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Dieta, microbiota e prevenzione del carcinoma colon-rettale (CRC)

“Siamo quello che mangiamo”. Questa frase è stata confermata da molti studi che hanno dimostrato che la nutrizione ha un alto impatto sul rischio di insorgenza di numerose patologie come quelle cardiovascolari o tumorali. I fattori dietetici sono tra i principali ad avere una maggiore rilevanza nell’evoluzione del carcinoma colon-rettale (CRC). Nella patogenesi del CRC sono coinvolti diversi aspetti inclusi la predisposizione genetica, lo stile di vita, l’età e la presenza di infiammazioni croniche in atto. Solo recentemente è stato riconosciuto che il microbiota intestinale potrebbe costituire un importante anello mancante nell’interazione tra dieta ed un possibile successivo sviluppo della patologia tumorale. I fattori dietetici, infatti, influenzano in maniera importante la composizione del microbiota intestinale. Diversi studi pre-clinici e clinici hanno recentemente suggerito che uno squilibrio del microbiota intestinale potrebbe essere potenzialmente una tra le cause di insorgenza di CRC.

I fattori dietetici possono favorire la carcinogenesi apportando modifiche a livello del microbiota commensale,  agendo soprattutto su particolari popolazioni batteriche quali: Fusobacterium nucleatum, Escherichia coli, Akkermansia muciniphila o Bacteroides fragilis. E’ stato recentemente scoperto che, in particolare, sia  il ceppo Akkermansia muciniphila ad influenzare la risposta del tumore agli agenti chemioterapici ed agli inibitori del checkpoint immunitario.

Nonostante il successo degli screening mediante colonscopia ed i recenti progressi nella cura del cancro, il CRC rimane tutt’oggi una delle più comuni forme di cancro diagnosticate, con un significante incremento di incidenza nei Paesi in via di sviluppo, dove le persone si sono adattate allo stile di vita dei Paesi occidentali. La dieta rimane essere un elemento di forte impatto nell’eziopatogenesi del CRC. Diversi studi epidemiologici hanno suggerito, inoltre, che un eccessivo apporto di proteine animali e di grassi, specialmente da carni rosse e processate, possono accrescere il rischio di  CRC, mentre un adeguato apporto di fibra può proteggere dall’insorgenza di tale forma tumorale. I meccanismi sono stati studiati sul modello animale. La dieta, infatti, influenza la struttura ed il metabolismo del microbiota intestinale. Il butirrato, un acido grasso a catena corta (SCFAs), può proteggere le cellule dell’epitelio intestinale dalla trasformazione neoplastica grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, antiproliferative, immunomodulatrici, regolatorie di sistemi genetici ed epigenetici e favorendo mantenimento dell’omeostasi del microbiota colonizzante.

Al contrario, la fermentazione proteica e la deconiugazione dell’acido biliare, che può danneggiare il microbiota favorendo processi pro-infiammatori e pro-neoplastici, possono incrementare il pericolo di sviluppare un CRC. Si può quindi concludere che una dieta bilanciata con un corretto apporto di fibre, potrebbe prevenire in maniera significativa il rischio di CRC.

 

 

Bibliografia

 

  • Niederreiter LAdolph TETilg H, Food, microbiome and colorectal cancer, Digestive and liver disease, 2018
  • Yang JYu J,The association of diet, gut microbiota and colorectal cancer: what we eat may imply what we get, Protein & Cells, 2018

SIBO: quando il microbiota intestinale diventa invadente

SIBO è l’acronimo di un fenomeno conosciuto dagli esperti con il nome completo di Small Intestinal Bacterial Overgrowth, ovvero sovracrescita batterica nel piccolo intestino. Ormai ognuno è a conoscenza del fatto che non sia il solo ad abitare il proprio corpo: il nostro apparato digerente è il sito anatomico che più di qualsiasi altro ospita un popoloso microbiota, cioè un insieme di microrganismi, per lo più di natura batterica, che normalmente sono di grande aiuto alla salvaguardia della salute dell’organismo, contribuendo, ad esempio, a contrastare i patogeni.

Le dimensioni dell’insieme di cellule batteriche vanno aumentando man mano che si procede lungo il lume del tubo digerente, arrivando ai valori più alti nel colon; basti sapere che dei circa 1014 componenti microbici, circa il 70% si trova proprio nel grande intestino (il colon, appunto). Il piccolo intestino, il tenue, generalmente è molto meno abitato, con numeri non superiori a 104 batteri/ml; quando tali valori superano la soglia di 105/ml si instaura una SIBO, con una variazione qualitativa oltre che quantitativa del microbiota locale, spesso causata da una contaminazione da abitanti tipicamente residenti nel colon. Ne conseguirà una sintomatologia con diarrea, meterorismo e dolori addominali ricorrenti; tali effetti possono avere una gravità molto variabile, andando da quei casi in cui i disturbi sono blandi a tal punto da non essere presi in considerazione dal paziente, per arrivare alle forme più gravi con malassorbimenti di nutrienti.

La modalità per mezzo della quale inequivocabilmente può essere posta diagnosi di SIBO è rappresentata dalla raccolta mediante sondaggio e successiva coltura diretta del contenuto intestinale. Tuttavia, nella pratica clinica  per la maggior parte dei casi si preferisce procedere a tecniche poco invasive quali quelle dei breath test al glucosio e al lattulosio, che misurano le concentrazioni di H2 e CH4.

La classica terapia implementata per la cura della SIBO prevede l’impiego di antibiotici, con il supporto di una corretta alimentazione, eventualmente integrata con prebiotici e probiotici. Proprio nei confronti di tali integrazioni, soprattutto di probiotici, sono state nutrite alte aspettative, a carattere non solo curativo, ma anche in un’ottica di prevenzione per la SIBO; tuttavia, un recente studio ha dimostrato che, pur essendo molto validi nel trattamento del disturbo conclamato, essi risultano inefficaci a fini precauzionali.

Ma quali sono le cause della SIBO? Malattie infiammatorie croniche intestinali, alterazioni del sistema nervoso, ostruzioni intestinali, malattie autoimmuni e assunzione prolungata di inibitori di pompa protonica sono soltanto alcuni dei possibili elementi scatenanti. Altro fattore di rischio risulta essere l’obesità, in accordo a quanto sottolineato da uno studio che ha dimostrato come la SIBO fosse presente nell’88,9% dei soggetti obesi analizzati, contro il 42,9% dei non obesi, evidenziando altresì marcate differenze qualitative tra i microbiomi dei due gruppi.

La stessa (ben più famosa e acclarata) sindrome del colon irritabile potrebbe avere nel caos della sua eziopatogenesi multifattoriale proprio una SIBO. Questo può indurci a comprendere quanto sia importante essere a conoscenza di una problematica che resta ancora ignota ai più, spesso anche tra gli addetti ai lavori del settore medico-biologico.

E’ bene stare attenti ai segnali che il nostro intestino ci invia, per intervenire quanto prima e nella maniera più adeguata per la diagnosi e la cura di questo tipo di problematica; infatti, lavorando in maniera subdola, una SIBO potrebbe causare danni che non sono da considerarsi di secondaria importanza, di natura funzionale, come ad esempio la fastidiosa sindrome del colon irritabile, o organica, come anemie conseguenti a malassorbimenti intestinali.

 

BIBLIOGRAFIA

Bures J, Cyrany J, Kohoutova D, et al. Small intestinal bacterial overgrowth syndrome. World J Gastroenterolog. 2010 Jun 28;16(24):2978-90.

Zhong C, Qu C, Wang B, et al. Probiotics for preventing and treating Small Intestinal Bacterial Overgrowth. J Clin Gastroenterol. 2017 Apr;51(4):300-311.

Roland BC, Lee D, Miller LS, et al. Obesity increases the risk of small intestinal bacterial overgrowth (SIBO). Neurogastroeneterol Motil. 2018 Mar;30(3).

Ghoshal UC, Shukla R, Ghoshal U. Small Intestinal Bacterial Overgrowth and Irritable Bowel Syndrome: a bridge between functional organic dichotomy. Gut Liver. 2017 Mar 15;11(2):196-208.

Olio di cocco estratto a freddo, antico “sapore / sapone” dalle infinite virtù e proprietà

Pensavi di poter trovare in un solo prodotto così tanti benefici per il nostro corpo a 360 gradiL’olio di cocco, da quando l’ho scoperto dico sì, l’utilizzo quasi per tutto. Scopriamone le infinite proprietà e virtù, tra le quali spiccano, proprietà anti-virali, battericida, anti-fungina, antiossidante e antiparassitaria. Il discorso vale se parliamo di vero olio di cocco, vergine ed estratto a freddo o con procedimenti sofisticati che ne conservano le proprietà. Utilizzato molto in Oriente, da diversi anni rivalutato “nel mondo” e l’uso sarà senza dubbio esponenziale, visto le sue infinite e brillanti proprietà.

Per uso cosmetico ed “esterno” è un ottimo struccante / levigante naturale, ottimo cicatrizzante, ad esempio per l’herpes labiale. Personalmente ne ho testato l’efficacia su labbro spaccato da estreme temperature o tagli accidentali, congiuntivite ed eccellente per dolori gengivali e riparatore e protettore contro i geloni. Difatti riduce gonfiore ed allieva il dolore. Ancora catalizza la guarigione di scottature ed ustioni, allievando repentinamente i sintomi. Rafforza i denti. Spicca, altresì, come ottima maschera “riparatrice” per capelli e crema contorno occhi. Massaggi con questo prezioso elemento, leggermente riscaldato con delle candele naturali di estratti freschi di fiori, è un elisir di piacere, molto utilizzato in Oriente. Aggiungendo poi un sottofondo di musica, delle onde del mare e della natura ad odore anche d’incenso, rappresenta un anti-age e anti-stress naturale, rilassante e rigenerate.

I grassi che contiene sono potentissimi alleati della nostra salute, aumentano le difese immunitarie, aiutano nel migliorare e regolare la funzione ormonale e recentissimi studi evidenziano un possibile effetto neuroprotettore, contro l’ansia, aumentando al contempo concentrazione e memoria. Inoltre, è stato dimostrato quanto la sinergia tra uso di olio di cocco ed attività fisica durante, ad esempio l’allattamento o in organismi modello stressati, possano avere proprietà antistress, migliorando e potenziando anche le funzioni cerebrali.

L’olio di cocco vergine, estratto a freddo, contiene una grande quantità di acidi grassi a catena media (MCFA). In letteratura è riportato che l’olio di cocco contiene 93% di acidi grassi saturi, in particolare spicca l’acido laurico, seguito da acido caprilico e caprico, tutti grassi fondamentali per produrre monogliceridi anti-microbici contro virus, batteri, protozoi e patogeni di vario tipo. I benefici degli MCFA sono enormi; ad esempio, sono “grassi buoni” di alta qualita’ -esiste molta confusione tra il concetto di grassi buoni e cattivi, in realtà non esiste realmente un buono ed un cattivo, ogni grasso, che sia saturo o che sia insaturo, se ben equilibrato e di alta qualita’, ha il suo effetto positivo sulle membrane delle nostre cellule, dunque sulla nostra salute- facilmente digeribili e convertiti direttamente in energia. Questo gli consente di non accumularsi come deposito di grasso nel corpo. I vantaggi sono stati dimostrati in numerosi studi, tra i quali spiccano ricerche recenti, 2017, dove gli autori hanno dimostrato che gli MCFA presenti nell’olio di cocco hanno effetti positivi sul controllo del sovrappeso nelle donne, in particolare in fase pre / post menopausa.

Per uso alimentare, oltre al gusto in più che regala alle pietanze, ha il vantaggio di poter essere utilizzato per la cottura dei cibi. Infatti, a differenza di altri tipi di oli, come ad esempio l’olio di oliva, il quale, come ben sappiamo con alte temperature produce sostanze nocive (paragonabili ai danni derivanti dal fumo), l’olio di cocco vanta di questa “termostabilità'” riuscendo a perseverare la struttura delle sue molecole positive, anche con la cottura.  Giunto nel nostro “secondo cervello”, contribuisce a mantenere bilanciato il nostro microbioma, nutrendo i batteri “positivi” che popolano il nostro intestino e limitando la proliferazione di quelli patogeni. Inoltre, essendo stabile non corre il rischio di diventare rancido. Quando il grasso o gli oli si irrancidiscono o si ossidano si trasformano in uno dei peggiori alimenti, portando alla formazione di nuove molecole, anche volatili ed esponendoci al rischio di malattie come ad esempio quelle cardiovascolari. Ecco svelato il perché’ non esiste un vero e proprio grasso buono e cattivo in “natura”, ma potrebbe diventarlo in seguito a “trasformazioni”, come le alte temperature ai danni delle molecole positive contenute, ad esempio, nell’olio extravergine di oliva usato a cottura terminata o a “crudo”. In cucina, utilizzare l’olio di cocco, ad esempio per la preparazione di verdure, in aggiunta a frullati, tisane, caffè, the, impasto per dolci, come sostituente dello zucchero ed ancora per le uova, la carne, il pesce con un tocco di zenzero e spezie.

Abbiamo già citato le proprietà antibatteriche ed antimicrobica, virtu’ conferitagli anche grazie sempre alle preziose abilità dei suoi grassi. Difatti altri autori hanno dimostrato l’efficacia degli MCFA presenti nell’olio grezzo che inibiscono potenti agenti patogeni come Yarrowia lipolytica e Clostridium difficile. Visto le eccezionali potenziali proprietà, i ricercatori sono ora alle prese nel trovare ancor un metodo migliore per la loro estrazione e di studiarne sempre di più le virtu’ fenomenali. L’estrazione a freddo risulta la scelta vincente.

Consiglio, in particolare a noi donne -che in borsa abbiamo tutto e, spesso, non troviamo nulla- un “mini-contenitore” con all’interno olio di cocco, che in inverno si gelifica e prende le sembianze di “burro”, possiamo utilizzarlo così: come burro cacao, crema per mani, preventivo e / o curativo di escoriazioni cutanee, scottature, tagli. Disinfettante naturale, un eccezionale sostituto di prodotti dalle medesime proprietà, ma arricchito in ingredienti artificiali, tipo i gel antisettici commerciali. Lenitivo e battericida in caso di irritazioni vaginali, combattente e catalizzatore di infezioni fungine come Candida Albicans.  Protettivo contro gli insulti esterni, come raggi UV ed inquinamento, dunque, ottimo sostituto di creme protettive solari di sintesi chimica.

Per le mamme: ecco un lenitivo e disinfettante naturale contro arrossamenti da pannolini. Difatti, uno studio clinico pubblicato di recente, 2018, ha dimostrato quanto, grazie alle proprietà emollienti, antisettiche ed anti-infettive dell’olio di cocco, possa essere utilizzato come agente topico anche per proteggere la pelle di neonati nati prematuramente, la quale essendo molto fragile può essere soggetta ad infezioni ricorrenti. Sono in corso ulteriori studi per indagare e scoprire nuovi effetti ed usi positivi.

Infine in antichità ed ancora oggi in alcuni villaggi tropicali, veniva utilizzato come sapone, dentifricio, disinfettante, “energizzante”, carminativo, rilassante, come crema per massaggi ecc. Quest’ultime sono anche testimonianze personali e di un’anziana donna orientale. Gli studi in letteratura sui preziosi benefici dell’olio di cocco, sono per lo più concentrati su organismi modello murini, ma a volte l’esperienza personale e i saggi dettami, gli usi e costumi di sagge popolazioni, confermano tali ipotesi ancor prima di esserne scoperta le “virtù sperimentali”.

Vediamo come le tradizioni antiche, le sinergie tra oriente e occidente, possano essere dei tasselli fondamentali per mantenere un armonico stato di salute e di benessere a 360 gradi se tutto ben equilibrato. Bisogna giusto abituarsi ad un tocco “esotico” nella nostra cucina. Personalmente ritengo che, in seguito all’introduzione, da gennaio 2018, di insetti commestibili nei nostri mercati, provenienti da medisime culture, risulta interessante ed “innocuo” provare ed abituarsi al gusto delicato del cocco, prima ancora dei suddetti insetti.

Riferimenti bibliografici:

[1] Can coconut oil and treadmill exercise during critical period of brain development ameliorate stress-related effects on anxiety-like behavior and episodic-like memory in young rats? Food Funct., 2018  DOI:10.1039/C7FO01516J

[2] T. A. V. Nguyen et al. Hydrolysis Activity of Virgin Coconut Oil Using Lipase from Different ources. Hindawi Scientifica Volume 2018, Article ID 9120942, 6 pages https://doi.org/10.1155/2018/9120942

[3] Strunk T. et al. Topical Coconut Oil in Very Preterm Infants: An Open-Label Randomised Controlled Trial. Neonatology 2018;113:146–151 https://doi.org/10.1159/000480538

Gli effetti del Microbiota sull’infiammazione

Come suggeriscono recenti scoperte, c’è una forte relazione simbiotica tra il Microbiota (l’insieme dei microrganismi intestinali) e il sistema immunitario dell’individuo, tanto da poter essere considerati quasi come fossero un tutt’uno; infatti il Microbiota sembrerebbe avere profondi effetti nello sviluppo del sistema immunitario associato all’intestino (GALT), nella differenziazione delle cellule immunitarie intestinali e nella produzione di mediatori del sistema immunitario come IgA e peptidi antimicrobici come le “defensine” [1][2]. L’importanza del Microbiota in relazione alla risposta immunitaria è stata dimostrata attraverso lo studio di questa risposta attraverso topi germ free (GF); infatti le evidenze in letteratura hanno evidenziato che i topi GF hanno un sistema immunitario poco sviluppato specialmente nei compartimenti mucosali, e che l’equilibrio tra cellule T helper 1/T helper 2 veniva risollevato con l’aggiunta di batteri commensali come Bacteroides fragilis [2][3]. Dunque il Microbiota promuove lo sviluppo del sistema immunitario dell’ospite, il quale ha la capacità di prevenire l’eccessiva traslocazione dei batteri e successiva infiammazione, quindi l’equilibrio tra il sistema immunitario e il Microbiota, risulta cruciale per l’omeostasi intestinale. Infatti la disbiosi (flora non in condizioni di equilibrio, poiché i microrganismi potenzialmente nocivi prevalgono rispetto ai microrganismi “buoni”), causa un’eccessiva infiammazione, la quale riduce di molto l’integrità dell’epitelio intestinale determinando un’eccessiva traslocazione di batteri che contribuiscono allo sviluppo di alcune patologie, prime tra tutte: le malattie infiammatorie intestinali (IBD) come la Rettocolite Ulcerosa (UC) e il Morbo di Crohn (MC). Tuttavia i pazienti con malattie infiammatorie intestinali, hanno una flora con carica batterica molto elevata e costituita prevalentemente da batteri patogeni come: Enterobacteriaceae (Escherichia coli), Batteroidi (B. fragilis) e Firmicutes (Clostridium difficile); suggerendo che un’aumentata carica patogena è direttamente proporzionale a:

  • l’aumento dell’infiammazione,
  • la diminuzione dei batteri dalle proprietà antinfiammatorie, come Faecalibacterium prausnitzii, di cui i pazienti con Colite Ulcerosa ne sono privi [4].

L’incremento di Batteroidi ed Enterobacteriaceae (microrganismi patogeni) e la riduzione di Lattobacilli e Bifidobatteri (microrganismi benefici), in pazienti con IBD, vanno incontro ad un netto miglioramento in seguito al trattamento con acido lattico, Bifidobatteri e latte fermentato da Bifidobatteri, tanto da suggerire il grande potenziale di alcune specie batteriche e dei loro prodotti come il butirrato (prodotto da batteri come F. prausnitzii) [5][6]. Inoltre è  in crescita anche l’uso di probiotici per il trattamento di malattie respiratorie come l’asma o altre condizioni di ipersensibilità; e il trattamento con  capsule orali di Lactobacillus gasseri in bambini asmatici ha portato ad una migliore funzione polmonare, mentre in vitro ha ridotto la produzione di TNF-α, IL-2, IL-3 e INFγ (citochine infiammatorie) in cellule periferiche mononucleate del sangue. La modulazione del Microbiota quindi, si intuisce, che abbia la capacità di influenzare anche malattie metaboliche come il Diabete Mellito di tipo 2 (conseguenza dell’Obesità addominale e dello stato infiammatorio di cui il soggetto obeso è affetto) e tutte quelle malattie che hanno di base uno stato infiammatorio [7].

 

[1] Wei B, Wingender G, Fujiwara D, Chen DY, Mc Pherson M, Brewer S et al. Commensal microbiota and CD8+ T cells shape the formation of invariant NKT cells. J Immunol 2010; 184: 1218-1226.

[2] Hmeir T, Stepankova R, Kozakova H, Hudcovic T, Tlaskalova-hogenova H. Gut microbiota and lipopolysaccharide content of the diet influence development of regulatory T cells: studies in germ-free mice. BMC Immunol 2008; 9: 65.

[3] Al-Asmakh M, Zadjal F. Use of germ-free animal models in microbiota-related research. J microbial Biotechnol 2015; 25: 1583-1588.

[4] Sokol H, Seksik P, Furet JP, Firmesse O, Nion-Larmurier I, Beaugerie L et al. Low counts of Faecalibacterium prausnitzii in colitis microbiota. Inflamm Bowel Dis 2009; 15: 1183-1189.

[5] Ling Z, Liu X, Cheng Y, Luo Y, Yuan L, Li L et al. Clostridium butyricum combined with bifidobacterium infantis prebiotico mixture restores fecal microbiota and attenuates sistemi inflammation in mice with antibiotic-associated diarrhea. Biomed Res int 2015: 582048.

[6] Lee B, Yin X, Griffey SM, Marco MI. Attenuation of colitis by lactobacillus casei BL23 is dependent on the dairy delivery matrix. Appl Environ Microbiol 2015; 81 AEM 01360-15.

[7] Jang SO, Kim HJ, Kim YJ, Kang MJ, Kwon JW, Seo JH et al. Asthma prevention by lactobacillus rhamnosus in a mouse model is associated with CD4+ CD25+Foxp3+ T Cells. Allergy Asthma immunol Res 2012; 4: 150-156.

Sindrome da shock tossico (TSS): un’infezione rara ma estremamente pericolosa nel periodo mestruale

La Sindrome da Shock Tossico (TSS) è un’infezione batterica molto rara, ma grave. La malattia è caratterizzata da febbre alta, eruzioni cutanee, vomito, diarrea, stato confusionale, che può progredire rapidamente verso uno stato di shock grave e intrattabile.

I ceppi di Staphylococcus aureus che sono produttori della tossina dello shock tossico (TSST-1), codificata da un gene a localizzazione cromosomica, sono la causa principale dello shock tossico da stafilococco, in inglese Toxic shock syndrome (TSS), una patologia descritta per la prima volta nel 1978 da un pediatra di Denver, James K. Todd, in 7 bambini tra gli 8 e i 17 anni. Diverse specie di stafilococchi fanno parte della normale flora microbica dell’uomo e degli animali: si ritrovano sulla cute, sulle mucose del tratto respiratorio e gastrointestinale e nella flora vaginale. Tra di esse, la più importante è lo Stafilococcus aureus. La tossina TSST-1, prodotta da S. aureus, è simile alle enterotossine stafilococciche ed alle tossine pirogeniche streptococciche con le quali divide i caratteri di pirogenicità e superantigenicità che sono alla base della patologia, ma ha anche alcuni caratteri peculiari come, soprattutto, la capacità di diffondere in circolo attraverso le mucose senza la necessità della preventiva colonizzazione batterica e della conseguente lesione dell’epitelio mucoso. La sindrome da shock tossico presenta un decorso clinico molto grave e i sintomi peggiorano rapidamente nel corso di un breve periodo di tempo. L’esordio è improvviso e caratterizzato da febbre alta (oltre i 39°C), eruzione cutanea (simile all’eritema), ipotensione, vomito, diarrea, dolori muscolari e desquamazione della pelle, che nell’arco delle 48 ore possono evolvere con danno epatico e renale. Oltre alla forma “mestruale” della sindrome da shock tossico associata all’utilizzo degli assorbenti interni, esiste una forma “non mestruale” meno diffusa, correlata a gravi infezioni, anche di origine nosocomiale, che può interessare uomini, bambini e persone di tutte le età.

Agli inizi degli anni ’80, centinaia di casi vennero registrati in donne durante il periodo mestruale. Si vide successivamente che la sindrome era riconducibile ad una elevata colonizzazione vaginale ad opera di ceppi “tossigeni” di Staphylococcus aureus, favorita dall’ambiente creato dalla presenza del liquido mestruale, l’aumento del pH vaginale durante il periodo mestruale e dal contemporaneo uso di particolari tamponi assorbenti a collocazione intravaginale.  Nel 1980 la stima dell’incidenza della TSS tra le giovani donne durante il periodo mestruale era di 13.7 ogni 100.000 individui. Negli anni successivi, grazie all’introduzione di alcuni cambiamenti produttivi e alla rimozione dal mercato di alcuni prodotti, l’incidenza della TSS associata all’uso dei tamponi interni ha registrato una diminuzione arrivando alle attuali stime di 1 ogni 100.000 individui, con tassi di mortalità che varia dal 4% al 15%, in cui le giovani donne costituiscono il gruppo più a rischio. Casi clamorosi nel 2014 quando una donna britannica di 27 anni, proprio a causa della TSS, è rimasta in coma per 8 giorni, per poi risvegliarsi senza riconoscere i suoi familiari, oppure quello nel 2015 in cui la modella 24enne Laura Wasser ha subìto l’amputazione di una gamba a causa della sindrome da shock tossico legato all’uso di un assorbente interno. Attualmente, la TSS in seguito all’uso dei tamponi interni è una evenienza molto rara, dovuta, oltre al cambio del materiale di cui sono composti i tamponi, anche ad una capillare educazione sanitaria riguardo l’uso corretto dei dispositivi. 

La TSS è una malattia rara, ed è quindi estremamente importante non demonizzare gli assorbenti intravaginali che restano comunque uno strumento utile per l’igiene femminile, basta usarli nel modo corretto. Fondamentale è comprendere quindi che la salute è uno dei beni più preziosi e quindi è importante incoraggiare la conoscenza sulle patologie più diffuse, su come prevenirle, riconoscerle e affrontarle.

Fonti:

DeVries et al. 2011. Staphylococcal Toxic Shock Syndrome 2000–2006: Epidemiology, Clinical Features, and Molecular Characteristics. PlosOne 6(8)

Michele La Placa. Principi di Microbiologia Medica. Edises XIV edizione

Vostral et al. 2011. Rely and toxic Shock Syndrome: A technological Health crisis. Yale Journal of Biology and Medicine 84

Un batterio moderno: la salmonella nelle preparazioni carnee.

Molto spesso si sorvola sulla possibilità di contrarre una tossinfezione alimentare causata da un determinato batterio patogeno, negli alimenti considerati “sicuri”. La mia attenzione è stata catturata dalle preparazioni carnee, le quali secondo il Reg. CE 853/2005 le definisce come : “carni fresche, incluse le carni ridotte in frammenti, che hanno subito aggiunta di prodotti alimentari, condimenti o additivi o trattamenti non sufficienti a modificare la struttura muscolo-fibrosa interna della carne e ad eliminare quindi le caratteristiche delle carni fresche. Dunque, lo stile di vita odierno caratterizzato da tempi limitati da dedicare  alle attività culinarie hanno determinato il favore delle persone a questi prodotti, che hanno visto, nel corso dell’ultimo decennio un significativo incremento della loro diffusione sul mercato. A fronte degli aspetti vantaggiosi per il consumatore, è necessario sottolineare che le preparazioni carnee sono alimenti che sotto il profilo igienico presentano fattori intrinseci di rischio, derivanti da punti critici nelle fasi delle produzioni e commercializzazione. Tali fattori sono attribuibili in primo luogo alle caratteristiche fisiche della derrata: prodotto fresco con aggiunta di vegetali, spezie formaggi od altri ingredienti non carnei che possono importare microrganismi estranei alle carni. In secondo luogo, intervengono fattori relativi alla lavorazione, che prevedendo una manipolazione elevata può potenzialmente favorire la moltiplicazione microbica. Noti, sono inoltre, i pericoli di contaminazione crociata durante l’utilizzo di attrezzature che non sono tenute in adeguate condizioni igieniche. Da ultimo, ma non per importanza, sono dei prodotti confezionati che hanno una vita commerciale media di 5-7 giorni e che sono sottoposti alla catena del freddo sia nel trasporto che nello stoccaggio della vendita, come definisce il Reg.CE  2073/2005 introducendo due tipi di criterio  CSA (criterio di sicurezza alimentare- che include o seguenti patogeni e/o tossine: Salmonella, Listeria, monocytogenes, Enterobacter sakazakii, Escherichia coli) e CIP (criterio di igiene di processo – verifica il funzionamento igienicamente accettabile del processo di produzione e rappresenta un valido strumento di autocontrollo include: conta microbica aerobi a 30°C, Enterobacteriacee, Escherichia coli e Stafilococchi coagulasi positivi).

In riferimento a quanto detto fino a qui la Salmonella va ricercata in prodotti immessi sul mercato su:

  • Carni macinate e preparazioni a base di carne destinati ad essere consumati crudi,
  • Carni macinate e preparazioni a base di carne di pollame destinati ad essere consumati cotti,
  • Carni separate meccanicamente

In tutti questi casi, ovviamente la Salmonella deve essere assente nei 25 grammi di prodotto preso in esame (Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea L.338/11). La rilevazione di Salmonella negli alimenti fa riferimento al protocollo riportato nel metodo UNI EN ISO 6579:2008.

 

Salmonella e alimenti

L’ubiquitarietà e la capacità di Salmonella a temperature comprese fra 7°C e 46°C fa si che qualsiasi alimento manipolato o conservato in modo non corretto possa essere fonte di infezione. Molti episodi di tossinfezione alimentare sono infatti causati dall’ingestione di alimenti per i quali la gestione della catena del freddo tra preparazione/trasformazione e consumo non è corretta, rendendo possibile, nel tempo intercorso la moltiplicazione dei batteri presenti (Synnott, 1998). Le Salmonelle non sopravvivono all’ebollizione, pastorizzazione, alla salatura né alla irradiazione con raggi gamma dei cibi (Moroni et al., 2008). In particolare nelle carni i fattori che influenzano la crescita batterica sono: la temperatura, l’aw (attività dell’acqua), il pH, le concentrazioni saline e la presenza di eventuali additivi (Zambonelli et al. 1992). Tra le carni rosse, la frequenza maggiore è stata riscontrata nelle carcasse di pecora, maiale ed in minor percentuale nelle carni bovine, la carne macinata rappresenta un substrato particolarmente favorevole alla crescita batterica, proprio perchè presenta tutte le caratteristiche sopra indicate. Possibilità di essere contaminati sono anche uova, pesce.

Sebbene gli animali e gli alimenti di origine animale rappresentino gli ospiti principali della Salmonella, essa è riscontrata anche nell’ambiente (acqua, suolo, alimenti di origine vegetale, tutto ciò è dovuto alla contaminazione attraverso le feci sia di origine umana sia animale. La Salmonella è molto comune nelle acque reflue(attraverso le quali può diffondersi in ambienti acquatici come torrenti, fiumi e laghi, rappresentando una fonte di contaminazione del suolo e di conseguenza anche dei vegetali (Lemarchand e Lebaron, 2002).

 

Salmonellosi.

La Salmonella appartiene alla famiglia delle Enterobacteriacee ed è inserita nel gruppo dei batteri patogeni, (Darwin e Miller, 1997), è un gram-negativo, aerobio o anaerobio facoltativo, catalasi positivo e ossidasi negativo. È in grado di sopravvivere e moltiplicarsi all’interno delle cellule fagocitiche, provocando un’infiammazione granulomatosa. Vediamo nello specifico cosa può causare l’infezione da Salmonella. Durante le varie fasi dell’infezione intervengono diversi fattori di virulenza (Wallis e Galyov, 2000): il superamento della barriera gastrica avviene grazie a sistemi di difesa che permettono la sopravvivenza del batterio in ambienti a pH acido (Slauch et al., 1997); l’attraversamento dell’epitelio intestinale e la sopravvivenza all’interno dei macrofagi sono determinati da specifici enzimi (Gunn et al., 2000). Nell’uomo la salmonellosi possono causare malattie intestinali trasmissibili per contagio oro-fecale (gastroenteriti, febbre tifoide e paratifoide, setticemie) o mediante alimenti di origine animale. La gastroenterite è un’infiammazione della mucosa dello stomaco e dell’intestino che si  manifesta prevalentemente con sintomi del tratto gastroenterico superiore causando anoressia, nausea, vomito e diarrea  (Votey et al., 1999). Questi sintomi compaiono dopo le 12-24 ore dopo l’ingestione di alimenti contaminati da microrganismi. La malattia è di regola benigna dura da 1 a 4 giorni, talvolta però può manifestarsi in forma più grave (James et al., 2009). Tutti i sierotipi di salmonella, in casi eccezionali, soprattutto nei soggetti immunodepressi e nei neonati, invece di provocare enterecoliti, danno luogo a batteriemia, accompagnata da localizzazioni a carico di tutti gli organi ed apparati con conseguente comparsa di meningite, osteomielite, artrite, broncopolmonite, ascesso epatico (Spinello et al., 2009).

 

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