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Bonifiche dei suoli: regole e tecnologie

Come si contamina un suolo?

Il D.lgs. 372/99 di attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento all’Art.2, c.1 definisce: «inquinamento», l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento di beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Un sito è contaminato quando è contaminata una o più di una delle matrici ambientali che lo compongono: suolo, sottosuolo, falda acquifera.

Le potenziali sorgenti di contaminazione del suolo sono: il fall out da emissioni in atmosfera, la dispersione su aree industriali non adeguatamente pavimentate, le perdite da reti di distribuzione ed impianti, le discariche non impermeabilizzate, i serbatoi interrati e fuori terra, l’attività agricola e zootecnica ed i rifiuti abbandonati.

Una contaminazione sarà tanto più estesa quanto è maggiore l’entità del fenomeno iniziale; contribuiscono inoltre alla distribuzione del contaminante la natura chimica della sostanza, la forza di gravità, il tempo che intercorre prima dell’intervento di risanamento e l’acqua d’infiltrazione e di falda (trasporto del contaminante lontano dalla sorgente).

Quando un sito è definito contaminato?

Il D.lgs.152/06 definisce potenzialmente contaminato un sito nel quale le concentrazioni nel suolo o nella falda di determinati inquinanti, elencati in apposite tabelle (Tab.1 e 2 Allegate alla Parte IV, Titolo V) superano le concentrazioni soglia di riferimento (CSC).

La tabella 1, per il suolo, contiene due colonne, A e B, con CSC differenti e funzionali ai differenti usi del sito (verde-residenziale o commerciale-industriale). La tabella 2 contiene le CSC per la falda.

Le aree industriali dismesse, quelle su cui è avvenuto uno sversamento o quelle soggette ad una riqualificazione edilizio-urbanistica sono sottoposte ad un’indagine ambientale per individuare eventuali superamenti delle CSC.

Una volta verificato il superamento delle CSC il sito è definito potenzialmente contaminato: le CSC sono quindi da intendersi come livelli di attenzione e non come limiti rigidi di riferimento. La potenziale contaminazione viene poi compiutamente descritta con il Piano di Caratterizzazione.

Il Piano di Caratterizzazione è l’insieme delle attività atte a descrivere le caratteristiche qualitative del suolo e delle acque di falda ed a costruire il modello di potenziale contaminazione del sito.

A questo punto la norma prevede un passaggio successivo, l’Analisi di Rischio Sito Specifica, che valuta i valori riscontrati in funzione delle caratteristiche geologiche, idrogeologiche dell’area ed in base all’utilizzo definitivo del sito.

Solo dopo questo passaggio il sito potrà essere definito non contaminato o contaminato.

Se il sito è effettivamente contaminato deve essere sottoposto ad un intervento di bonifica.

Tecniche di bonifica

Le tecnologie di bonifica dei siti contaminati sono scelte in funzione delle caratteristiche del sito, della matrice, dei contaminanti e della compatibilità ambientale della tecnologia stessa.

Gli interventi di bonifica si possono classificare in base alla matrice da trattare: interventi sul suolo ed interventi sulle acque sotterranee.

Si possono classificare anche in base al metodo, chimico-fisici e biologici, o in base alla tipologia di trattamento, quali: trattamenti In Situ (il terreno contaminato non viene rimosso per essere trattato), trattamenti Ex Situ (il terreno contaminato viene rimosso per essere trattato).

I trattamenti ex situ possono poi dividersi in On Site (con impianti mobili utilizzati sul sito) e Off Site (con impianti fissi esterni alla zona contaminata).

Esiste anche la possibilità della Messa in Sicurezza Permanente (MISP) che prevede confinamento del materiale contaminato nel sito stesso mediante capping ovvero coperture impermeabili realizzate in diversi materiali.

Considerazioni generali sullo stato delle bonifiche

Purtroppo, nonostante il D.lgs.152/06 auspichi il ricorso a tecnologie in situ evitando così l’impatto ambientale dei mezzi di trasporto ed il trasferimento dei materiali contaminati in altre aree, la modalità di bonifica più frequentemente utilizzata è lo scavo e successivo conferimento in discarica (confinamento ex situ off site) o ad impianti di trattamento che mediante vagliatura e riduzione volumetrica producono materiali riciclati da utilizzare per riempimenti, sottofondi, ecc..

Questa situazione si verifica perché nella maggior parte dei casi non è il responsabile della contaminazione ad eseguire l’intervento di bonifica ma un soggetto terzo che ha interesse a riqualificare il sito per poter poi sviluppare progetti dai quali trarne ovviamente un beneficio economico.

Ciò comporta quindi la necessità di realizzare interventi il più possibile veloci ed efficaci.

Spesso invece gli interventi in situ, se basati su tecnologie di tipo biologico, durano troppo a lungo e non garantiscono il raggiungimento dei limiti di legge rendendo necessario un successivo intervento più risolutivo.

Cosa sono i SIN e i SIR?

Alcuni siti per estensione e per complessità sono stati definiti Siti di Interesse Nazionale (40) o Siti di Interesse Regionale (7). Alcuni esempi sono: SIN Area ex Falck di Sesto San Giovanni, SIN Bagnoli, SIR Bovisa-Milano, SIR Cerro al Lambro.

In questi casi la competenza del procedimento di bonifica è del Ministero del Territorio e della Tutela del Mare per i SIN e delle regioni per i SIR.

I dati raccolti, contenuti nelle anagrafi/banche dati regionali, con esclusione dei SIN ci indicano sul territorio nazionale circa 29.700 siti registrati, di cui oltre 13.200 hanno concluso il procedimento di bonifica.

Fonti


D.lgs. 372 del 1999

D.lgs. 152 del 2006

ISPRA

Un batterio moderno: la salmonella nelle preparazioni carnee.

Molto spesso si sorvola sulla possibilità di contrarre una tossinfezione alimentare causata da un determinato batterio patogeno, negli alimenti considerati “sicuri”. La mia attenzione è stata catturata dalle preparazioni carnee, le quali secondo il Reg. CE 853/2005 le definisce come : “carni fresche, incluse le carni ridotte in frammenti, che hanno subito aggiunta di prodotti alimentari, condimenti o additivi o trattamenti non sufficienti a modificare la struttura muscolo-fibrosa interna della carne e ad eliminare quindi le caratteristiche delle carni fresche. Dunque, lo stile di vita odierno caratterizzato da tempi limitati da dedicare  alle attività culinarie hanno determinato il favore delle persone a questi prodotti, che hanno visto, nel corso dell’ultimo decennio un significativo incremento della loro diffusione sul mercato. A fronte degli aspetti vantaggiosi per il consumatore, è necessario sottolineare che le preparazioni carnee sono alimenti che sotto il profilo igienico presentano fattori intrinseci di rischio, derivanti da punti critici nelle fasi delle produzioni e commercializzazione. Tali fattori sono attribuibili in primo luogo alle caratteristiche fisiche della derrata: prodotto fresco con aggiunta di vegetali, spezie formaggi od altri ingredienti non carnei che possono importare microrganismi estranei alle carni. In secondo luogo, intervengono fattori relativi alla lavorazione, che prevedendo una manipolazione elevata può potenzialmente favorire la moltiplicazione microbica. Noti, sono inoltre, i pericoli di contaminazione crociata durante l’utilizzo di attrezzature che non sono tenute in adeguate condizioni igieniche. Da ultimo, ma non per importanza, sono dei prodotti confezionati che hanno una vita commerciale media di 5-7 giorni e che sono sottoposti alla catena del freddo sia nel trasporto che nello stoccaggio della vendita, come definisce il Reg.CE  2073/2005 introducendo due tipi di criterio  CSA (criterio di sicurezza alimentare- che include o seguenti patogeni e/o tossine: Salmonella, Listeria, monocytogenes, Enterobacter sakazakii, Escherichia coli) e CIP (criterio di igiene di processo – verifica il funzionamento igienicamente accettabile del processo di produzione e rappresenta un valido strumento di autocontrollo include: conta microbica aerobi a 30°C, Enterobacteriacee, Escherichia coli e Stafilococchi coagulasi positivi).

In riferimento a quanto detto fino a qui la Salmonella va ricercata in prodotti immessi sul mercato su:

  • Carni macinate e preparazioni a base di carne destinati ad essere consumati crudi,
  • Carni macinate e preparazioni a base di carne di pollame destinati ad essere consumati cotti,
  • Carni separate meccanicamente

In tutti questi casi, ovviamente la Salmonella deve essere assente nei 25 grammi di prodotto preso in esame (Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea L.338/11). La rilevazione di Salmonella negli alimenti fa riferimento al protocollo riportato nel metodo UNI EN ISO 6579:2008.

 

Salmonella e alimenti

L’ubiquitarietà e la capacità di Salmonella a temperature comprese fra 7°C e 46°C fa si che qualsiasi alimento manipolato o conservato in modo non corretto possa essere fonte di infezione. Molti episodi di tossinfezione alimentare sono infatti causati dall’ingestione di alimenti per i quali la gestione della catena del freddo tra preparazione/trasformazione e consumo non è corretta, rendendo possibile, nel tempo intercorso la moltiplicazione dei batteri presenti (Synnott, 1998). Le Salmonelle non sopravvivono all’ebollizione, pastorizzazione, alla salatura né alla irradiazione con raggi gamma dei cibi (Moroni et al., 2008). In particolare nelle carni i fattori che influenzano la crescita batterica sono: la temperatura, l’aw (attività dell’acqua), il pH, le concentrazioni saline e la presenza di eventuali additivi (Zambonelli et al. 1992). Tra le carni rosse, la frequenza maggiore è stata riscontrata nelle carcasse di pecora, maiale ed in minor percentuale nelle carni bovine, la carne macinata rappresenta un substrato particolarmente favorevole alla crescita batterica, proprio perchè presenta tutte le caratteristiche sopra indicate. Possibilità di essere contaminati sono anche uova, pesce.

Sebbene gli animali e gli alimenti di origine animale rappresentino gli ospiti principali della Salmonella, essa è riscontrata anche nell’ambiente (acqua, suolo, alimenti di origine vegetale, tutto ciò è dovuto alla contaminazione attraverso le feci sia di origine umana sia animale. La Salmonella è molto comune nelle acque reflue(attraverso le quali può diffondersi in ambienti acquatici come torrenti, fiumi e laghi, rappresentando una fonte di contaminazione del suolo e di conseguenza anche dei vegetali (Lemarchand e Lebaron, 2002).

 

Salmonellosi.

La Salmonella appartiene alla famiglia delle Enterobacteriacee ed è inserita nel gruppo dei batteri patogeni, (Darwin e Miller, 1997), è un gram-negativo, aerobio o anaerobio facoltativo, catalasi positivo e ossidasi negativo. È in grado di sopravvivere e moltiplicarsi all’interno delle cellule fagocitiche, provocando un’infiammazione granulomatosa. Vediamo nello specifico cosa può causare l’infezione da Salmonella. Durante le varie fasi dell’infezione intervengono diversi fattori di virulenza (Wallis e Galyov, 2000): il superamento della barriera gastrica avviene grazie a sistemi di difesa che permettono la sopravvivenza del batterio in ambienti a pH acido (Slauch et al., 1997); l’attraversamento dell’epitelio intestinale e la sopravvivenza all’interno dei macrofagi sono determinati da specifici enzimi (Gunn et al., 2000). Nell’uomo la salmonellosi possono causare malattie intestinali trasmissibili per contagio oro-fecale (gastroenteriti, febbre tifoide e paratifoide, setticemie) o mediante alimenti di origine animale. La gastroenterite è un’infiammazione della mucosa dello stomaco e dell’intestino che si  manifesta prevalentemente con sintomi del tratto gastroenterico superiore causando anoressia, nausea, vomito e diarrea  (Votey et al., 1999). Questi sintomi compaiono dopo le 12-24 ore dopo l’ingestione di alimenti contaminati da microrganismi. La malattia è di regola benigna dura da 1 a 4 giorni, talvolta però può manifestarsi in forma più grave (James et al., 2009). Tutti i sierotipi di salmonella, in casi eccezionali, soprattutto nei soggetti immunodepressi e nei neonati, invece di provocare enterecoliti, danno luogo a batteriemia, accompagnata da localizzazioni a carico di tutti gli organi ed apparati con conseguente comparsa di meningite, osteomielite, artrite, broncopolmonite, ascesso epatico (Spinello et al., 2009).

 

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Edifici e salute: il radon uno dei nemici da conoscere.

Cos’è il radon?

Si trova nel terreno e nelle rocce di tutta la crosta terrestre in quantità variabile. La sua migrazione dalle rocce avviene in ambiente aperto, per dispersione in atmosfera e qui la concentrazione di radon non raggiunge mai livelli elevati oppure negli edifici dal suolo o dai materiali da costruzione in particolare il tufo, terre e rocce da cave.

Qual è il valore corretto?

La concentrazione di radon in aria si misura in Bq/m3 (Becquerel per metro cubo).
All’aria aperta, vicino al suolo, si possono misurare valori intorno a 10 Bq/m3, mentre in ambienti chiusi si possono raggiungere concentrazioni elevate, fino a migliaia di Bq/m3.
La concentrazione dipende da quanto uranio è presente nel terreno sottostante l’edificio. Il gas migra dal suolo (o dai materiali da costruzione) e penetra all’interno degli edifici attraverso fessure microscopiche, attacchi delle pareti al pavimento, passaggi dei vari impianti.
I livelli di radon sono generalmente maggiori nelle cantine e ai piani bassi.
La concentrazione inoltre è soggetta a forti variazioni sia spaziali che temporali:

  • edifici anche vicini possono avere concentrazioni molto diverse
  • forti variazioni tra giorno e notte, estate e inverno e tra diverse condizioni meteorologiche.

A causa di queste fluttuazioni, per avere una stima precisa della concentrazione media di radon in un edificio è necessario fare una misurazione per una durata sufficientemente lunga, preferibilmente un anno.
La principale esposizione al radon è:

      • in casa,
      • nei luoghi di lavoro
      • nelle scuole.

Il radon si distribuisce uniformemente nell’aria di una stanza e i suoi prodotti di decadimento si attaccano al particolato (polveri, aerosol) dell’aria e poi si depositano sulle superfici dei muri, dei mobili ecc. La maggior parte del radon che inaliamo viene espirata prima che decada ma una piccola quantità si trasferisce nei polmoni, nel sangue e, quindi, negli altri organi, mentre i prodotti di decadimento si attaccano alle pareti dell’apparato respiratorio e qui irraggiano (tramite le radiazioni alfa) soprattutto le cellule dei bronchi. Il radon si può trovare anche nell’acqua potabile. La concentrazione è molto variabile e minore rispetto alla sua presenza in atmosfera; può comunque rappresentare una fonte di esposizione dello stomaco a radiazioni ionizzanti.

Ma quali sono gli effetti sulla salute?
Il principale danno per la salute è un aumento statisticamente significativo del rischio di tumore polmonare. L’Oms, attraverso l’Iarc, ha classificato il radon appartenente al gruppo 1 delle sostanze cancerogene per l’essere umano. A livello mondiale, il radon è considerato il contaminante radioattivo più pericoloso negli ambienti chiusi. E’ stato valutato che il 50% circa dell’esposizione media delle persone a radiazioni ionizzanti è dovuto al radon. Il radon è un gas inodore, incolore e insapore, quindi non siamo in grado di percepirne la presenza ed il relativo pericolo che è legato all’inalazione.

Cosa dice la normativa? 
D.lgs.241/00
Negli ambienti di lavoro, in Italia => 500 Bq/metro cubo, superato il quale il datore di lavoro deve valutare in maniera più approfondita la situazione e, se il locale è sufficientemente frequentato da lavoratori, intraprendere azioni di bonifica. La concentrazione di radon deve essere misurata in tutti i luoghi di lavoro sotterranei (tunnel, sottovie, catacombe, grotte, locali sotterranei e altri ambienti di lavoro situati in “zone a rischio radon”, stabilimenti termali).
Per le abitazioni che non sono oggetto della normativa nazionale si fa riferimento alla Raccomandazione CEE n° 90/143 del 21/2/1990. Questa suggerisce 400 Bq/m3 come limite d’intervento per edifici già esistenti e 200 Bq/m3 come limite di progetto per nuove costruzioni.
Ma la normativa è in evoluzione. E’ stata infatti recentemente pubblicata la DIRETTIVA 2013/59/EURATOM che da indicazione agli stati membri di adottare livelli di riferimento inferiori a 300 Bq/m3 per i luoghi di lavoro e per le abitazioni.
Entro il 2018 gli stati membri dovranno recepire nella normativa nazionale le indicazioni della Direttiva europea.
Linee guida Oms e Commissione europea
Nell’acqua potabile:

  •  > 100 Bq/litro =>un’intensificazione dei controlli
  •  > 1000 Bq/litro =>azioni immediate

Consiglio superiore di sanità 
Nelle acque minerali e imbottigliate è raccomandata una concentrazione di radon < i 100 Bq/litro (32 Bq/litro per le acque destinate ai bambini e ai lattanti).

Quali sono i livelli in Italia?
Negli anni ’90 è stata realizzata una campagna di misura nazionale.
Le misure sono state condotte per un anno in un totale di circa 5000 abitazioni situate a diversi piani.
La media annuale nazionale della concentrazione di radon è risultata pari a 70 Bq/m3, superiore a quella mondiale che è stata stimata intorno a 40 Bq/m3.
I risultati mostrano come in Lombardia, così come nel Lazio, siano state riscontrate le più elevate concentrazioni di radon; seguono il Friuli Venezia Giulia e la Campania.

Come proteggersi?  
Evidentemente non è possibile eliminare del tutto il radon dagli ambienti in cui si vive, ma ci sono diversi modi (con diversa efficacia) per ridurne la concentrazione nei luoghi chiusi.
Non mi dilungo in questo articolo sugli interventi tecnici da adottare per il risanamento di edifici con elevati livelli di radon ma alcuni suggerimenti possono aiutarci a ridurre il problema.

  • migliorare la ventilazione dell’edificio, garantendo un elevato numero di ricambi d’aria, può considerevolmente ridurre il livello di radon
  • evitare la permanenza in cantine o locali interrati per lungo tempo se non si conoscono i livelli di radon presenti
  • in caso di nuove costruzioni assicurarsi prima dell’acquisto che si adottino o siano stati adottai criteri anti-radon, come ad esempio sigillare le possibili vie di ingresso dal suolo, predisporre un vespaio di adeguate caratteristiche cui poter facilmente applicare, se necessario, una piccola pompa aspirante ecc..

Come sempre…niente allarmismi ma impariamo a porre attenzione ad aspetti che fino a poco tempo fa non sapevamo neppure che esistessero!

Fonte dei dati:

ISPESL: Il radon in Italia: guida per il cittadino
Ministero della Salute
ISPRA: Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
ARPA Lombardia
Le norme citate nell’articolo

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Cos’è la legionella? Niente allarmismi ma buon senso

 E’ certamente capitato a tutti di sentir parlare di legionella, di morbo del legionario e così via…

Ma esattamente di cosa parliamo?

Quali sono i rischi associati a questa malattia?

Quali sono gli elementi scatenanti?

Con un linguaggio semplice ma esaustivo cerchiamo di dare alcune risposte.

Il Morbo del Legionario, detto anche legionellosi, è una malattia polmonare sostenuta da un batterio : Legionella pneumophila. Il nome della malattia, indubbiamente un po’ originale e che evoca paesi ed ambienti esotici, in realtà deriva da un evento verificatosi negli USA e che ha interessato degli ex legionari. In particolare in occasione del raduno nel 1976 della Legione Americana, a Philadelphia, si diffuse un’epidemia di polmonite. Furono colpite circa 221 persone di cui almeno una trentina morì. Il batterio, fino ad allora sconosciuto, fu studiato e prese quindi il nome di “Legionella”, dai legionari, e pneumophila in quanto “amica dei polmoni”. Si comprese poi che la fonte di contaminazione era da ricercare nel sistema di condizionamento della sala. Lo studio del microrganismo ha evidenziato almeno 50 specie  di legionella con sviluppo di patologie a diversa virulenza.

In sostanza distinguiamo tra:

  • la legionellosi vera e propria è una polmonite infettiva con caratteristiche cliniche che non permettano di distinguerla da altre forme di polmonite (spesso con conseguente ritardo nella diagnosi)
  • la febbre Pontiac, una forma molto meno grave.

In entrambi i casi la terapia è antibiotica.

Ma dove troviamo la legionella?

La legionella è un batterio così detto “ubiquitario”.
Si trova comunemente in moltissimi ambienti naturali e non è quindi necessario essere in presenza di situazioni di degrado perché si sviluppi.
Questo vuol dire che non abbiamo dei parametri, che con un’evidente alterazione, ci possano indurre a sospettarne la presenza. Possiamo solo selezionare e monitorare gli ambienti nei quali, per caratteristiche chimico, fisiche e biologiche, la legionella può vivere e svilupparsi con maggiore facilità e su questi effettuare l’adeguata prevenzione. Le legionelle vivono in ambienti ad elevata umidità o in ambienti acquatici sia naturali che artificiali: acque sorgive, acque termali, fiumi, laghi, pozze, e così via. Da questi ambienti passano ai sistemi artificiali, come tubature di acquedotti, reti idriche degli edifici, serbatoi, e fontane. Possono svilupparsi anche nelle e piscine, nelle vasche idromassaggio ed in tutti i sistemi alimentati dall’acqua come i condizionatori o i soffioni delle docce. Legionelle sono state trovate persino nel velo d’umidità degli angoli delle finestre!

Il range di temperatura ottimale è tra i 20°C ed i 45°C, oltre i 60°C il batterio muore: dato fondamentale nelle attività di prevenzione.

Gli ambienti in cui legionella arriva e si moltiplica fungono quindi da serbatoi e da disseminatori del batterio. La legionellosi viene contratta per inalazione di aerosol contaminato dal batterio e  quanto più piccole sono le gocce tanto maggiore è il rischio di inalazione. E’ evidente che dobbiamo stare attenti a tutte quelle situazioni che maggiormente portano alla formazione di areosol: condizionatori, vasche idromassaggio, docce ferme da tempo, e così via.

Ma qual è realmente il rischio che si corre?

Nel 2014, anno con il più alto tasso di casi in Europa, sono stati registrati  6941 eventi (circa 13 casi su 1 milione ). In generale Francia, Germania, Italia, Portogallo e Spagna registrano insieme il 74% dei casi europei. Possiamo affermare quindi che, nonostante la diffusione del batterio, la malattia umana è certamente rara. In ogni caso viene contratta con la copresenza di fattori predisponenti quali: età avanzata, malattie croniche, immunodeficienza e tabagismo.

E’ mortale?

Indicativamente nel  5% e il 10% dei casi (quindi al massimo per una persona su un milione) ed è strettamente correlata allo stati fisico del soggetto che contrae la malattia ed alla tempestività di diagnosi e profilassi.

E allora ci dobbiamo preoccupare? Dobbiamo fare prevenzione?

In generale è raccomandabile effettuare pulizia e manutenzione periodica dei potenziali serbatoi del microrganismo: condizionatori con formazione di condensa, piscine, vasche idromassaggio, docce quando soprattutto vengono riattivate dopo un periodo di inattività.
La manutenzione potrà essere effettuata da ditte specializzate, per esempio nel caso di piscine o vasche idromassaggio, ma potrà anche essere effettuata dall’utilizzatore con impiego di acqua molto calda (anche 70-80°C) da far scorrere a lungo nel caso di docce inattive, con l’accortezza di non respirare in prossimità della nube di aerosol che si forma durante la fuoriuscita dell’acqua.
Dove è possibile, oltre alla pulizia meccanica o allo schok termico, è raccomandabile la disinfezione chimica con prodotti a base di cloro al quale il batterio è estremamente sensibile.

In conclusione niente allarmismi e un po’ di buon senso nella gestione dei propri impianti.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.