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Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.

Digiuno intermittente post–festività: soltanto un espediente per dimagrire?

“Dopo tante abbuffate mi ci vorrebbe un po’ di digiuno!”.

Se un avo preistorico potesse ascoltare frasi del genere, tipiche dei giorni successivi all’Epifania, riderebbe di gusto. Eh già … perché per il nostro arci – nonno Homo sapiens il cibo in eccesso costituiva l’ultimo dei problemi; infatti, aveva ben poco nutrimento e per garantirsene il minimo necessario era costretto a vagare per procacciarsene con vigore e tenacia. Il nostro nonnetto è cresciuto e sopravvissuto in condizioni tutt’altro che confortevoli, tali da educare i geni che ci ha lasciato in eredità a risparmiare energia. In parole povere, se oggi ci lamentiamo di metabolismi troppo lenti “la colpa” è proprio dei nostri antichissimi antenati. Ne consegue che il corpo umano è fatto per mangiare poco; osservare un po’ di digiuno non potrebbe che essergli di giovamento.

Con l’espressione DIGIUNO INTERMITTENTE non facciamo riferimento ad uno specifico protocollo dietetico, bensì ad una serie di strategie che prevedono brevi periodi di digiuno, reale o simulato, i quali possono andare dalle 8 alle 36 ore. Tra i protocolli più famosi ricordiamo:

  • Eat stop eat: 24 ore di digiuno reale (1-2 volte a settimana)
  • Alternate day fasting: 36 ore di digiuno reale (1-2 volte a settimana)
  • Dieta del guerriero: un unico e abbondante pasto a sera (può essere osservata quotidianamente)
  • Dieta mima digiuno: 5 giorni di digiuno simulato (2-3 volte l’anno) con ingestione di piccoli e frugali pasti a ridotto contenuto di carboidrati e proteine

Il solo pensiero di affrontare un periodo di restrizione dietetica, seppur breve, spaventa; tuttavia i benefici che ne conseguono sono notevoli. Quello che interessa alla maggior parte delle persone, specialmente in questo periodo dell’anno, è la perdita dei chili di troppo. Di certo, un digiuno intermittente non li deluderà. Ad esempio, è stato osservato che un’ alternate day fasting condotto per 3-12 settimane riesce a ridurre il peso del 3-7% e la massa grassa da 3 a 5,5 Kg.

La cosa davvero interessante è che le conseguenze positive non si vedono soltanto sulla bilancia. I ricercatori sono alla costante ricerca dei meccanismi molecolari responsabili di un ventaglio di effetti benefici sempre più ampio: riduzione dei livelli di colesterolo totale e LDL, trigliceridi e marker infiammatori, riduzione dell’insulinoresistenza, prevenzione e contrasto a diabete, cancro, malattie intestinali, cardiovascolari e neurodegenerative, stimolo all’imbrunimento del tessuto adiposo bianco.

Questa lunga serie di risvolti positivi potrebbe contribuire nel lungo termine alla realizzazione del sogno della longevità; infatti, il digiuno terapeutico è sorprendentemente capace di muoversi così tanto in profondità da arrivare al DNA, promuovendone la riparazione e rendendo le cellule sane sempre più competenti, efficaci e forti mentre indebolisce fino alla morte quelle danneggiate e potenzialmente dannose.

Sono molti i falsi miti duri a morire che ruotano attorno a questa strategia dieto – terapica, che sembra essere davvero grandiosa. Pertanto, qualora la si voglia sperimentare, è bene stare lontani dal fai-da-te e affidarsi ad un professionista della nutrizione, il quale sarà in grado di trovare la  migliore strategia per ciascun individuo in funzione delle sue specifiche condizioni fisiopatologiche, seguendolo e monitorandolo nella maniera più opportuna. Inizialmente, l’idea della fame sarà un picchiettio martellante; ben presto, però, sarà oscurata dalla sensazione di purificazione, benessere ed energia pura che non tarderà ad arrivare. Inoltre, molto spesso si registra la capacità di evitare eccessi una volta ritornati alle normali abitudini alimentari (relativa soprattutto agli zuccheri).

Nonno homo sapiens, lo so, forse tutta questa teoria ricamata attorno a quelle che per te erano abitudini scontate ti sembrerà superflua. Perdonaci, noi umani moderni abbiamo tanto bisogno di riscoprire il significato vero delle cose semplici.

Giusy Sabatino

BIBLIOGRAFIA

Tinsley G et al. Effects of intermittent fasting on body composition and clinical health marker in humans. Nutr. Rev. 2015 Oct; 73(10): 661-74.

Mattson MP et al. Impact of intermittent fasting on health and disease processes. Ageing Res Rev. 2017 Oct; 39: 46-58.

Li G et al. Intermittent fasting promotes white adipose browning and decreases obesity by shaping the gut microbiota. Cell Metab. 2017 Oct 3; 26(4):672-685.

Ruolo della dieta nell’insufficienza renale cronica

L’insufficienza renale cronica (IRC) è una condizione clinica caratterizzata da una perdita progressiva ed irreversibile della funzionalità renale, e dunque delle capacità escretorie, endocrine e metaboliche del rene.

Tra le cause più frequenti di IRC si annoverano il diabete mellito e l’ipertensione, meno frequenti sono invece le glomerulonefriti e il rene policistico.

L’IRC viene classificata in diversi stadi, in base al valore della velocità di filtrazione glomerulare (VFG), che esprime il grado di compromissione della funzione di filtrazione. Più basso è tale valore, maggiore è il grado di compromissione, con conseguente accumulo nel sangue di sostanze di “rifiuto”.

Si parla di insufficienza renale terminale (o uremia) quando la VFG scende sotto i 15 ml/min, rendendo necessaria una terapia sostitutiva (dialisi o trapianto) per assolvere alle normali funzioni dei reni.

La dieta, intesa come terapia nutrizionale, è un punto cardine nel trattamento del paziente con IRC in terapia conservativa e ha 3 obiettivi principali:

  • Rallentare la progressione della malattia
  • Prevenire e controllare le alterazioni metaboliche dell’IRC
  • Raggiungere e/o mantenere un buono stato nutrizionale

L’intervento nutrizionale deve assicurare un adeguato apporto calorico, onde evitare il rischio di malnutrizione, e un apporto controllato di proteine, sodio, fosforo e potassio, nutrienti “critici” per i pazienti con malattia renale.

  • ENERGIA E PROTEINE

Le proteine in eccesso possono determinare un accumulo di prodotti azotati. Per tale motivo è necessario ridurre le porzioni dei secondi piatti più ricchi di proteine e/o ricorrere all’uso di prodotti aproteici (pane, pasta, ecc…) che consentono al paziente di assumere porzioni “accettabili” di proteine nobili (carne, pesce, uova, formaggi) limitando le proteine a basso valore biologico dei cereali.

Le principali Società di Nefrologia e Dietetica consigliano un apporto calorico pari a 30-35 Kcal/Kg peso ideale/ die e un apporto proteico compreso tra 0,6-0,8 g di proteine per Kg di peso ideale/ die, in base allo stadio di IRC. In alcuni casi può essere consigliata una dieta fortemente ipoproteica che prevede un apporto proteico di 0,3 g di proteine per Kg di peso ideale/ die, con supplementazione di una miscela di amminoacidi, chetoacidi e idrossiacidi.

  • SODIO, FOSFORO E POTASSIO

Quando i reni non funzionano correttamente, si può determinare un accumulo nell’organismo di questi minerali con conseguenze importanti soprattutto a livello osseo e cardio-circolatorio. E’ quindi necessario imparare a riconoscere gli alimenti che ne sono più ricchi.

Per ridurre l’apporto alimentare di sodio è importante evitare alimenti come salumi, cibi in scatola, formaggi stagionati o dadi da cucina e insaporire i piatti con l’aggiunta di spezie ed erbe aromatiche, che consentono di evitare/limitare il sale.

Il fosforo è presente soprattutto in latticini e formaggi, carni grasse, pesci grassi, legumi, tuorlo d’uovo, cereali integrali e frutta secca, mentre il potassio lo si trova in particolare nella frutta secca, legumi, cioccolato, banane, kiwi, albicocche, spinaci, rucola, patate, ecc…

E’ importante sapere che sia il fosforo che il potassio possono essere ridotti con la bollitura degli alimenti in abbondante acqua. In particolare, per ridurre ulteriormente l’apporto di potassio con le verdure, il consiglio è di tagliarle a piccoli pezzi e cuocerle in due acque consecutive: cuocere in abbondante acqua, cambiarla a metà cottura e infine scolare bene le verdure, senza usare il liquido di cottura.

In definitiva, ciò che è importante ricordare, è che non esistono alimenti vietati in assoluto. Ciò che conta è la quantità e la frequenza di consumo.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. 

 

Bibliografia

  • Battistini N, Bedogni G, Fantuzzi AL (2013) “Insufficienza renale cronica e acuta”, in Manuale di nutrizione clinica e scienze dietetiche applicate, Binetti P, Marcelli M, Baisi R, Roma, Società Editrice Universo, p.247-254
  • Brunori G et al. (2013) “Terapia nutrizionale nell’ IRC in fase conservativa: suggerimenti di pratica clinica e di applicazione delle Linee Guida Terapia nutrizionale nell’IRC in fase conservativa: suggerimenti di pratica clinica e di applicazione delle Linee Guida”, Giornale Italiano Nefrologia 30 (S59) – ISSN 1724-5590
  • Shah BV e Patel ZM (2016) “Role of low protein diet in management of different stages of chronic kidney disease – practical aspects Role of low protein diet in management of different stages of chronic kidney disease – practical aspects”, BMC Nephrology 17:156
  • http://www.nephromeet.com/web/procedure/protocollo.cfm?List=WsIdEvento,WsIdRisposta,WsRelease&c1=00069&c2=5&c3=1
  • http://www.fondazioneitalianadelrene.org/
  • http://www.renalgate.it/nutnef.htm

 

 

 

Dieta ed Aperitivo sono inconciliabili?

Dieta ed aperitivo sono inconciliabili?

Forse no se si presta attenzione e si prende qualche piccolo accorgimento.
Non bisogna rinunciare, non sempre almeno, perché l’aperitivo è un momento piacevole da trascorrere con gli amici!

È vero che può rappresentare un pericolo per la dieta: chiacchierando e riempiendo piattini dal buffet, infatti, spesso non ci si rende conto delle calorie e dei nutrienti assunti. E, soprattutto, i drink proposti, spesso molto alcolici, rendono l’happy hour più calorico di un pasto completo.
Attenzione anche agli aperitivi analcolici, tenendo presente che, anche se privi di alcool, contengono sciroppi e sono molto zuccherati.

Come far conciliare, allora, aperitivo e dieta se si sta seguendo un regime dietetico ipocalorico o se semplicemente si cerca di portare avanti un’alimentazione sana e bilanciata?

 Se si vuole stare attenti alla linea, evitando di mettere su qualche chilo di troppo, per non rovinare settimane e mesi di duri sacrifici, non è necessario chiudersi in casa: ci si può comunque concedere, con qualche piccolo accorgimento, un’uscita, senza nemmeno fare troppi sacrifici.

 

  • NON ARRIVATE AFFAMATI ALL’APPUNTAMENTO

Sicuramente un primo trucchetto che si può adottare è bere un paio di bicchieri d’acqua prima di uscire di casa, in modo da smorzare il senso di fame, e ricordarsi sempre di non saltare i pasti e di fare, a metà mattina o a metà pomeriggio, uno spuntino salutare.

 

  • SCEGLIETE COCKTAIL POCO ALCOLICI PERCHÉ MENO CALORICI

L’aperitivo light è possibile. Potete scegliere, infatti, analcolici con succo d’arancia, succo d’ananas, di mandarino o pompelmo, mischiati a carota, miele, soda e ghiaccio tritato. Leggeri, rinfrescanti e a ridotto contenuto calorico.

Se volete comunque bere qualcosa di alcolico, preferite il VINO ROSSO, ricco di antiossidanti, la BIRRA (in una birra chiara piccola ci sono circa 100 calorie) e i cocktail da PROSECCO (Rossini, Bellini, ecc.) con la frutta.

Evitate bevande elaborate e contenenti superalcolici, dato che contengono maggiori calorie.

Tra gli aperitivi meno calorici contenenti alcool scegliete il Bloody Mary (80 calorie), il Martini dry (110) il Gin Tonic (140) e il Margarita (110).

Se bevete alcolici, fatelo dopo aver mangiato qualcosa: bere a stomaco pieno fa in modo che l’alcool venga assimilato meno dall’organismo.

 

  • GLI STUZZICHINI DA APERITIVO DA EVITARE

Tra pizze, focaccine, pasta, patatine e salse varie, l’aperitivo sarà pure divertente, ma non offre certo un menù salutare o dietetico.

Ciò che accomuna tutti questi stuzzichini è che sono alimenti molto calorici ma privi di nutrienti come proteine, vitamine e fibre. Hanno, al contrario, altissime percentuali di grassi e zuccheri, da cui è meglio stare alla larga.

Per tenere a bada la voglia di tuffarsi nelle patatine fritte, ricordatevi che 100 grammi contengono 500 calorie (pari a un piatto di pasta), ma nelle chips i grassi sono ben 30 grammi. Le arachidi tostate: 100 grammi forniscono 600 calorie e 50 grammi di grassi. Si può pensare che siano sane perché considerate frutta secca, ma non è proprio così: la salatura e tostatura altera i grassi polinsaturi.

 

  • COSA MANGIARE AD UN APERITIVO

Se è possibile, scegliete di sgranocchiare le crudités spesso presenti tra gli stuzzichini dell’aperitivo.

Cercare nel buffet tutto quello che è sano, come verdure fresche a pinzimonio, carote, sedano e peperoni senza abusare delle salse che li accompagnano, optando per la senape. Preferite anche le torte di verdura, le verdure grigliate e i sottaceti e non abusate delle olive, onnipresenti sui banconi e buffet dell’aperitivo: pur essendo un alimento sano, le olive fanno ingrassare.

Pomodorini e mozzarella. Prosciutto crudo, salmone affumicato. Parmigiano o gran. Spazio anche a insalate di riso o farro, e alle patate al forno.

Quadretti di pizza? Vanno bene, ma non esagerate.

 

Dottoressa Laura Masillo
www.lauramasillo.it

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • www.prevention.com : strategies for health
  • www.health.com : Healthy happy hour on a diet

												
					

Tiroide, alimentazione e salute, una correlazione univoca!

Gli ormoni secreti dalla tiroide: T3 e T4 (sotto controllo del TSH) stimolano il METABOLISMO in generale. Questi, una volta rilasciati in circolo, si legano a proteine recettrici nucleari degli ormoni tiroidei, determinando diversi effetti:

  • sulla trascrizione di molti geni responsabili della sintesi proteica;
  • sullo sviluppo fetale a livello sia mentale che scheletrico, infatti nei primi 3 mesi di gravidanza, l’ipotiroidismo può essere molto pericoloso perché può compromettere un normale sviluppo del Sistema Nervoso Centrale del feto;
  • sull’osso, stimolando il tourn over osseo, infatti un eccesso di ormoni tiroidei può portare ad osteoporosi;
  • sul metabolismo dei carboidrati e dei grassi, infatti gli ormoni tiroidei sono agenti disaccoppianti, che aumentano la spesa di ossigeno, il consumo di grassi e la produzione di calore, essendo responsabili del mantenimento della temperatura corporea;
  • sul sistema cardiovascolare,  aumentando il ritmo cardiaco, respiratorio e la contrazione muscolare;
  • sull’eritropoiesi e il riassorbimento di molte vitamine.

Inoltre le cellule parafollicolari della tiroide producono anche un altro ormone, la Calcitonina, la quale partecipa alla diminuzione del livello di calcio ematico e alla sua fissazione nel tessuto osseo. Il suo rilascio infatti è stimolato da un’alta concentrazione di calcio ematico. La tiroide, per la sua funzionalità, necessita di vitamine e minerali specifici per svolgere correttamente il suo lavoro, ed è per questo che la sua salute dipende da una sana alimentazione. Infatti la ricerca ha dimostrato che esistono alcuni nutrienti chiave per il corretto svolgimento dell’attività tiroidea:

  • Lo Iodio (contenuto principalmente nella alghe e nei frutti di mare): infatti, la tiroxina (T4) e la triiodotironina (T3) sono gli ormoni iodati più importanti che abbiamo;
  • Il Selenio (contenuto principalmente nel pesce, nella frutta secca, cereali integrali e legumi): infatti gli enzimi contenenti selenio proteggono la ghiandola tiroidea quando ci troviamo in situazioni di stress. Il selenio inoltre aiuta a regolare la sintesi degli ormoni, facilitando la conversione di T4 in T3, quest’ultimo più accessibile;
  • Il Rame (contenuto nelle mandorle, frutti di mare o frattaglie): necessario per contribuire alla produzione di TSH;
  • Vitamine Antiossidanti, quali A, E, C (presenti in frutta fresca e verdure e olii): necessarie per mitigare lo stress ossidativo in un processo costante e quotidiano;
  • Le vitamine del gruppo B tra cui la B2, B3 e la B6 (presenti nei cereali integrali, germe di grano, semi oleogininosi, legumi e pollame): necessarie per la produzione di T4.

Dunque i cibi contenenti le vitamine e i minerali, sono fondamentali per contribuire ad avere una tiroide sana e una corretta funzione tiroidea o in caso di ipotiroidismo, il quale si manifesta con sonno prolungato, spossatezza muscolare , diminuzione della gittata cardiaca e del volume del sangue, perdita di capelli e aumento del peso corporeo.

Ma d’altro canto però, esistono degli alimenti che potrebbero compromettere la funzione tiroidea e quindi sono sconsigliati in caso di scompenso tiroideo. Questi alimenti sono:

  • La Soia, in quanto gli isoflavoni di soia possono inibire l’enzima perossidasi tiroidea (TPO), che permette l’ossidazione dello iodio che attivato si può legare ai residui tirosinici della tireoglobulina , permettendo la produzione dell’ormone tiroideo. In particolare, tale problema si verifica con i livelli di iodio insufficienti; se invece i livelli di iodio sono adeguati, mangiare soia non dovrebbe essere un problema.
  • Verdure del genere Brassica, in quanto cavoletti di Bruxelles, cavolfiori, broccoli e cavoli, nonostante siano ricchi di vitamine utili per la salute della tiroide (vitamina C e beta-carotene), potrebbero ostacolare la produzione dell’ormone tiroideo in modo simile alla soia, attraverso la presenza di composti classificati come goitrogeni, ovvero contenenti antinutrienti che inibiscono la funzione tiroidea interferendo con il metabolismo dello iodio; questi composti si trovano in piccole quantità in molti altri alimenti tra cui spinaci, arachidi, e fragole. Questi cibi si possono comunque mangiare a patto che vengano abbinati ad alimenti ricchi di iodio.
  • Glutine, in particolare sconsigliato nei casi di tiroidite autoimmune, in quanto può a lungo andare, aumentare la permeabilità intestinale, che sembra essere il difetto principale nei processi di autoimmunità, poiché la maggiore permeabilità intestinale aumenta la probabilità che i fattori ambientali interagiscano negativamente con i fattori genetici che predispongono alla malattia.

 

Bibliografia

Anatomia dell’uomo – edi-ermes

www.alimentazioneinequilibrio.it

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK285560/

Come prevenire le vene varicose con l’alimentazione sana

Le varici sono vene superficiali delle gambe, per lo più vene tributarie della grande o della piccola safena, molto dilatate e nelle quali il sangue scorre a fatica a causa del cedimento delle pareti venose, che determina l’allargamento dei vasi e il loro allungamento serpiginoso.

L’alterazione strutturale, su base infiammatoria, non consente più alle valvole interne della vena di impedire che il sangue rifluisca verso il basso, finendo con l’accumularsi nei vasi venosi per forza di gravità. Sono generalmente precedute o accompagnate dalle teleangectasia, note come “capillari”, molto anestetici.

 

CAUSE, SINTOMI

Età, sesso femminile, familiarità e componenti ormonali sono le principali cause di insorgenza di questa patologia che si manifesta prima con la comparsa di sottili strisce bluastre lungo la parte inferiore della gamba e che con il tempo si ingrossano fino a sembrare cordoni nodosi.

DIAGNOSI

La prima diagnosi di norma arriva già da parte delle stesse persone che vedono e sentono le loro brutte vene, poi e confermata facilmente dalla visita medica (le varici sono una delle malattie più frequente fin dall’antichità)

L’eco-doppler è  un esame specialistico di II livello ed è in grado di dare informazioni anatomiche e funzionali sullo stato dei vasi sanguigni e di mostrare il flusso ematico al loro interno.

Di solito la cura consiste o nella obliterazione endovascolare della vena dilatata mediante l’introduzione di sostanze chimiche (liquidi o schiume sclerosanti) o di energia termica (laser o radiofrequenza); oppure nell’asportazione delle vene patologiche mediante chirurgia aperta che permette di “sfilarle”, oggi attraverso mini-incisioni.

Sono numerosi i casi meno complessi per cui è indicato un trattamento non invasivo, quale l’uso di calze elastiche associate a farmaci per via orale, attivi sulle vene con azione vasoprotettrice, e l’applicazione di farmaci topici come sintomatici.

ALIMENTAZIONE

Le varici si possono prevenire anche con lo stile di vita corretto, specie a tavola, privilegiando un’alimentazione ricca di frutta e verdura che, oltre a favorire il controllo del peso, fornisce anche vitamine e bioflavonoidi ad azione antiossidante che preservano l’integrità dei vasi.

Si consiglia di utilizzare cibi che:

  • agiscono sui radicali liberi con un’azione anti-ossidante.

Nella dieta, equilibrata e bilanciata, non dovrebbe mancare mai ad ogni pasto almeno uno dei seguenti alimenti: CEREALI INTEGRALI, FRUTTA SECCA (mandorle, noci specie di macadamia, nocciole), GERMI DI GRANO, TUORLO D’UOVO, VERDURE A FOGLIA LARGA che contengono vitamina E.

Altrettanto importanti sono la vitamina A, contenuta nella CARNE BIANCA, LATTICINI NON STAGIONATI, UOVA E FEGATO e la vitamina C, presente nelle ARANCE, LIMONI, MANDARINI, KIWI, RIBES, ANANAS, MORE, e fra le verdure i POMODORI ricchi di licopene.

Frutta e verdura sono anche ricchi di beta-carotene e carotenoidi, sostanze precursori della vitamina A, ma anche di flavonoidi che sono indispensabili al buon funzionamento del circolo venoso.

Previlegiare in modo PARTICOLARE MELE E PERE, CAVOLO, INDIVIA, SEDANO, CIPOLLA, LATTUGA, BROCCOLI, FAGIOLI e SOIA.

Fra le bevande il TÈ che contiene le catechine e VINO ROSSO (non più di due bicchieri al giorno).

Da non dimenticare, l’azione vasoprotettrice indotta dagli antocianosidi del MIRTILLO NERO, particolarmente sulla abnorme permeabilità e fragilità capillare.

 

  • contengono acidi grassi insaturi da cui si formano delle molecole importanti come gli Omega-3 e gli Omega-9, peraltro più attivi sulla circolazione arteriosa.

Vanno inseriti nel piano dietetico, quindi, PESCE GRASSO (salmone, tonno, sgombri, sardine), OLI VEGETALI (olio di noci, extravergine di oliva, l’olio di colza, di soia e di semi di girasole) da consumarsi crudiFRUTTA SECCA(mandorle, noci, semi di zucca, arachidi).

 

  • abbiano azione diuretica, cioè che esplicano un’azione drenante, per contrastare edemi e gonfiori.

Fra questi UVA, PERE, NESPOLE, MELONE, ANGURIA, PESCHE, MELE, CARCIOFO, SEDANO, MELANZANA, CAVOLFIORE, PORRO, ASPARAGO, AGLIO E CIPOLLA.

Inoltre, è bene bere ACQUA che sia ricca di POTASSIO.

 

  • contengono oligo-elementi, in forma naturale o di integratori alimentari (quest’ultima forma dietro prescrizione medica).

È da previlegiare MANGANESE, che oltre a fortificare il sistema immunitario favorisce la       coagulazione ed il metabolismo della vitamina E.

Questo oligoelemento è presente naturalmente presente nella soia, nelle castagne, nel ribes       nero, nellabarbabietola, nello zenzero e nei cereali in genere.

Poi il COBALTO, che assieme alla Manganese, calma la sensazione di pesantezza alle gambe e previene la dilatazione delle vene; si trova nei funghi, ravanello, cipolla, cavolo bianco, broccolo.

 

NON ECCEDERE CON:

– le SPEZIE DAL SAPORE MOLTO INTENSO come il peperoncino rosso, la paprika, il pepe nero e la senape che stimolano l’infiammazione delle pareti delle vene e la possibile dilatazione;

– i CONDIMENTI CON ACIDI GRASSI SATURI, quali il burro e gli alimenti che fanno aumentare il colesterolo LDL (“cattivo”) come insaccati, frutti di mare, carni rosse, latte intero e derivati, peraltro più nocivi sulla circolazione arteriosa;

– i DOLCI SU SCALA INDUSTRIALE;

– lo ZUCCHERO BIANCO;

– l’ALCOOL;

– CIBI TROPPO SALATI, ovvero acciughe, aringhe, tutto il pesce affumicato e gli insaccati che favoriscono la ritenzione idrica, il gonfiore e dilatazione delle vene;

– PASTI ABBONDANTI. Meglio mangiare durante l’arco della giornata cinque volte, due pasti principali più abbondanti e 3 spuntini.

-l’ECCESSO DI PESO, perché i chili di troppo facilitano il ristagno e la stasi del sangue, il cui flusso verso il muscolo cardiaco diviene così più lento.

 

Dottoressa Laura Masillo

www.lauramasillo.it

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Nutrition and Chronic Wounds: Improving Clinical Outcomes. Molnar JA, Vlad LG, Gumus T.
  • Benessere a tavola. Fondazione Umberto Veronesi