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Il desiderio irresistibile a consumare alimenti altamente gustosi può contribuire allo sviluppo della perdita di controllo sul cibo.

 Continuando quanto detto nell’articolo precedente di questa rubrica “IL CIBO E I SUOI SIGNIFICATI”, è stato dimostrato che il piacere derivante dall’assumere alimenti gradevoli continua a motivare il consumo di cibo perfino in assenza di una fame fisiologica. La maggior parte degli individui consumerà alimenti gradevoli anche quando non affamati semplicemente perché questi sono disponibili oppure perché vengono loro offerti (ad esempio, uno snack pomeridiano oppure un dessert a fine cena). Tuttavia, nelle culture moderne i cibi altamente gradevoli solitamente sono reperibili pressoché ovunque. Come risultato, alcune persone testimoniano di esserne attratti persino in assenza di stimoli alimentari tipici (come gli orari dei pasti oppure vedere del cibo in televisione). Tale preoccupazione rispetto agli alimenti gradevoli si può anche manifestare quando gli individui incominciano a consumare tali cibi senza limitarsi alla quantità appropriata (ad esempio, fermarsi ad una porzione di patatine fritte per uno snack oppure a una fetta di torta per il dessert). Lo sperimentare motivazioni potenti e reiterate a consumare alimenti gradevoli quando non si è in regime ipocalorico è stato definito “fame edonica” by Lowe and Butryn (1).A differenza dell’urgenza forte e persistente a consumare cibi quando si è sottoposti ad un regime ipocalorico – che è un’esperienza adattativa – quella di consumare alimenti per puro piacere in assenza di bisogno energetico è molto più del tipo maladattativo. In particolare, se tali stimoli alimentari sono molto pressanti, durante l’alimentazione possono emergere sensazioni di perdita di controllo sul cibo, consumo eccessivo di calorie o entrambi. Questo fenomeno ricorda lo sviluppo della dipendenza da droghe.  Infatti, vi sono incredibili somiglianze tra il modello di attivazione cerebrale osservato durante il consumo di droghe che creano dipendenza e quello associato al consumo di cibi particolarmente gustosi (2).Di conseguenza, come per gli individui che fanno uso di droghe nel tempo può risultare sempre più difficile controllare il loro desiderio verso queste sostanze, così coloro che provano un grandissimo piacere nell’assunzione di alimenti altamente gradevoli possono cominciare a sviluppare sensazioni di perdita di controllo quando iniziano ad assumere tali cibi. Diversi studi supportano l’ipotesi che un desiderio irresistibile a consumare alimenti altamente gustosi può contribuire allo sviluppo della perdita di controllo sul cibo. La sensazione soggettiva di perdita di controllo (PDC) rispetto al mangiare è comune tra gli individui con disordini alimentari e tende a implicare un aumento di peso. Un’alimentazione restrittiva è un ulteriore fattore di rischio per la perdita di controllo, ma anche le sensazioni di piacere che derivano da alimenti gradevoli possono far emergere o intensificare la perdita di controllo rispetto al cibo. Questi risultati suggeriscono che l’attrazione edonica per gli alimenti gradevoli può rappresentare un fattore di rischio di perdita di controllo sia in chi la sta sperimentando da poco, sia in chi non l’ha mai avuta. (3)

BIBLIOGRAFIA

1  (2007; Lowe & Levine, 2005).

2(Volkow, Wang, Fowler, & Telang, 2008).

3(Birch, Fisher, & Davison, 2003; Lowe & Levine, 2005).

Capire il collegamento funzionale tra l’assunzione di nutrienti e il controllo omeostatico del bilancio energetico è un passo fondamentale verso una svolta clinica nel trattamento di iperfagia e obesità.

I meccanismi fisiologici del corpo umano sono evoluti per mantenere l’omeostasi energetica (1).I livelli di energia nel corpo aumentano in seguito all’ assunzione di cibo e sono esauriti tramite il dispendio energetico, che include il mantenimento delle normali funzioni fisiologiche e l’attività fisica (2). L’ energia in eccesso viene immagazzinata nel tessuto adiposo come trigliceridi e nel muscolo scheletrico e nel fegato sotto forma di glicogeno. L’equilibrio tra l’assunzione di energia, la spesa energetica e la conservazione è governato da meccanismi regolatori centrali e da segnali endocrini periferici (3). Oltre ai segnali neuronali da organi sensoriali (ad esempio quelli relativi alla vista, udito, olfatto e gusto), segnali neurali sensoriali viscerali inviano segnali dal tratto gastro-intestinale e  forniscono input continui a questi regolatori centrali per quanto riguarda lo stato delle riserve di energia (4).Negli articoli precedenti di questa rubrica “IL CIBO E I SUOI SIGNIFICATI”,ho elencato e descritto i diversi determinanti del comportamento alimentare che sono stati ampiamente studiati per comprendere la regolazione omeostatica dell’assunzione di sostanze nutritive, generalmente attribuita al circuito ipotalamo-tronco cerebrale (5). L’alimentazione non omeostatica,intesa come eccessiva ingestione di cibo,è, in parte, una conseguenza delle proprietà motivazionali del cibo, strettamente legate al rilascio di dopamina nelle regioni limbiche del cervello  particolarmente stimolato da cibi ricchi di zuccheri semplici (HFHS ad esempio patatine, snack vari , gallette varie, crostini, tarallucci, caramelle, cioccolattini)e ad alto contenuto di grassi saturi,che generano in chi ne assapora uno il desiderio di mangiarne ancora e ancora……trasformando il piacere derivante dall’ingestione di questi cibi  in una vera e propria dipendenza.Tuttavia, anche se la presenza di questi cibi , è essenzialmente onnipresente nei paesi sviluppati, non tutti gli individui con accesso a questi alimenti li consumano in eccesso o diventano obesi. Quello che accade dunque,è che alcuni individui diventino più vulnerabili agli effetti edonici o rinforzanti del cibo ricco di calorie, e alla fine sviluppino abitudini alimentari che si dissociano dai meccanismi omeostatici che normalmente mantengono l’equilibrio energetico (6). Mangiare in assenza di fame,è quindi il principale fattore in grado di determinare un’ ingestione di cibo in eccesso rispetto a ciò che è biologicamente necessario (7) e ciò ovviamente contribuisce all’insorgenza dell’ obesità e di  altri problemi legati al peso (8).

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BIBLIOGRAFIA

1(Berthoud, 2002, 2004).

2 (Berthoud, 2002; Lenard & Berthoud, 2008)

3(Berthoud, 2004, 2011; Lenard & Berthoud, 2008).

4( Berthoud, 2002, 2004; Berthoud & Zheng, 2012; Lenard & Berthoud, 2008).

5(Saper et al., 2002).79 ( di Chiara e Imperato, 1988;. Dallman et al, 2005; Narayanan et al, 2010).

6(Berthoud, 2004).

7(Corwin & Hajnal, 2005),

8(van Strien, Herman, e Verheijden , 2009).

 

L’alimentazione è connessa alla vita emotiva

L’alimentazione è connessa con la vita emotiva.

Dietro ai sapori, agli odori, si nascondono tantissimi significati; dietro al gusto di sedere a tavola, ma anche di stare dietro ai fornelli, esiste una trama fitta di simboli e linguaggi che costituiscono il variegato panorama della scienza culinaria. Il nostro corpo, la nostra psicologia, l’educazione la cultura, l’ambiente, la storia, sono elementi fondamentali per ripercorrere e capire l’itinerario del piacere, poiché condizionano non solo la preparazione e la presentazione del cibo, ma anche la percezione visiva, olfattiva e la scelta di alcuni sapori al posto di altri. Esistono poi elementi spesso ignorati ma non meno importanti quali il desiderio,la creatività, la voglia, l’immaginazione che trasformano i cibi, in un vero e proprio linguaggio. Chi ama cucinare generalmente scopre, ricerca, studia, fa esperienza, agisce secondo le sue conoscenze, i suoi retaggi e cerca, grazie alla fantasia, di creare per assecondare la necessità di comunicare stati d’animo e passioni. Non dovremmo scandalizzarci, dunque, quando sentiamo definire la culinaria un’arte. (1)
Il nutrirsi, il mangiare e, di conseguenza, il cibo risultano indissolubilmente connessi con l’emozione e molto spesso sono influenzati da determinate situazioni emotive. Da numerosi studi scientifici è emersa e si è sempre più confermata negli ultimi anni, la stretta interconnessione tra cibo e mente, laddove il primo può influenzare l’altra e viceversa.

Un aspetto importante del cibo, è dunque quello di avere il potere di modificare il nostro stato, sia da un punto di vista elettrochimico, sia da un punto di vista emotivo. Esistono infatti dei cibi che ci accompagnano durante la nostra vita ed ai quali diamo significati emotivi.
Il collegamento tra cibo e dinamiche psico-emozionali si esplica anche in corrispondenza di pensieri e segnali sensoriali come profumi, immagini, etc., che attivano la salivazione (la famosa “acquolina in bocca”), la sensazione di fame e l’apparato gastrointestinale. Il dolce preferito di quando eravamo bambini, la pietanza preparata da una figura importante per noi ,la merenda che condividevamo con un nostro amico…
Il cibo ci accompagna in tantissime situazioni emotive della nostra vita e contiene dei significati importanti su cui noi costruiamo parte della nostra storia. Mentre però gli affetti, gli amici, le situazioni della nostra vita cambiano, si evolvono, mutano, il cibo rimane sempre uguale e grazie al legame mnemonico ed affettivo creato nel nostro passato, rimane un buon metodo per rievocare le sensazioni piacevoli che erano legate ad esso.

Marcel Proust, autore di inizio 900, racconta in un brano della sua opera “Alla ricerca del tempo perduto” l’esatto momento in cui lui, assaggiando una Madeleine rivive emozioni dimenticate da tempo. Questa sua opera vuole proprio dimostrare come si può recuperare il tempo e le emozioni passate che non si possono rivivere soltanto pensandoci, deve esserci un qualcosa che ci riporta a quel momento; quel sapore lo riporta a quand’era fanciullo e la zia lo invitava a bere il tè, dandogli sempre una Madeleine. Dunque il cibo può assumere diversi significati in relazione all’ambiente che ci circonda, allo stato d’animo, alla situazione in cui si vive, al vissuto personale e ai ricordi, alle tradizioni, alla cultura.

Il cibo non è soltanto ciò che calma la sensazione di fame e che contemporaneamente consente un piacere orale e fisico che soddisfa l’odorato o il gusto, ma, ulteriori peculiarità fanno del cibo uno stimolo tale da coinvolgere altri sensi quali la vista e il tatto. Così, mentre i ricordi o le persone possono essere fonte di emozioni negative, di frustrazioni, il cibo è in grado di offrire un’apparente conforto, disinteressato e assolutamente privo di frustrazioni, almeno nell’immediato. Ecco dunque come l’assunzione di cibo assume significati totalmente opposti ai bisogni nutrizionali, ma serve per colmare necessità prettamente emotive. Mangiamo dunque per modulare i nostri stati emotivi spiacevoli per tentare di placarli, colmarli, modificarli, attraverso sensazioni piacevoli derivanti dal cibo; si parla infatti di comfort food, cibo confortevole, di cibo che rassicura…..

Fattori biologici alla base delle scelte alimentari.

Le nostre esigenze fisiologiche sono i fattori di base che determinano le nostre scelte alimentari. Per poter sopravvivere, gli esseri umani hanno bisogno di energia e sostanze nutrienti e risponderanno allo stimolo della fame e alla sensazione di sazietà .Il sistema nervoso centrale è responsabile del controllo dell’equilibrio tra stimolo della fame, appetito e assunzione di cibo.
I macronutrienti, come carboidrati, proteine e grassi, generano segnali di sazietà di diversa intensità. Le opinioni predominanti suggeriscono che i grassi abbiano un basso potere di sazietà, i carboidrati un effetto intermedio e le proteine il potere maggiore (1).
È stato dimostrato che la densità energetica della dieta esercita forti effetti sulla sazietà e che le diete a bassa densità energetica generano maggiore sazietà rispetto a quelle ad alta intensità. L’alta densità energetica dei cibi a elevato contenuto di grassi e/o zuccheri può anche portare al “sovraconsumo passivo”, fenomeno in base al quale si ingerisce involontariamente energia in eccesso senza consumare volumi aggiuntivi. Un segnale importante della sazietà può essere il volume del cibo o le dimensioni delle porzioni consumate. Molte persone non sanno quali siano le porzioni adeguate e pertanto assumono inavvertitamente energia in eccesso.

Aspetti sensoriali
Il sapore è ampiamente considerato come uno dei fattori che influenzano maggiormente il comportamento alimentare. Il sapore, in realtà, è la somma di tutti gli stimoli sensoriali prodotti dall’ingerimento del cibo. Questo non include solo il sapore vero e proprio, ma anche odore, aspetto e consistenza. Si ritiene che questi aspetti sensoriali influenzino, in particolare, le scelte alimentari istintive. Fin dai primi anni di vita, sapore e familiarità influenzano il comportamento alimentare. Una propensione per i cibi dolci e un’avversione per quelli amari sono considerate caratteristiche innate degli esseri umani, presenti fin dalla nascita (2). Preferenze di sapori e avversioni ai cibi si sviluppano tramite l’esperienza e sono influenzate dai nostri atteggiamenti, convinzioni e aspettative. (3)

Il piacere del cibo passa attraverso il gusto
La gustosità è proporzionale al piacere che si prova quando si mangia un particolare alimento. Dipende dalle proprietà sensoriali del cibo, come sapore, odore, consistenza e aspetto. Dolciumi e cibi ad alto contenuto di grassi hanno un’innegabile attrattiva sensoriale. Non sorprende quindi che il cibo non sia considerato solo come fonte di nutrimento, ma venga spesso consumato per il piacere che conferisce. L’influenza della gustosità sull’appetito e sul consumo di cibo negli esseri umani è stata oggetto di numerosi studi. All’aumentare della gustosità aumenta il consumo di cibo, ma il suo effetto sull’appetito nel periodo successivo all’assunzione non è chiaro. L’aumento della varietà degli alimenti può anche incrementare l’assunzione di cibo ed energia a breve termine ed alterare l’equilibrio energetico (4) .
Cio’ che ci induce a mangiare è principalmente il piacere che deriva dall’ingestione del cibo.Dal punto di vista evolutivo, la capacità di percepire il gusto dolce si è sviluppata per riconoscere gli zuccheri, principale fonte d’energia del corpo. Invece, la sensibilità al gusto amaro ha permesso di discriminare ciò che era potenzialmente dannoso, come per esempio l’ingestione di molti composti tossici principalmente d’origine vegetale. Oggi il gusto ha in gran parte perso questa funzione e non risulta più legato ad esigenze di sopravvivenza. Ciononostante rimane uno dei più importanti fattori nel determinare la selezione e il grado di accettazione del cibo. La percezione dei diversi gusti: dolce, salato, amaro, acido umami e grasso, avviene grazie a recettori presenti sulla superficie di cellule epiteliali specializzate (dette TRCs ossia taste receptor cells) che si trovano all’interno dei bottoni gustativi, localizzati principalmente sulla lingua. Ciascuna qualità gustativa viene rilevata attraverso un meccanismo molecolare di trasduzione differente.
La Tabella I riassume i recettori a oggi conosciuti per ogni qualità gustativa e il meccanismo di trasduzione del segnale corrispondente.(5)

Gusto Recettore Trasduzione del segnale
Amaro T2Rs Recettore accoppiato a prot.G
Dolce T1R2/T1R3 Recettore accoppiato a prot.G
Umami T1R1/T1R3 R Recettore accoppiato a prot.G
Salato ENaC-TRPV1 Canali ionici
Acido PKD2L1- PKD1L3 Canali ionici
Grasso CD36 Trasportatore di acidi grassi

Numerosi sono i geni che codificano per i recettori del gusto amaro. In particolare nell’uomo sono stati identificati una famiglia di 25 geni, detti T2Rs o TAS2Rs, localizzati sui cromosomi 12, 7 e 5 (6). I gusti dolce e umami sono guidati da recettori appartenenti alla famiglia T1R o TAS1R. In particolare il recettore per il gusto dolce è costituito dal dimero formato da T1R2 e T1R3 (7) ,mentre il T1R3 combinato con il T1R2 forma il dimero responsabile della percezione del gusto umami(8). Il recettore principale per il gusto salato è un canale epiteliale per il Na+ sensibile all’amiloride, denominato EnaC (9). Inoltre, esiste un altro possibile recettore per il salato, il canale TRPV1 appartenente alla famiglia dei canali ionici TRP (transient receptor potential) (10). Per quanto riguarda l’acido, due membri della famiglia dei canali ionici TRP, ovvero PKD1L3 e PKD2L1, sono stati indicati come possibili recettori per la percezione di questa qualità gustativa (11). Infine, il gene CD36 è stato identificato come responsabile della sensibilità ai cibi grassi (12).

Variazioni genetiche che alterano la percezione gustativa .

La percezione gustativa, può variare tra gli individui in funzione di variazioni genetiche nei geni che codificano per i recettori del gusto. Variazioni genetiche associate a differenze individuali nella percezione gustativa sono ben note per quanto riguarda i gusti amaro, dolce e umami, mentre meno conosciuta è la variabilità genetica associata alla percezione del gusto salato e acido (13). Le variazioni genetiche associate a differenze individuali nella percezione del gusto amaro sono state le più studiate. In particolare, tra questi le più conosciute sono le variazioni a carico del gene TAS2R38, associate a differenze nella capacità di percepire composti che contengono il gruppo tiocianato (N-C = S) responsabile del loro gusto amaro, come feniltiocarbamide (o PTC) e 6-n-propiltiouracile (o PROP). Questo gruppo chimico è anche presente nei glucosinati e nelle goitrine, sostanze comunemente trovate nelle crucifere ed in altre piante appartenenti alla famiglia delle Brassicacee, come broccoli, cavoli e cavolfiori (14).In base alla capacità di percepire questi composti nella popolazione si possono distinguere: coloro che non percepiscono il PTC e sostanze analoghe o “non-taster”, coloro che sono capaci di percepire il PTC o “medium-taster” e coloro che sono estremamente sensibili a questi composti o “super-taster ”(15). Circa il 75% della popolazione Caucasica è sensibile e capace di percepire il PTC e il PROP, mentre circa il 25% sono non-tasters (16). Oggi sappiamo che esistono due diverse forme del TAS2R38, la forma PAV e la forma AVI, che differiscono per tre polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs). Queste due forme conferiscono una diversa sensibilità al PTC e il PROP. In particolare, mentre la forma AVI specifica il fenotipo non-taster, la forma PAV sembra essere specifica per il fenotipo taster. Le variazioni genetiche nel TAS2R38, comunque, spiegano circa il 55-80% della variabilità nella sensibilità al PTC/PROP, suggerendo che altri fattori sia genetici che ambientali possono contribuire a determinare il fenotipo (17).Per quanto riguarda altre qualità gustative, variazioni genetiche nei geni della famiglia TAS1R sono state associate a differenze nella percezione dei gusti dolce e umami. Per esempio varianti nelle regioni del promotore del gene TAS1R3 sono state associate con una riduzione della capacità di percepire il gusto dolce (18).Analogamente, è stato riportato che differenze genetiche a livello del gene TAS1R3 sono legate a una ridotta sensibilità all’umami, mentre differenze nel gene TAS1R1 a un aumento della sensibilità (19).Studi recenti hanno suggerito che nell’uomo variazioni nei geni che codificano per il canale TRPV1 e la beta sub-unità del canale ENaC potrebbero modificare la percezione del gusto salato (20). Infine, varianti a livello del gene CD36 sono ritenute responsabili di differenze nella capacità di percepire e riconoscere le molecole di grasso contenuti nei cibi .

Le variazioni genetiche a livello dei recettori gustativi, determinando differenze nella percezione gustativa, e possono portare anche a differenze nelle preferenze alimentari e nel consumo di cibo. Ciò può a sua volta influenzare lo stato di salute(21). Il maggior numero di studi si è focalizzato sulla relazione tra la capacità di percepire il gusto amaro del PTC o del PROP, mediata dal gene TAS2R38, e le abitudini e preferenze alimentari (22). In particolare, la percezione del gusto amaro del PROP/PTC è stata associata a differenze nella preferenza per diversi tipi di cibi, quali verdure, caffè, birra, pompelmo, peperoncino, grassi, consumo di alcool (23). Variazioni nel gene TAS2R38 sono state associate anche al maggiore consumo di fibre e di tiamina, vitamina B6 e folati, ovvero a fattori indicativi di una sana alimentazione (24). Polimorfismi del gene TAS2R43 sono correlati ad una maggiore preferenza per il caffè (25). La percezione del gusto amaro è stata anche ampiamente relata allo stato di salute. Ad esempio è stato dimostrato che la capacità di percepire il PROP, attraverso differenze nel consumo di cibi ad elevato contenuto calorico e di grassi, può influenzare l’indice di massa corporea e il rischio di sviluppare obesità (26). Studi sulla relazione tra percezione del gusto, scelte alimentari e implicazioni per la salute sono stati riportati anche per altre qualità gustative. Variazioni genetiche del gene TAS1R2, responsabile della percezione del gusto dolce, sono state associate a differenze nel consumo di zuccheri in soggetti sovrappeso ed obesi (27). Differenze nella percezione del gusto dolce sono state anche associate all’alcolismo (28) al BMI (29). Polimorfismi del gene CD36 sono stati associati ad una diversa sensibilità agli alimenti grassi, con conseguente impatto sul BMI e sul rischio di sviluppare obesità (30). In altri studi, variazioni genetiche nel gene CD36 sono stati anche legati ad elevati livelli di trigliceridi e di acidi grassi liberi (31) e alla sindrome metabolica (32).

BIBLIOGRAFIA:

1)(Stubbs et al. 1996).
2)(Steiner 1977).
3)(Clarke 1998).
4)(Sorensen et al. 2003).
5)(Purves et al., 2001) (Zhang et al., 2003).
6)(Adler et al., 2000).
7)(Li et al., 2002) (Nelson et al., 2001).
8)(Nelson et al., 2002; Zhao et al., 2003).
9)(Schiffman et al., 1983.26(Lyall et al., 2004).
10) (Huang et al., 2006) (Ishimaru et al., 2006).
11)(Fukuwatari et al., 1997; Laugerette et al., 2005).
12)(Beauchamp & Mennella, 2011; Ventura & Worobey, 2013).
13)(Kim & Drayna, 2005; Mainland & Matsunami, 2009; Shigemura et al., 2009).
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15)(Guo & Reed, 2001.35 Bartoshuk et al., 1994).
16)(Kim et al., 2003).
17) Fushan et al., 2009).
18(Shigemura et al., 2009).
19)(Dias et al., 2013).
20)(Keller et al., 2012).
21)(Garcia-Bailo et al., 2009).
22) Dinehart, et al., 2006; Robino et al., 2014.
23) (Keller et al., 2002; Ullrich et al., 2004; Dinehart et al., 2006; Tepper, 2008; Tsuji et al., 2012; Drewnowski
et al., 1997; Duffy, 2004; Hayes & Duffy, 2008).
24)(Feeney et al., 2011).
25)(Pirastu et al., 2014).
26)(Tepper & Ullrich, 2002; Tepper et al., 2008; Shafaie et al., 2013).
27)(Eny et al., 2010).
28)(Mennella et al., 2010).
29)(Donaldson et al., 2009).
30)(Bokor et al., 2010; Heni et al., 2011; Yun et al., 2007; Keller et al., 2012).
31)(Ma et al., 2004; Madden et al., 2008).
32)(Farook et al., 2012).

La psicanalisi del cibo

Quando introduciamo un cibo nel nostro organismo nutriamo il corpo, ma anche la mente: ci saziamo di alimenti ma anche di simboli, di tradizioni. Il cibo infatti, rappresenta nella storia delle culture uno dei momenti centrali della ritualità collettiva, ed è uno dei canali più usati dall’uomo per comunicare con gli altri. Mangiare insieme (carattere tipico, se non esclusivo, della specie umana) è un altro modo ancora, per trasformare il gesto nutrizionale dell’alimentazione in un fatto eminentemente culturale. Ciò che si fa assieme agli altri, infatti, assume un significato sociale, un valore di comunicazione. Il comportamento alimentare diviene in questo senso un importante “rivelatore”: l’uomo è ciò che mangia, certo, ma è anche vero che mangia ciò che è, ossia alimenti totalmente ripieni della sua cultura. (1)
In ogni cultura si sono sviluppate una serie di pratiche ed abitudini connesse di volta in volta alle modalità di allattamento, ai rituali di svezzamento, alla ricerca del cibo, alla raccolta e alla conservazione dello stesso; in ogni sistema sociale, quindi, il cibo in quanto garanzia di sopravvivenza ha indirettamente generato una “cultura della nutrizione” alla quale viene educato il neonato. Una società che mancasse di coltivare al suo interno tali pratiche e costumi non potrebbe sopravvivere a lungo: per questo motivo gli antropologi parlano anche di “funzione sociale” insita nelle abitudini relative alla cura e all’allevamento del bambino.
Il concetto di nutrizione esiste già nella fase prenatale, attraverso il cordone ombelicale, dopo la sua recisione, lo stile di alimentazione necessita ovviamente di cambiare attraverso il rito della suzione del seno (o di un suo surrogato). Il nutrirsi al seno è solo in parte un automatismo innato; in realtà il bambino impara attraverso l’esperienza come, quanto e in quali momenti soddisfare il desiderio di cibo. Possiamo perciò dire che il cibo si offre come il paradigma di ogni altro bisogno che in seguito il nascituro si troverà costretto ad affrontare nella sua esistenza. Eccoci, dunque, dinanzi al momento più toccante e delicato di tutta l’esistenza umana, perché, nel ricevere attraverso il seno materno il primo pasto, avviene anche il primo incontro cOn un altro soggetto del mondo esterno ( la madre). Teniamo presente che nella mente resettata di un neonato il concetto di Altro, diverso da lui, non esiste; fino a quel momento ha conosciuto e sperimentato solo una sensazione di fusione con il corpo della madre. Il primo incontro dunque, interrompe in parte quella sensazione di unità conosciuta fino a quel momento. In parte” perché ancora nella mente del nascituro quel corpo esterno ed estraneo rimarrà concepito come prolungamento di sé, ma ormai la strada è segnata, il taglio è dato, e il tempo renderà presto onore al vero. Durante l’allattamento il bambino ha imparato a nutrire fiducia, provando la prima esperienza del “male e del castigo”, poi, acquisisce il sentimento della sfiducia; la fiducia raggiunta durante l’allattamento, così come la sfiducia conseguita durante lo svezzamento, sono sentimenti che, trasformandosi durante epoche successive rispettivamente in speranza e in rassegnazione, accompagneranno l’individuo per tutta la vita.(2) Tradizionalmente lo svezzamento avviene verso il sesto mese di vita del bambino e viene di solito messo in atto a partire dalla così detta “fase dello specchio” che Jacques Lacan definisce come prima esperienza di identificazione, da parte del bambino, il cui l’urlo giubilatorio conferma, tramite il volto sorridente della madre, il rovesciamento e il superamento della sua posizione di totale dipendenza da lei. Se manca lo svezzamento, manca la separazione dal corpo madre-figlio fino a quel momento costante ad ogni pasto. E’una separazione spesso dolorosa, solo parzialmente attenuata dal ritorno della madre, che offre tenerezza, dice parole sullo svezzamento, ma non dà più la poppata. Jacques Lacan nel testo: “I complessi familiari”(3) dedica allo svezzamento una delle costruzioni teoriche più significative, definendolo “complesso di svezzamento”. Lo svezzamento segna una traccia permanente della interruzione del bambino con il corpo della madre. Se solo consideriamo il bambino attaccato al seno materno, questo soddisfacimento ci appare con i segni della massima pienezza con cui il desiderio umano possa essere colmato. Le sensazioni propriocettive della suzione e della prensione stanno alla base di una ambivalenza del vissuto, che è frutto della situazione stessa: l’essere che assorbe è a sua volta completamente assorbito e nell’abbraccio materno si fonda il complesso di svezzamento.
Prima ancora che con gli occhi o con le orecchie, ancora in rodaggio al momento della nascita, la bocca è già al pieno della sua funzionalità e si propone come il primo canale d’entrata del mondo esterno. In questo inedito atto di suzione in cui si scorgono le prime tracce di masticazione (ancora senza denti), c’imbattiamo in un ulteriore paradigma: quello del piacere. Rappresenta cioè il primo incontro con la sensazione del piacere, che il neonato non ha mai sperimentato prima: cioè questo nuovo soggetto scopre tutto a un tratto che c’è un comportamento che coinvolge un altro essere esterno e distinto da lui, in grado di generargli una sensazione tale da desiderare che questa accada ancora e ancora, e che quindi orienterà, consapevole o meno, i successivi comportamenti in modo tale da ritrovarsi davanti a quella sensazione. Ma la regola vuole che dove c’è sensazione di piacere, poco dopo possa subentrare la sua compagna di strada naturale: la colpa. Se ogni sintomo può essere, come scoperto da Freud, la risposta ad un senso di colpa (come vuole l’etimologia inglese, in cui SIN significa colpa, SIN-TOMO cioè luogo della colpa), non sorprende che la religione cristiana abbia assunto proprio la consumazione di cibo (la mela proibita di Eva) come paradigma di una condanna alla sofferenza terrena (la vita extrauterina esposta alla sensazione dolorosa della mancanza e del bisogno) e all’ineluttabilità della morte. Non c’è bisogno di citare i testi sacri delle religioni per constatare questa regola aurea, piacere e colpa sono sensazioni vicendevoli, reciproche, che si alternano. E dobbiamo per questo tenere bene a mente che il mangiare, il cibo, l’alimentazione, che come abbiamo visto incarnano lo scenario del primo incontro con il piacere, richiamano su di sé anche la prima inedita sensazione di colpa. Abbiamo parlato finora del cibo come paradigma del dono d’amore, del piacere, dell’incontro. Fino a qui, se non fosse per la colpa, che s’intravede costeggiando il piacere, potremmo tracciare un bilancio positivo. Ma non è così. Se ci spostiamo in un’età un poco più matura e consapevole, sostituendo il seno dell’allattamento ad una tavola apparecchiata, noteremo come le parole e le dinamiche familiari non cambieranno di molto: “ha dato più cibo e quindi più amore a mio fratello, ha servito prima mia sorella, ha paragonato il mio peso o il mio cibo a quello di un altro, e così via”. Insomma il cibo si presta sempre per essere veicolo di dinamiche che coinvolgono l’Altro, che instaurano con l’Altro una domanda di attenzioni unilaterali e che degenerano nella sofferenza e nell’odio se e quando queste vengono disattese. Attraverso una metafora vorrei esprimere come il cibo si comporta spesso come il cavallo di Troia che si presenta donato come un segno d’amore ma che per i numerosi motivi appena esposti, può tramutarsi spesso in un infido portatore di pericoli, sofferenze e odio.

BIBLIOGRAFIA
1 Il cibo come linguaggio di Massimo Montanari
2 Edipo a tavola:Psicoanalisi del cibo, del corpo e dell’alimentazione Dott. Matteo Mugnani.

3 I complessi dello svezzamento di Jacques Lacan

IL CIBO E I SUOI SIGNIFICATI: i principali fattori alla base delle scelte alimentari.

IL CIBO E I SUOI SIGNIFICATI

Principali fattori determinanti alla base delle scelte alimentari.

Fin dall’antichità gli uomini,si sono rapportati alla natura, guidati, come prima necessità dominante, dal principio della “sopravvivenza”. La necessità di alimentarsi, è sempre stata, dal punto di vista evolutivo, la spinta più importante nella storia del genere umano, prima permettendo all’uomo di emergere tra le altre specie viventi, poi spingendolo ad un costante adattamento nei confronti della natura. Questa necessità di mangiare e al contempo cercare di non essere mangiati, indusse i nostri antenati a elaborare, più o meno consciamente, capacità sempre più articolate di intervento sulla natura, con la scoperta del fuoco e successivamente con la nascita dell’agricoltura (circa 15.000 anni fa).
Il cibo è necessario per poter vivere ma la sua importanza non è esclusivamente di natura biologica.
Altri fattori che influenzano le nostre scelte alimentari includono:

• Fattori sociali come cultura, famiglia.
• Fattori psicologici come umore, stress e senso di colpa.
• Fattori biologici come stimolo della fame, appetito e gusto.
• Fattori economici come costo, reddito e disponibilità.
• Fattori comportamentali.
• Atteggiamenti, convinzioni e conoscenze sugli alimenti.

Ad uno ad uno nei prossimi articoli tratterò ciascuno di questi argomenti….