miocardio, dall’ictus e da problemi renali.

Secondo un recente studio, bevande a base di mandorle e olio d’oliva, arricchite con α-tocoferolo e acido docosaesaenoico (DHA), potrebbero essere utili nel modulare lo stress ossidativo e migliorare le prestazioni fisiche negli sportivi, pare, infatti, che la supplementazione migliori l’espressione genica degli enzimi antiossidanti nelle cellule del sangue dopo l’esercizio fisico nei giovani atleti.

Altra frutta secca

Le mandorle e le noci rappresentano la frutta secca più utilizzata durante le festività natalizie, ma la lista è sicuramente più ampia.

Durante il periodo natalizio si consumano anche i Pistacchi, altamente calorici ma che ostentano numerose proprietà; hanno una quantità di grassi ed un contenuto energetico inferiore rispetto alle noci e più alti livelli di vitamina K, γ-tocoferolo, potassio, fitosteroli, carotenoidi xantofilla, alcuni minerali (Cu, Fe e Mg), vitamine A, B6 e tiamina; hanno un alto potenziale antiossidante e anti-infiammatorio. La vitamina A, di cui sono ricchi, rallenta l’azione dei radicali liberi. Un recente studio, condotto su pazienti adulti malati di diabete di tipo 2, ha dimostrato che un consumo regolare e giornaliero di pistacchi può migliorare alcuni fattori di rischio cardiometabolico.

Le Nocciole apportano un buon quantitativo di vitamina E, oltre a grassi monoinsaturi e fitosteroli che aiutano a prevenire le patologie cardiovascolari. Tuttavia l’elevata quantità di lipidi le rende particolarmente caloriche.

Le Noci Amazzoniche conosciute anche come “Noci del Brasile”, sono ricchissime di proteine, hanno un alto contenuto di vitamina E e di acidi grassi polinsaturi. Apportano quantità elevate di selenio, infatti, due sole noci del Brasile al giorno bastano per assumerne la quantità giornaliera raccomandata. Hanno anche spiccate proprietà antiossidanti, caratteristica comune a tutta la frutta secca.

Le Noci Macadamia contengono acidi grassi monoinsaturi, carboidrati, fibre, minerali, proteine, vitamine (A, B1 e B2) e fibre che facilitano l’attività intestinale. Oltre a essere fra le noci più caloriche in assoluto, hanno una piccola quantità di grassi saturi, quindi è bene evitare un consumo eccessivo.

Le Noci Pecan, simili nell’aspetto alle noci, sono molto caloriche, contengono tra il 65 ed il 70% di olio, di cui il 75% è composto da acidi grassi monoinsaturi e il rimanente da polinsaturi. Uno studio condotto dal Centro di Neurobiologia Cellulare dell’Università del Massachussets, ha monitorato animali nutriti con queste noci, scoprendo come l’assunzione regolare del frutto sia associata ad un minor danno dei motoneuroni, unità cellulari la cui degenerazione può innescare importanti patologie degenerative.

I Semi di Zucca, nonostante le loro piccole dimensioni, sono un alimento ricco di proprietà benefiche. Vantano un elevato contenuto di triptofano, un precursore della serotonina che influenza l’umore e facilita il riposo notturno, contengono magnesio che aiuta a combattere stress, astenia, insonnia, ha un ruolo centrale nell’utilizzo dell’energia da parte dell’organismo, nel metabolismo osseo e nella trasmissione degli impulsi muscolari e nervosi. I semi di zucca contengono, inoltre, proteine altamente digeribili che contribuiscono a mantenere regolari i livelli di zucchero nel sangue, possiedono fibre che regolarizzano l’attività intestinale e fitosteroli che riducono il colesterolo cattivo.

I Semi di Arachide (noccioline americane), non sono consumate solo come frutto, da questi si ricavano anche l’olio e il burro contenente acido palmitico, dannoso per la salute dell’apparato cardiovascolare. Le noccioline americane sono costituite principalmente da grassi, proteine, minerali, fibre e vitamine tra cui la niacina, che protegge la salute del cervello e la circolazione sanguigna. Studi condotti da ricercatori dell’Università della Florida, hanno rivelato che la presenza di antiossidanti nelle arachidi è superiore a quella di mele, carote e barbabietole e paragonabile, invece, a quella di fragole e more. Sono, inoltre, un’ottima fonte di coenzima Q10 che, oltre ad esplicare una azione antiossidante e protettiva nei confronti dei radicali liberi, è fondamentale nella produzione di energia. Il loro apporto calorico è elevato, per cui è bene non esagerare con le quantità. Nonostante gli innumerevoli benefici, le noccioline americane, possono favorire, in soggetti predisposti, l’insorgenza di importanti reazioni allergiche.

L’Uvetta, invece, è un frutto utilizzato soprattutto come ingrediente nei dolci natalizi, ma oltre ad essere un alimento molto gustoso, è una buona fonte di polifenoli e antiossidanti. Diversi studi riportano gli effetti benefici dell’uva, incluse le proprietà anti-infiammatorie, l’attività è ancora più evidente a livello gastrico per gli estratti idroalcolici, principalmente utilizzati per la preparazione di integratori alimentari. Gli studi sono stati concentrati, in particolare, sull’attività anti-infiammatoria di cinque estratti di uva passa concentrandosi su interleuchina (IL) -8 e fattore nucleare (NF) -κB, i dati raccolti suggeriscono che il consumo di uvetta potrebbe conferire un effetto benefico contro le malattie infiammatorie gastriche.

Il consumo di frutta secca deve essere limitato, perché, pur possedendo evidenti proprietà benefiche, offre anche un profilo calorico che non può essere dimenticato soprattutto durante le festività, periodo in cui i piatti diventano abbondanti e ricchi di alimenti molto calorici.

Qualche consiglio

Un consiglio utile per evitare di assumere troppe calorie in queste giornate di festa è quello di non limitare l’apporto d’acqua e di non dimenticarsi del movimento, si consigliano lunghe passeggiate dopo i pasti e, quando possibile, limitare gli spostamenti in auto. Evitare il consumo di superalcolici e di fritture; al cibo fritto preferire la cottura a vapore, alla griglia, alla piastra o al forno. Nei condimenti è preferibile l’utilizzo di olio extra-vergine di oliva a crudo, un’alternativa all’apporto di sale potrebbe essere l’uso di erbe e spezie aromatiche per esaltarne i sapori. Per limitare l’apporto di zuccheri, preferire il consumo di frutta secca, macedonia di frutti di stagione o la  preparazione di sorbetti alla frutta senza aggiunta di latte. Bisogna, inoltre, non eccedere con il consumo di salumi, evitando antipasti elaborati, formaggi grassi (soprattutto nella preparazione dei piatti). Allo zucchero, nei dolciumi, si può preferire l’impiego del miele; per i secondi, invece, prediligere il pesce alla carne e se si deve preparare un soffritto, anziché fare uso del burro, è consigliabile l’utilizzo dell’olio extravergine di oliva, oppure una buona alternativa potrebbe essere far rosolare aglio e cipolla con vino bianco, perché l’alcool evapora con la cottura. Accompagnare ogni pasto con verdure di stagione, potrebbe essere una buona opportunità per apportare un ottimo quantitativo di fibre anche nelle giornate più critiche.

Non dimenticate di gustare ogni piatto e di divertirvi in compagnia. Buone Feste!

 

 

 

 

Dott.ssa Michela Zizza

 

 

Bibliografia

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Il consumo di fruttosio come dolcificante e i suoi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea

Negli ultimi anni è stato osservato che il consumo di Fruttosio come dolcificante nella nostra dieta quotidiana è andato ad aumentare. Appare importante delineare le conseguenze ed i suoi effetti sul metabolismo umano e sulla composizione corporea. Andando a ritroso nel tempo si deve considerare che gli uomini non sono mai stati grandi consumatori di fruttosio, i nostri antenati, durante il Paleolitico, si procuravano il cibo prevalentemente attraverso la caccia, e di conseguenza la loro dieta alimentare era composta soprattutto da carne. Dal punto di vista nutrizionale essi introducevano elevate percentuali di proteine, moderate percentuali di grassi e basse percentuali di carboidrati, contenuti in vegetali che occasionalmente raccoglievano.                                                      A quel tempo la principale fonte di carboidrati era rappresentata dalla frutta in cui prevalevano zuccheri semplici, mentre il consumo di amido, maggiore rappresentante degli zuccheri complessi, era estremamente basso. Si potrebbe ipotizzare che la naturale tendenza a preferire alimenti dolci e zuccherini, risalga proprio a quest’epoca, quando lo zucchero scarseggiava.                                            Fino alle Crociate, il miele era il principale alimento dolce usato in quantità limitate dagli uomini, fino a quando le popolazioni dell’Europa occidentale non vennero a conoscenza dello zucchero utilizzato nel Medio Oriente. Tuttavia il consumo di zucchero rimase, comunque, basso fino al XVIII secolo, quando l’incremento del commercio intercontinentale con i paesi che coltivavano la canna da zucchero e lo sviluppo della tecnologia per l’estrazione e la raffinatura degli zuccheri furono disponibili ed efficienti. Lo zucchero divenne ben presto popolare, restando per poco tempo un prodotto di lusso. In Inghilterra il consumo di zucchero crebbe in maniera smisurata tra il XVIII e il XIX secolo, e con il XX secolo gli zuccheri diventarono molto abbondanti nella nostra dieta. Fino al 1960 il saccarosio rappresentò il dolcificante più utilizzato nelle diete, i monosaccaridi, glucosio e fruttosio, erano presenti in piccole quantità, essenzialmente ingeriti con la frutta. Successivamente, l’industria alimentare sviluppò e mise in atto tecnologie che permisero di estrarre amido dal mais, idrolizzarlo nel glucosio, e convertire parte di esso in fruttosio. Cominciarono così ad essere prodotti dolcificanti, derivanti dal mais, tra i quali lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS). L’elevato potere dolcificante dell’HFCS, le sue proprietà organolettiche, il suo basso costo, la sua capacità di garantire una lunga conservazione dei cibi, e la sua capacità di mantenere a lungo l’umidità nei prodotti da forno industriali, contribuirono ad un rapido incremento del suo consumo a scapito del saccarosio. A partire dal 1909, negli Stati Uniti, sono stati registrati ogni anno dati riguardanti il consumo annuale di saccarosio, HFCS e miele. Questi dati includono la misura del consumo individuale e partendo dal fruttosio utilizzato annualmente sia dai consumatori sia dall’industria, hanno fornito utili stime delle tendenze nel consumo di zuccheri aggiunti.                  Recenti valutazioni eseguite su dati raccolti tra il 1999 e il 2004, hanno stimato che il consumo di fruttosio medio è pari a 49 grammi al giorno indicando un consumo eccessivo di HFCS. Sulla base delle analisi statistiche condotte sul consumo di fruttosio, si deduce chiaramente che il consumo di fruttosio è aumentato negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni. I principali consumatori di fruttosio sono gli adolescenti ed i giovani adulti i quali fanno un uso sproporzionato di bevande zuccherate e prodotti da forno preconfezionati;  Il consumo di fruttosio è aumentato notevolmente tra il 1970 ed il 2007 e questo aumento è dovuto sia all’ utilizzo dell’ HFCS da parte delle industrie ma anche ad un aumento del Saccarosio ( lo zucchero da cucina ), classico dolcificante contenente Fruttosio. E’ abbastanza ben noto che molti disordini metabolici, sono causati da un eccessivo consumo di fruttosio. I principali danni ad esso attribuiti sono l’obesità, l’iperglicemia, insulino-resistenza, la dislipidemia e i disturbi aterosclerotici. Molti studi condotti sull’ uomo ed in particolare sui roditori, hanno mostrato gli effetti deleteri dell’eccesso di fruttosio in una dieta ipolipidica, ovvero con un basso contenuto di grassi, infatti nonostante il basso livello di grassi di queste diete, l’alto livello di fruttosio induce l’obesità, cioè un aumento della percentuale dei lipidi corporei. Alcuni dati inoltre ci mostrano che il fruttosio, anche se assunto in dosi moderate può causare l’ipertrigliceridemia (Aumento dei trigliceridi nel sangue). Infatti, il fruttosio viene completamente metabolizzato dal Fegato, mentre il glucosio è metabolizzato da tutte le cellule dell’organismo. Nel fegato, il fruttosio è   degradato attraverso un via metabolica detta fruttolisi, che converte il fruttosio in due molecole di piruvato, che possono essere convertite in acido lattico o entrare nei mitocondri, dove, dopo essere state convertite in AcetilCoA, entrano nel ciclo di Krebs.      Se la quantità di citrato prodotta è eccessiva, può fuoriuscire dai mitocondri e dare origine nel citoplasma delle cellule ad una via metabolica che produce ex novo lipidi nelle cellule epatiche, che saranno poi immessi nel sangue sotto forma di VLDL. E’ importante sottolineare che nella società moderna, il fruttosio ovviamente non può essere considerato l’unica causa dei disturbi metabolici suddetti, poiché è verosimile che queste patologie siano dovute ad una combinazione di più fattori di rischio, come appunto diete ricche di fruttosio ma anche diete iperlipidiche o scarsa attività fisica.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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La Sindrome dell’ovaio policistico (PCOS)

Nel 1935, Stein e Leventhal, definirono per la prima volta la PCOS come un quadro clinico caratterizzato da: oligomenorrea, irsutismo, obesità e spesso, Acanthosis nigricans (manifestazione cutanea caratterizzata da zone iperpigmentate, mal delimitate, che compaiono tipicamente a livello delle pieghe cutanee (collo, ombelico, inguine, ascelle). La pelle si presenta ispessita e vellutata, di colore più scuro (dal brunastro al nero) rispetto alle zone circostanti).

La sindrome è estremamente eterogenea, con quadri clinici sfumati o poco caratteristici (es. pazienti affette ma normopeso).

Da un punto di vista ecografico, essa è caratterizzata dalla presenza di ovaie aumentate di volume, con la presenza di numerose e grossolane formazioni cistiche.

La PCOS è associata ad insulino-resistenza ed iperinsulinemia (causa dell’Acanthosis), e nel 1980 venne definitivamente confermata l’alta frequenza di alterazioni metaboliche glucidiche nelle pazienti affette, fino a sfociare in una vera e propria sindrome metabolica (sindrome X).

La PCOS spesso ha un’elevata familiarità, tanto da suggerire un back-ground genetico predisponente, non di tipo mendeliano, ma piuttosto multigenico con fattori ambientali. Il difetto costituzionale che è alla base della sua fisiopatologia consiste in una iperproduzione di androstenedione (ormone steroideo prodotto dal surrene e dalle gonadi) con ridotta risposta in vivo allo stimolo fornito da concentrazioni fisiologiche di FSH (ormone follicolo-stimolante).

La correlazione tra iperandrogenismo ed alterazione del metabolismo dei carboidrati è nota gà dal 1921. In effetti, un’ insulino-resistenza, definibile come l’incapacità di una nota quantità di insulina di aumentare l’uptake e l’utilizzazione del glucosio è frequente nelle pazienti PCOS obese (BMI>25), ma anche nelle normopeso. Ne deriva che l’insulino-resistenza è geneticamente associata alla PCOS, indipendentemente dalla massa grassa e dal BMI e l’obesità determina un aggravamento del quadro clinico verso forme franche di diabete mellito.

Studi di linkage genetico per identificare loci genetici di suscettibilità, hanno consentito di dimostrare che l’Inositolo agisce come mediatore intracellulare dell’insulina. Esso ha 2 principali stereosomeri, il Myo inositolo (MYO) e il D-Chiro-inositolo (DCI). Il MYO o vitamina B7, è un nutriente fondamentale, idrosolubile come le vitamine del gruppo B, non viene immagazzinato nell’organismo, che ne produce tuttavia piccola parte, ma viene assorbito attraverso gli alimenti, in particolare lievito di birra, agrumi, cereali integrali, tuorlo d’uovo, noci, banane. In realtà fa parte delle non vitamine e la sua azione è strettamente legata ad altre vitamine del gruppo B, come biotina, acido folico e pantotenico. Il suo fabbisogno giornaliero è di 500 mg.

Nel plasma, la concentrazione ideale tra MYO e DCI è di 40:1, e nei tessuti il loro rapporto è regolato dall’enzima EPIMERASI. Il MYO migliora la funzionalita’ ovarica, con uptake del glucosio cellulare, sulla qualità e maturità ovocitaria. Nel fegato e nei tessuti responsabili dello stoccaggio del glicogeno, esso favorisce l’uptake del glucosio cellulare. Il DCI non ha nessuna influenza sulla funzione ovarica, ma attraverso la conversione del glucosio in glicogeno (stoccaggio intracellulare), comporta una riduzione dell’iperinsulinemia periferica.

In condizioni patologiche(PCOS ed insulino-resistenza) in cui il rapporto tra i 2 stereoisomeri non è più di 40:1 ,il MYO(MYO——-epimerasi>DCI) a livello ovarico si ha riduzione dell’uptake del glucosio cellulare, riduzione della qualità e maturità ovocitaria; a livello epatico aumento dell’uptake del glucosio cellulare con diminuzione della conversione del glucosio in glicogeno. Pertanto occorre riequilibrare il rapporto fisiologico delle concentrazioni tra MYO e DCI, con la supplementazione farmacologica ed alimentare di MYO e DCI insieme ad acido folico, per consentire la diminuzione delle conseguenze riproduttive metaboliche dell’insulino resistenza e dell’obesità. Infatti il MYO migliora la qualità ovocitaria ed embrionaria rispetto al solo supplemento con DCI e riduce le unità di r-FSH adoperate nei cicli di IVP ed inoltre migliora la sensibilità dei tessuti all’insulina in donne con PCOS insulino-resistenti ed obese. Pertanto, le nuove terapie farmacologiche, che escludono l’uso della metformina, un’ adeguato apporto alimentare ed una corretta attività fisica, consentono nella grande maggioranza dei casi il ripristino della funzionalità ovarica, la riduzione dell’obesità ed il miglioramento del quadro metabolico.

Riferimenti bibliografici:EhrmannD.A et al:Prevalence and predictors of the metabolic syndrome in women with polycytic ovary syndrome.
Larner J:D-Chiro inositol -its functional role in insulin action and its deficit in insulin resistnce.
Carlomagno G. et al :Myo-inositol in a new pharmaceutical form:a step forward to a broader clinical use.

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

Ruolo dell’alimentazione nella formazione dei calcoli biliari

I calcoli biliari (o litiasi), non sono altro che delle aggregazioni solide costituite più frequentemente da cristalli di colesterolo (e componenti minori) che si accumulano nel lume della colecisti.

La colecisti o cistifellea, è una piccola sacca piriforme contenente la bile, si collega al fegato attraverso i dotti epatici e al duodeno attraverso il coledoco. Come tutti i visceri cavi il suo volume varia a seconda del suo contenuto, allo stato di distensione media contiene da 50 a 60 cc di bile. La colecisti funziona come un serbatoio: la bile prodotta dal fegato viene in essa riversata, qui viene concentrata e poi espulsa nel duodeno attraverso una serie di contrazioni. La bile è un fluido costituito da acqua, acidi biliari, elettroliti, colesterolo, fosfolipidi e bilirubina, dove vengono escreti anche molti farmaci e tossine precedentemente metabolizzate nel fegato. Il ruolo principale della bile è quello di facilitare la digestione dei grassi permettendone l’assorbimento intestinale.

La patogenesi dei calcoli si sviluppa attraverso tre fasi:

  1. bile supersatura di colesterolo
  2. alterazione della motilità della colecisti
  3. rapida aggregazione dei cristalli di colesterolo

Nella fase 1, l’eccessiva presenza di colesterolo supera la capacità solubilizzante degli altri costituenti della bile (acidi biliari e fosfolipidi). Il colesterolo è una molecola non solubile in acqua ed essendo la bile un solvente acquoso, viene “reso solubile” grazie agli acidi biliari ed ai fosfolipidi che lo inglobano in strutture sferiche solubili in acqua (micelle miste) che, in questo modo, possono essere veicolate nella bile senza precipitare. Quando però, la presenza di colesterolo è eccessiva, viene rotto tale equilibrio e lo stesso precipita, inizialmente sotto forma di microcristalli, successivamente in cristalli di maggiori dimensioni. L’ipersaturazione di colesterolo nella bile può derivare sia da una maggiore captazione di questa molecola da parte del fegato (che contribuisce maggiormente), sia da una eccessiva produzione epatica. Nel  primo caso, vi è una maggiore disponibilità di colesterolo  alimentare, quindi una dieta squilibrata non fa altro che fornirne al fegato eccessive quantità: da qui l’accumulo in cristalli.

Nella fase 2 si verifica un difetto motorio della colecisti. In condizioni fisiologiche, la colecisti si contrae dopo un pasto per svuotarsi dell’80%, inoltre si contrae anche a digiuno ogni 2 ore per permettere uno svuotamento del 20%. Tali movimenti hanno lo scopo di creare un movimento continuo della bile verso l’intestino, ma soprattutto di evitare lo stazionamento prolungato della bile nella colecisti che favorirebbe la precipitazione dei cristalli. I difetti della contrattilità possono favorire dunque la stasi biliare e la formazione dei calcoli. Ancora oggi non è chiaro se tali difetti abbiano un’origine primaria, o secondaria e quindi dovuta sempre all’eccesso di colesterolo che favorirebbe un processo infiammatorio che provoca il deficit motorio.

Nella fase 3 si sviluppa una maggiore produzione di muco che, aumentando la viscosità della bile, favorisce il processo di nucleazione, e quindi  velocizza la formazione dei cristalli.

Il sintomo predominante della litiasi biliare è la colica biliare che si manifesta con dolore nell’ipocondrio destro o all’epigastrio e irradiazione verso la spalla. Il dolore generalmente perdura per più di mezzora e si presenta dopo i pasti. Tuttavia esistono anche casi in cui il soggetto è asintomatico. Tra le complicanze ricordiamo la più frequente che è la pancreatite acuta.

In linea generale il trattamento d’elezione è rappresentato dalla colecistectomia, grazie alla quale si elimina l’intero organo chirurgicamente e si evitano le recidive. In alcuni casi si sceglie di monitorare il paziente con le terapie mediche. L’alimentazione in quest’ultimo caso deve prevedere pasti leggeri e frequenti, evitando cibi eccessivamente grassi e pasti abbondanti, prediligendo verdura e frutta.

Nei paesi occidentali la litiasi rappresenta una delle più comuni e più costose patologie dell’apparato digerente. I fattori di rischio maggiormente legati a tale patologia sono: età avanzata, sesso femminile, eccedenza ponderale, familiarità, storia di diete dimagranti, bassi livelli epatici di colesterolo e alti di trigliceridi.

Uno stile di vita insano dunque, è direttamente coinvolto nello sviluppo dei calcoli biliari. Come per altre patologie , anche la litiasi riconosce elementi della sindrome metabolica (basso HDL, elevati trigliceridi, obesità e diabete), inoltre le due patologie  hanno in comune un fattore patogenetico molto rilevante che è l’insulino-resistenza. Le cattive abitudini alimentari dunque,  giocano un ruolo chiave nella comparsa della malattia:  accanto all’obesità anche le diete drastiche o lunghi periodi di digiuno aumentano il rischio della formazione dei calcoli.

La prevenzione di tale patologia prevede uno stile di vita sano, il mantenimento del peso corporeo ideale, una dieta ricca di fibre e povera di zuccheri raffinati e grassi animali e una attività fisica quotidiana. L’eccesso di colesterolo alimentare non  dipende soltanto da un eccedente consumo di alimenti che lo contengono, ma soprattutto dal consumo di cibi che portano, all’interno del nostro organismo, ad una eccessiva produzione dello stesso, quali ad esempio i carboidrati. Per cui una dieta sbilanciata a favore di pane, pasta, bevande zuccherine, dolci e similari potrebbe influenzare negativamente la formazione dei calcoli. Ricordiamo comunque che i fattori ambientali (dieta e stile di vita) sono sempre associati a quelli genetici, per cui affinché si possa sviluppare la patologia, è necessaria la concomitante presenza di entrambi i fattori.

Poiché dunque sulla genetica non possiamo (ancora) agire, il consiglio è quello di  fare prevenzione agendo sui fattori ambientali. È importante rispettare l’equilibrio tra i diversi alimenti, evitando di eccedere con le calorie e cercando di bilanciare e diversificare la dieta. L’attività fisica, inoltre, se praticata con regolarità, ci aiuta a mantenere il peso corporeo entro certi limiti e ad evitare l’accumulo di grasso a tutto vantaggio della massa muscolare.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.