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DIABETE DI TIPO 1: nessuna paura, basta conoscerlo!

Il diabete, nonostante sia una patologia molto diffusa nella popolazione poche persone hanno la reale consapevolezza della patologia stessa, di quale sia lo stile di vita da seguire e soprattutto quanto possa incidere nei bambini. A questo proposito il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità ci informa che nel 2017 nel mondo sono 425 milioni le persone che vivono con il diabete e 212 milioni non sanno di averlo. In Italia, invece, le persone con diabete sono oltre 3 milioni e 200 mila, cioè il 5,3% dell’intera popolazione. Questi numeri ci fanno riflettere molto anche sull’impatto sociale che questa patologia ha sui sistemi sanitari nazionali e sulle misure di prevenzione da adottare.

Ma prima di parlare di quali siano i vari tipi di diabete, cerchiamo di capire i meccanismi molecolari del metabolismo glucidico. Il glucosio entra nell’organismo attraverso l’alimentazione e viene trasportato agli organi che ne hanno bisogno attraverso particolari trasportatori chiamati “ glucosio permeasi” (GLUT). Vi sono varie isoforme di glucosio permeasi:

• L’isoforma presente a livello epatico;

• L’isoforma presente a livello del muscolo e del tessuto adiposo (GLUT4);

• L’isoforma presente a livello delle cellule β pancreatiche (GLUT2);

• L’isoforma presente a livello cerebrale nei neuroni.

Il glucosio circolante entra nella cellula β del pancreas tramite il trasportatore di membrana GLUT-2,  viene metabolizzato nella via della glicolisi con formazione di ATP. Quest’ultima si lega ad un canale del potassio sensibile all’ATP, il potassio fuoriesce determinando la depolarizzazione della cellula stessa e l’apertura dei canali del calcio. A questo punto il calcio entra nella cellula e l’insulina viene rilasciata.

Meccanismo di rilascio dell’insulina da parte delle cellule pancreatiche

In condizioni normali, dopo un pasto i livelli di glucosio ematico aumentano (80-120 mg/dL), stimolando le cellule β del pancreas a produrre insulina, la quale abbassa i livelli di glucosio riportandoli nella norma. L’insulina, quando viene rilasciata agisce su tre organi fondamentali:

  • Fegato: L’insulina a livello epatico stimola la produzione di un particolare enzima, l’esochinasi, il quale è in grado di catalizzare la conversione di glucosio in glucosio 6 fosfato. In questo modo viene mantenuta bassa la concentrazione di glucosio intracellulare.
  • Muscolo: L’insulina a livello muscolare inibisce la degradazione delle proteine e stimola l’ingresso di glucosio nel muscolo attraverso l’esposizione del trasportatore GLUT4. Ricordiamo che il muscolo è un organo che richiede glucosio per produrre energia utile alla contrazione.
  • Tessuto adiposo: L’insulina nel tessuto adiposo stimola il trasporto di glucosio attraverso GLUT4 negli adipociti.

Nel momento in cui l’insulina prodotta dalle cellule pancreatiche non è sufficiente ad abbassare i livelli di glucosio ematico si parla di una patologia molto diffusa, il diabete mellito. Il diabete è una patologia sistemica in quanto coinvolge tutto il corpo ma non si deve confondere con l’insulino-resistenza, condizione in cui alcune delle cellule β non sono in grado di sintetizzare insulina, mentre le rimanenti sono normo-funzionanti e sopperiscono alla defaillance delle cellule che non sono in grado di produrre insulina. In questo caso non si ha una condizione di diabete, perché il pancreas è ancora in grado di produrre l’insulina tale da soddisfare le esigenze corporee. Il diabete mellito, invece, viene diagnosticato quando i livelli di glucosio superano i 126 mg/dL a digiuno o se la glicemia, misurata dopo due ore dalla somministrazione orale di un carico di glucosio di 1 g per Kg di peso corporeo, è maggiore o uguale ai 200 mg/dL.

E’ possibile distinguere 4 tipi di diabete secondo una classificazione eziopatologica:

Diabete di tipo I, causato da una distruzione delle cellule β su base autoimmune, un tempo conosciuto come diabete infantile;

Diabete di tipo II, causato da un deficit parziale della secrezione di insulina e denominato anche diabete alimentare;

Altri tipi di diabete, causato da difetti genetici delle cellule pancreatiche, da difetti genetici dell’azione dell’insulina, indotto da farmaci o causato da malattie del pancreas esocrino;

Diabete mellito gestazionale, diagnosticato per la prima volta durante la gravidanza e, in genere, regredisce dopo il parto per ripresentarsi a distanza di anni con le stesse caratteristiche di diabete di tipo II.

Focalizziamo, adesso, l’attenzione su quello che è il cuore del nostro articolo: Il diabete di tipo I. Il diabete di tipo I è considerata una patologia autoimmune in quanto è caratterizzata da una distruzione progressiva delle cellule β pancreatiche con conseguente carenza assoluta di insulina.

In altre parole, il sistema immunitario, invece di produrre anticorpi contro ciò che è estraneo all’organismo, li produce anche contro specifici organi, in questo caso il pancreas, riconoscendolo come estraneo. Questi anticorpi sono definiti “autoanticorpi” e vanno a distruggere progressivamente le cellule  pancreatiche rilasciando, allo stesso tempo, citochine infiammatorie e citotossiche. La conseguenza di questa distruzione è la mancata produzione di insulina da parte del pancreas tale da determinare iper-glicemia nei pazienti affetti. Per questo motivo, questo tipo di diabete è definito anche “insulino-dipendente” in quanto è sempre necessaria la somministrazione di insulina per la sopravvivenza del soggetto affetto. Inoltre, questo tipo di diabete può colpire sia bambini che adulti in cui ci sia una predisposizione a malattie autoimmuni o a disfunzioni delle cellule pancreatiche.

COME VIENE DIAGNOSTICATO IL DIABETE DI TIPO 1?

Essendo una patologia su base autoimmune, oltre al controllo dei valori di glicemia a digiuno e dopo un carico di glucosio, per avere diagnosi certa bisogna valutare la presenza di specifici anticorpi, quali:

  • Anticorpi diretti contro gli antigeni delle cellule β (ICA)
  • Anticorpi anti-decarbossilasi dell’acido glutammico (GAD)
  • Anti-insulina (IAA)
  • Anti-proteina 2 associata a insulinoma (IA-2)

Questi anticorpi risulteranno positivi alla prima diagnosi ma successivamente tendono a negativizzarsi.

QUALI SONO I SINTOMI?

Un bambino affetto da diabete mellito di tipo 1 inizialmente è completamente asintomatico, successivamente possono comparire specifiche manifestazioni cliniche:

  • Astenia (stanchezza fisica o muscolare), dovuta alla perdita di liquidi e presenza di pressione arteriosa bassa;
  • Eccessiva fame;
  • Perdita di peso, inizialmente dovuta alla perdita di acqua e delle riserve energetiche (glicogeno, trigliceridi), successivamente è da attribuirsi alla perdita della massa muscolare a causa della mancanza dell’effetto anabolico dell’insulina;
  • Poliuria (aumento della quantità di urina emessa);
  • Polidipsia( Aumento del senso della sete).

QUAL È LA TERAPIA GIUSTA DA SEGUIRE?

Un bambino affetto da diabete di tipo 1 necessita di somministrazioni giornaliere di insulina, associate ad un piano alimentare atto a tenere sotto controllo i livelli di carboidrati da assumere ad ogni pasto. Quindi è utile che il bambino venga seguito da due figure professionali specifiche:

  1. Diabetologo, il quale sarà in grado di valutare il tipo di diabete e di prescrivere le dosi di insulina da fare al giorno, in genere divise in 4 dosi: colazione, prima di pranzo, prima di cena ( somministrazione rapida) e dopo cena (somministrazione lenta).
  2. Biologo nutrizionista o dietista o medico nutrizionista, in grado di elaborare un piano nutrizionale personalizzato a basso indice glicemico e a basso contenuto di carboidrati.

E’ importante sottolineare che un bambino con diabete di tipo 1 è un bambino assolutamente normale, pertanto può e deve condurre una vita sociale, scolastica e familiare del tutto normale, uguale agli altri bambini. E’ fondamentale che ci sia il totale appoggio in famiglia e da parte degli  insegnanti, i quali dovrebbero sensibilizzare gli altri bambini alla conoscenza della patologia e al coinvolgimento emotivo del bambino affetto. Se così non fosse è opportuno porre la giusta conoscenza della patologia agli insegnanti e alla restante classe, per fare in modo che il bambino conduca una serena vita scolastica, in armonia con i propri amici. Una forma adulta del diabete di tipo 1 è, invece, conosciuta con il nome di “Diabete LADA”, ovvero “Latent Autoimmune Diabetes in Adults” (Diabete autoimmune latente negli adulti). I pazienti affetti sono in genere individui non sovrappeso, di età compresa tra i 30 e i 50 anni, con familiarità per diabete mellito di tipo 1 o per malattie autoimmuni. I sintomi e la terapia da utilizzare sono molto simili a quelli presenti nel diabete di tipo 1.

ESISTE UNA PREVENZIONE POSSIBILE?

Ad oggi purtroppo nessuna terapia si è dimostrata efficace nel prevenire il diabete di tipo 1 nei soggetti predisposti  o nell’evitare la dipendenza dall’insulina nei bambini di nuova diagnosi. L’unica prevenzione possibile è seguire un sano stile di vita, caratterizzato da esercizio fisico e alimentazione varia ed equilibrata. In questo modo si riduce l’incidenza di obesità o sovrappeso e, di conseguenza, le patologie ad esse correlate. Ancora una volta possiamo affermare quanto sia importante acquisire un corretto stile di vita sin dai primi anni di vita del bambino per prevenire patologie complesse da gestire….

Come si dice spesso, “Prevenire è meglio che curare”.

                                                                                                   Dott.ssa Morra Serena

Sitografia e Bibliografia

www.epicentro.iss.it

Portale dell’epidemiologia della sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità.

“Il Diabete”, Scuola di Nutrizione Salernitana a cura della Dott.ssa F.Manfra e della Dott.ssa E.Spirito.

Una proteina favorisce la perdita di grasso nei topi obesi

I ricercatori del reparto di oncologia del Centro Medico della Georgetown University, con grande sorpresa, studiando una proteina per conoscerne la sua presunta azione nel meccanismo patogenetico del cancro, hanno scoperto, al contrario, un suo, inaspettato, ruolo nel regolare il metabolismo.

Lo studio, pubblicato su “Scientific Reports“, suggerisce che la proteina FGFBP3 (BP3 in breve) potrebbe offrire una nuova terapia per i disturbi associati alla sindrome metabolica, come il diabete di tipo 2 e la malattia del fegato grasso; Quanto accaduto ai ricercatori del centro medico della Georgetown University è il classico esempio di “serendipity”, termine utilizzato quando importanti scoperte avvengono mentre si stava ricercando tutt’altro; infatti, inizialmente, lo studio era rivolto verso il gene BP1, la cui produzione risulta elevata in una serie di tumori. Solo successivamente si è rivolta l’attenzione su BP3, proteina naturalmente prodotta dall’organismo, il cui trattamento, nei topi obesi, per 18 giorni risulta sufficiente per  ridurre, di oltre un terzo, il grasso corporeo e i disturbi correlati all’obesità come l’iperglicemia.
La proteina in questione appartiene alla famiglia delle proteine leganti il fattore di crescita dei fibroblasti (FGF) coinvolti in una vasta gamma di processi biologici, come la regolazione della crescita cellulare, la risposta e la guarigione delle ferite e, inoltre, alcuni di questi, possono agire anche da ormoni.

BP1, 2 e 3 sono proteine “chaperone” che si attaccano alle proteine FGF e ne migliorano l’attività. I ricercatori hanno scoperto che questa proteina chaperone si lega a tre proteine FGF (19, 21 e 23), coinvolte nel controllo del metabolismo. La segnalazione FGF19 e FGF 21 regola la conservazione e l’utilizzo di carboidrati (zuccheri) e lipidi (grassi); FGF23 controlla, invece, il metabolismo del fosfato. In questo modo si è scoperto che BP3 esercita un notevole contributo nel controllo metabolico. Quando si dispone di più chaperon BP3 disponibili, l’effetto di FGF19 e FGF21 aumenta all’aumentare della loro segnalazione, il che rende BP3 un forte propulsore del metabolismo dei carboidrati e dei lipidi. Con il metabolismo accelerato, lo zucchero nel sangue e il grasso, trasformato nel fegato, vengono utilizzati per ricavare energia, per cui tendono a non essere immagazzinati.
I risultati dello studio sono notevoli, è necessaria, però, una ricerca aggiuntiva prima che la proteina BP3 possa essere utilizzata come terapia per il diabete e la sindrome metabolica nell’uomo.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

– Elena Tassi, Khalid A. Garman, Marcel O. Schmidt, Xiaoting Ma, Khaled W. Kabbara, Aykut Uren, York Tomita, Regina Goetz, Moosa Mohammadi, Christopher S. Wilcox, Anna T. Riegel, Mattias Carlstrom, Anton Wellstein. Fibroblast Growth Factor Binding Protein 3 (FGFBP3) impacts carbohydrate and lipid metabolism. Scientific Reports, 2018; 8

– Materials provided by Georgetown University Medical Center.

Il DIABETE è di 5 tipi, non più solo 2

Il diabete diventa un po’ più complicato, o più chiaro, a seconda della prospettiva con cui si guarda.

In un recente studio, un gruppo di ricercatori in Scandinavia ha proposto di classificare il diabete in cinque tipi, piuttosto che nei due già conosciuti.

Avere il diabete significa che i livelli di zucchero nel sangue (GLUCOSIO) sono troppo alti. È una malattia sempre più comune; secondo l’Istat, in Italia oltre 3 milioni di persone soffrono di diabete (Fonte istat: https://www.istat.it/it/archivio/202600).

Nei pazienti con Diabete di tipo 1, che si manifesta più spesso durante l’infanzia, il corpo non può produrre INSULINA, un ormone che aiuta il glucosio ad essere captato e ad entrare nelle cellule. Questa condizione si verifica perché il sistema immunitario attacca le cellule del pancreas che producono l’insulina.

Nel Diabete di tipo 2, il corpo non produce o usa bene l’insulina. Spesso questa condizione inizia con la resistenza all’insulina (o insulinoresistenza), il che significa che le cellule non rispondono all’insulina anche se il corpo sta ancora producendo l’ormone. La condizione si verifica spesso negli adulti di mezza età o negli anziani e si ritiene sia correlata allo stile di vita e all’obesità.

 

Nel nuovo studio, pubblicato il 1° marzo 2018 sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinologyl, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti diabetici (in Svezia e Finlandia) in cinque nuovi gruppi. Uno dei gruppi è simile ai diabetici di tipo 1, mentre gli altri quattro sembrano essere “sottotipi” del tipo 2. Tre dei gruppi sono stati considerati forme gravi della malattia, mentre gli altri due forme lievi.

La nuova classificazione potrebbe essere davvero molto utile. I ricercatori non suggeriscono di eliminare le diagnosi di diabete di tipo 1 e 2 o la terminologia per la diagnosi. Si sta, al momento, solo fornendo un modo per classificare all’interno della diagnosi di tipo 1 e tipo 2, altri sottotipi di malattia affinché ci sia una maggior paragonabilità fra tipo di diabete e relativa terapia.

 

Ma quali sono questi gruppi, o sottogruppi?

  • CLUSTER 1: Grave diabete autoimmune.

Vi rientrano i pazienti con una malattia del sistema immunitario (autoimmune) che impedisce loro di produrre insulina. Sono persone giovani e in buona salute e corrispondono più o meno ai pazienti con l’attuale tipo 1 di diabete.

  • CLUSTER 2: Grave diabete insulino-carente.

Questa forma è simile a quella del Cluster 1: i pazienti erano relativamente giovani al momento della diagnosi e non sono in sovrappeso. Essi non producono molta insulina ma, soprattutto, il loro sistema immunitario non è la causa della malattia. Queste persone vengono classificate come diabetici di tipo 1 ma non hanno “autoanticorpi” che indicano effettivamente il tipo 1. I ricercatori al momento non sono sicuri del perché questo accada.

  • CLUSTER 3: Grave diabete insulino-resistente.

Una forma che si verifica in persone in sovrappeso e con elevata insulinoresistenza. Il loro organismo produce insulina, ma le cellule non rispondevano a quest’ultima.

  • CLUSTER 4: Lieve diabete correlato all’obesità.

Rappresentato da pazienti che sono affetti da una forma più lieve della malattia, senza tanti problemi metabolici come quelli nel Cluster 3, e che tendono ad essere obesi.

  • CLUSTER 5: Lieve diabete correlato all’età.

Molto simile al Cluster 4, comprende pazienti che erano più anziani al momento della diagnosi. Questa è stata la forma più riscontrata di diabete e che prendeva una fetta pari al 40% delle persone sottoposte allo screening.

 

I pazienti raggruppati nel Cluster 3, inoltre, avevano il più alto rischio di malattia renale, una delle tante complicazioni del diabete, mentre quelli del Cluster 2 avevano il più alto rischio di retinopatia, un’altra complicanza che può causare la perdita della vista.

I Cluster 2 e 3 sono entrambe forme gravi di diabete fino ad ora “mascherate” dal diabete di tipo 2. Suddividendoli in questi gruppi, i pazienti potrebbero beneficiare di un trattamento puntato alla prevenzione di precise complicazioni.

 

Riconoscere i sottotipi è il primo passo verso una cura personalizzata.

Al momento, l’algoritmo per il trattamento del diabete di tipo 2 è praticamente unico per tutti. I pazienti sono spesso trattati con un farmaco (metformina) e ne vengono successivamente aggiunti altri se questo non dovesse funzionare. Riconoscere i sottotipi potrebbe aiutare i medici a scegliere in modo specifico un primo, secondo o un terzo farmaco per i loro pazienti.

 

Lo studio non può confermare se tutti e cinque i cluster di diabete hanno cause diverse o se la classificazione delle persone potrebbe cambiare nel tempo.

Studi futuri dovranno esaminare se sarà possibile perfezionare la suddivisione in cluster utilizzando altre misure, come marcatori genetici o misurazioni della pressione sanguigna.

 

Al momento i ricercatori hanno in programma di avviare studi simili in Cina e in India, per dare ancora più forza alla scoperta.

 

Dottoressa Laura Masillo – Biologa Nutrizionista

www.lauramasillo.it

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
The Lancet Diabetes & Endocrinologyl – March 2018 – Volume 6 – Number 1

Novel subgroups of adult-onset diabetes and their association with outcomes: a data-driven cluster analysis of six variables. Ahlqvist E, Storm P, Käräjämäki A, Martinell M, Dorkhan M, Carlsson A, Vikman P, Prasad RB, Aly DM, Almgren P, Wessman Y, Shaat N, Spégel P, Mulder H, Lindholm E, Melander O, Hansson O, Malmqvist U, Lernmark A, Lahti K, Forsén T, Tuomi T, Rosengren AH, Groop L.

Alcuni componenti del cacao ritardano l’insorgenza del diabete

Secondo un recente studio, svolto dai ricercatori del Brigham Young University, alcuni componenti del cacao sarebbero in grado di ritardare l’insorgenza del diabete di tipo due.
L’informazione appare paradossale ma perfettamente dimostrabile; Nei pazienti diabetici, infatti, gli zuccheri presenti nel sangue raggiungono livelli insalubri a causa di una ridotta secrezione di insulina, il cui compito è proprio quello di ridurre gli zuccheri nel sangue. Tuttavia, lo studio dimostra che alcuni componenti, presenti naturalmente nel cacao, i monomeri epicatechinici, aiutano l’organismo a rilasciare un maggiore quantitativo di insulina per rispondere ad una glicemia elevata; in seguito al consumo di cacao, anche le cellule beta, responsabili della secrezione del suddetto ormone, funzionano meglio e si mantengono più forti.
Questo è un buon punto di partenza, ma le ricerche devono proseguire per individuare una modalità di estrazione dei  composti e per poterli  utilizzare anche nel trattamento dei pazienti affetti da diabete di tipo due

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia
Brigham Young University

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