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Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

BIBLIOGRAFIA

  • Verschuren et al., Functional Foods: Scientific and Global Perspectives, British Journal of Nutrition (2002), 88, Suppl. 2, S125–S130.
  • Peluso et al., Antioxidant, Anti-Inflammatory, and Microbial-Modulating Activities of Nutraceuticals and Functional Foods, Oxidative Medicine and Cellular Longevity Volume 2017, Article ID 7658617, 2 pages.
  • Serafini et al., Functional Foods for Health: The Interrelated Antioxidant and Anti-Inflammatory Role of Fruits, Vegetables, Herbs, Spices and Cocoa in Humans, Current Pharmaceutical Design, 2016, 22, 6701-6715.
  • Ortega, Importance of functional foods in the Mediterranean diet, Public Health Nutrition, 2006: 9(8A), 1136–1140.
  • Özen et al., Consumption of functional foods in Europe; a systematic review, Nutr Hosp. 014;29(3):470-478.
  • Butnariu et al., Design management of functional foods for quality of life improvement, Annals of Agricultural and Environmental Medicine 2013, Vol 20, No 4, 736–741.
  • Alkhatib et al., Functional Foods and Lifestyle Approaches for Diabetes Prevention and Management, Nutrients 2017, 9, 1310.
  • Miranda et al., Egg and Egg-Derived Foods: Effects on Human Health and Use as Functional Foods, Nutrients 2015, 7, 706-729.

Dieta, microbiota e prevenzione del carcinoma colon-rettale (CRC)

“Siamo quello che mangiamo”. Questa frase è stata confermata da molti studi che hanno dimostrato che la nutrizione ha un alto impatto sul rischio di insorgenza di numerose patologie come quelle cardiovascolari o tumorali. I fattori dietetici sono tra i principali ad avere una maggiore rilevanza nell’evoluzione del carcinoma colon-rettale (CRC). Nella patogenesi del CRC sono coinvolti diversi aspetti inclusi la predisposizione genetica, lo stile di vita, l’età e la presenza di infiammazioni croniche in atto. Solo recentemente è stato riconosciuto che il microbiota intestinale potrebbe costituire un importante anello mancante nell’interazione tra dieta ed un possibile successivo sviluppo della patologia tumorale. I fattori dietetici, infatti, influenzano in maniera importante la composizione del microbiota intestinale. Diversi studi pre-clinici e clinici hanno recentemente suggerito che uno squilibrio del microbiota intestinale potrebbe essere potenzialmente una tra le cause di insorgenza di CRC.

I fattori dietetici possono favorire la carcinogenesi apportando modifiche a livello del microbiota commensale,  agendo soprattutto su particolari popolazioni batteriche quali: Fusobacterium nucleatum, Escherichia coli, Akkermansia muciniphila o Bacteroides fragilis. E’ stato recentemente scoperto che, in particolare, sia  il ceppo Akkermansia muciniphila ad influenzare la risposta del tumore agli agenti chemioterapici ed agli inibitori del checkpoint immunitario.

Nonostante il successo degli screening mediante colonscopia ed i recenti progressi nella cura del cancro, il CRC rimane tutt’oggi una delle più comuni forme di cancro diagnosticate, con un significante incremento di incidenza nei Paesi in via di sviluppo, dove le persone si sono adattate allo stile di vita dei Paesi occidentali. La dieta rimane essere un elemento di forte impatto nell’eziopatogenesi del CRC. Diversi studi epidemiologici hanno suggerito, inoltre, che un eccessivo apporto di proteine animali e di grassi, specialmente da carni rosse e processate, possono accrescere il rischio di  CRC, mentre un adeguato apporto di fibra può proteggere dall’insorgenza di tale forma tumorale. I meccanismi sono stati studiati sul modello animale. La dieta, infatti, influenza la struttura ed il metabolismo del microbiota intestinale. Il butirrato, un acido grasso a catena corta (SCFAs), può proteggere le cellule dell’epitelio intestinale dalla trasformazione neoplastica grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, antiproliferative, immunomodulatrici, regolatorie di sistemi genetici ed epigenetici e favorendo mantenimento dell’omeostasi del microbiota colonizzante.

Al contrario, la fermentazione proteica e la deconiugazione dell’acido biliare, che può danneggiare il microbiota favorendo processi pro-infiammatori e pro-neoplastici, possono incrementare il pericolo di sviluppare un CRC. Si può quindi concludere che una dieta bilanciata con un corretto apporto di fibre, potrebbe prevenire in maniera significativa il rischio di CRC.

 

 

Bibliografia

 

  • Niederreiter LAdolph TETilg H, Food, microbiome and colorectal cancer, Digestive and liver disease, 2018
  • Yang JYu J,The association of diet, gut microbiota and colorectal cancer: what we eat may imply what we get, Protein & Cells, 2018

Biodiversità del microbiota e malattie autoimmuni: occidente a rischio

Lo stile di vita dei paesi occidentali, in associazione agli schemi dietetici ad esso relativi, ovvero, ad alto contenuto di grassi saturi, zuccheri ed eccesso di sodio, promuove l’insorgenza di patologie cardiovascolari ed obesità , ma recentemente sembra che rivesta un ruolo anche nell’eziopatogenesi di malattie autoimmuni (1).

A supporto di questa ipotesi, uno studio italiano del 2010 ha comparato il microbioma fecale di un gruppo di bambini italiani dell’area di Firenze, a quello di un gruppo di bambini del villaggio rurale di Boulpon in Burkina Faso. I ricercatori hanno trovato differenze significative tra i due gruppi: nei campioni fecali dei bambini africani, esempio di un’alimentazione rurale e ricca di fibre, è stata riscontrata una maggiore biodiversità  batterica e correlata ad una maggiore quantità di SCFA (acidi grassi a corta catena). Essi sembrano preservare la salute gastrointestinale, prevenendo sia la colonizzazione da parte di batteri patogeni, sia lo stato di infiammazione locale, causa di vari disturbi come le malattie  infiammatorie autoimmuni intestinali (Morbo di Chron e Colite Ulcerosa), intolleranze ed allergie, la cui prevalenza è maggiore nei bambini occidentali, la cui alimentazione è più ricca di zuccheri semplici e cibi raffinati (2).

Molte patologie sono state associate alla disbiosi, dalla celiachia, al diabete di tipo I o alla malattia di Parkinson, determinando uno stato di infiammazione, in cui il microbiota si comporta in modo anomalo a causa di un’alterazione nella sua composizione, oppure per un cambiamento delle attività  metaboliche, una condizione sicuramente influenzata dall’ecosistema gastrointestinale, strettamente correlato alle abitudini alimentari ed allo stress psicologico (3).

L’omeostasi intestinale è mantenuta attraverso un sistema che prevede il controllo e l’equilibrio tra cellule potenzialmente infiammatorie, che includono Th1 e Th17 e cellule potenzialmente antiinfiammatorie come i linfociti T regolatori. A seconda della predominanza di una specie batterica rispetto ad un’altra, si avrà  un accumulo di molecole proinfiammatorie o antiinfiammatorie e questo sottile equilibrio può influenzare la risposta della mucosa ai fattori di stress. L’influenza della flora batterica si estende ben oltre la lamina propria dell’intestino, infatti, la stessa proliferazione delle cellule T è guidata dal microbiota: i Th17 possono oltrepassare la barriera intestinale ed esacerbare alcune patologie autoimmuni come l’artrite o l’encefalomielite, favorendo una diffusione dello stato infiammatorio. Risulta così avvalorata l’ipotesi dell’intestino come cervello metabolico, in cui un’alterata composizione del microbiota può risultare in una infiammazione silente generalizzata (4).

Ma il microbiota può assumere anche un ruolo protettivo: la diversità  microbica aumenta l’esposizione a diversi antigeni e diverse molecole che, stimolando l’immunità  innata, preservano l’individuo dall’insorgenza di allergie alimentari o rinitiche, ponendo l’attenzione sull’aumentata igiene dei paesi industrializzati che sembra aver ridotto il ruolo protettivo dovuto all’esposizione di vari microrganismi e molecole.

La dieta occidentale si caratterizza per monotematicità  e per un apporto esagerato di energia, espressa in Kcal, di zuccheri semplici e per un rapporto omega6/omega3 sbilanciato a favore degli acidi grassi polinsaturi proinfiammatori. Questa condizione potrebbe sfociare nella malnutrizione e nelle conseguenze ad essa correlate, come la diminuita biodiversità  del microbiota intestinale, soprattutto per lo scarso apporto di fibra e per lo stato di infiammazione generale, caratteristiche tipiche dell’obesità , favorendo la sindrome metabolica e le patologie cardiovascolari (9).

Modulare l’alimentazione perchè ne benefici il sistema gastrointestinale, attraverso la selezione di alimenti che favoriscono una flora intestinale in equilibrio con l’ospite, è fondamentale per prevenire l’insorgenza di tutte le patologie sopraelencate e per farlo, si potrebbe ricorrere ad un aumentato apporto di prebiotici ed alla somministrazione di probiotici.

  1. Role of Western Diet in Inflammatory Autoimmune diseases” Manzel et al. Curr Allergy Asthma Rep (2014) 14:404
  2. Impact of diet in shaping gut microbiota revealed by a comparative study in children from Europe and rural Africa” De Filippo et al. PNAS Early Edition, June 2010.
  3. Reduced diversity of faecal microbiota in Crohn’s disease revealed by a metagenomics approach” Manichanh C. et al., Gut 55(2): 205-211, 2006.
  4. Interaction between the microbiota and the immune system” 2012 Jun 8;336(6086):1268-73. doi: 10.1126/science.1223490. Epub 2012 Jun 6
  5. Human nutrition, the gut microbiome and the immune system” Kau et al., Nature, 2011 Jun Vol 474: 327-336. doi: 10.1038/nature 10213.

Alla scoperta dei cereali: conosciamo meglio l’avena

L’avena, ritenuta in passato tra i cereali di minore importanza e utilizzato prevalentemente come mangime per gli equini, è stata rivalutata per i suoi benefici nutrizionali nell’alimentazione umana.

Rientra nella grande famiglia dei cereali che sono alla base della dieta mediterranea e rappresentano la fonte principale di carboidrati, assicurando così un adeguato apporto di glucosio alle cellule. L’attuale interesse verso i cereali integrali, grazie ai numerosi studi che hanno confermato la presenza di varie molecole bioattive nella cariosside, ha portato ad un maggiore consumo di cereali minori tra cui l’avena e il miglio evidenziando l’importanza assunta nella prevenzione di malattie cardiovascolari.

Attraverso la pubblicità e le campagne di informazione si cerca di rendere il cittadino più consapevole di ciò che mangia ma purtroppo i ritmi di vita sempre più frenetici inducono al maggior consumo di prodotti “raffinati e “pronti” che risultano più poveri di componenti nutritive benefiche rispetto ai prodotti integrali e ciò ha inevitabilmente effetti negativi sulla salute dei consumatori.

Dal punto di vista nutrizionale l’avena risulta ottimale, essendo fonte di carboidrati a lenta digestione e ricca di fibre, fornisce energia a lungo termine senza causare picchi insulinici.

È inoltre ricca di vitamine e minerali con effetto tonificante e riequilibrante per l’organismo; la presenza di fibre nella granella è utile per placare l’appetito e regolarizzare le funzioni intestinali in particolare i tegumenti della cariosside sono ricchi di β-glucani, fibre solubili usate spesso come ingredienti alimentari nella forma di idrocolloidi o come microparticolati in polvere.

L’arricchimento di cibi è una pratica comune che comporta un miglioramento della qualità del prodotto che diventa così un “functional food”. I β-glucani di avena sono stati utilizzati a questo scopo proprio perché in grado di

  • ridurre i livelli di colesterolo LDL plasmatico,
  • garantire un maggior senso di sazietà
  • indurre un effetto benefico sulla risposta glicemica
  • fornire un effetto anti-aging e anti-infiammatorio

Cereali come frumento, orzo e avena si prestano perfettamente ad essere lavorati per lo sviluppo di functional foods sia perché presentano un alto contenuto di molecole bioattive sia perché incontrano il favore del consumatore per facilità e semplicità d’uso.

L’elevata qualità sensoriale dei prodotti finiti è un requisito indispensabile per l’affermazione sul mercato, pertanto l’effetto benefico garantito e l’ottima qualità dal punto di vista edonistico ne garantiscono il successo.

È importante concentrare le ricerche future sull’estrazione di altre molecole bioattive dalle matrici vegetali per arricchire sempre più i nostri alimenti!

Dott.ssa Sara Ligetta

Fonte dati:

  • Redaelli R., Sgrulletta D., Scalfati G., De Stefanis E., Conciatori A., Cammerata A., Pollini C.M.(2005)
  • Lee S., Inglett G.E., Palmquist D., Warner K. (2009)
  • Hunter K.W., Gault R.A., Berner M.D. (2002)

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

Orobanche crenata: da minaccia a risorsa

La succiamele delle fave, più conosciuta comunemente come “spurchia”, è una pianta parassita appartenente alla famiglia delle Orobanchaceae, il cui nome scientifico è Orobanche crenata. Il nome del genere (Orobanche) deriva da due termini greci òrobos (= legume) e anchéin (= strozzare) che indicano il suo carattere parassitario sulle leguminose; il nome della specie (crenata) fa riferimento alla particolare forma del bordo dei petali.

Si tratta di una fanerogama priva di clorofilla, parassita perchè nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici delle piante delle fave. E’, dunque, una pianta erbacea annuale che supera la stagione avversa sotto forma di seme. I semi, a lungo germinabili (rimangono vitali per oltre 10 anni), stimolati dalle sostanze escrete dall’apparato radicale della leguminosa, emettono un austorio, con cui si impiantano sulle radici dell’ospite, sottraendone la linfa. A maturità emerge dal suolo con lo scapo fiorifero, disseminando un numero elevatissimo di semi. Il suo turione è privo di foglie, con spigatura crenata che si apre in infiorescenza di colore bianco-violaceo.

Con il passar del tempo, la povera manovalanza agricola che la combatteva nei campi, soprattutto per necessità , ha imparato a scoprirne il suo tipico sapore dolce con retrogusto amaro, utilizzandola sempre con maggiore frequenza nella propria alimentazione.

Prima di qualsiasi tipo di impiego, i turioni, cioè la porzione edule, vanno dapprima lessati, previo risciacquo approfondito, e successivamente, conditi con aglio fresco, alcune foglioline di menta, sale e olio extravergine d’oliva, divenendo un ottimo contorno per accompagnare carne ai ferri, in alternativa, possono essere fritti in pastella o impanati al forno.

I turioni hanno elevate qualità nutrizionali, essendo caratterizzati da un basso valore calorico, un elevato contenuto di fibra (circa 6 g/100 g di peso fresco) ed elevate quantità  di calcio e potassio.

E’ così che una minaccia è diventata “risorsa”, da alimento della povera gente, oggi, vera e propria prelibatezza dei menù tipici del sud barese.

FONTE: Teaching Tools in PLANT BIOLOGY

 

Sindrome premestruale e alimentazione

La Sindrome Premestruale (PMS) è un insieme di complessi sintomi che coinvolgono la sfera fisica e psicologica delle donne nei 7-10 giorni precedenti la comparsa della mestruazione. I primi a parlare di Sindrome Premestruale furono Greene e Dalton, negli anni ’60, i quali identificarono oltre 120 sintomi tipici di questa fase, le cui cause sarebbero dovute in massima parte ad una sovrapproduzione ormonale (estrogeni e progesterone) da parte dell’ipofisi. Il non corretto bilanciamento delle produzione di estrogeni e progestinici, determina un acuirsi di stanchezza e affaticamento del metabolismo.

Studi epidemiologici hanno rivelato che il 75% delle donne fertili presenta sintomi lievi o moderati. Tra queste donne, il 3-8% può presentare gravi sintomi che possono ostacolare anche la loro attività quotidiana.

Tra i sintomi fisici prevalgono: uno spiccato aumento dell’appetito, cefalea, gonfiore mammario, ritenzione idrica, acne, dolori muscolari e scheletrici.
Tra i sintomi della sfera psicologica invece compaiono uno stato di irritabilità, difficoltà e mancanza di concentrazione e stati d’ansia.
Una corretta alimentazione è alla base di una vita equilibrata e sana, ma è noto che la combinazione di particolari elementi e vitamine contenuti nei cibi, riduce e previene la comparsa di molti disturbi, protegge l’organismo da alcune malattie e, anche nel caso della Sindrome premestruale è evidente come una corretta assunzione di vitamine e minerali, riduca i problemi talvolta gravi, che questa patologia comporta.
Gli stati di nervosismo e gli sbalzi d’umore sono causati da uno scompenso ormonale più o meno grave e da un abbassamento dei livelli di serotonina, che comporta agitazione, insonnia e uno stato di nervosismo improvviso. La serotonina equivale ad un abbassamento di zuccheri nel sangue, in questa fase è infatti forte il desiderio di pasta, pane e cibi dolci. Nella dieta pertanto è utile introdurre pasta, riso e cereali integrali, farro, legumi (lenticchie,cicerchie, fagioli e ceci) e patate, per aumentare i livelli di serotonina. Da non trascurare anche l’apporto di proteine nobili, fornite dal pesce ad esempio le quali sono indispensabili come precursori ormonali.

I fastidi muscolari, i crampi e la tensione sono sintomi fisici ma anche psicologici, in quanto determinano uno stadio di fastidio generale, quale per esempio tensione generalizzata, movimenti bloccati, gonfiore dell’addome. Per prevenire questi disturbi è utile introdurre alimenti ricchi di magnesio come vegetali a foglia verde, mandorle e banane o prendere in considerazione l’utilizzo di integratori a base di magnesio, il quale allenta le tensioni neuromuscolari favorendo la neurotrasmissione.
Il calcio è un minerale fondamentale nella composizione ossea, è coinvolto nella trasmissione nervosa, pertanto un apporto aggiuntivo favorisce una diminuzione dei crampi muscolari e delle contrazioni, oltre che alleviare altri sintomi della sindrome premestruale, quali mal di testa e disturbi del sonno. Inoltre l’ introduzione degli omega-3, contenuti nel pesce, nei semi di lino e nelle germe di grano, può favorire la diminuzione delle prostaglandine, le quali aumentano le contrazioni muscolari.

La ritenzione idrica è un problema che si acuisce durante la fase premestruale, pertanto è importante ridurre il consumo di sale, di salse a base di panna, grassi e burro, evitare le acque troppo ricche di sodio. Nella dieta è utile introdurre al posto delle bevande eccitanti, infusi a base di erbe, soprattutto verbena, tarassaco e finocchio, che hanno proprietà calmanti, depurative e favoriscono una buona diuresi. I cibi quali verdure a foglia larga e verdure amare come cicoria, catalogna, tarassaco, radicchio e cardi, favoriscono un aumento della diuresi e quindi la possibilità di ridurre le tossine e l’accumulo di acqua nei tessuti.

Anche la pelle subisce lievi modifiche a causa della variazione ormonale, soprattutto con la comparsa di acne, macchie rosse e un maggior stato di ipersensibilità, a causa dell’aumento dell’attività seborroica. In questo caso l’azione dello stress è determinante in quanto è un fattore scatenante molto forte, ma anche alcune carenze vitaminiche possono sommarsi a questo stato emotivo, durante la fase premestruale. La vitamina B6 ad esempio e la vitamina B2, le cui azioni sono note anche come preventive dell’evento depressivo, la vitamina C (contenuta negli agrumi, nel kiwi, negli ortaggi rossi e arancioni, quali carote, pomodori, peperoni, ravanelli), sono importanti nella riduzione dell’attività seborroica e, nella formazione dei punti neri.
Lo zinco, presente nei semi di lino, nei germogli di soia, nei frutti di mare, nelle nocciole, nel tacchino, può essere assunto nella prevenzione dell’acne. La caffeina ed il tabacco sono due nemici della pelle, non solo in questa fase fisiologica, ma senz’altro durante il ciclo acuiscono il “colorito spento”, danneggiano la compattezza e l’elasticità cutanea. Al posto di bevande a base di caffeina e teina è preferibile bere infusi di melissa e di camomilla.

Da non trascurare è l’attività fisica per alleviare i dolori, il movimento infatti favorisce il rilascio di endorfine, ormoni del buon umore, indispensabile in questa fase del ciclo di ogni donna.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

“The Association between the Risk of Premenstrual Syndrome and Vitamin D, Calcium, and Magnesium Status among University Students: A Case Control Study”
Afsaneh Saeedian Kia, Reza Amani and Bahman Cheraghian

“Dietary B vitamin intake and incident premenstrual syndrome”
Patricia O Chocano-Bedoya, JoAnn E Manson, Susan E Hankinson, Walter C Willett,Susan R Johnson, Lisa Chasan-Taber, Alayne G Ronnenberg,Carol Bigelow, and Elizabeth R Bertone-Johnson

“Association of western diet & lifestyle with decreased fertility”
P. Nazni