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Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

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L’alimentazione della donna in allattamento

Come durante la gravidanza, le neo mamme devono prestare particolare attenzione all’alimentazione durante il periodo dell’allattamento. Infatti una dieta che soddisfi le aumentate esigenze nutrizionali di alcuni macro e micronutrienti,  garantisce alla madre un buono stato di salute e al bambino di crescere bene.  Una madre che allatta fornisce ogni giorno al neonato circa 500-600 g di latte che possono aumentare fino a 800-900 g. Per produrre questa quantità di latte occorre un aumento calorico giornaliero di circa 500 kcal (una stima proporzionalmente minore va fatta nel caso di allattamento complementare). Dopo il 6° mese di allattamento il fabbisogno energetico materno aggiuntivo si riduce a circa 400 kcal giornaliere per la diminuzione della produzione del latte.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda l’apporto di liquidi che sono importanti per la regolazione dell’equilibrio idrosalino e per l’eliminazione delle scorie azotate.  Si raccomanda un aumento dell’apporto di acqua di circa 700 mL al giorno rispetto a quanto consigliato per le donne che non allattano (2 litri).

Fabbisogno nutrizionale

Proteine

Il livello di assunzione proteica nella nutrice deve essere incrementato di 19 g di proteine/die nei primi 6 mesi e di 13 g di proteine/die nei mesi successivi di allattamento.

Il fabbisogno proteico durante l’allattamento dipende dalla sintesi delle proteine del latte materno e di conseguenza è proporzionali alle quantità di latte prodotto dalla nutrice. Le donne che allattano rappresentano un gruppo particolarmente esposto al rischio di malnutrizione proteica, sia nei riguardi di se stesse che del neonato, in particolare nelle donne magre o malnutrite.

Lipidi

L’introito di lipidi durante l’allattamento può condizionare la crescita del neonato, il suo sviluppo e la sua salute. In particolare, l’acido docosaesaenoico (DHA) è necessario per un corretto sviluppo visivo e cognitivo del bambino. Si raccomanda in allattamento, cosi come in gravidanza, l’assunzione di 100-200 mg/die di DHA in più rispetto a quanto indicato per la donna adulta.

Carboidrati

L’apporto di carboidrati dovrebbe essere simile a quello delle donne non allattanti: 50-55% dell’energia complessiva, di cui l’80-90% rappresentato da carboidrati complessi.

Vitamine

Durante l’allattamento sono necessari introiti maggiori di vitamina C, tiamina, riboflavina, niacina, vitamina B6, folati, vitamina B12, vitamina A.

L’integrazione vitaminica intrapresa durante la gravidanza viene spesso estesa a tutta la durata dell’allattamento. La concentrazione di numerose vitamine nel latte materno dipende dai livelli di tali vitamine nella madre: a un deficit materno, infatti, segue generalmente una carenza anche nel neonato allattato al seno.

Per quanto riguarda la vitamina D, l’incremento degli apporti di tale micronutriente nella dieta della madre non sembra modificare il contenuto di calcio nel suo latte né le concentrazioni sieriche di 25-idrossi vitamina D,  né la densità minerale ossea nel lattante. Si consiglia un introito giornaliero di 15 mg di vitamina D come nelle donne non gravide.

Minerali

  • il fabbisogno di calcio è ampiamente coperto da un apporto giornaliero di circa 1000 mg;
  • per il ferro, invece, è in genere raccomandata una riduzione del suo apporto durante l’allattamento, in quanto l’amenorrea conseguente preserva dall’eliminazione di ferro con la mestruazione. Si consiglia che la nutrice, in mancanza di mestruazioni, assumi 11 mg/die da incrementare a 18 mg/die nel caso di ricomparsa del ciclo mestruale;
  • lo iodio è un componente essenziale degli ormoni tiroidei e necessario per il corretto funzionamento della tiroide. Durante l’allattamento, la carenza di iodio nella madre può avere gravi conseguenze sulla funzione tiroidea del feto e del neonato, con sviluppo di gozzo e ipotiroidismo, solitamente transitorio. Si consiglia un’assunzione giornaliera di iodio di 290 µg/die;
  • lo zinco è essenziale per un normale sviluppo del feto e del neonato. L’apporto di zinco in allattamento è pari a 13 mg/die.

Mamme vegane

Anche le mamme vegane possono seguire una dieta corretta ed equilibrata ma è importante ricordare che tale scelta determinaun ridotto apporto di vitamina B12 con il latte materno. Infatti la vitamina B12 è presente solo in alimenti di origine animale. Va pertanto integrata la dieta della nutricecon alimenti addizionati e/o eventualmente con integratori. Carenze di vitamina B12 possono causare anemia megaloblastica, rallentamento della crescita e gravi turbe neurologiche.

Come mangiare durante l’allattamento?

Spesso durante l’allattamento si ha un aumento di peso della nutrice in quanto mangia di più perché teme che ci possa essere una scarsa formazione di latte, ma anche perché subisce spesso “pressioni” provenienti dall’esterno (amici, familiari ecc.). In realtà, con molta attenzione, durante l’allattamento si possono perdere alcuni chili senza compromettere l’accrescimento del bambino. L’importante è mantenere il giusto equilibrio tra i vari apporti energetici.

In generale la donna che allatta dovrebbe seguire un’alimentazione varia ed equilibrata che abbia alla sua base frutta, verdura e cereali, meglio se integrali, importanti fonti di fibra alimentare. Non deve mancare inoltre l’assunzione di 4-5 porzioni settimanali di legumi, fonti di proteine vegetali e fibra alimentare, da alternare ad alimenti che apportano proteine di alto valore biologico come la carne, il pesce, le uova, e i formaggi. Il pesce in particolare è importante anche per il contenuto in acidi grassi polinsaturi indispensabili per un’ottimale composizione del latte materno e pertanto per permettere un corretto sviluppo del sistema nervoso centrale del bambino. Bisogna, però, combinare pesce relativamente grasso e ricco di EPA e DHA e pesce a basso rischio di contaminanti ambientali quali il metilmercurio. È bene quindi preferire pesce azzurro di taglia piccola (sarde, alici, sgombro) piuttosto che pesci di grossa taglia come tonno e pesce spada, accumulatori di contaminanti. I formaggi sono fonte di calcio,  fosforo e vitamina A. Carne, uova e pesce permettono anche il giusto apporto di ferro e di zinco.  Noci, anacardi, mandorle e, più in generale, tutta la frutta secca, ricca in acidi grassi mono e polinsaturi, potrebbe essere un ottimo snack almeno una volta al giorno. Da moderare, invece, la quota di zuccheri semplici.

Alla luce di quanto sopra riportato si possono riassumere una serie di consigli:

• Aumentare l’introito di proteine e l’assunzione di acqua.

• Cercare di fare uno spuntino dopo ogni poppata, inizialmente anche durante la notte.

• Cercare di fare sempre pasti completi per non ridursi a consumare junk-food e prodotti processati nel tentativo di placare la fame.

• Controllare il peso corporeo (senza ossessioni): nell’arco di 6 mesi deve tornare a quello pregravidico (con uno scarto di 2-3 kg).

• Soprattutto in estate, valutare se sia il caso di assumere integratori di sali minerali per contrastare ipotensione e stanchezza.

• Evitare il consumo di caffeina e alcolici.

Bibliografia

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Come sostituire lo zucchero…. Vantaggi e svantaggi degli edulcoranti.

Diversi studi hanno dimostrato che un’assunzione eccessiva possa intaccare in modo grave la salute. Eccesso di zuccheri è, per esempio, causa di eccitabilità e iperattività, incremento del rischio di obesità e di diabete.

VANTAGGI DEGLI EDULCORANTI

Gli edulcoranti sono sostanze che vengono aggiunte al cibo in sostituzione del comune zucchero da tavola ovvero il saccarosio, molecola costituita dai due monosaccaridi glucosio e fruttosio, che viene estratto dalla barbabietola da zucchero oppure dalla canna da zucchero.

Si classificano come edulcoranti: Ciclammato (E952), Acesulfame K (E950), Aspartame (E951), Neotame (E961), Saccarina (E954), Stevia (E960), Sucralosio (E955).

La loro caratteristica, è quella di fornire un intenso gusto dolce, apportando pochissime calorie (di solito da zero a 4 kcal per grammo).

Il loro potere dolcificante rispetto al saccarosio, varia da una sostanza all’altra:

  • Ciclammato: 30-50 volte superiore
  • Acesulfame K: 150-200 volte superiore
  • Aspartame: 150-200 volte superiore
  • Stevia: 200-300 volte superiore
  • Saccarina: 300-400 volte superiore
  • Sucralosio: 400-600 volte superiore
  • Neotame: 7.000-13.000 volte superiore

Oltre agli edulcoranti su citati, vengono ampiamente utilizzati in campo alimentare anche i polioli: maltitolo, isomalto, sorbitolo, mannitolo, eritritolo e xilitolo che sono in grado di fornire circa 2,4 kcal per grammo di prodotto (solo l’eritritolo fornisce zero calorie).

I polioli sono carboidrati idrogenati, sono caratterizzato dal basso indice glicemico e insulinemico (quindi utili nell’obesità e diabete) e l’elevata osmoticità (idratanti del colon, con potere lassativo).

I polioli, come gli edulcoranti, non favoriscono le carie grazie al fatto che, a differenza degli altri zuccheri, non vengono metabolizzati dai batteri della bocca.

In campo alimentare accade che, per garantire un grado di dolcezza più elevato, edulcoranti diversi vengono mischiati assieme in modo che il potere dolcificante del singolo elemento si sommi per conferirne uno ancor più elevato.

Edulcoranti e polioli, prima di essere commercializzati, sono sottoposti a una rigorosa procedura di valutazione da parte dell’ autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA, European Food Safety Authority). L’EFSA, basandosi sugli stessi criteri adottati per gli additivi alimentari e sull’esame dei dati tossicologici disponibili, stabilisce il livello massimo di additivo che non ha effetti tossici dimostrabili sulla salute, ovvero il cosiddetto “livello effetto zero” (NOAEL: “no-observed-adverse-effect level”) che viene usato per determinare la “Dose giornaliera ammissibile” (DGA): quantità di un additivo alimentare che può essere assunta quotidianamente attraverso la dieta, nel corso della vita, senza determinare alcun problema di salute.

Le norme per l’utilizzo di questa tipologia di sostanze sono stabilite dalla Direttiva Europea 94/35/EC sugli edulcoranti, che contempla “gli additivi alimentari che sono utilizzati per conferire un gusto dolce al cibo o come edulcoranti da tavola”. Questa Direttiva non si applica agli alimenti che hanno proprietà dolcificanti, come lo zucchero, il miele o lo sciroppo d’acero.

Per garantire tutela ai consumatori tutti gli additivi alimentari, compresi edulcoranti e polioli, devono essere riportati in etichetta sui prodotti che li contengono.

SVANTAGGI- EFFETTI NOCIVI

Dall’anno della loro scoperta, molte sono state le ombre gettate sulla sicurezza legata all’utilizzo degli edulcoranti in ambito alimentare. Fra le più importanti accuse mosse nei confronti degli edulcoranti, la più grave riguarda la loro sospetta cancerogenicità: dato questo riscontrato sui topi.

A tal proposito si sono succeduti, nel tempo, numerosi controlli da parte degli organi preposti, al fine di fare chiarezza sui reali livelli di sicurezza. Dal momento in cui, studi controllati sull’uomo, non hanno comprovato i dati raccolti in vivo, l’opinione dell’ EFSA riportata alla Commissione Europea, vede la non pericolosità per la salute umana legata all’impiego di questi elementi in cibi e bevande, purché consumati entro i livelli relativi alla dose giornaliera accettabile.

Al fine di stabilire una corretta modalità di impiego è doveroso sottolineare che:

-Saccarina: può risultare cancerogena se ingerita nella quantità di 4 g/kg in dose unica (le concentrazioni di tale dolcificante negli alimenti è nell’ordine dei milligrammi), ma innocua alle dosi normalmente utilizzate. Sarebbe consigliabile, per le donne in gravidanza, di astenersi dal consumo di questa sostanza in quanto tale molecola può attraversare la placenta e può rimanere nei tessuti fetali.

-Ciclamato: è stato sospettato di essere cancerogeno ad alte dosi, in base ad alcuni studi condotti sui ratti. Studi successivi, tendono a dimostrare che questa cancerogenicità è specifica per il ratto, poiché questa specie animale metabolizza il ciclamato in modo diverso rispetto all’uomo. La questione resta ancora controversa circa l’utilizzo di questo edulcorante in quanto le solfatasi batteriche, parte della flora microbica residente del colon, possono convertire il dolcificante ciclamato in cicloesilammina, un agente cancerogeno della vescica. Resta comunque da accertare se questa sostanza sia in grado di indurre in coloro che sono già venuti a contatto con la malattia. In base a ciò alcuni paesi, tra cui gli USA, hanno vietato l’uso alimentare del ciclamato; in Europa l’uso è consentito con restrizioni ed esclusioni, tuttora in Italia viene commercializzato.

– Acesulfame K: sale di potassio contenente cloruro di metilene che si è rivelato cancerogeno in studi in vivo, ma studi tossicologici sull’uomo hanno fugato tali sospetti. È stato però evidenziato essere responsabile nell’indurre insulinoresistenza: proporzionalmente alla dose ingerita, con un meccanismo indiretto, va a stimolare la produzione di insulina da parte del pancreas.

Una volta ingerito, viene assorbito ed escreto con le urine completamente intatto, quindi non viene metabolizzato né dai tessuti, né dalla flora batterica intestinale. Per questo l’apporto energetico e l’indica glicemico che si ottiene a seguito della sua ingestione è pari a zero.

L’ acesulfame K sintetici sono “osmoticamente attivi” ovvero hanno la capacità di richiamare acqua. L’acesulfame K ingerito viene in parte espulso con le urine e in parte con le feci; quando la quantità contenuta nell’intestino è eccessiva è in grado quindi di richiamare acqua diluendo il prodotto di scarto.

-Aspartame: Edulcorante lungamente discusso in per i suoi potenziali effetti pro-tumorali. Sul ratto numerosi studi hanno portato all’evidenza di come questa sostanza fosse in grado di indurre tumori quali: linfomi, tumori cerebrali e leucemie. Sull’uomo, sono stati condotti numerosi studi che in parte sembrano confermare tale dato; questi studi sono stati però ritenuti non sufficienti ed esaustivi, seppur condotti da centri accreditati.

Una volta ingerito, l’aspartame è rapidamente metabolizzato nei suoi tre componenti: Acido aspartico, Fenilanina e Metanolo: sostanze queste potenzialmente tossiche ma normalmente presenti in molti alimenti fra cui frutta, verdura e succhi. Molte delle controversie sulla presunta neurotossicità dell’aspartame (turbe dell’equilibrio, disturbi dell’umore, nausea, cefalea, visione indistinta) sono legate proprio alla liberazione di metanolo. Sulla base di ciò, l’aspartame è stato sempre più spesso sostituito da altri dolcificanti artificiali, come il sucralosio. Sull’impiego o meno di questo prodotto alimentare, EFSA ha sancito che l’aspartame e i suoi derivati rilasciati nel corpo umano (fenilalanina, acido aspartico e metanolo) possono essere assunti in sicurezza secondo la dose giornaliera ammissibile per il consumo umano, che attualmente è di 40 mg/kg peso corporeo ed è considerata compatibile con la popolazione umana in generale. Tale dose minima giornaliera non è però applicabile ai soggetti che soffrono di fenilchetonuria in quanto essi devono attenersi rigorosamente ad un regime alimentare a basso contenuto di fenilalanina (aminoacido non metabolizzabile per coloro che soffrono di questa patologia). E’ per tanto d’obbligo riportare la presenza sull’etichetta degli alimenti che contengono aspartame.

-Sucralosio: è un dolcificante artificiale che a differenza dell’aspartame, non si degrada col calore ed è quindi impiegabile nei dolci, nei prodotti da forno e nelle bevande calde. Poiché il corpo non riconosce sucralosio come carboidrato (a differenza di saccarosio), questo passa attraverso il sistema digestivo senza essere ripartito o assorbito, quindi può essere utilizzato in modo sicuro dai soggetti diabetici.

Per questo prodotto, secondo Comitato Scientifico sugli alimenti della Commissione Europea , sussistono prove secondo le quali non è da ritenersi responsabile di mutagenicità, cancerogenesi o sviluppo di tossicità riproduttivo.

Il sucralosio è stato sottoposto a rigori processi di approvazione degli additivi alimentari dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare prima di essere riconosciuto dal Comitato Scientifico dell’UE accettabile per l’uso alimentare generale.

-Neotame: anche se simile per struttura chimica all’aspartame, il neotame non rilascia fenilalanina per tanto è da ritenersi sicuro in coloro che presentano fenilchetonuria. Attualmente non sono comunque noti possibili effetti a lungo termine sulla salute.

– Stevia: è un dolcificante a base di erbe estratto dalle foglie di Stevia rebaudiana. È 150 volte più dolce del saccarosio e stabile al calore. A causa di problemi di sicurezza legati alla potenziale cancerogenicità, è tutt’ora vietata la vendita di stevia negli Stati Uniti come dolcificante. Tuttavia, L’uso dei glicosidi steviolici come dolcificante e’stato approvato dall’Unione Europea nel 2011. I glicosidi steviolici sono le componenti dolci naturali presenti nelle foglie della stevia rebaudiana

– Per quanto riguarda i polioli, se utilizzati nelle corrette quantità, non causano alcun problema per la salute dell’uomo. Tuttavia, effetti collaterali possono verificarsi se consumati in grandi quantità. I sintomi possono includere la flatulenza, diarrea e dolori addominali. Fra questi, degno di menzione, il sorbitolo: oltre che essere prodotto dal’industria chimica, si trova naturalmente presente in alcuni tipi di frutta. Tale sostanza viene trasformata, nell’organismo umano, in monosaccaridi (soprattutto fruttosio) senza l’intervento dell’insulina, per tanto può essere introdotta nell’alimentazione dei diabetici. Dal momento che il sorbitolo ha difficoltà a passare attraverso le membrane cellulari, si è presupposto essere responsabile di creare danno cellulare, effetto che è stato collegato a una serie di condizioni, tra cui retinopatia diabetica, cataratta , neuropatia diabetica e nefropatia diabetica.

Il Calcio, un minerale importante e dalle molteplici fonti, non solo animali

Il calcio serve per la formazione e il mantenimento delle ossa e dei denti ed è essenziale per la funzionalità dei muscoli e del miocardio, per la trasmissione dell’impulso nervoso e per la coagulazione del sangue. Il livello di calcio nel sangue è regolato da tre ormoni: paratormone (PTH), calcitonina e vitamina D. Poiché livelli ematici di calcio sono mantenuti rigidamente costanti, lo stato del calcio dell’intero organismo non può essere stabilito misurandone solamente i livelli ematici.

La quantità di calcio contenuta negli alimenti è importante, ma occorre tenere conto della sua biodisponibilità (quota dell’elemento ingerita che è effettivamente assorbita), che dipende dalla natura dell’alimento che lo contiene (ad esempio l’utilizzabilità è più elevata per il calcio contenuto nel latte e nei suoi derivati che in quello contenuto nei formaggi fusi) e dal contesto dell’alimentazione, ad esempio l’assorbimento del calcio a livello intestinale è ridotto da un pasto ricco di vegetali e di cereali integrali (ossalati e fitati con il calcio formano complessi insolubili) e dalla presenza nell’intestino di elevate quantità di acidi grassi, ed è invece aumentato dal lattosio e da alcuni amminoacidi. L’assorbimento intestinale del calcio richiede un’adeguata quantità di vitamina D. La vitamina D è una vitamina liposolubile prodotta a livello cutaneo, essenziale per l’assorbimento del calcio e la salute delle ossa, e gioca un ruolo importante in molti processi fisiologici. Così come per altri minerali, il nostro corpo è capace di regolare lo status del calcio durante periodi di bassa assunzione: se vi sono livelli sufficienti di vitamina D, viene assorbita una quota maggiore di calcio dagli alimenti.

L’assunzione giornaliera di calcio raccomandata varia a seconda dell’età e del sesso, aumenta durante l’età adolescenziale, nelle persone anziane e nelle donne in menopausa, ancor più in quelle non in trattamento estrogeno sostitutivo. Per la popolazione adulta si raccomandano 1000 mg così come in gravidanza e allattamento.

Riguardo a un’elevata assunzione di proteine, in passato sospettata di predisporre alla perdita di calcio da parte dell’osso, gli studi più recenti attestano invece come un alto intake proteico abbia un’azione sinergica con il calcio (che è il regolatore principale del proprio stesso livello). Essa induce, infatti, l’assorbimento del calcio a livello intestinale e, di conseguenza, ne sfavorisce il riassorbimento renale, inducendo ipercalciuria. Al contrario, un ridotto intake proteico agisce in acuto riducendo l’assorbimento intestinale e portando a ipocalciuria.

Un regime alimentare ad alto contenuto di sodio può ugualmente aumentare la perdita di calcio con le urine: ogni grammo supplementare di sodio consumato comporta la perdita di 40-60 mg di calcio (dati riferiti a donne in menopausa e uomini).

I dati indicano che i vegani consumano meno calcio rispetto agli onnivori e ai vegetariani. E’ stato dimostrato che i vegani presentano un maggior rischio di fratture dovuto al minore intake di calcio. La sua bassa assunzione è particolarmente problematica per bambini e adolescenti, in cui il fabbisogno è maggiore in vista dello sviluppo osseo.

Negli atleti vegani il ruolo del calcio è importante per il mantenimento della salute dello scheletro durante gli esercizi di sollevamento pesi e bisogna inoltre considerare le aumentate perdite di calcio attraverso il sudore. Il fabbisogno di calcio può aumentare anche durante fasi di restrizione calorica, in amenorrea e in alcuni casi di triade dell’atleta femminile.

Il calcio è abbondante in un’ampia varietà di alimenti di origine animale, meglio conosciuta come prodotti caseari (latte e derivati). Contribuiscono all’introito calcico alcuni prodotti ittici (salmone, sardine, acciughe, polpo, gambero, alici, calamari, ecc.), il tuorlo d’uovo, la carne (fegato bovino, bresaola, prosciutto crudo, ecc.).

Per assumere calcio esistono moltissimi altri modi, spesso migliori rispetto al latte e ai suoi derivati (di cui non si può certo abusare), anche se sono ancora poco conosciuti. Alcuni vegetali (rucola, cavolo verde, sedano, cicoria, bietola, carciofo, indivia, rapa, fagioli e ceci secchi, prezzemolo, mandorle, nocciole, fichi secchi, fragole, arance, uva, ecc.) e le acque minerali calciche (contengono più di 150 mg/l di calcio ad elevata biodisponibilità) sono sicuramente da considerare come fonti di calcio alternative. L’acido ossalico, contenuto in spinaci, rabarbaro, cardi e barbabietole viene spesso indicato come elemento legante il calcio di cui ridurrebbe l’assorbimento. Questi alimenti non devono essere considerati buone fonti di calcio. Il calcio in altre verdure verdi, come il cavolo verde, il cavolo riccio, il cavolo nero, le crocifere cinesi, e nelle foglie dei fiori di cavolo cinese viene assorbito bene. Anche i broccoli, le cime di rapa e il bok choy (verdura simile alla bietola proveniente dalla Cina e dal Giappone) sono ricchi in calcio. Si possono ancora citare i fagioli di soia (edamame), i fagioli bianchi, i fichi, le arance, le mandorle e l’okra, una verdura comune in Africa, Sud-America, India e Medio Oriente. Da non dimenticare il tofu, un’ottima riserva di calcio oltre che di proteine.

Sono disponibili alimenti fortificati in calcio che garantiscono forme facilmente assorbibili del minerale (varie tipologie di latte vegetale, succhi di frutta, ecc.). Qualora una dieta vegana non dovesse soddisfare il fabbisogno nutrizionale di calcio, sarebbe opportuno considerare l’assunzione di un integratore adeguato.

BIBLIOGRAFIA

Zangara et al., Dietologia. Alimenti; alimentazione nel sano e nel malato; integratori alimentari, 2014, 36-37.

David Rogerson, Vegan diets: practical advice for athletes and exercisers, Journal of the International Society of Sports Nutrition (2017), 9-10.

Reed Mangels, Calcium in the vegan diet, Simply Vegan (2018).

www.bonehealth.it, Correlazione tra dieta ipoproteica e metabolismo del calcio, 3/2019.

I concetti della Cronobiologia applicati alla Nutrizione

I concetti della cronobiologia applicati alla nutrizione.

L’energia introdotta con l’alimentazione nell’arco della giornata, viene smistata in base alla funzionalità del sistema nervoso ed endocrino dell’organismo; da questo ne deriva la validità di temporizzare i pasti in base all’andamento circadiano delle variabili neuroendocrine coinvolte nel metabolismo energetico.  Da queste considerazioni nasce il concetto di Crondieta, che si basa sull’identificazione delle fasce orarie migliori per l’assunzione dei diversi alimenti. Infatti, in linea generale, tralasciando il paziente sportivo o scompensato, sarebbe buon senso assumere carboidrati nella prima parte della giornata (prima colazione, spuntino e pranzo) quando l’azione anabolica e di liposintesi (produzione di grasso) dell’insulina è contrastata dagli ormoni corticosurrenali, maggiormente presenti in termini di quantità nella prima parte della giornata. Le proteine invece, sarà preferibile consumarle in serata, per sfruttare l’effetto favorevole esercitato dai pasti proteici sulla liberazione del GH (ormone somatotropo ipofisario), ormone favorente la lipolisi e la sintesi proteica muscolare, con picco secretivo serale al momento dell’addormentamento. Quindi, la temporizzazione dei pasti è importante ma, oltre al fattore tempo, bisogna considerare anche il fatto che, l’alimentazione stessa regola il sistema neuroendocrino, e può quindi favorire fenomeni anabolici o catabolici e condizionare le successive scelte alimentari. Questo concetto può tornarci utile soprattutto quando ci troviamo davanti a due tipi diversi di obesità, dove prevale un determinato profilo ormonale. Infatti nell’obesità ginoide dove prevale l’asse ipotalamo-vago-insulina e nell’obesità androide dove prevale l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, la composizione percentuale in carboidrati, proteine e grassi potrebbe essere determinante. Ad esempio l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, è stimolata in relazione all’assunzione delle proteine. Concludendo un piano nutrizionale altamente personalizzato, oltre alla temporizzazione dei pasti, deve assolutamente tenere conto di quei cibi che limitano quei fattori endocrini dominanti, i quali scompensano il metabolismo energetico del soggetto.

Abravanel E.D. , Dr. Abravanel’s Body Type And Lifetime Nutrition Plan, Bantan Books, 1999.

Spattini M., La Dieta COM e il dimagrimento localizzato, Tecniche Nuove, 2017

Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.