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Diabete: sempre più necessario un approccio di genere

La letteratura internazionale da tempo segnala che la medicina di genere sia sempre più l’approccio corretto per la cura di molte patologia. Il genere femminile è un predittore indipendente di sottotrattamento con farmaci salvavita che curano fattori di rischio cardiovascolare, quali ACE-I, statine, terapie per l’ipertensione arteriosa e per le dislipidemie, sia nelle donne in generale che in donne con diabete. In particolare, studi di metanalisi svolti da un gruppo di ricerca americano hanno riscontrato che donne affette da diabete di tipo II abbiano una mortalità superiore del 50% rispetto agli uomini di pari età.
In Italia, dati raccolti dalla rete di servizi di diabetologia hanno confermato che esistono differenze legate al genere. In particolare le donne, soprattutto quelle più giovani (età 35 (obesità di II grado) in una percentuale quasi doppia rispetto agli uomini di pari età (28.6% vs 15.5%), differenza che si mantiene fino ai 75 anni di età (18.7% vs 8.7%). Nelle donne l’obesità è, infatti, il maggiore fattore di rischio per l’infarto del miocardio. Donne e uomini diabetici mostrano valori simili di Emoglobina Glicata (HbAlc) alla diagnosi ma, nel corso della malattia, le donne rispondono con un compenso metabolico peggiore rispetto agli uomini, ricorrendo a schemi terapeutici più intensivi (insulina e ipoglicemizzanti orali) molto più spesso rispetto agli uomini. Anche i valori di LDL sono sistemicamente più elevati nelle donne diabetiche fin dalla diagnosi, sia che siano trattate con statine che non trattate. Tale quadro negativo si amplifica con l’età, confermando che donne più anziane affette da diabete di tipo II sono maggiormente esposte ad eventi cardiovascolari. Per quanto riguarda l’ipertensione, i valori risultano simili a quelli degli uomini, tuttavia, le donne necessitano anche in questo caso di un trattamento terapeutico più intensivo.
Per concludere, i dati italiani sul diabete di tipo II evidenziano differenze di genere a sfavore delle donne. Sono necessarie a tale proposito: nuove ricerche di genere sugli effetti dei farmaci per avere cure più mirate e personalizzate; la verifica dell’aderenza alle terapie prescritte ed il coinvolgimento maggiore dei pazienti (in particolare le donne) nel loro percorso di cura.
Le donne si prendono cura di tutta la famiglia ma dovrebbero iniziare a prendersi un po’ più cura di sé stesse dedicandosi del tempo per abbracciare uno stile di vita più salutare.

Bibliografia:

Rossi MCE,  et al. Baseline Quality-of-Care Data From a Quality-Improvement Program Implemented by a Network of Diabetes Outpatient Clinics. Diabetes Care, 2008 Nov.

Regensteiner JG, et.al. Sex Differences in the Cardiovascular Consequences of Diabetes Mellitus: A Scientific Statement From the American Heart Association. Circulation, 2015 Dec.

Manicardi V, et al. Gender diff erences in type 2 diabetes (Italy). Ital J Gender-Specifi c Med 2016.

DIABETE DI TIPO 1: nessuna paura, basta conoscerlo!

Il diabete, nonostante sia una patologia molto diffusa nella popolazione poche persone hanno la reale consapevolezza della patologia stessa, di quale sia lo stile di vita da seguire e soprattutto quanto possa incidere nei bambini. A questo proposito il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità ci informa che nel 2017 nel mondo sono 425 milioni le persone che vivono con il diabete e 212 milioni non sanno di averlo. In Italia, invece, le persone con diabete sono oltre 3 milioni e 200 mila, cioè il 5,3% dell’intera popolazione. Questi numeri ci fanno riflettere molto anche sull’impatto sociale che questa patologia ha sui sistemi sanitari nazionali e sulle misure di prevenzione da adottare.

Ma prima di parlare di quali siano i vari tipi di diabete, cerchiamo di capire i meccanismi molecolari del metabolismo glucidico. Il glucosio entra nell’organismo attraverso l’alimentazione e viene trasportato agli organi che ne hanno bisogno attraverso particolari trasportatori chiamati “ glucosio permeasi” (GLUT). Vi sono varie isoforme di glucosio permeasi:

• L’isoforma presente a livello epatico;

• L’isoforma presente a livello del muscolo e del tessuto adiposo (GLUT4);

• L’isoforma presente a livello delle cellule β pancreatiche (GLUT2);

• L’isoforma presente a livello cerebrale nei neuroni.

Il glucosio circolante entra nella cellula β del pancreas tramite il trasportatore di membrana GLUT-2,  viene metabolizzato nella via della glicolisi con formazione di ATP. Quest’ultima si lega ad un canale del potassio sensibile all’ATP, il potassio fuoriesce determinando la depolarizzazione della cellula stessa e l’apertura dei canali del calcio. A questo punto il calcio entra nella cellula e l’insulina viene rilasciata.

Meccanismo di rilascio dell’insulina da parte delle cellule pancreatiche

In condizioni normali, dopo un pasto i livelli di glucosio ematico aumentano (80-120 mg/dL), stimolando le cellule β del pancreas a produrre insulina, la quale abbassa i livelli di glucosio riportandoli nella norma. L’insulina, quando viene rilasciata agisce su tre organi fondamentali:

  • Fegato: L’insulina a livello epatico stimola la produzione di un particolare enzima, l’esochinasi, il quale è in grado di catalizzare la conversione di glucosio in glucosio 6 fosfato. In questo modo viene mantenuta bassa la concentrazione di glucosio intracellulare.
  • Muscolo: L’insulina a livello muscolare inibisce la degradazione delle proteine e stimola l’ingresso di glucosio nel muscolo attraverso l’esposizione del trasportatore GLUT4. Ricordiamo che il muscolo è un organo che richiede glucosio per produrre energia utile alla contrazione.
  • Tessuto adiposo: L’insulina nel tessuto adiposo stimola il trasporto di glucosio attraverso GLUT4 negli adipociti.

Nel momento in cui l’insulina prodotta dalle cellule pancreatiche non è sufficiente ad abbassare i livelli di glucosio ematico si parla di una patologia molto diffusa, il diabete mellito. Il diabete è una patologia sistemica in quanto coinvolge tutto il corpo ma non si deve confondere con l’insulino-resistenza, condizione in cui alcune delle cellule β non sono in grado di sintetizzare insulina, mentre le rimanenti sono normo-funzionanti e sopperiscono alla defaillance delle cellule che non sono in grado di produrre insulina. In questo caso non si ha una condizione di diabete, perché il pancreas è ancora in grado di produrre l’insulina tale da soddisfare le esigenze corporee. Il diabete mellito, invece, viene diagnosticato quando i livelli di glucosio superano i 126 mg/dL a digiuno o se la glicemia, misurata dopo due ore dalla somministrazione orale di un carico di glucosio di 1 g per Kg di peso corporeo, è maggiore o uguale ai 200 mg/dL.

E’ possibile distinguere 4 tipi di diabete secondo una classificazione eziopatologica:

Diabete di tipo I, causato da una distruzione delle cellule β su base autoimmune, un tempo conosciuto come diabete infantile;

Diabete di tipo II, causato da un deficit parziale della secrezione di insulina e denominato anche diabete alimentare;

Altri tipi di diabete, causato da difetti genetici delle cellule pancreatiche, da difetti genetici dell’azione dell’insulina, indotto da farmaci o causato da malattie del pancreas esocrino;

Diabete mellito gestazionale, diagnosticato per la prima volta durante la gravidanza e, in genere, regredisce dopo il parto per ripresentarsi a distanza di anni con le stesse caratteristiche di diabete di tipo II.

Focalizziamo, adesso, l’attenzione su quello che è il cuore del nostro articolo: Il diabete di tipo I. Il diabete di tipo I è considerata una patologia autoimmune in quanto è caratterizzata da una distruzione progressiva delle cellule β pancreatiche con conseguente carenza assoluta di insulina.

In altre parole, il sistema immunitario, invece di produrre anticorpi contro ciò che è estraneo all’organismo, li produce anche contro specifici organi, in questo caso il pancreas, riconoscendolo come estraneo. Questi anticorpi sono definiti “autoanticorpi” e vanno a distruggere progressivamente le cellule  pancreatiche rilasciando, allo stesso tempo, citochine infiammatorie e citotossiche. La conseguenza di questa distruzione è la mancata produzione di insulina da parte del pancreas tale da determinare iper-glicemia nei pazienti affetti. Per questo motivo, questo tipo di diabete è definito anche “insulino-dipendente” in quanto è sempre necessaria la somministrazione di insulina per la sopravvivenza del soggetto affetto. Inoltre, questo tipo di diabete può colpire sia bambini che adulti in cui ci sia una predisposizione a malattie autoimmuni o a disfunzioni delle cellule pancreatiche.

COME VIENE DIAGNOSTICATO IL DIABETE DI TIPO 1?

Essendo una patologia su base autoimmune, oltre al controllo dei valori di glicemia a digiuno e dopo un carico di glucosio, per avere diagnosi certa bisogna valutare la presenza di specifici anticorpi, quali:

  • Anticorpi diretti contro gli antigeni delle cellule β (ICA)
  • Anticorpi anti-decarbossilasi dell’acido glutammico (GAD)
  • Anti-insulina (IAA)
  • Anti-proteina 2 associata a insulinoma (IA-2)

Questi anticorpi risulteranno positivi alla prima diagnosi ma successivamente tendono a negativizzarsi.

QUALI SONO I SINTOMI?

Un bambino affetto da diabete mellito di tipo 1 inizialmente è completamente asintomatico, successivamente possono comparire specifiche manifestazioni cliniche:

  • Astenia (stanchezza fisica o muscolare), dovuta alla perdita di liquidi e presenza di pressione arteriosa bassa;
  • Eccessiva fame;
  • Perdita di peso, inizialmente dovuta alla perdita di acqua e delle riserve energetiche (glicogeno, trigliceridi), successivamente è da attribuirsi alla perdita della massa muscolare a causa della mancanza dell’effetto anabolico dell’insulina;
  • Poliuria (aumento della quantità di urina emessa);
  • Polidipsia( Aumento del senso della sete).

QUAL È LA TERAPIA GIUSTA DA SEGUIRE?

Un bambino affetto da diabete di tipo 1 necessita di somministrazioni giornaliere di insulina, associate ad un piano alimentare atto a tenere sotto controllo i livelli di carboidrati da assumere ad ogni pasto. Quindi è utile che il bambino venga seguito da due figure professionali specifiche:

  1. Diabetologo, il quale sarà in grado di valutare il tipo di diabete e di prescrivere le dosi di insulina da fare al giorno, in genere divise in 4 dosi: colazione, prima di pranzo, prima di cena ( somministrazione rapida) e dopo cena (somministrazione lenta).
  2. Biologo nutrizionista o dietista o medico nutrizionista, in grado di elaborare un piano nutrizionale personalizzato a basso indice glicemico e a basso contenuto di carboidrati.

E’ importante sottolineare che un bambino con diabete di tipo 1 è un bambino assolutamente normale, pertanto può e deve condurre una vita sociale, scolastica e familiare del tutto normale, uguale agli altri bambini. E’ fondamentale che ci sia il totale appoggio in famiglia e da parte degli  insegnanti, i quali dovrebbero sensibilizzare gli altri bambini alla conoscenza della patologia e al coinvolgimento emotivo del bambino affetto. Se così non fosse è opportuno porre la giusta conoscenza della patologia agli insegnanti e alla restante classe, per fare in modo che il bambino conduca una serena vita scolastica, in armonia con i propri amici. Una forma adulta del diabete di tipo 1 è, invece, conosciuta con il nome di “Diabete LADA”, ovvero “Latent Autoimmune Diabetes in Adults” (Diabete autoimmune latente negli adulti). I pazienti affetti sono in genere individui non sovrappeso, di età compresa tra i 30 e i 50 anni, con familiarità per diabete mellito di tipo 1 o per malattie autoimmuni. I sintomi e la terapia da utilizzare sono molto simili a quelli presenti nel diabete di tipo 1.

ESISTE UNA PREVENZIONE POSSIBILE?

Ad oggi purtroppo nessuna terapia si è dimostrata efficace nel prevenire il diabete di tipo 1 nei soggetti predisposti  o nell’evitare la dipendenza dall’insulina nei bambini di nuova diagnosi. L’unica prevenzione possibile è seguire un sano stile di vita, caratterizzato da esercizio fisico e alimentazione varia ed equilibrata. In questo modo si riduce l’incidenza di obesità o sovrappeso e, di conseguenza, le patologie ad esse correlate. Ancora una volta possiamo affermare quanto sia importante acquisire un corretto stile di vita sin dai primi anni di vita del bambino per prevenire patologie complesse da gestire….

Come si dice spesso, “Prevenire è meglio che curare”.

                                                                                                   Dott.ssa Morra Serena

Sitografia e Bibliografia

www.epicentro.iss.it

Portale dell’epidemiologia della sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità.

“Il Diabete”, Scuola di Nutrizione Salernitana a cura della Dott.ssa F.Manfra e della Dott.ssa E.Spirito.

Intermittent Fasting: Arma utile contro il Diabete di tipo 2

Il diabete di tipo 2 è la tipologia di diabete più frequente, caratterizzata da un deficit di secrezione insulinico oppure da una impossibilità ormonale di agire in maniera soddisfacente (insulino-resistenza).

Il diabete di tipo 2 è la più comune comorbidità in caso di pazienti affetti anche da obesità importante e sindrome metabolica.

Circa una persona su 10 negli Stati Uniti e in Canada è affetta da diabete di tipo 2, patologia cronica, spesso associata ad altre disfunzioni di severa importanza. I cambiamenti dello stile di vita sono fondamentali per gestire la patologia, ma da soli non bastano nel controllo dei livelli di glucosio nel sangue.

La chirurgia bariatrica, pratica clinica e chirurgica, è una metodica invasiva efficace per combattere l’eccesso ponderale e migliorare le condizioni cliniche anche nel diabete; tuttavia non è esente da rischi e deve essere ben guidata da un team multidisciplinare che deve preparare il paziente fisicamente e psicologicamente all’intervento e alla vita successiva ad esso. I farmaci possono gestire i sintomi e aiutare a prevenire le complicazioni, ma non possono arrestare la progressione della patologia.
In Ontario, però, i medici dell’Ospedale di Scarborough, hanno cercato di migliorare le condizioni cliniche di questi pazienti diabetici, presentando loro un protocollo alimentare che prevedesse un lungo periodo di digiuno (intermittent-fasting).

I pazienti reclutati per lo studio sono tutti di sesso maschile e di età compresa tra i 40 e i 67 anni, assumevano insulina e tutti avevano un quadro clinico composto che includeva anche ipercolesterolemia e ipertensione, oltre alla patologia principale considerata.

Il 90% dei pazienti ha digiunato a giorni alterni per ben 24 ore, mentre il 10% ha digiunato per tre giorni a settimana.

Nei giorni di digiuno sono stati autorizzati a bere bevande a bassissimo contenuto calorico, come tè, caffè e acqua e a consumare un unico pasto ipocalorico alla sera.
Prima di intraprendere il regime di digiuno, tutti i pazienti hanno partecipato ad un seminario di formazione nutrizionale della durata di sei ore, che includeva anche informazioni relative allo sviluppo del diabete, al  suo impatto sul corpo e su come gestire la patologia attraverso la dieta.
I pazienti hanno sposato bene lo schema alimentare proposto portandolo avanti per circa 10 mesi, dopo i quali è stata valutata la glicemia a digiuno, la glicata (HbA1c), il peso e la circonferenza della vita.

I risultati ottenuti sono stati ottimali, considerando che tutti gli uomini sono stati in grado di interrompere l’iniezione di insulina entro un mese dall’inizio del programma dietetico. Nel 10% dei pazienti ci sono voluti solo cinque giorni per l’interruzione dei farmaci.

Hanno tutti perso peso (del 10-18%) e migliorato la condizione clinica di partenza oltre al fatto di aver ridotto e, in alcuni casi, abolito l’uso dei farmaci.
Questa serie di casi attuali ha mostrato che il regime di digiuno di 24 ore può invertire o eliminare in modo significativo la necessità di farmaci per i soggetti diabetici; tuttavia lo studio è stato applicato ad un numero ristretto di pazienti e tutti di sesso maschile quindi ulteriori indagini devono essere svolte per poter avere la certezza nell’efficacia del protocollo dietetico.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia
Suleiman Furmli, Rami Elmasry, Megan Ramos, Jason Fung. Therapeutic use of intermittent fasting for people with type 2 diabetes as an alternative to insulin. BMJ Case Reports, 2018;

Una proteina favorisce la perdita di grasso nei topi obesi

I ricercatori del reparto di oncologia del Centro Medico della Georgetown University, con grande sorpresa, studiando una proteina per conoscerne la sua presunta azione nel meccanismo patogenetico del cancro, hanno scoperto, al contrario, un suo, inaspettato, ruolo nel regolare il metabolismo.

Lo studio, pubblicato su “Scientific Reports“, suggerisce che la proteina FGFBP3 (BP3 in breve) potrebbe offrire una nuova terapia per i disturbi associati alla sindrome metabolica, come il diabete di tipo 2 e la malattia del fegato grasso; Quanto accaduto ai ricercatori del centro medico della Georgetown University è il classico esempio di “serendipity”, termine utilizzato quando importanti scoperte avvengono mentre si stava ricercando tutt’altro; infatti, inizialmente, lo studio era rivolto verso il gene BP1, la cui produzione risulta elevata in una serie di tumori. Solo successivamente si è rivolta l’attenzione su BP3, proteina naturalmente prodotta dall’organismo, il cui trattamento, nei topi obesi, per 18 giorni risulta sufficiente per  ridurre, di oltre un terzo, il grasso corporeo e i disturbi correlati all’obesità come l’iperglicemia.
La proteina in questione appartiene alla famiglia delle proteine leganti il fattore di crescita dei fibroblasti (FGF) coinvolti in una vasta gamma di processi biologici, come la regolazione della crescita cellulare, la risposta e la guarigione delle ferite e, inoltre, alcuni di questi, possono agire anche da ormoni.

BP1, 2 e 3 sono proteine “chaperone” che si attaccano alle proteine FGF e ne migliorano l’attività. I ricercatori hanno scoperto che questa proteina chaperone si lega a tre proteine FGF (19, 21 e 23), coinvolte nel controllo del metabolismo. La segnalazione FGF19 e FGF 21 regola la conservazione e l’utilizzo di carboidrati (zuccheri) e lipidi (grassi); FGF23 controlla, invece, il metabolismo del fosfato. In questo modo si è scoperto che BP3 esercita un notevole contributo nel controllo metabolico. Quando si dispone di più chaperon BP3 disponibili, l’effetto di FGF19 e FGF21 aumenta all’aumentare della loro segnalazione, il che rende BP3 un forte propulsore del metabolismo dei carboidrati e dei lipidi. Con il metabolismo accelerato, lo zucchero nel sangue e il grasso, trasformato nel fegato, vengono utilizzati per ricavare energia, per cui tendono a non essere immagazzinati.
I risultati dello studio sono notevoli, è necessaria, però, una ricerca aggiuntiva prima che la proteina BP3 possa essere utilizzata come terapia per il diabete e la sindrome metabolica nell’uomo.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

– Elena Tassi, Khalid A. Garman, Marcel O. Schmidt, Xiaoting Ma, Khaled W. Kabbara, Aykut Uren, York Tomita, Regina Goetz, Moosa Mohammadi, Christopher S. Wilcox, Anna T. Riegel, Mattias Carlstrom, Anton Wellstein. Fibroblast Growth Factor Binding Protein 3 (FGFBP3) impacts carbohydrate and lipid metabolism. Scientific Reports, 2018; 8

– Materials provided by Georgetown University Medical Center.

Il DIABETE è di 5 tipi, non più solo 2

Il diabete diventa un po’ più complicato, o più chiaro, a seconda della prospettiva con cui si guarda.

In un recente studio, un gruppo di ricercatori in Scandinavia ha proposto di classificare il diabete in cinque tipi, piuttosto che nei due già conosciuti.

Avere il diabete significa che i livelli di zucchero nel sangue (GLUCOSIO) sono troppo alti. È una malattia sempre più comune; secondo l’Istat, in Italia oltre 3 milioni di persone soffrono di diabete (Fonte istat: https://www.istat.it/it/archivio/202600).

Nei pazienti con Diabete di tipo 1, che si manifesta più spesso durante l’infanzia, il corpo non può produrre INSULINA, un ormone che aiuta il glucosio ad essere captato e ad entrare nelle cellule. Questa condizione si verifica perché il sistema immunitario attacca le cellule del pancreas che producono l’insulina.

Nel Diabete di tipo 2, il corpo non produce o usa bene l’insulina. Spesso questa condizione inizia con la resistenza all’insulina (o insulinoresistenza), il che significa che le cellule non rispondono all’insulina anche se il corpo sta ancora producendo l’ormone. La condizione si verifica spesso negli adulti di mezza età o negli anziani e si ritiene sia correlata allo stile di vita e all’obesità.

 

Nel nuovo studio, pubblicato il 1° marzo 2018 sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinologyl, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti diabetici (in Svezia e Finlandia) in cinque nuovi gruppi. Uno dei gruppi è simile ai diabetici di tipo 1, mentre gli altri quattro sembrano essere “sottotipi” del tipo 2. Tre dei gruppi sono stati considerati forme gravi della malattia, mentre gli altri due forme lievi.

La nuova classificazione potrebbe essere davvero molto utile. I ricercatori non suggeriscono di eliminare le diagnosi di diabete di tipo 1 e 2 o la terminologia per la diagnosi. Si sta, al momento, solo fornendo un modo per classificare all’interno della diagnosi di tipo 1 e tipo 2, altri sottotipi di malattia affinché ci sia una maggior paragonabilità fra tipo di diabete e relativa terapia.

 

Ma quali sono questi gruppi, o sottogruppi?

  • CLUSTER 1: Grave diabete autoimmune.

Vi rientrano i pazienti con una malattia del sistema immunitario (autoimmune) che impedisce loro di produrre insulina. Sono persone giovani e in buona salute e corrispondono più o meno ai pazienti con l’attuale tipo 1 di diabete.

  • CLUSTER 2: Grave diabete insulino-carente.

Questa forma è simile a quella del Cluster 1: i pazienti erano relativamente giovani al momento della diagnosi e non sono in sovrappeso. Essi non producono molta insulina ma, soprattutto, il loro sistema immunitario non è la causa della malattia. Queste persone vengono classificate come diabetici di tipo 1 ma non hanno “autoanticorpi” che indicano effettivamente il tipo 1. I ricercatori al momento non sono sicuri del perché questo accada.

  • CLUSTER 3: Grave diabete insulino-resistente.

Una forma che si verifica in persone in sovrappeso e con elevata insulinoresistenza. Il loro organismo produce insulina, ma le cellule non rispondevano a quest’ultima.

  • CLUSTER 4: Lieve diabete correlato all’obesità.

Rappresentato da pazienti che sono affetti da una forma più lieve della malattia, senza tanti problemi metabolici come quelli nel Cluster 3, e che tendono ad essere obesi.

  • CLUSTER 5: Lieve diabete correlato all’età.

Molto simile al Cluster 4, comprende pazienti che erano più anziani al momento della diagnosi. Questa è stata la forma più riscontrata di diabete e che prendeva una fetta pari al 40% delle persone sottoposte allo screening.

 

I pazienti raggruppati nel Cluster 3, inoltre, avevano il più alto rischio di malattia renale, una delle tante complicazioni del diabete, mentre quelli del Cluster 2 avevano il più alto rischio di retinopatia, un’altra complicanza che può causare la perdita della vista.

I Cluster 2 e 3 sono entrambe forme gravi di diabete fino ad ora “mascherate” dal diabete di tipo 2. Suddividendoli in questi gruppi, i pazienti potrebbero beneficiare di un trattamento puntato alla prevenzione di precise complicazioni.

 

Riconoscere i sottotipi è il primo passo verso una cura personalizzata.

Al momento, l’algoritmo per il trattamento del diabete di tipo 2 è praticamente unico per tutti. I pazienti sono spesso trattati con un farmaco (metformina) e ne vengono successivamente aggiunti altri se questo non dovesse funzionare. Riconoscere i sottotipi potrebbe aiutare i medici a scegliere in modo specifico un primo, secondo o un terzo farmaco per i loro pazienti.

 

Lo studio non può confermare se tutti e cinque i cluster di diabete hanno cause diverse o se la classificazione delle persone potrebbe cambiare nel tempo.

Studi futuri dovranno esaminare se sarà possibile perfezionare la suddivisione in cluster utilizzando altre misure, come marcatori genetici o misurazioni della pressione sanguigna.

 

Al momento i ricercatori hanno in programma di avviare studi simili in Cina e in India, per dare ancora più forza alla scoperta.

 

Dottoressa Laura Masillo – Biologa Nutrizionista

www.lauramasillo.it

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
The Lancet Diabetes & Endocrinologyl – March 2018 – Volume 6 – Number 1

Novel subgroups of adult-onset diabetes and their association with outcomes: a data-driven cluster analysis of six variables. Ahlqvist E, Storm P, Käräjämäki A, Martinell M, Dorkhan M, Carlsson A, Vikman P, Prasad RB, Aly DM, Almgren P, Wessman Y, Shaat N, Spégel P, Mulder H, Lindholm E, Melander O, Hansson O, Malmqvist U, Lernmark A, Lahti K, Forsén T, Tuomi T, Rosengren AH, Groop L.

Un nuovo farmaco induce la perdita di peso negli obesi

Un nuovo studio, condotto dai ricercatori dell’Università di Leeds, ha evidenziato la sorprendente ed innovativa attività di un farmaco, la Semaglutide; Pare che essa miri al sistema di controllo dell’appetito nel cervello, causando una perdita di peso significativa nei soggetti affetti da obesità clinica. La Semaglutide è un nuovo farmaco, prodotto da una azienda farmaceutica danese, la Novo Nordisk, per il trattamento del diabete.

Lo studio è stato finanziato dall’azienda danese, ma svolto in maniera completamente indipendente dall’Università di Leeds, da sempre conosciuta per gli studi sul controllo cerebrale dell’appetito.
La struttura chimica del farmaco è molto simile all’ormone GLP-1 che agisce sul centro di controllo dell’appetito, situato nell’ipotalamo.
Data la stretta somiglianza tra la Semaglutide ed i sistemi di controllo dell’appetito dell’organismo, si è pensato di estenderne l’utilizzo, non limitandone l’assunzione, esclusiva ai pazienti diabetici, reali bersagli del farmaco, ma indagando su altri potenziali effetti.
Nello studio, il farmaco è stato somministrato a soggetti con un indice di massa corporea (BMI) da 30 a 45 kg/m2, dunque in forte sovrappeso. I soggetti che, durante la ricerca, hanno assunto il farmaco, hanno registrato una perdita di peso considerevole. Tuttavia, la percentuale di metabolismo a riposo, è rimasta pressoché invariata, suggerendo una perdita di peso indipedente dal metabolismo, ma dovuta ad una perdita di grasso corporeo e ad una migliore gestione dell’appetito. Il farmaco non solo ha ridotto la voglia di cibo, ma ha indirizzato i pazienti in scelte più consapevoli: pasti più piccoli e meno calorici.

Dott.ssa Michela Zizza

 

 

 

Bibliografia
University of Leeds

 

 

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.