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Neuromiti – quanto poco conosci il tuo cervello

Quanto poco conosci il tuo cervello? Il termine “Neuromiti” è stato coniato da L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e si riferisce alla traduzione di risultati scientifici in disinformazione sull’educazione.

Il primo neuromito è forse anche il più famoso: usiamo solo il 10% del nostro cervello. Secondo un sondaggio del 2008 diretto da Robynne Boyde [1], il 65% degli Americani crede che usiamo solamente il 10% del nostro cervello, suggerendo che si possa accedere al resto del potenziale non usato e incrementare la propria intelligenza. L’origine di questo mito potrebbe attribuirsi al lavoro del vincitore del Premio Nobel Roger Sperry, che notò differenze nel cervello quando studiava persone il cui cervello destro e sinistro erano stati separati chirurgicamente. Nonostante ciò, il neurologo Barry Beyerstein propose 7 diverse evidenze che confutavano questo mito [2], analizziamole insieme:

  1. Se effettivamente usassimo il 10% del nostro cervello, allora un eventuale danno a questo organo non dovrebbe procurare degli effetti dannosi al resto dell’organismo; tuttavia, anche una minima lesione del sistema nervoso centrale può portare alla perdita di funzioni fondamentali per il corpo umano.
  2. Alcune tecnologie come la Tomografia ad emissione di positroni (PET) e l’imaging di risonanza magnetica funzionale (fMRI) mostrano chiaramente che l’intero cervello è sempre attivo, a prescindere dall’attività che si sta compiendo, e alcune aree sono più attive di altre. Come detto sopra, una minima lesione del cervello può rendere “silenti” alcune aree.
  3. Il terzo punto è leggermente più complicato: se consideriamo che il cervello richiede una grande quantità di energia per funzionare (circa il 20% dell’energia totale del nostro corpo in termini di ossigeno e glucosio), considerando il solo uso del 10% del cervello, il restante 90% sarebbe inutile. Dal punto di vista delle selezione naturale, sarebbero avvantaggiati gli individui con un cervello di dimensioni molto minori, perché sarebbe inutile utilizzare molta energia per alimentare il 90% di un organo che non viene utilizzato.
  4. Negli anni, il cervello è stato mappato sia a livello anatomico che funzionale e non è stata trovata alcuna traccia di zone prive di funzioni.
  5. Con l’avvento dell’elettrofisiologia, e soprattutto di metodi di registrazione chiamati “single-unit recordings” si è raggiunta la capacità di misurare l’attività elettrica (quindi ciò che “rende vivo” il neurone) di una singola cellula usando microelettrodi. Se il 90% del cervello non fosse utilizzato, tecniche così precise sarebbero state in grado di registrare questa assenza di attività neurale.
  6. I neuroni comunicano tra di loro instaurando delle sinapsi, che sono strutture altamente specializzate. La plasticità sinaptica, ovvero l’abilità del cervello di intensificare o ridurre l’intensità di queste comunicazioni, è una proprietà fondamentale che permette di modificare strutturalmente e funzionalmente il cervello. Un tipo di plasticità sinaptica si esplica mediante il “synaptic pruning” (potatura sinaptica), ovvero l’eliminazione delle sinapsi che avviene durante lo sviluppo e la maturazione del cervello. Tutto questo per dire semplicemente che le cellule nervose che non vengono utilizzate hanno la tendenza a spegnersi, a degenerare. Per cui, anche a seguito di una semplice autopsia, si vedrebbe una massiccia degenerazione di quel 90% di cellule non utilizzate.
  7. Studi metabolici.

Il secondo neuromito è quello della lateralizzazione del cervello: Il lato sinistro è quello tecnico, dell’elaborazioni delle informazioni, della logica, invece quello destro racchiude l’istinto e la creatività. Quante volte abbiamo letto questa nozione negli ultimi anni, con annessi test “right-brain vs left-brain”. Ma è effettivamente così? Una possibile origine è da attribuirsi agli psicologi di Harvard William James e Boris Sidis che negli anni 1890 che lavoravano con il bambino prodigio William Sidis, affermando che le persone posseggono solo una frazione del loro pieno potenziale mentale. Uno studio del 2013 [3] ha esaminato l’attività degli emisferi destro e sinistro di oltre 1.000 cervelli, usando uno scanner MRI, mostrando che non sembra esserci un lato dominante. Nonostante ci sono alcuni studi che mostrano delle attività specifiche di un emisfero, come il centro del linguaggio che si trova a sinistra, le analisi suggeriscono che un singolo cervello non può essere definito globalmente come” sinistro ” o ” destro ”, ma la lateralizzazione asimmetrica è una proprietà di singoli “centri” o sottoreti locali. C’è da considerare, però, l’esagerazione culturale popolare di questi risultati che ha portato allo sviluppo di credenze errate: la teoria secondo cui una persona ha il cervello sinistro o destro non è supportata dalla ricerca scientifica, nonostante alcune persone potrebbero scoprire che la teoria dietro questa convinzione si allinei alle loro attitudini (essere creativi non significa avere predominanza di emisfero destro). Eppure, non dovrebbero fare affidamento su di esso come un modo scientificamente accurato per comprendere il cervello.

Quante volte abbiamo sentito dirci, anche a scuola, che i neuroni e il tessuto nervoso non si rigenerano, ma, anche questo, è falso, o comunque non completamente vero. La neurogenesi è il processo di formazione di neuroni a partire da cellule staminali neuronali e fino a una ventina di anni fa si è creduto fosse una capacità limitata allo sviluppo, ma ora siamo a conoscenza di una neurogenesi che avviene nell’adulto. Questo processo, nei mammiferi avviene in due zone [4]:

a) La zona subgranulare (SGZ), parte del giro dentato dell’ippocampo, dove le cellule staminali neurali danno vita a cellule granulari (implicate nella formazione e nell’apprendimento della memoria).

b) La zona subventricolare (SVZ) dei ventricoli laterali.

Il ruolo dei nuovi neuroni nella funzione cerebrale adulta rimane poco chiaro. Tuttavia, la neurogenesi nell’ippocampo umano sostiene che questo processo può avere importanti implicazioni per la funzione e la malattia del cervello umano. Sarà molto interessante, seppur impegnativo, provare a decifrare il ruolo funzionale della neurogenesi adulta nella normale funzione cerebrale, nonché il ruolo della neurogenesi potenzialmente alterata nella malattia umana.

L’ultimo neuromito di cui vi parlerò riguarda la distribuzione della percezione dei sapori. Il cacao è amaro, le patatine sono salate, il limone è acido, il bignè è dolce e il brodo di pollo è umami (gusto che si riferisce alla percezione del glutammato, nonché di cibi ricchi di proteine come carni e formaggi). Questi sono i cinque gusti di base che conosciamo. Ma come si riconosce ogni gusto e come si distingue l’uno dall’altro? Ti verrebbe da pensare a quel diagramma di una lingua che mostra aree specifiche per ogni gusto, ma, sorpresa, è sbagliato. “La lingua non ha regioni diverse specializzate per gusti diversi […] tutte le regioni della lingua che rilevano il gusto rispondono a tutte e cinque le qualità del gusto“, afferma Brian Lewandowski, neuroscienziato ed esperto di gusto presso il Monell Chemical Senses Center di Filadelfia. Da dove viene la mappa della lingua? Tutto è iniziato con un articolo del 1901 dello scienziato tedesco David Hänig, in cui il grafico potrebbe dare l’impressione che diverse aree della lingua fossero responsabili di alcuni gusti. Negli anni ’40, Edwin Boring ridisegnò la figura del suo libro sui sensi e sulla percezione. Il risultato fu una figura che mostrava una lingua con varie regioni evidenziate e un singolo gusto elencato per ciascuna. Questa mappa linguistica è diventata standard nei libri di testo scientifici e, sfortunatamente, gli studenti continuano a conoscere questo mito oggi.

La semplicità della mappa della lingua si presta a una facile comprensione, tuttavia, per capire come funziona davvero il gusto,q bisogna dare un’occhiata più da vicino alle cellule specializzate della lingua. Ogni persona ha tra le 5.000 e le 10.000 papille gustative, ognuna contenente da 50 a 100 cellule sensoriali specializzate che rilevano gli stimoli del gusto. Circa la metà delle cellule sensoriali reagisce a diversi dei cinque gusti di base, mentre L’altra metà delle cellule sensoriali e delle fibre nervose è specializzata per reagire a un solo gusto [5]. La piena esperienza di un sapore viene prodotta solo dopo aver combinato tutti i profili delle cellule sensoriali delle diverse parti della lingua. Supponendo 5 gusti di base e 10 livelli di intensità, sono possibili 100.000 sapori diversi. Presi insieme ai sensi del tatto, della temperatura e dell’olfatto, ci sono un numero enorme di diversi possibili sapori. Le sostanze che ingeriamo entrano in contatto con proteine recettoriali specializzate sulle cellule del recettore del gusto, innescando una scarica di segnali neurali, che alla fine vengono indirizzati verso un’area del cervello dedicata all’elaborazione delle informazioni sul gusto, la corteccia gustativa primaria. La corteccia gustativa interpreta i segnali in arrivo e li integra con altre informazioni sensoriali, come gli odori, permettendoci di percepire i sapori. In altre parole, il nostro senso del gusto è molto più complesso di quanto la mappa della lingua vorrebbe farci credere.

Questi neuromiti sono a rappresentanza di un problema molto più esteso e più ampio. È importante mantenere una mentalità critica e uno scetticismo costante.

BIBLIOGRAFIA

[1] Robynne Boyd, “Do People Only Use 10 Percent Of Their Brains?,” Scientific American, February 7, 2008.

[2] Beyerstein, Barry L. (1999). “Whence Cometh the Myth that We Only Use 10% of our Brains?”. In Sergio Della Sala (ed.). Mind Myths: Exploring Popular Assumptions About the Mind and Brain. Wiley. pp. 3–24.

[3] An Evaluation of the Left-Brain vs. Right-Brain Hypothesis with Resting State Functional Connectivity Magnetic Resonance Imaging. Jared A. Nielsen et al.

[4] Ming, G. & Song, H. Adult neurogenesis in the mammalian brain: significant answers and significant questions. Neuron 70, 687–702 (2011).

[5] How does our sense of taste work? Cologne, Germany: Institute for Quality and Efficiency in Health Care (IQWiG); 2006

Il magico suono delle piante

Qualsiasi essere vivente, dalle piante agli animali, all’uomo, se tenuto in cattività, maltrattato e malnutrito o nutrito male, si “trasforma” e modifica la sua epigenetica, accendendo dei geni e spegnendone degli altri. Gli elefanti, ad esempio, non sono fatti per essere cavalcati, purtroppo il guadagno fa dimenticare il bene. Di esempi ne potrei fare per qualsiasi essere vivente, dalle piante a piccoli organismi modello e non solo. La Natura è magica come il nostro nanomondo biochimico.

E te, lo sapevi che le piante hanno anch’esse un’anima, un “cervello”, “un’intelligenza diversa” quasi al pari di noi e di qualsiasi essere vivente “pensante e non pensante”? Ebbene sì! Questo per far capire anche a chi ha un “orientamento alimentare” diverso da quello che realmente necessitiamo per perseverare un buon stato di salute, ovvero quello onnivoro, che se lo fanno per “etica”, dovrebbero farlo anche per le piante, “anima fragile”.

Lo sapevi che anch’esse cantano, comunicano, muoiono se allontanate dai preziosi vicini – compagni di una vita – e soffrono se maltrattate. Inoltre vanno in ecstasy e ti donano preziosi fiori e frutti che nutrono le nostre cellule, la nostra vista dando colore ed armonia nel quotidiano, se trattate con amore e semplici ingredienti. Quelli che, in connubio con i suoi preziosi doni, nutrono la nostra mente ed il nostro corpo.

Nel video che vi propongo, durante un corso presso l’ ortobotanico di Napoli, questo illustre docente ci ha portato all’esterno della facoltà, lì dove di piante è colmo. Connettendo degli elettrodi ad un trasformatore, una sorta di “trasduttore” del segnale una sorta di “elettrocardiogramma” delle piante, ecco che si produce un suono armonico. Il magico suono delle piante! La cosa “sconvolgente” ed emozionante, fu quando, in particolare, le piante, avvertendo un pericolo, noi intorno, onde dei cellulari in procinto di fotografare e riprendere quel concerto armonico, si sono fermate. Allora ciò che il docente ci aveva appena illustrato nel corso, è stato confermato.

Altri illuminanti docenti della Scuola di Nutrizione Salernitana (SNS), ci hanno fatto capire l’importanza di nutrirci di queste preziose creature, ad esempio un centrifugato di verdure può essere considerato un concentrato, una spremuta di cellule staminali. Inoltre, esse sono in grado, anche se esposti a fattori di rischio, “l’epigenetica esterna”, inquinanti etc., loro riescono a schermare il danno e riescono ad adattarsi. Tali meccanismi sono ancora in parte sconosciuti ma questo dovrebbe farci capire, come ci hanno insegnato ai vari corsi, che ognuno di noi dovrebbe mangiare i frutti della sua terra, in quanto l’epigenetica esterna è la stessa, dunque, in modo guidato e personalizzato possiamo chelare i metalli pesanti e / o inquinanti, assorbendo solo il nettare di queste creature intelligenti.

Riflettiamo anche che se noi ci perdessimo nella giungla sarebbe “veramente” difficile uscirne vivi se non guidati…dunque, ok “gli orientamenti alimentari alternativi” per gusto, per salute e / o per protocolli nutrizionali personalizzati specifici, per altro, non parliamo, però, di etica, in particolare, adesso che prendiamo coscienza che (“quasi”) tutto quello che ci circonda ha un’anima, anche e soprattutto la natura!

Inoltre, se poi accompagnassimo sempre la nostra vita con musica, quella che più ci ispira in quel momento, la nostra vita ed il mondo che ci circonda diventa un’opera d’arte! La classica, in particolare, ha un effetto positivo sulla crescita, sul gusto e probabilmente sulle proprietà nutritive dei loro magici frutti e dunque sulla nostra vista, mente, corpo e spirito. Nello scrivere questo articolo, invece, sono stata “ispirata” dalle poesie musicali dell’artista Vasco Rossi.

Vediamo, come sempre, che  siamo sempre e solo noi i direttori d’orchestra della nostra vita ed in simbiosi con la natura ed il cosmo, in tutte le sue forme. Probabilmente le piante comunicano tramite il fenomeno dell’ entanglement?

Alla luce di queste evidenze, ricordiamo dunque di amarla ed accudirla come un dono prezioso ed essenziale per poter vivere in armonia ed in salute cantando, suonando e danzando con essa, con il mondo e l’universo.

Riferimenti bibliografici:

  1. L.Mattera. Scienzintasca 2017. http://www.scienzintasca.it/?s=epigenetica
  2.  L. Mattera. Scienzintasca 2018. http://www.scienzintasca.it/hydra-vulgaris-un-meraviglioso-organismo-modello-e-non-solo/
  3. L. Mattera. Scienzintasca 2018. http://www.scienzintasca.it/ballerina-si-il-direttore-dorchestra-della-tua-vita-essere-magri-non-vuol-dire-non-mangiare-no-al-tunnel-nero/
  4. Fernando Piterà Di Clima. Marzo 2018. Gemmoterapia. Fondamenti scientifici della moderna meristemoterapia
  5. L.Mattera. 2019.http://www.scienzintasca.it/tag/entanglement/

 

 

E se i batteri “pensassero” alla nostra salute mentale?

Quante volte abbiamo sentito dire che l’intestino è il nostro secondo cervello?

Tra il sistema nervoso centrale e la fitta rete di cellule nervose che troviamo nell’intestino (il cosiddetto sistema nervoso enterico) c’è, infatti, un’intensa e continua comunicazione bidirezionale. Un po’ tutti ne abbiamo sperimentato gli effetti: chi non ha mai sofferto di mal di pancia o addirittura di attacchi incontrollabili di diarrea prima di un esame o di un evento importante nella propria vita? Quanti hanno avuto le famose farfalle allo stomaco dopo essere stati colpiti dalle frecce di Cupido?

Che intestino e cervello possano comunicare è noto da lungo tempo; tuttavia, è stato scoperto che in questa via di comunicazione gioca un ruolo molto importante anche un altro attore: il microbiota intestinale.

Le nuove frontiere dell’immunologia già sembrano puntare molto sulla grandissima comunità di microbi che popola il nostro apparato digerente e in particolare l’intestino. Tra le funzioni benefiche più importanti che vengono riconosciute al microbiota, ricordiamo:

  • Mantiene continuamente un basso livello di infiammazione intestinale, necessario, soprattutto nei primi anni di vita, per un sano sviluppo del sistema immunitario
  • Dalla funzione precedente scaturisce prevenzione per allergie, asma, dermatiti, patologie autoimmuni, nonché protezione da infezioni batteriche e virali
  • E’ fondamentale per una corretta funzionalità intestinale: sono ormai di uso comune i cosiddetti probiotici, tanto nella cura quanto nella prevenzione di stipsi e diarrea

L’aspetto più affascinante risiede nel fatto che i minuscoli abitanti dell’intestino siano in grado di influenzare anche le funzionalità nervose; infatti, ormai si parla di asse cervello – intestino – microbiota. Lungo tale asse le informazioni corrono tra un membro e l’altro in maniera bidirezionale: ciò significa che non è soltanto il cervello a poter inviare comandi o comunque messaggi in generale ad intestino e microbiota, ma che anche questi ultimi due possano a loro volta influenzare il cervello stesso. In particolare il microbiota può inviare segnali al cervello sia attraverso i neuroni del sistema nervoso enterico, sia attraverso le vie nervose esterne all’intestino, nonché tramite percorsi neuro-endocrini.

Pensare che i batteri intestinali riescano a controllare in qualche modo i processi nervosi ha un fascino enorme. Gli studi condotti finora non sono ancora molto chiari in merito ai meccanismi di tali intrecci biologici. Tuttavia il principio di base sembrerebbe essere molto semplice: in tutte le persone con disturbi riguardanti il sistema nervoso (depressione, autismo, malattie neurodegenerative, ecc.) i livelli di citochine infiammatorie sono molto alti; i batteri “buoni”, i cosiddetti psicobiotici, sono in grado di abbassare tali livelli per mezzo di attività biochimiche, e questo non può che riflettersi positivamente sulla salute mentale.

Pertanto, pensare al ripristino dell’eubiosi, cioè il sano equilibrio tra le varie specie microbiche che popolano il nostro organismo (in particolar modo l’intestino), potrebbe essere un validissimo supporto per la prevenzione o addirittura la cura delle malattie del sistema nervoso.

BIBLIOGRAFIA

  • Wang HX, Wang YP. Gut Microbiota-brain axis. Chin Med J. 2016. 129 (19): 2373-80.
  • Dinan TG, Cryan CF. Brain-gut-microbiota axis and mental health. Psychosom Med. 2017. 79(8): 920-926.
  • Lowry CA et al. The microbiota, Immunoregualation, and Mental Health: Implications for Public Health. Curr Environ Health Rep. 2016. 3(3): 270-86.

Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

La sindrome da burnout, è una condizione causata da stress cronico che conduce ad una vera e propria pericolosa depressione. Provoca, nei soggetti che ne soffrono, crisi di panico, ansia, apatia, stanchezza cronica, irascibilità e nei casi più gravi può portare sin anche al suicidio. Dobbiamo immaginare che il nostro organismo funziona come un orologio, il cosiddetto ritmo circadiano. Quando accumuliamo stress dopo stress, può accadere che le ”pile dell’orologio” si esauriscano. Prima ancora di intervenire con una soluzione facile, quale ne compro delle nuove, gli diamo una “scossa”, proviamo a “resettarle” e ricaricarle. Parimenti, in vista di uno stato depressivo del genere, la soluzione facile è l’uso di antidepressivi, che possono però, provocare dipendenza. Esiste un rimedio “naturale” (il riposo, alimentazione equilibrata e movimento), se, attenzione è nelle fasi iniziali.

Oggigiorno sappiamo che ogni nostra singola cellula ha il suo orologio interno, il suo ritmo circadiano, che è intimamente legato all’epigenetica, se non gli diamo del “tempo” per rilassarsi, se ogni tanto non gli diamo una “scossa” o non la “resettiamo”, la cellula prima o poi “impazzirà”. Questo è ciò che accade durante tale stato depressivo. Conoscendo i collegamenti molecolari e cellulari esistenti tra nutrizione, metabolismo e tale controllo epigenetico, nasce l’importanza di prendersene cura soprattutto attraverso lo stile di vita. Inoltre sapendo che, spesso, una delle cause della depressione, apatia e mancanza di forza, è riconducibile ad una carenza di nutrienti essenziali -quali i preziosi sali minerali, vitamine antiossidanti etc.- una alimentazione equilibrata, con i giusti macro e micronutrienti unita ad una buona attività fisica adattata alla persona e la meditazione sarebbe la scelta giusta. Purtroppo, la tecnologia moderna e lo stile di vita troppo dinamico, turni di lavoro strazianti, “junk food” in tutte le sue forme, stanno contribuendo sempre di più a “disturbare” il nostro equilibrio interno, alterando i nostri “ritmi molecolari”, conducendo a gravi alterazioni fisiologiche ed allo sviluppo di patologie di “nuova generazione”, come appunto tale sindrome.

Riporto qui di seguito alcune cause e / o conseguenze di questa grave depressione. Beh, può capitare che dopo diversi mesi, durante i quali, per un motivo o per un altro, ci si dimentichi di prendersi cura del nostro corpo, dunque non riposiamo, quasi per nulla, si lavora e non si pensa ad altro. Ad un certo punto si può perdere completamente il controllo di sé stessi e del proprio corpo. Può capitare di arrivare al punto di sentirsi “paralizzati”, o riuscire appena a fare pochi passi ed avere l’impressione di aver scalato una montagna. Ci si può sentire ovattati, senza forza. Il burnout, infatti, è tale “condizione”, uno stato d’animo, una risposta del nostro organismo dovuto ad uno stress cronico che altera completamente il nostro orologio interno. Lo stress cronico può essere paragonato ad una dipendenza, come una droga, allorché tu lavori fino a quando il tuo corpo diventa non più responsivo. La risposta facile e semplice, abbiamo visto, è l’uso di antidepressivi, ma tali potenti farmaci ci tolgono una “dipendenza” e ce ne portano un’altra.

La sindrome da burnout è molto sviluppata nel mondo del lavoro e purtroppo, spesso, sottovalutata. In modo particolare, tale esaurimento emotivo e fisico è riscontrabile maggiormente tra i ricercatori precari, a tempo pieno, le infermiere ed i medici, tra gli studenti ed insegnanti. In poche parole, tale mostro può presentarsi tra tutti i tipi di lavoratori, spesso derivato anche dai bassi livelli di realizzazione personale e / o da orari di lavoro massacranti, come quelli di un genitore / lavoratore. Se non presa e curata in tempo o se, anche se presa nelle fasi più avanzate, dove l’intervento farmacologico è ineludibile, bisogna sconfiggerla altrimenti conduce a diversi riscontri negativi.

In primis, visto che la maggior parte dei soggetti che ne soffre, lavora nel campo dell’healthcare, il lavoro ne risente negativamente, dunque a domino ne risente la diagnosi e terapia adeguata del paziente a causa di errori (derivati da uno stato confusionario che la sindrome apporta) ad esempio. Un tale risultato negativo, porta alla sottostima ancor di più del lavoratore e, dunque, alla progressione di tale patologia. Se non si pensa prima al benessere psicofisico del personale di quel dato settore, che sia ricerca accademica, produzione aziendale, volontariato, ospedali, libero professionista, genitori, scuole, etc., insomma in tutti i settori e campi di applicazione, medica e non medica, ne risente non solo la persona / lavoratore in prima persona, ma a domino, l’intera società.

Prevenire, dunque, tali “tunnel neri”, che ci fanno ammalare, attraverso un ottimo stile di vita, una sana alimentazione, “digiuno-terapia” (se possibile), qualità del sonno, che donano il giusto equilibrio al nostro orologio biologico, unico per ogni nostra singola cellula, attraverso anche e soprattutto l’attività fisica ed il “relax”. La sinergia di questi atti, ha il potere di riequilibrare anche e soprattutto il nostro secondo cervello, il nostro microbioma – produttore del 98 % della serotonina, il cosiddetto ormone della felicità- dunque, la nostra serenità, il nostro benessere e le nostre difese immunitarie.

Tale depressione, realmente è un mostro da “scoprire” e sconfiggere. Tutti ne possiamo soffrire silenziosamente, ecco l’importanza e l’accento sull’equilibrio tra mente e corpo. La sinergia di cure naturali con quelle artificiali ha sempre una marcia in più. Ma il primo antidoto è sempre ritrovare l’equilibrio naturale, resettando e riprogrammando quelle membrane cellulari – “cervello” intelligente delle nostre cellule – difettose. Trovare tale sinergia ed equilibrio è la chiave per poter prevenire, migliorare, trattare e curare molti dei disturbi cronici diffusi nella società odierna, come la sindrome da burnout appena descritta.

Riferimenti bibliografici

[1] Fuente, Guillermo A. et al., 2018. Prevalence of burnout syndrome in oncology nursing: A meta‐analytic study. Psycho‐Oncology 1099-1611.

[2] Pilorz, V., Helfrich-Förster, C. & Oster, H. Pflugers Arch – The role of the circadian clock system in physiology. Eur J Physiol (2018) 470: 227. https://doi.org/10.1007/s00424-017-2103-y

[3] Schibler, Ueli and Sassone-Corsi, Paolo. A Web of Circadian Pacemakers. Cell 2002.

 

I flavonoli del cacao e la neurodegenerazione

Una delle tematiche più preoccupanti per la sanità pubblica è la gestione di pazienti che vanno incontro, con l’età, alla degenerazione neuronale e quindi demenza senile. Di conseguenza risulterebbe di fondamentale importanza per la comunità scientifica riuscire a migliorare le capacità cognitive dei pazienti affetti da demenza ma anche riuscire a trovare il modo per prevenire il declino cognitivo. Memoria, attenzione, esecuzione di azioni: questi sembrano essere i domini cognitivi target dei flavonoli del cacao. Da tempo è noto che il cacao e i suoi derivati ricchi di flavonoli (epicatechina e catechina) svolgono una funzione protettiva nei confronti di malattie cardiovascolari, esercitando il loro effetto sull’endotelio dei vasi, determinando vasodilatazione che contribuisce al mantenimento del normale flusso sanguigno, riducendo così la pressione arteriosa e l’aggregazione piastrinica ma più recentemente si è ipotizzato il ruolo preponderante di questi flavonoli anche come neuromodulatori e neuroprotettivi. Il cioccolato inoltre contiene metilxantine, caffeina e teobromina, presenti in quantità inferiori rispetto a quelle necessarie per esercitare un effetto farmacologico ma comunque in grado di sortire effetti positivi. Alcuni studi hanno dimostrato che un regolare consumo di flavonoli può essere associato a un miglioramento delle funzioni cognitive e una riduzione del rischio di manifestare demenza oltre che un miglioramento delle performance cognitive. Il meccanismo attraverso cui si esplicano questi effetti benefici non è ancora ben chiaro, però si è pensato che i flavonoli, dotati di potere antiossidante, possano proteggere in qualche modo i neuroni “vulnerabili”, migliorando le funzioni neuronali, stimolando la rigenerazione, il differenziamento e la sopravvivenza agendo proprio sul miglioramento dei sistemi attraverso cui le cellule nervose comunicano tra loro. Alcuni studi hanno dimostrato che l’effetto benefico dei flavonoli è indirettamente correlato alla vasodilatazione e che quindi un miglior afflusso di sangue può migliorare le prestazioni cognitive, dal momento che i flavonoidi e i loro metaboliti possono superare la barriera emato-encefalica e possono localizzarsi nel cervello in aree cruciali per l’apprendimento e la memoria come l’ippocampo, la corteccia cerebrale, il cervelletto e il nucleo striato. Queste aree risultano essere particolarmente colpite in caso di neurodegenerazione ma in presenza di flavonoidi l’ippocampo sembra aumentare l’espressione di un fattore neurotrofico cerebrale (BDNF) fondamentale per la sopravvivenza neuronale, la trasmissione sinaptica e la neurogenesi. Sebbene i primi risultati risultino essere promettenti c’è molta strada da percorrere per comprendere come avvengano le modifiche delle capacità cognitive e quale sia la dose che determina l’effetto e inoltre si dovrà spiegare il motivo per cui queste sostanze possono modulare positivamente il ciclo sonno veglia soprattutto sui lavoratori turnisti.

In futuro si potranno impiegare anche delle tecniche di neuroimmagini e misurazioni fisiologiche e cognitive per meglio comprendere le proprietà neuromodulatorie del cacao.

Fonti:

Socci, V., Tempesta, D., Desideri, G., De Gennaro, L., & Ferrara, M. (2017). Enhancing Human Cognition with Cocoa Flavonoids. Frontiers in Nutrition4, 19. http://doi.org/10.3389/fnut.2017.00019

 

Crichton GE, Elias MF, Alkerwi A. Chocolate intake is associated with better cognitive function: the Maine-Syracuse Longitudinal Study. Appetite (2016) 100:126–32.10.1016/j.appet.2016.02.010

Dott.ssa Vincenza Intini

 

Zucchero in eccesso, corpo e cervello

Alla fine degli anni ’60, un gruppo di industrie alimentari, chiamato “Sugar Research Foundation” pagò 6.500 dollari (circa 50.000 dollari di oggi) tre ricercatori di Harvard per ignorare una serie di ricerche che mostravano sempre più legami tra zucchero e malattie cardiache e chiese loro di addossare la colpa ai grassi.

L’analisi che venne pubblicata creò allarmismi e modificò quasi completamente la dieta americana, facendo sì che le persone si allontanassero dagli alimenti contenenti grassi e che riversassero le proprie voglie su snack contenti zucchero, giudicato quindi “innocente”.

Ma come dimostra un corpus significativo di ricerche, condotte sia prima e soprattutto dopo questo cambio repentino nell’alimentazione degli statunitensi, il consumo eccessivo di zucchero può essere devastante per la nostra salute.

Anche se oggi siamo più consapevoli dei rischi dell’assunzione di troppi dolci, ci sono ancora molti miti riguardo lo zucchero e riguardo ciò che effettivamente provoca nel nostro corpo.

Dopotutto, lo zucchero altro non è che il nome di un semplice carboidrato, ed è sempre e da sempre stato presente nelle nostre diete.

Il problema è che oggi l’americano medio consuma più del doppio di quello che la Food and Drug Administration (FDA) statunitense – e quattro volte l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – raccomanda come sicuro. E questo è molto pericoloso.

I quattro paesi con il più alto consumo di zucchero sono l’America del Nord, l’America Latina, l’Australia e l’Europa Occidentale (In Italia il consumo di zucchero si attesta intorno a 1 milione 650 mila tonnellate annue, una quantità che corrisponde ad un consumo di circa 27 kg pro-capite all’anno. Cifre spaventose!)

Come facciamo ad introdurre tutto questo zucchero?

Ne aggiungiamo qualche cucchiaino al caffè, al latte, al tè e ai dolci fatti in casa. Ma soprattutto ne assumiamo una quantità indefinita attraverso le bevande (soft drink in pole position), le merendine e tantissimi insospettabili alimenti, come i wurstel o le conserve di pomodoro ed il ketchup, ai quali lo zucchero viene aggiunto per migliorarne il sapore o come conservante.

Ma quali sono gli effetti dello zucchero, soprattutto quello che non è naturalmente presente nei cibi e quindi aggiunto, sul nostro corpo e sul nostro cervello?

  • Nelle diete salutari, la produzione di glucosio indica al nostro cervello di produrre insulina, che aiuta a regolare i livelli di zuccheri nel sangue ed agisce anche su altri ormoni per farvi sentire “soddisfatti”. Si crea, quindi, una sorta di dipendenza: più zucchero introduciamo, più ci sentiamo assuefatti.
  • Vari studi hanno dimostrato una preoccupante correlazione tra zucchero e pressione alta nonché malattie cardiache.
  • Un eccessivo introito di zucchero è fortemente associato con un aumento di peso, anche se ci si allena costantemente.
  • Il consumo di zucchero è collegato alla formazione di carie. I batteri presenti nel cavo orale se ne nutrono e producono così acidi che distruggono lo smalto dentale.
  • Il fruttosio viene metabolizzato dal fegato. Ecco perché l’assunzione di una quantità abbondante di zucchero può portare ad un’infiammazione del vostro fegato ed è associato alla possibile insorgenza di steatosi epatica non alcolica.
  • Il consumo eccessivo di zucchero è associato con una serie di malattie, tra cui cancro al pancreas, gotta e malattie renali.
  • La quantità di zucchero naturalmente presente in una dieta sana, che proviene principalmente da frutta e vegetali, può assicurare una parte della corretta energia necessaria durante il giorno.
  • Troppo zucchero può portare ad una condizione di insulino-resistenza che induce le persone a desiderare più cibo, specialmente quello dolce. Questo può contribuire all’insorgenza del DIABETE.
  • Alcuni studi hanno collegato il consumo eccessivo di zucchero e di grassi a ridotte prestazioni che interessano alcune parti del cervello collegate con la funzionalità della memoria.

 

Dott.ssa Laura Masillo

 

RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:

– Sweetening of the global diet, particularly beverages: patterns, trends, and policy responses. Popkin BM, Hawkes C

– National Library of Medicine; Journal of the American Dental association; Journal of Nutrition; American Journal of clinical nutrition