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Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.

Allergia o Intolleranza? Impariamo a riconoscerle!

ALLERGIE ED INTOLLERANZE: QUALI SONO LE DIFFERENZE? COME DIAGNOSTICARLE?

I termini ALLERGIA e INTOLLERANZA vengono usati sempre più spesso per indicare delle sensazioni di malessere in seguito all’ingestione degli alimenti. Questi termini vengono ormai usati, anche quando si è davanti a un’avversione psicologica nei confronti di un determinato cibo.

Una dieta scorretta o alterazioni gastrointestinali come la sindrome da intestino irritabile, diverticolite, gastrite, possono determinare una sintomatologia attribuibile erroneamente ad allergie o intolleranze.

I sintomi delle allergie possono essere comuni a quelli delle intolleranze, mentre altri sono specifici.

Entrambe sono reazioni avverse, manifestazioni indesiderate e impreviste, conseguenti all’ingestione di uno o più alimenti.

ALLERGIE                           

L’ALLERGIA è causata da una anomala reazione immunologica mediata da ANTICORPI della classe IgE, che reagiscono verso componenti alimentari di natura PROTEICA. L’allergia può manifestarsi in età PEDIATRICA o ADULTA. Nel primo caso spesso regredisce, mentre se si manifesta in età adulta tende a persistere.

I SINTOMI dell’allergia si manifestano poco tempo dopo l’assunzione di un particolare alimento, da pochi minuti fino a poche ore, e possono interessare diversi organi e apparati. Può essere coinvolta la cute con orticaria, l’apparato gastro-enterico con nausea e vomito, l’apparato respiratorio con occlusione nasale e l’apparato cardio-circolatorio con aritmie.

La gravità dell’allergia dipende dal tipo di proteina verso cui il soggetto sviluppa gli anticorpi IgE. Ci sono infatti PROTEINE RESISTENTI alla cottura e alla digestione gastrica, responsabili di reazioni sistemiche, come nella soia e nelle nocciole. Ci sono poi proteine TERMO e GASTRO LABILI, che causano sintomi locali e più lievi, come nella mela, pesca, carote, melone e pera.

Gli alimenti che maggiormente sono responsabili delle allergie sono la pesca, i crostacei, arachidi, soia, pesce, frutta a guscio, uovo, latte e derivati.

In particolare, l’ALLERGIA AL FRUMENTO può realizzarsi per la produzione di IgE diretti verso diverse proteine, dalle gliadine alle alfa-amilasi. Nel caso del LATTE, sono le caseine o le sieroproteine a fungere da allergene. Per l’UOVO, sono le proteine dell’albume i principali allergeni, in particolare ovoalbumina e ovomucoide.

Nel caso della CELIACHIA, il sistema immunitario reagisce contro le PROLAMINE, complesso proteico del frumento, orzo, segale, avena e mais. E’ una patologica cronica che, in seguito all’ingestione di glutine attiva, una risposta immune mediata dai linfociti T con produzione di anticorpi IgA e IgG, e danno della mucosa con atrofia dei villi.

Per la diagnosi si effettua il dosaggio degli anticorpi IgA anti transglutamminasi tissutale e anticorpi anti endomisio.

DIAGNOSI ALLERGIE

Per diagnosticare le allergie alimentari può essere effettuato il PRICK TEST. Si effettua usando degli estratti allergenici purificati presenti in commercio, o con alimenti freschi del mondo vegetale (prick by prick) che non sono presenti in commercio come estratti. Se il test risulta negativo, significa che c’è un’assenza di IgE. La positività del test può indicare solo sensibilizzazione all’alimento e non che ci sia una vera e propria allergia, da confermare con una dieta ad eliminazione.

Un altro test è il RAST o equivalenti, per la ricerca di IgE totali e specifiche nel siero. Anche in questo caso, la negatività non esclude allergia e la positività può indicare solo sensibilizzazione.

In generale, a causa della loro bassa specificità, è facile avere falsi positivi. La diagnosi potrebbe essere quindi confermata con una stretta eliminazione del cibo sospetto, seguita dalla sua reintroduzione graduale. L’eventuale recidiva dei sintomi, permetterà di confermare o identificare il cibo non tollerato.

Altri test sono il Test in vivo di scatenamento orale e i Test con metodiche sierologiche con molecole ricombinanti.

INTOLLERANZE

Le INTOLLERANZE alimentari non sono dovute a reazioni del sistema immunitario, come nelle allergie, e i sintomi variano in base alla quantità ingerita dell’alimento non tollerato. I sintomi coinvolgono prevalentemente l’apparato gastro-enterico, con gonfiore addominale, diarrea, dolori addominali. Possono coinvolgere la cute e più raramente altri apparati.

Le intolleranze si dividono in INTOLLERANZE per DIFETTI ENZIMATICI, intolleranze FARMACOLOGICHE e da ADDITIVI.

Tra le intolleranze per difetti enzimatici, la più diffusa è quella al LATTOSIO, causata dalla mancanza di un ENZIMA, la LATTASI, che scinde il lattosio in glucosio e galattosio. Non tutti i soggetti con deficit di lattasi avvertono i sintomi quando assumono un alimento contenente lattosio, perché esistono diversi gradi di deficit dell’enzima.

Le intolleranze farmacologiche sono causate dall’effetto farmacologico di sostanze contenute in alcuni alimenti, come l’Istamina (vino, pomodori, spinaci ecc..), la Tiramina (vino, birra, formaggi stagionati ecc..), Caffeina, Alcool, Solanina (patate), Triptamina (pomodori e prugne), Feniletilamina (cioccolato), Serotonina (banane, pomodori).

Ci sono poi intolleranze provocate da additivi come i solfiti, nitriti, benzoati, per i quali non è ancora dimostrato un meccanismo immunologico.

DIAGNOSI INTOLLERANZE

L’unico test scientificamente accreditato per le intolleranze è il BREATH TEST per il lattosio, che valuta nell’aria espirata i metaboliti che non vengono metabolizzati e assorbiti. In presenza di SIBO (Sovracrescita batterica intestinale), il test può dare un falso positivo.

Ci sono molte METODICHE ALTERNATIVE, che si sono dimostrate prive di credibilità scientifica e validità clinica, che propongono di identificare i cibi responsabili di allergie ed intolleranze. Tra questi l’analisi del capello, il test citotossico e il dosaggio delle IgG 4.

BIBLIOGRAFIA

  • Sapone A. el al. Spectrum of gluten-related disorders: consensus of new nomenclature and classification. BMC Med, 2012
  • Muraro A. et al. EAACI Food Allergy Anaphylaxis Guidelines: diagnosis and management of food allergy. Allergy, 2014
  • Sicherer S. H. et al. Food allergy: epidemiology, pathogenesis, diagnosis and treatment. J. Allergy Clin Immunol, 2014
  • Macchia D. et al. Position Statement: diagnostica in vivo e in vitro delle allergie alimentari IgE mediate. It J Allergy Clinical Immunol, 2011
  • Lomer M.C. Review article: the aetiology, diagnosis, mechanism and clinical evidence for food intolerance. Alimetn Pharmacol Ther, 2015
  • Misselwitz B. el al. Lactose malaborption and intolerance: pathogenesis, diagnosis and treatment. United European Gastroenterol J, 2013

I salumi di nuova generazione non fanno male

I salumi fanno parte della nostra alimentazione quotidiana, li consumiamo come un  secondo veloce e gustoso, oppure al ristorante come antipasto o al pub come tagliere variegato. Di larga diffusione è il falso mito di considerare i salumi come poco salutari, perché contenenti grassi animali, cioè grassi saturi da usare con parsimonia perché dannosi alla salute. Queste informazioni fuorvianti penalizzano la loro introduzione in una alimentazione bilanciata, non considerando l’evoluzione che questi alimenti hanno avuto nel tempo, tanto da elevarli ad alimenti molto apprezzati nel settore agroalimentare sia per le loro caratteristiche sensoriali,  sia perché alimenti in grado di coniugare gusto, tradizione, versatilità, apporto nutrizionale e, non ultima,  convivialità.

Grazie ad un notevole impegno di tutta la filiera produttiva, negli ultimi anni la composizione e la struttura dei salumi e dei prodotti insaccati italiani si è notevolmente modificata.

In base alle recenti indagini dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e Nutrizione e della Stazione Sperimentale per l’industria delle Conserve Alimentari, le proteine sono aumentate fino al 23%, a scapito dei grassi totali ridotti in alcuni casi sino al 34%.

Inoltre, grazie al miglioramento dell’alimentazione dei suini, i grassi saturi sono diminuiti e ora costituiscono mediamente il 30%, mentre i grassi insaturi sono passati dal 30 a quasi il 70%. Non solo il contenuto lipidico è stato notevolmente ridotto, fino a -34% nei salumi DOP e IGP, ma è anche migliorata la sua qualità; nella maggior parte dei casi, a prevalere sono infatti i grassi insaturi, tra i quali spicca l’acido oleico, lo stesso che abbonda nell’olio di oliva. Inoltre il miglioramento tecnologico ha permesso una notevole riduzione del sale rispetto al passato ed una riduzione dei nitriti e nitrati, ormai pressoché assenti.

Ma cosa mettere nel carrello della spesa?

Il prosciutto crudo DOP (Denominazione di Origine Protetta) e il prosciutto cotto biologico senza conservanti, sono da preferire a tutti gli altri salumi di tipo industriale, in quanto  privi di nitriti e nitrati, sostanze conservanti nocive e cancerogene per la salute, dichiarate tali anche dalla AIRC (Associazione italiana sulla Ricerca sul Cancro). I salumi DOP sono privi per legge dei nitriti (salvo pochissime eccezioni). Inoltre le proteine del prosciutto crudo, a causa della stagionatura, sono molto più digeribili rispetto alla carne fresca come bistecche e fettine.

Ma quale deve essere la  percentuale di consumo di questi prodotti all’interno di un regime dietetico salutistico?

All’interno di una dieta equilibrata è possibile consumare questa categoria di alimenti circa due volte a settimana, con una porzione di 50 g. circa.

D’altra parte i salumi sono ricchi di sale il quale, in una sana alimentazione, sarebbe da limitare dal momento che molti prodotti industriali lo contengono aggiunto, per cui si rischia molto facilmente di eccedere con l’introito giornaliero.

I salumi di seconda generazione hanno anche notevoli proprietà nutrizionali.

Le proteine contenuti in essi hanno un elevato valore biologico, cioè contengono tutti gli amminoacidi essenziali, che l’organismo non è in grado di sintetizzare, nella quantità nutrizionalmente utile.

I grassi contenuti rappresentano un nutriente essenziale sia per la loro funzione energetica sia perché costituiscono le membrane cellulari, soprattutto quelli insaturi. E’ vero che senza i grassi non possiamo vivere, ma occhio alle quantità da assumere, un consumo eccessivo di lipidi è sicuramente da evitare.

Inoltre i salumi contengono una significativa quantità di vitamine del gruppo B ed in particolare le vitamine B1, B2, B3 e B6. Per quanto riguarda i sali minerali, essi sono presenti in forma altamente disponibile. Ad esempio la bresaola della Valtellina IGP risulta particolarmente ricca di zinco: 50 g forniscono quasi il 24% del fabbisogno giornaliero raccomandato per un soggetto adulto.

Quindi mangiamo i salumi scegliendoli non per l’aspetto, ma per la qualità e impariamo a dosarli nell’arco della settimana senza privarci di assaporare alimenti gustosi, versatili,  nutrienti e appartenenti alla nostra tradizione.

 

Riferimenti bibliografici

  • Ingegneria Alimentare. Le Carni, Rivista bimestrale internazionale di aggiornamento su tecnologie e processi di trasformazione e di commercializzazione delle carni, Editrice Ecod,giugno 2015
  • Usai, Inganno Alimentare, 2015, p. 69-72, 150, anche in www.ciboserio.it
  • http://www.salumi-italiani.it/area-salute-benessere/it/pagina/parola-esperto/emanuele-cereda.php
  • https://www.nutrimi.it/salumi-grassi-prevalenti-non-saturi/
  • http://nut.entecra.it/718/SALUMI_ITALIANI__aggiornamento_dei_dati_di_composizione.html
  • http://www.ssica.it/content/view/532/1/lang,it/
  • http://www.ssica.it/content/view/19/34/

Ruolo della dieta nell’insufficienza renale cronica

L’insufficienza renale cronica (IRC) è una condizione clinica caratterizzata da una perdita progressiva ed irreversibile della funzionalità renale, e dunque delle capacità escretorie, endocrine e metaboliche del rene.

Tra le cause più frequenti di IRC si annoverano il diabete mellito e l’ipertensione, meno frequenti sono invece le glomerulonefriti e il rene policistico.

L’IRC viene classificata in diversi stadi, in base al valore della velocità di filtrazione glomerulare (VFG), che esprime il grado di compromissione della funzione di filtrazione. Più basso è tale valore, maggiore è il grado di compromissione, con conseguente accumulo nel sangue di sostanze di “rifiuto”.

Si parla di insufficienza renale terminale (o uremia) quando la VFG scende sotto i 15 ml/min, rendendo necessaria una terapia sostitutiva (dialisi o trapianto) per assolvere alle normali funzioni dei reni.

La dieta, intesa come terapia nutrizionale, è un punto cardine nel trattamento del paziente con IRC in terapia conservativa e ha 3 obiettivi principali:

  • Rallentare la progressione della malattia
  • Prevenire e controllare le alterazioni metaboliche dell’IRC
  • Raggiungere e/o mantenere un buono stato nutrizionale

L’intervento nutrizionale deve assicurare un adeguato apporto calorico, onde evitare il rischio di malnutrizione, e un apporto controllato di proteine, sodio, fosforo e potassio, nutrienti “critici” per i pazienti con malattia renale.

  • ENERGIA E PROTEINE

Le proteine in eccesso possono determinare un accumulo di prodotti azotati. Per tale motivo è necessario ridurre le porzioni dei secondi piatti più ricchi di proteine e/o ricorrere all’uso di prodotti aproteici (pane, pasta, ecc…) che consentono al paziente di assumere porzioni “accettabili” di proteine nobili (carne, pesce, uova, formaggi) limitando le proteine a basso valore biologico dei cereali.

Le principali Società di Nefrologia e Dietetica consigliano un apporto calorico pari a 30-35 Kcal/Kg peso ideale/ die e un apporto proteico compreso tra 0,6-0,8 g di proteine per Kg di peso ideale/ die, in base allo stadio di IRC. In alcuni casi può essere consigliata una dieta fortemente ipoproteica che prevede un apporto proteico di 0,3 g di proteine per Kg di peso ideale/ die, con supplementazione di una miscela di amminoacidi, chetoacidi e idrossiacidi.

  • SODIO, FOSFORO E POTASSIO

Quando i reni non funzionano correttamente, si può determinare un accumulo nell’organismo di questi minerali con conseguenze importanti soprattutto a livello osseo e cardio-circolatorio. E’ quindi necessario imparare a riconoscere gli alimenti che ne sono più ricchi.

Per ridurre l’apporto alimentare di sodio è importante evitare alimenti come salumi, cibi in scatola, formaggi stagionati o dadi da cucina e insaporire i piatti con l’aggiunta di spezie ed erbe aromatiche, che consentono di evitare/limitare il sale.

Il fosforo è presente soprattutto in latticini e formaggi, carni grasse, pesci grassi, legumi, tuorlo d’uovo, cereali integrali e frutta secca, mentre il potassio lo si trova in particolare nella frutta secca, legumi, cioccolato, banane, kiwi, albicocche, spinaci, rucola, patate, ecc…

E’ importante sapere che sia il fosforo che il potassio possono essere ridotti con la bollitura degli alimenti in abbondante acqua. In particolare, per ridurre ulteriormente l’apporto di potassio con le verdure, il consiglio è di tagliarle a piccoli pezzi e cuocerle in due acque consecutive: cuocere in abbondante acqua, cambiarla a metà cottura e infine scolare bene le verdure, senza usare il liquido di cottura.

In definitiva, ciò che è importante ricordare, è che non esistono alimenti vietati in assoluto. Ciò che conta è la quantità e la frequenza di consumo.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. 

 

Bibliografia

  • Battistini N, Bedogni G, Fantuzzi AL (2013) “Insufficienza renale cronica e acuta”, in Manuale di nutrizione clinica e scienze dietetiche applicate, Binetti P, Marcelli M, Baisi R, Roma, Società Editrice Universo, p.247-254
  • Brunori G et al. (2013) “Terapia nutrizionale nell’ IRC in fase conservativa: suggerimenti di pratica clinica e di applicazione delle Linee Guida Terapia nutrizionale nell’IRC in fase conservativa: suggerimenti di pratica clinica e di applicazione delle Linee Guida”, Giornale Italiano Nefrologia 30 (S59) – ISSN 1724-5590
  • Shah BV e Patel ZM (2016) “Role of low protein diet in management of different stages of chronic kidney disease – practical aspects Role of low protein diet in management of different stages of chronic kidney disease – practical aspects”, BMC Nephrology 17:156
  • http://www.nephromeet.com/web/procedure/protocollo.cfm?List=WsIdEvento,WsIdRisposta,WsRelease&c1=00069&c2=5&c3=1
  • http://www.fondazioneitalianadelrene.org/
  • http://www.renalgate.it/nutnef.htm

 

 

 

Dieta ed Aperitivo sono inconciliabili?

Dieta ed aperitivo sono inconciliabili?

Forse no se si presta attenzione e si prende qualche piccolo accorgimento.
Non bisogna rinunciare, non sempre almeno, perché l’aperitivo è un momento piacevole da trascorrere con gli amici!

È vero che può rappresentare un pericolo per la dieta: chiacchierando e riempiendo piattini dal buffet, infatti, spesso non ci si rende conto delle calorie e dei nutrienti assunti. E, soprattutto, i drink proposti, spesso molto alcolici, rendono l’happy hour più calorico di un pasto completo.
Attenzione anche agli aperitivi analcolici, tenendo presente che, anche se privi di alcool, contengono sciroppi e sono molto zuccherati.

Come far conciliare, allora, aperitivo e dieta se si sta seguendo un regime dietetico ipocalorico o se semplicemente si cerca di portare avanti un’alimentazione sana e bilanciata?

 Se si vuole stare attenti alla linea, evitando di mettere su qualche chilo di troppo, per non rovinare settimane e mesi di duri sacrifici, non è necessario chiudersi in casa: ci si può comunque concedere, con qualche piccolo accorgimento, un’uscita, senza nemmeno fare troppi sacrifici.

 

  • NON ARRIVATE AFFAMATI ALL’APPUNTAMENTO

Sicuramente un primo trucchetto che si può adottare è bere un paio di bicchieri d’acqua prima di uscire di casa, in modo da smorzare il senso di fame, e ricordarsi sempre di non saltare i pasti e di fare, a metà mattina o a metà pomeriggio, uno spuntino salutare.

 

  • SCEGLIETE COCKTAIL POCO ALCOLICI PERCHÉ MENO CALORICI

L’aperitivo light è possibile. Potete scegliere, infatti, analcolici con succo d’arancia, succo d’ananas, di mandarino o pompelmo, mischiati a carota, miele, soda e ghiaccio tritato. Leggeri, rinfrescanti e a ridotto contenuto calorico.

Se volete comunque bere qualcosa di alcolico, preferite il VINO ROSSO, ricco di antiossidanti, la BIRRA (in una birra chiara piccola ci sono circa 100 calorie) e i cocktail da PROSECCO (Rossini, Bellini, ecc.) con la frutta.

Evitate bevande elaborate e contenenti superalcolici, dato che contengono maggiori calorie.

Tra gli aperitivi meno calorici contenenti alcool scegliete il Bloody Mary (80 calorie), il Martini dry (110) il Gin Tonic (140) e il Margarita (110).

Se bevete alcolici, fatelo dopo aver mangiato qualcosa: bere a stomaco pieno fa in modo che l’alcool venga assimilato meno dall’organismo.

 

  • GLI STUZZICHINI DA APERITIVO DA EVITARE

Tra pizze, focaccine, pasta, patatine e salse varie, l’aperitivo sarà pure divertente, ma non offre certo un menù salutare o dietetico.

Ciò che accomuna tutti questi stuzzichini è che sono alimenti molto calorici ma privi di nutrienti come proteine, vitamine e fibre. Hanno, al contrario, altissime percentuali di grassi e zuccheri, da cui è meglio stare alla larga.

Per tenere a bada la voglia di tuffarsi nelle patatine fritte, ricordatevi che 100 grammi contengono 500 calorie (pari a un piatto di pasta), ma nelle chips i grassi sono ben 30 grammi. Le arachidi tostate: 100 grammi forniscono 600 calorie e 50 grammi di grassi. Si può pensare che siano sane perché considerate frutta secca, ma non è proprio così: la salatura e tostatura altera i grassi polinsaturi.

 

  • COSA MANGIARE AD UN APERITIVO

Se è possibile, scegliete di sgranocchiare le crudités spesso presenti tra gli stuzzichini dell’aperitivo.

Cercare nel buffet tutto quello che è sano, come verdure fresche a pinzimonio, carote, sedano e peperoni senza abusare delle salse che li accompagnano, optando per la senape. Preferite anche le torte di verdura, le verdure grigliate e i sottaceti e non abusate delle olive, onnipresenti sui banconi e buffet dell’aperitivo: pur essendo un alimento sano, le olive fanno ingrassare.

Pomodorini e mozzarella. Prosciutto crudo, salmone affumicato. Parmigiano o gran. Spazio anche a insalate di riso o farro, e alle patate al forno.

Quadretti di pizza? Vanno bene, ma non esagerate.

 

Dottoressa Laura Masillo
www.lauramasillo.it

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • www.prevention.com : strategies for health
  • www.health.com : Healthy happy hour on a diet

												
					

Dieta, microbiota e prevenzione del carcinoma colon-rettale (CRC)

“Siamo quello che mangiamo”. Questa frase è stata confermata da molti studi che hanno dimostrato che la nutrizione ha un alto impatto sul rischio di insorgenza di numerose patologie come quelle cardiovascolari o tumorali. I fattori dietetici sono tra i principali ad avere una maggiore rilevanza nell’evoluzione del carcinoma colon-rettale (CRC). Nella patogenesi del CRC sono coinvolti diversi aspetti inclusi la predisposizione genetica, lo stile di vita, l’età e la presenza di infiammazioni croniche in atto. Solo recentemente è stato riconosciuto che il microbiota intestinale potrebbe costituire un importante anello mancante nell’interazione tra dieta ed un possibile successivo sviluppo della patologia tumorale. I fattori dietetici, infatti, influenzano in maniera importante la composizione del microbiota intestinale. Diversi studi pre-clinici e clinici hanno recentemente suggerito che uno squilibrio del microbiota intestinale potrebbe essere potenzialmente una tra le cause di insorgenza di CRC.

I fattori dietetici possono favorire la carcinogenesi apportando modifiche a livello del microbiota commensale,  agendo soprattutto su particolari popolazioni batteriche quali: Fusobacterium nucleatum, Escherichia coli, Akkermansia muciniphila o Bacteroides fragilis. E’ stato recentemente scoperto che, in particolare, sia  il ceppo Akkermansia muciniphila ad influenzare la risposta del tumore agli agenti chemioterapici ed agli inibitori del checkpoint immunitario.

Nonostante il successo degli screening mediante colonscopia ed i recenti progressi nella cura del cancro, il CRC rimane tutt’oggi una delle più comuni forme di cancro diagnosticate, con un significante incremento di incidenza nei Paesi in via di sviluppo, dove le persone si sono adattate allo stile di vita dei Paesi occidentali. La dieta rimane essere un elemento di forte impatto nell’eziopatogenesi del CRC. Diversi studi epidemiologici hanno suggerito, inoltre, che un eccessivo apporto di proteine animali e di grassi, specialmente da carni rosse e processate, possono accrescere il rischio di  CRC, mentre un adeguato apporto di fibra può proteggere dall’insorgenza di tale forma tumorale. I meccanismi sono stati studiati sul modello animale. La dieta, infatti, influenza la struttura ed il metabolismo del microbiota intestinale. Il butirrato, un acido grasso a catena corta (SCFAs), può proteggere le cellule dell’epitelio intestinale dalla trasformazione neoplastica grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, antiproliferative, immunomodulatrici, regolatorie di sistemi genetici ed epigenetici e favorendo mantenimento dell’omeostasi del microbiota colonizzante.

Al contrario, la fermentazione proteica e la deconiugazione dell’acido biliare, che può danneggiare il microbiota favorendo processi pro-infiammatori e pro-neoplastici, possono incrementare il pericolo di sviluppare un CRC. Si può quindi concludere che una dieta bilanciata con un corretto apporto di fibre, potrebbe prevenire in maniera significativa il rischio di CRC.

 

 

Bibliografia

 

  • Niederreiter LAdolph TETilg H, Food, microbiome and colorectal cancer, Digestive and liver disease, 2018
  • Yang JYu J,The association of diet, gut microbiota and colorectal cancer: what we eat may imply what we get, Protein & Cells, 2018