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Quando la birra fa bene!

Una birra al giorno toglie il medico di torno?

La risposta è “NI”.

Numerosi studi hanno dimostrato infatti i benefici della birra, ma anche un suo limite. E allora bere birra fa bene o no? È arrivato il momento di far chiarezza.

 

  1. LA BIRRA PRESERVA IL COLESTEROLO “BUONO” E PREVIENE LE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

La birra è un prodotto sano e un suo consumo moderato può essere una misura preventiva per la salute, come il controllo del peso, l’attività fisica e la corretta alimentazione. In alcuni casi, è stata anche rivalutata in un regime alimentare ipocalorico.

A rendere la birra una bevanda così sana è la sua capacità di preservare il colesterolo Hdl e, di conseguenza, quella di prevenire le malattie cardiovascolari con tutte le patologie che ne conseguono.

In particolare, uno studio condotto in Cina nell’arco di 6 anni su 80mila persone, ha messo in relazione birra, cuore e colesterolo, dimostrando che una birra piccola al giorno è in grado di rallentare la diminuzione del colesterolo Hdl. Nei soggetti in cui l’assunzione era minore, invece, la riduzione del colesterolo buono era più rapida.

 

  1. LA BIRRA È UNA MEDICINA CONTRO ICTUS E ATTACCHI CARDIACI

Questo studio parte dall’Olanda, dove il professor Henk Hendriks con il suo team dell’istituto di Nutrizione e Ricerca sul Cibo, ha dimostrato che anche la birra, come il vino, bevuta moderatamente contribuisce a prevenire i più diffusi problemi cardiaci.

La birra è infatti ricca di vitamina B6 che contrasta l’aumento di un tipo di amminoacidi, la omocisteina, che si ritiene responsabile dell’incremento del rischio di attacchi cardiaci.

 

  1. BERE BIRRA CONTRO STRESS, INVECCHIAMENTO E DEPRESSIONE

Studi meno recenti, dimostrarono anche che la birra previene l’invecchiamento dei nostri organi, soprattutto quelli dell’apparato digerente: l’orzo della birra fornisce Vitamina B6 e Fibre solubili che favoriscono il transito intestinale e permettono una regolare digestione.

Il luppolo contiene proprietà lenitive utili a combattere stress e depressione.

 

  1. BIRRA, VITAMINE E STILE DI VITA

Non dimentichiamoci della capacità della birra di diventare, all’occorrenza, un ottimo integratore di vitamine. Il lievito fornisce, infatti, le Vitamine B1, B6 e B9 che mantengono basso il livello di omocisteina responsabile, come visto, del rischio di malattie cardiovascolari.

La birra, con il suo contenuto di vitamine e sali minerali, potrebbe essere addirittura considerata elemento integrante di una vita sana ed equilibrata. Ad esempio, il potassio presente in grande quantità può aiutare in caso di crampi muscolari, e non solo.

Un’altra buona notizia è che la birra è povera di sodio, è ricca di fibra solubile che deriva dalle pareti cellulari del malto d’orzo ed è anche ricca di agenti antiossidanti , piccole molecole immediatamente disponibili per l’organismo e forti alleati nella lotta contro alcune forme di tumore, tra cui il cancro al seno e alla tiroide.

 

  1. UN VIAGRA NATURALE

La sessuologa e terapista di coppia americana Kat Van Kirk spiega in un suo libro “The married sex solution: a realistic guide to save your sex life” come la birra sia un vero e proprio toccasana per l’attività sessuale degli uomini. Questo perché è ricca di fitoestrogeni, sostanze naturali simili agli estrogeni umani che hanno la capacità di aiutare il soggetto a ritardare l’eiaculazione.

Inoltre, la birra, in particolare quella scura, aumenta la libido: questo dovrebbe dipendere dalla maggiore quantità di ferro contenuta nelle fibre scure rispetto a quelle chiare. L’aumento di questo elemento aiuta a stimolare la produzione di globuli rossi e quindi aiuta la circolazione, fattori che rendono l’erezione più facile e frequente.

 

  1. CONTROINDICAZIONI? LAPANCIA ALCOLICA

Il consumo di birra, purtroppo, ingrassa quanto il cibo spazzatura. Più birra al giorno, infatti, fa accumulare 5 kg l’anno (considerando solo il suo consumo e non i fattori esterni).

Un’indagine del Cancer Council di Victoria sulle calorie nascoste degli alcolici, ha dimostrato che quelli più comuni, inclusa la birra, hanno un apporto calorico pari a quello contenuto in una barretta al cioccolato o in una merendina.

Un abuso di birra potrebbe, quindi, vanificare tutti gli effetti positivi di questa bevanda, portando ad un unico risultato: una pancia non indifferente.

 

L’importante è, quindi, non cedere agli eccessi. Sarebbe opportuno bere massimo 2 bicchieri da 0,25 cl al giorno per ottenere gli effetti benefici, in modo da assumere dai 20 ai 30 gr di alcol e rimanere nella dose consigliata.

Bere si, ma con moderazione! PROSIT!

 

Dottoressa Laura Masillo

Biologa Nutrizionista

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • Kinetics of HDL cholesterol and paraoxonase activity in moderate alcohol consumers.  Sierksma A, van der Gaag MS, van Tol A, James RW, Hendriks HF.
  • Influence of lifestyle on vitamin bioavailability. van den Berg H, van der Gaag M, Hendriks
  • N-nitrosamines in drinking water and beer: Detection and risk assessment. Fan CC, Lin TF.

Il consumo di fruttosio come dolcificante e i suoi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea

Negli ultimi anni è stato osservato che il consumo di Fruttosio come dolcificante nella nostra dieta quotidiana è andato ad aumentare. Appare importante delineare le conseguenze ed i suoi effetti sul metabolismo umano e sulla composizione corporea. Andando a ritroso nel tempo si deve considerare che gli uomini non sono mai stati grandi consumatori di fruttosio, i nostri antenati, durante il Paleolitico, si procuravano il cibo prevalentemente attraverso la caccia, e di conseguenza la loro dieta alimentare era composta soprattutto da carne. Dal punto di vista nutrizionale essi introducevano elevate percentuali di proteine, moderate percentuali di grassi e basse percentuali di carboidrati, contenuti in vegetali che occasionalmente raccoglievano.                                                      A quel tempo la principale fonte di carboidrati era rappresentata dalla frutta in cui prevalevano zuccheri semplici, mentre il consumo di amido, maggiore rappresentante degli zuccheri complessi, era estremamente basso. Si potrebbe ipotizzare che la naturale tendenza a preferire alimenti dolci e zuccherini, risalga proprio a quest’epoca, quando lo zucchero scarseggiava.                                            Fino alle Crociate, il miele era il principale alimento dolce usato in quantità limitate dagli uomini, fino a quando le popolazioni dell’Europa occidentale non vennero a conoscenza dello zucchero utilizzato nel Medio Oriente. Tuttavia il consumo di zucchero rimase, comunque, basso fino al XVIII secolo, quando l’incremento del commercio intercontinentale con i paesi che coltivavano la canna da zucchero e lo sviluppo della tecnologia per l’estrazione e la raffinatura degli zuccheri furono disponibili ed efficienti. Lo zucchero divenne ben presto popolare, restando per poco tempo un prodotto di lusso. In Inghilterra il consumo di zucchero crebbe in maniera smisurata tra il XVIII e il XIX secolo, e con il XX secolo gli zuccheri diventarono molto abbondanti nella nostra dieta. Fino al 1960 il saccarosio rappresentò il dolcificante più utilizzato nelle diete, i monosaccaridi, glucosio e fruttosio, erano presenti in piccole quantità, essenzialmente ingeriti con la frutta. Successivamente, l’industria alimentare sviluppò e mise in atto tecnologie che permisero di estrarre amido dal mais, idrolizzarlo nel glucosio, e convertire parte di esso in fruttosio. Cominciarono così ad essere prodotti dolcificanti, derivanti dal mais, tra i quali lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS). L’elevato potere dolcificante dell’HFCS, le sue proprietà organolettiche, il suo basso costo, la sua capacità di garantire una lunga conservazione dei cibi, e la sua capacità di mantenere a lungo l’umidità nei prodotti da forno industriali, contribuirono ad un rapido incremento del suo consumo a scapito del saccarosio. A partire dal 1909, negli Stati Uniti, sono stati registrati ogni anno dati riguardanti il consumo annuale di saccarosio, HFCS e miele. Questi dati includono la misura del consumo individuale e partendo dal fruttosio utilizzato annualmente sia dai consumatori sia dall’industria, hanno fornito utili stime delle tendenze nel consumo di zuccheri aggiunti.                  Recenti valutazioni eseguite su dati raccolti tra il 1999 e il 2004, hanno stimato che il consumo di fruttosio medio è pari a 49 grammi al giorno indicando un consumo eccessivo di HFCS. Sulla base delle analisi statistiche condotte sul consumo di fruttosio, si deduce chiaramente che il consumo di fruttosio è aumentato negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni. I principali consumatori di fruttosio sono gli adolescenti ed i giovani adulti i quali fanno un uso sproporzionato di bevande zuccherate e prodotti da forno preconfezionati;  Il consumo di fruttosio è aumentato notevolmente tra il 1970 ed il 2007 e questo aumento è dovuto sia all’ utilizzo dell’ HFCS da parte delle industrie ma anche ad un aumento del Saccarosio ( lo zucchero da cucina ), classico dolcificante contenente Fruttosio. E’ abbastanza ben noto che molti disordini metabolici, sono causati da un eccessivo consumo di fruttosio. I principali danni ad esso attribuiti sono l’obesità, l’iperglicemia, insulino-resistenza, la dislipidemia e i disturbi aterosclerotici. Molti studi condotti sull’ uomo ed in particolare sui roditori, hanno mostrato gli effetti deleteri dell’eccesso di fruttosio in una dieta ipolipidica, ovvero con un basso contenuto di grassi, infatti nonostante il basso livello di grassi di queste diete, l’alto livello di fruttosio induce l’obesità, cioè un aumento della percentuale dei lipidi corporei. Alcuni dati inoltre ci mostrano che il fruttosio, anche se assunto in dosi moderate può causare l’ipertrigliceridemia (Aumento dei trigliceridi nel sangue). Infatti, il fruttosio viene completamente metabolizzato dal Fegato, mentre il glucosio è metabolizzato da tutte le cellule dell’organismo. Nel fegato, il fruttosio è   degradato attraverso un via metabolica detta fruttolisi, che converte il fruttosio in due molecole di piruvato, che possono essere convertite in acido lattico o entrare nei mitocondri, dove, dopo essere state convertite in AcetilCoA, entrano nel ciclo di Krebs.      Se la quantità di citrato prodotta è eccessiva, può fuoriuscire dai mitocondri e dare origine nel citoplasma delle cellule ad una via metabolica che produce ex novo lipidi nelle cellule epatiche, che saranno poi immessi nel sangue sotto forma di VLDL. E’ importante sottolineare che nella società moderna, il fruttosio ovviamente non può essere considerato l’unica causa dei disturbi metabolici suddetti, poiché è verosimile che queste patologie siano dovute ad una combinazione di più fattori di rischio, come appunto diete ricche di fruttosio ma anche diete iperlipidiche o scarsa attività fisica.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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United States Department of Agriculture. Sugar and Sweeteners Yearbook Tables. Other Recommended Data Products. http:// www.ers.usda.gov/brienfing/sugar/data.htm ( 03.02.2009 ).

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Bray GA, Nielsen SJ, Popkin BM. Consumption of high-fructose corn syrup in beverages may play a role in the epidemic of obesity. Am J Clin Nutr 79 : 537 – 543, 2004.

L’Idratazione corporea durante l’attività fisica

Fino ai primi anni Settanta, le linee guida per l’ingestione di liquidi durante dell’attività fisica erano di non bere. Nel corso degli anni gli studi hanno dimostrato che le prestazioni risentono in modo molto importante della disidratazione e tendono a migliorare quando si beve.

Le linee guida si sono quindi evolute di conseguenza e dal 1996, il consiglio generale era che gli individui devono essere incoraggiati a consumare la massima quantità di liquidi possibile che può essere tollerata, senza causare disturbi gastrointestinali fino a compensare la perdita che avviene con la sudorazione. Da allora, l’American College of Sports Medicine ha stabilito che l’obiettivo del bere durante l’attività fisica è quello di prevenire l’eccessiva disidratazione, che corrisponde ad una perdita minore del 2% del peso corporeo per mancanza d’acqua, e le variazioni eccessive nell’equilibrio elettrolitico per evitare che le prestazioni vengano compromesse. La quantità e la velocità di reintroduzione dei liquidi dipendono da quanto suda l’atleta, dalla durata dell’esercizio e dalle possibilità che si hanno di bere.

L’idratazione corporea è forse l’elemento più sottovalutato nell’alimentazione ma anche quello più importante. Quando si parla d’alimentazione e sport tutti guardano alla quantità di carboidrati e proteine che bisogna mangiar e cosa bisogna assumere e quanti pasti dovrò fare prima e dopo l’allenamento.

L’acqua è il parametro fondamentale che influenza la performance e quindi bisogna ottimizzate l’idratazione corporea.  L’acqua nel nostro corpo (TBW) è suddivisa in uno scompartimento intracellulare (ICW 60%) ed uno extracellulare (ECW 40%). Non solo è importante essere idratati sufficientemente ma è anche fondamentale mantenere il rapporto corretto tra ICW ed ECW.

Il reintegro dei liquidi al termine dell’allenamento è una condizione necessaria per preparare la gara o l’allenamento successivo. Qualsiasi evento che provochi uno squilibrio dei liquidi prima dell’allenamento potrebbe compromettere la termoregolazione, l’acqua persa attraverso la sudorazione, proveniente da tutti compartimenti dell’organismo, causando una diminuzione della massa sanguigna, con un conseguente aumento della pressione osmotica.

Queste condizioni fisiologiche nell’atleta che deve sostenere l’allenamento comportano una ridotta capacità di dissipare il calore prodotto e, in questa condizione, sia gli atleti che svolgono attività di breve durata ad alta intensità sia quelli che lavorano in endurance, non riescono ad esprimere una prestazione ottimale.

Lo squilibrio idro-elettrolitico dovuto ad una mancata reintegrazione dei liquidi, comporta quindi un aumento del calore immagazzinato dall’organismo durante l’esercizio fisico e l’inadeguata integrazione di acqua può far decadere la prestazione.

Studi hanno dimostrato che ingestioni di anche più di un litro l’ora sia ben tollerata, ma la maggior parte degli atleti beva raramente durante la prestazione o gli allenamenti e questo spesso compromette la loro performace.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Sawka, Burke, Eichner,Maughan, Montain, Stachenfeld (2007°). American Collage of Sports Medicine position stand. Exercise and fluid replacement. Med Sci Sport Exerc, 39(2), 377-390.
  • Jako P. L’effetto della disidratazione e reidratazione sulla salute e sulla prestazione dei pugili. Med. Sport, 39, 1989.

 

 

 

La Caffeina: Alleata o nemica?

La caffeina è un alcaloide naturale derivato dalla xantina ed è contenuta in varie specie vegetali tra cui le piante del genere Coffea, la pianta del the, la pianta del cacao e il Guaranà. Negli ultimi anni è aumentato il mercato di prodotti che la contengono: si può trovare in bevande come caffè, ma anche the, nella Coca Cola, in alcuni farmaci, integratori e cosmetici. Una lattina di Coca Cola può contenere circa 30 mg di caffeina. Mentre una tazzina di caffè intorno a 80 mg.

La caffeina è uno stimolante del sistema nervoso centrale, influenza l’espressione circadiana genica e il metabolismo ed è quindi probabilmente la sostanza psicoattiva più diffusa al mondo. Inoltre è un rinforzatore positivo, ossia una sostanza la cui esposizione aumenta la probabilità di ricerca della medesima. La presenza di sindrome da astinenza da caffeina è stata osservata sia negli animali da esperimento  che nell’uomo. Nel ratto l’astinenza da caffeina si manifesta con alterazioni dell’attività motoria spontanea e con insorgenza di ansia. Nell’uomo invece l’astinenza provoca numerosi sintomi come stanchezza, nervosismo, cefalea, ansia, aumento della frequenza cardiaca e occasionalmente nausea,vomito e tremore. I sintomi iniziano 12-24 ore dall’improvvisa sospensione di un consumo a lungo termine  e raggiungono il picco tra 20 e 48 ore.  Sintomi da astinenza sono stati riscontrati in neonati nati da madri forti consumatrici di caffè ed in adolescenti consumatori di bevande contenenti caffeina. Gli effetti di alte dosi di caffeina, dai 500 mg in su, vengono racchiusi nel termine “caffeinismo” (aggiunto ai DSM3 E 4; DMS: manuale diagnostico dei disturbi mentali ). Anche una piccola astinenza, come saltare il caffè mattutino, può produrre sintomi spiacevoli. Nonostante ciò, la caffeina non soddisfa in pieno i criteri del DMS4che descrivono la farmacodipendenza e per tale motivo la caffeina non è ritenuta una sostanza d’abuso ma solo uno psicostimolante atipico.

Secondo diversi studi ,per un soggetto sano, una dose moderata di caffeina corrisponde a 400 mg al giorno (per un soggetto di 65 kg), quindi 5 caffè, senza avere effetti avversi di tossicità, effetti cardiovascolari, sul bilancio di calcio, cambiamenti nel comportamento negli adulti, sull’incidenza del cancro e sulla fertilità maschile. Ovviamente l’influenza della caffeina sul corpo umano è condizionata dal metabolismo individuale della caffeina che dipende, a sua volta, da fattori endogeni ed ambientali. Inoltre studi specifici dimostrano che donne in età riproduttiva e bambini sono soggetti a rischio che possono richiedere consigli specifici per un’assunzione moderata di caffeina. Viene suggerito che le donne in età riproduttiva dovrebbero consumare una quantità di caffeina minore o uguale a 300 mg al giorno (4,6 mg per kg di peso corporeo) mentre i bambini una quantità minore o uguale a 2,5 mg per kg di peso corporeo. In particolare nella donna in gravidanza, il metabolismo della caffeina è rallentato e la caffeina e i suoi metaboliti possono attraversare liberamente la placenta in un feto. Per questo motivo, le donne in gravidanza devono limitare l’assunzione di caffeina.

Degli studi inoltre provano che le proprietà gratificanti della nicotina possono essere modificate dall’esposizione cronica alla caffeina: i fumatori consumano caffeina per migliorare gli effetti della nicotina. La caffeina quindi può diventare un fattore importante nel mantenere la tendenza a fumare.

La caffeina è comunque un alimento funzionale. Un alimento funzionale è  un alimento con proprietà che influenzano positivamente specifiche funzioni dell’organismo e che contribuiscono a mantenere o migliorare uno stato di salute e di benessere o a ridurre il rischio di patologie, grazie alla presenza di componenti presenti naturalmente o aggiunti. La caffeina ha un effetto benefico sui muscoli, cervello(rallenta la degenerazione dei neuroni) e intestino (incrementa la motilità intestinale) e aumenta la lipolisi, ma d’altra parte può aumentare la pressione arteriosa, anche se per breve tempo a basse dosi, e aumenta la produzione di adrenalina e quindi la sensibilità allo stress e causa irritabilità ed ad alte dosi aumenta la tachicardia e a livello delle ossa può incrementare la perdita di calcio.

In esperimenti condotti su topi , l’assunzione abituale di caffeina ha impedito il declino della memoria durante l’invecchiamento e ridotto il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Inoltre ci sono crescenti evidenze che sottolineano una riduzione del rischio di sviluppare diabete di tipo 2 nei bevitori regolari di caffè, 3-4 tazze al giorno. Questo effetto è dovuto probabilmente alla presenza di acidi clorogenici e di caffeina, i due componenti presenti in concentrazione più alta nel caffè, dopo il processo di tostatura.

Dott.ssa Vittoria Candita

BIBLIOGRAFIA

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  • Goldstein A, Wallace ME., Caffeine dependence in schoolchildren? Experimental and Clinical Psychopharmacology, 1997
  • Griffiths RR, Woodson PP, Reinforcing properties of caffeine: studies in humans and laboratory animals. Pharmacology Biochemestry and Behavior, 1988
  • Juliano LM, Griffiths RR., A critical review of caffeine withdrawal: empirical validation of symptoms and signs, incidence, severity, and associated features. Psychopharmacology. 2004
  • Laurent C. et all., Beneficial effects of caffeine in a transgenic model of Alzheimer’s disease-like tau pathology, Neurobiology of Aging, 2014
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Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Il dolce non dolce… La stevia.

Quanti di noi vorrebbero mangiare senza ingrassare? Quanti vorrebbero mangiare un bel dolce senza poi farsi venire i sensi di colpa? Ecco che per l’ennesima volta la natura ci offre un aiuto, la Stevia, (una pianta originaria del Paraguay e del Brasile, perenne della famiglia delle Compositae, ha proprietà dolcificanti molto forti. E’ un dolcificante naturale che trova largo utilizzo in tutto il mondo, anche se su di lei vi sono molti pareri discordanti, tutt’oggi il dibattito è ancora acceso, ma questa erba viene consumata in diversi paesi senza gravi danni.

Fino agli anni ’50 nel nostro Paese però è stata molto coltivata in quanto poco costosa e di facile reperibilità, coltivazione e propagazione al contrario dello zucchero che in tempo di guerra non era alla portata di tutti. Il suo iter di approvazione però è risultato molto lungo, addirittura per anni ci si è basati su uno studio risalente alla fine degli anni ’60 nel quale si affermava la sua tossicità dopo che ne vennero somministrati altissimi dosaggi alle cavie nei test effettuati: la causa principale di fallibilità dello stesso test fu’ la non comprensione dell’alto potere dolcificante della pianta in esame e quindi i dosaggi estremamente sovradimensionati non compatibili con l’uso. Oggi però sono stati fatti ulteriori test, sia in Europa che negli USA, dove la stevia ha decisamente superato tutte le prove di tossicità a cui è stata sottoposta (considerando la dose di un consumo quotidiano che è di circa 10mg al gg é stata testata in dosi di gr).

Le sue caratteristiche e composizione.

La maggior parte del suo potere dolcificante è racchiuso quasi interamente nelle piccole foglie, che è di circa duecento volte superiore al comune saccarosio (lo zucchero maggiormente usato). Questo fattore abbinato all’assenza di valore nutrizionale ne ha decretato il successo come dolcificante naturale con zero calorie. Il suo potere dolcificante è dato dalla presenza di particolari principi attivi, lo stevioside e rebaudioside A, glucoidi (composti chimici) dello steviolo. La composizione del dolcificante ottenuto con la stevia, contiene questi due elementi estratti dalla pianta in percentuali minime di 90%  per la stevioside e 97% per rebaudioside A. Altra caratteristica positiva per questa pianta è la sua buona conservazione, infatti, essendo una sostanza naturale non subisce degradazioni alle alte temperature e quindi mantiene le sue proprietà anche se utilizzata in prodotti cotti da forno o caldi.

Come si trova e come si utilizza?

Foglie fresche: sono reperibili solo se si dispone di una piantina a portata di mano, non trovano molta applicazione, l’unico uso sarebbe quello di masticare la foglia, ma solo per placare il senso di fame.

Foglie triturate in polvere: questa polverina può essere utilizzata direttamente nei cibi e nelle bevande, oppure per farne uno sciroppo di stevia, semplicemente portando a bollore due tazze d’acqua con un cucchiaino di stevia, lo sciroppo può essere utilizzato come alternativa per la bagna dei pan di spagna.

Estratto in polvere delle foglie: è il prodotto più reperibile, (il dolcificante si compra nelle erboristerie) e si applica molto nella cucina per diabetici. Unica pecca di questa erba è il suo retrogusto amaro, per il quale non può essere utilizzata con alcuni alimenti e bibite come il caffè.

Stevia liquida: reperibile in erboristeria e online, assolve lo stesso compito di quella in polvere, ma dotata di un dosatore molto più preciso e affidabile.

Soluzioni in polvere o compresse dolcificanti: queste formulazioni si possono trovare in bustine o in compresse e sono paragonabili, per quantità, ad un cucchiaino di zucchero.

Come descritto sopra, ci vengono offerte diverse  alternative a seconda dell’utilizzo che ne vogliamo fare, e ormai, basta guardare un po’ di televisione e vedere alcuni spot pubblicitari, per capire che questo prodotto sta prendendo, veramente largo utilizzo…quindi perché non iniziare a introdurlo nel nostro quotidiano? Ovviamente come in tutto ciò che usiamo bisogna metterci sempre un po’ di buon senso.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Fonte: Rayan Sahelian, Donna Gates. “Stevia; l’alternativa naturale allo zucchero”.

Ruolo dell’alimentazione nella formazione dei calcoli biliari

I calcoli biliari (o litiasi), non sono altro che delle aggregazioni solide costituite più frequentemente da cristalli di colesterolo (e componenti minori) che si accumulano nel lume della colecisti.

La colecisti o cistifellea, è una piccola sacca piriforme contenente la bile, si collega al fegato attraverso i dotti epatici e al duodeno attraverso il coledoco. Come tutti i visceri cavi il suo volume varia a seconda del suo contenuto, allo stato di distensione media contiene da 50 a 60 cc di bile. La colecisti funziona come un serbatoio: la bile prodotta dal fegato viene in essa riversata, qui viene concentrata e poi espulsa nel duodeno attraverso una serie di contrazioni. La bile è un fluido costituito da acqua, acidi biliari, elettroliti, colesterolo, fosfolipidi e bilirubina, dove vengono escreti anche molti farmaci e tossine precedentemente metabolizzate nel fegato. Il ruolo principale della bile è quello di facilitare la digestione dei grassi permettendone l’assorbimento intestinale.

La patogenesi dei calcoli si sviluppa attraverso tre fasi:

  1. bile supersatura di colesterolo
  2. alterazione della motilità della colecisti
  3. rapida aggregazione dei cristalli di colesterolo

Nella fase 1, l’eccessiva presenza di colesterolo supera la capacità solubilizzante degli altri costituenti della bile (acidi biliari e fosfolipidi). Il colesterolo è una molecola non solubile in acqua ed essendo la bile un solvente acquoso, viene “reso solubile” grazie agli acidi biliari ed ai fosfolipidi che lo inglobano in strutture sferiche solubili in acqua (micelle miste) che, in questo modo, possono essere veicolate nella bile senza precipitare. Quando però, la presenza di colesterolo è eccessiva, viene rotto tale equilibrio e lo stesso precipita, inizialmente sotto forma di microcristalli, successivamente in cristalli di maggiori dimensioni. L’ipersaturazione di colesterolo nella bile può derivare sia da una maggiore captazione di questa molecola da parte del fegato (che contribuisce maggiormente), sia da una eccessiva produzione epatica. Nel  primo caso, vi è una maggiore disponibilità di colesterolo  alimentare, quindi una dieta squilibrata non fa altro che fornirne al fegato eccessive quantità: da qui l’accumulo in cristalli.

Nella fase 2 si verifica un difetto motorio della colecisti. In condizioni fisiologiche, la colecisti si contrae dopo un pasto per svuotarsi dell’80%, inoltre si contrae anche a digiuno ogni 2 ore per permettere uno svuotamento del 20%. Tali movimenti hanno lo scopo di creare un movimento continuo della bile verso l’intestino, ma soprattutto di evitare lo stazionamento prolungato della bile nella colecisti che favorirebbe la precipitazione dei cristalli. I difetti della contrattilità possono favorire dunque la stasi biliare e la formazione dei calcoli. Ancora oggi non è chiaro se tali difetti abbiano un’origine primaria, o secondaria e quindi dovuta sempre all’eccesso di colesterolo che favorirebbe un processo infiammatorio che provoca il deficit motorio.

Nella fase 3 si sviluppa una maggiore produzione di muco che, aumentando la viscosità della bile, favorisce il processo di nucleazione, e quindi  velocizza la formazione dei cristalli.

Il sintomo predominante della litiasi biliare è la colica biliare che si manifesta con dolore nell’ipocondrio destro o all’epigastrio e irradiazione verso la spalla. Il dolore generalmente perdura per più di mezzora e si presenta dopo i pasti. Tuttavia esistono anche casi in cui il soggetto è asintomatico. Tra le complicanze ricordiamo la più frequente che è la pancreatite acuta.

In linea generale il trattamento d’elezione è rappresentato dalla colecistectomia, grazie alla quale si elimina l’intero organo chirurgicamente e si evitano le recidive. In alcuni casi si sceglie di monitorare il paziente con le terapie mediche. L’alimentazione in quest’ultimo caso deve prevedere pasti leggeri e frequenti, evitando cibi eccessivamente grassi e pasti abbondanti, prediligendo verdura e frutta.

Nei paesi occidentali la litiasi rappresenta una delle più comuni e più costose patologie dell’apparato digerente. I fattori di rischio maggiormente legati a tale patologia sono: età avanzata, sesso femminile, eccedenza ponderale, familiarità, storia di diete dimagranti, bassi livelli epatici di colesterolo e alti di trigliceridi.

Uno stile di vita insano dunque, è direttamente coinvolto nello sviluppo dei calcoli biliari. Come per altre patologie , anche la litiasi riconosce elementi della sindrome metabolica (basso HDL, elevati trigliceridi, obesità e diabete), inoltre le due patologie  hanno in comune un fattore patogenetico molto rilevante che è l’insulino-resistenza. Le cattive abitudini alimentari dunque,  giocano un ruolo chiave nella comparsa della malattia:  accanto all’obesità anche le diete drastiche o lunghi periodi di digiuno aumentano il rischio della formazione dei calcoli.

La prevenzione di tale patologia prevede uno stile di vita sano, il mantenimento del peso corporeo ideale, una dieta ricca di fibre e povera di zuccheri raffinati e grassi animali e una attività fisica quotidiana. L’eccesso di colesterolo alimentare non  dipende soltanto da un eccedente consumo di alimenti che lo contengono, ma soprattutto dal consumo di cibi che portano, all’interno del nostro organismo, ad una eccessiva produzione dello stesso, quali ad esempio i carboidrati. Per cui una dieta sbilanciata a favore di pane, pasta, bevande zuccherine, dolci e similari potrebbe influenzare negativamente la formazione dei calcoli. Ricordiamo comunque che i fattori ambientali (dieta e stile di vita) sono sempre associati a quelli genetici, per cui affinché si possa sviluppare la patologia, è necessaria la concomitante presenza di entrambi i fattori.

Poiché dunque sulla genetica non possiamo (ancora) agire, il consiglio è quello di  fare prevenzione agendo sui fattori ambientali. È importante rispettare l’equilibrio tra i diversi alimenti, evitando di eccedere con le calorie e cercando di bilanciare e diversificare la dieta. L’attività fisica, inoltre, se praticata con regolarità, ci aiuta a mantenere il peso corporeo entro certi limiti e ad evitare l’accumulo di grasso a tutto vantaggio della massa muscolare.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.