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Trapianto di feci: la riscoperta di un’antica pratica

Cominciamo dal rispondere alla sicura incredulità della maggior parte dei lettori: il trapianto di feci esiste davvero. Ricordo bene la mia espressione quando ne ho sentito parlare per la prima volta e, quindi, posso ben comprendere la perplessità di chi stia leggendo queste righe.

Il trapianto di feci esiste ed affonda le sue radici in tempi antichissimi; infatti, bere un miscuglio di acqua e feci  era consigliato dall’antica antica medicina cinese come un ottimo rimedio contro la diarrea. Parliamo di un periodo risalente al IV secolo d.C.; qualche tempo dopo veniva avanzata l’ipotesi di usare le feci per contrastare le patologie sistemiche. Probabilmente l’esercito di Hitler aveva conoscenze di medicina orientale, dal momento che i suoi soldati dislocati in Africa mangiavano feci di cammello per curare la dissenteria.

Nel 1958 viene riportato il primo caso ufficiale di trapianto fecale effettuato su 4 pazienti affetti da colite pseudomembranosa. Dopo qualche decennio di flebile interesse nei confronti dell’argomento, dai primi anni 2000 in poi si è assistito ad una crescita esponenziale dei lavori scientifici a riguardo.

Ormai il microbiota (l’insieme dei microrganismi) intestinale è considerato un vero e proprio organo, e le modifiche dei suoi componenti, in termini di qualità e quantità, sono associate al benessere o al malessere dell’intestino e della persona tutta: ecco perché l’eubiosi, cioè il sano equilibrio delle specie microbiche, va difesa costantemente dalle continue minacce provenienti dagli ambienti in cui viviamo, dal cibo, dai farmaci e da abitudini di vita spesso poco salutari. Non a caso, quello dei prebiotici e dei probiotici è un mercato in continua espansione; tuttavia, una buona parte dei microbi “buoni” non è coltivabile. Ciò significa che la maggioranza dei batteri di cui abbiamo bisogno non può essere immessa nell’organismo attraverso preparati acquistabili comodamente al supermercato o in farmacia.

E allora, con queste premesse, le feci, che sono naturalmente ricche di microrganismi, sembrano essere un ottimo probiotico. Ma come si effettua un trapianto di fecale?

Innanzitutto il donatore (generalmente il partner o un parente di primo grado del ricevente) viene sottoposto ad una serie di esami che ne accertino il buono stato di salute. Le sue feci, dopo essere state raccolte e opportunamente preparate in laboratorio, potranno essere donate attraverso diverse modalità: dalle vie superiori, per mezzo di un sondino nasogastrico o mediante ingestione di capsule, o dalle vie inferiori, endoscopicamente o mediante l’utilizzo di clisteri.

Tra tutti gli studi a nostra disposizione, si evince che il trapianto di feci risulta essere particolarmente efficace nel trattamento del Clostridium difficile: ha consentito risoluzioni fino al 90% dei casi, là dove gli antibiotici arrivavano al solo 30%. Non mancano casi di applicazioni per morbo di Crohn, stipsi cronica, sindrome metabolica, colon irritabile, malattie neurodegenerative e malattie autoimmuni. Sebbene i dati siano incoraggianti, non sono ancora sufficienti per renderci certi della sicurezza e dell’efficacia sul lungo termine della pratica; abbiamo bisogno di aspettare ancora qualche anno per capire se questa storia del trapianto di feci sia soltanto una “moda”, come qualcuno l’ha definita, o una vera e propria speranza terapeutica per una vasta gamma di patologie.

BIBLIOGRAFIA

Rossen NG et al. Fecal microbiota transplantation as novel therapy in gastroeneterology: a systematic review. World J Gastroenterol 2015 May 7; 21(17): 5359 – 5371

Giorgio V et al. Fecal microbiota transplantation in acute and chronic gastrointestinal disease. Giornale di Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica 2015

Sindrome sgombroide, cos’è e come prevenirla

La sindrome sgombroide è una patologia alimentare causata dal consumo di prodotti ittici contaminati da batteri in assenza di modificazioni organolettiche. Tali batteri non patogeni, sono capaci di trasformare l’istidina, un amminoacido presente in alcune specie di pesci, in istamina che, se in grandi quantità, è responsabile della malattia. I pesci più coinvolti appartengono alla famiglia Scombridae, tra cui sgombro, tonno e tonno a pinne gialle, ma anche i clupeidi e i ciprinidi.

Dopo il pesce, i formaggi sono gli alimenti più comunemente associati all’avvelenamento da sgombrotossina. Tuttavia, la produzione di istamina può verificarsi in altri alimenti come i cibi fermentati, ad es. vino, salsiccia secca, crauti, miso e salsa di soia.

La formazione di istamina

L’istidina è trasformata in istamina dall’attività di batteri; le Enterobacteriaceae sono i maggiori produttori di istamina; altre specie appartengono ai generi Clostridium, Vibrio, Lactobacillus e Photobacterium oltre che ai ceppi diMorganella morganii, Morganella psychrotolerans, Hafnia alvei, e Raoultella planticola. Tali batteri si trovano normalmente nell’ambiente marino e sono presenti sulle branchie e nell’intestino dei pesci. In condizioni di conservazione inadatte, essi producono, durante la loro crescita, l’enzima istidina decarbossilasi, che trasforma l’istidina in istamina.

L’istamina non è quindi presente nel pesce vivo, ma è prodotta dopo la sua morte, quindi, per impedire la crescita batterica e per arrestare la formazione di istamina è importante rispettare la catena del freddo durante tutte le fasi della lavorazione del pesce (cattura, trasporto, consegna, vendita).

Il pesce contenente istamina non cambia sapore né odore, quindi non è possibile capire se sia pesce alterato oppure no. Inoltre, l’istamina è termoresistente, il che significa che né la cottura né la sterilizzazione decontaminano un pesce con elevati livelli di istamina. 

Concentrazioni di istamina nel pesce e dose tossica

La quantità di istamina nel pesce è:

  • sicura se inferiore a 50 p.p.m. (parti per milione o mg/kg);
  • determina intossicazione in individui sensibili con concentrazioni da 50 a 200 p.p.m.;
  • presumibilmente tossica con concentrazioni da 200 a 1000 p.p.m.;
  • tossica con concentrazioni superiori a 1000 p.p.m.

La dose per la manifestazione clinica della sindrome sgombroide è influenzata da numerosi fattori, come la sensibilità individuale, il peso corporeo, la composizione del pasto (alcool, verdure e formaggi), i farmaci, oltre ad altre patologie, allergie ed al fumo di tabacco.

Generalmente l’assunzione di dosi di istamina:

  • da 8 a 40 mg causa lieve intossicazione;
  • da 20 a 1000 mg causa problemi di natura moderata;
  • da 1500 a 4000 mg e più causa disturbi gravi.

Sintomi

L’insorgenza dei sintomi della sindrome sgombroide varia da qualche minuto a qualche ora dal consumo del pesce contenente istamina. Le manifestazioni cliniche comprendono: sensazione di calore, orticaria,
rash cutaneo localizzato principalmente al viso e al collo, edema facciale, ponfi, prurito, diarrea, dolore addominale, nausea, vomito, gonfiore della bocca e della lingua, mal di testa, palpitazioni, formicolio, disturbi alla visione, tremori, debolezza.


L’insorgenza dei sintomi della sindrome sgombroide varia da qualche minuto a qualche ora dal consumo del pesce contenente istamina. Le manifestazioni cliniche comprendono: sensazione di calore, orticaria,
rash cutaneo localizzato principalmente al viso e al collo, edema facciale, ponfi, prurito, diarrea, dolore addominale, nausea, vomito, gonfiore della bocca e della lingua, mal di testa, palpitazioni, formicolio, disturbi alla visione, tremori, debolezza.

Meno frequenti sono i sintomi che coinvolgono il sistema nervoso centrale come ansia ed eccitazione.

Spesso il ricovero in ospedale è necessario e nei casi più gravi tale avvelenamento può portare anche alla morte.

Prevenzione della sindrome sgombroide

Il raffreddamento del prodotto subito dopo la morte del pesce è il principio chiave per prevenire la comparsa di istamina. Successivamente alla pesca deve quindi essere rispettata la catena del freddo fino alla cucina, per cui è opportuno prestare attenzione alle modalità di trasporto, utilizzando buste termiche per riporre, il più breve tempo possibile (soprattutto nei mesi estivi), il prodotto pescato. Infine, una volta a casa, il pesce va subito messo in frigorifero, ad una temperatura compresa fra 0 e 4 gradi, e consumato entro 48-72 ore. Se invece si prevede di mangiarlo oltre tale tempo, è bene congelarlo. Anche lo scongelamento del pesce, se pure congelato e conservato in maniera ottimale, è considerato una fase a rischio.

Bibliografia

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Lehane L, Olley J. (2000). Histamine fish poisoning revisited. Int J Food Microbiol. 58:1-37.

Seafood network information center, 2009. (http://seafood.ucdavis.edu/haccp/compendium/chapt27.htm)

Ababouch L., (2002). HACCP in the fish canning industry. Safety and quality issues in fish processing, Allan Bremner ed. Woodhead Publishing Limited, Cambridge, UK.

Emborg J. Dalgaard P., Ahrens P. (2006). Morganella psychrotolerans sp. nov., a histamine producing bacterium isolated from various seafoods. Int. J. Syst.Evol.Microbiol. 56, 2473–2479.

Maintz, L., Novak, N. (2007). Histamine and histamine intolerance. Am. J. Clin. Nutr. 85, 1185–1196.

Hungerford J.M. (2010). Scombroid poisoning: a review. Toxicon 56, 231-243.

Taylor S.L. (1986). Histamine food poisoning: toxicology and clinical aspects. Crit.Rev.Toxicol.17, 91–128.

McLauchlin, J., Little, C.L., Grant, K.A. and Mithani, V. (2005). Scombrotoxic fish poisoning. Journal of Public Health, 28, (1), 61-62.

Dieta, microbiota e prevenzione del carcinoma colon-rettale (CRC)

“Siamo quello che mangiamo”. Questa frase è stata confermata da molti studi che hanno dimostrato che la nutrizione ha un alto impatto sul rischio di insorgenza di numerose patologie come quelle cardiovascolari o tumorali. I fattori dietetici sono tra i principali ad avere una maggiore rilevanza nell’evoluzione del carcinoma colon-rettale (CRC). Nella patogenesi del CRC sono coinvolti diversi aspetti inclusi la predisposizione genetica, lo stile di vita, l’età e la presenza di infiammazioni croniche in atto. Solo recentemente è stato riconosciuto che il microbiota intestinale potrebbe costituire un importante anello mancante nell’interazione tra dieta ed un possibile successivo sviluppo della patologia tumorale. I fattori dietetici, infatti, influenzano in maniera importante la composizione del microbiota intestinale. Diversi studi pre-clinici e clinici hanno recentemente suggerito che uno squilibrio del microbiota intestinale potrebbe essere potenzialmente una tra le cause di insorgenza di CRC.

I fattori dietetici possono favorire la carcinogenesi apportando modifiche a livello del microbiota commensale,  agendo soprattutto su particolari popolazioni batteriche quali: Fusobacterium nucleatum, Escherichia coli, Akkermansia muciniphila o Bacteroides fragilis. E’ stato recentemente scoperto che, in particolare, sia  il ceppo Akkermansia muciniphila ad influenzare la risposta del tumore agli agenti chemioterapici ed agli inibitori del checkpoint immunitario.

Nonostante il successo degli screening mediante colonscopia ed i recenti progressi nella cura del cancro, il CRC rimane tutt’oggi una delle più comuni forme di cancro diagnosticate, con un significante incremento di incidenza nei Paesi in via di sviluppo, dove le persone si sono adattate allo stile di vita dei Paesi occidentali. La dieta rimane essere un elemento di forte impatto nell’eziopatogenesi del CRC. Diversi studi epidemiologici hanno suggerito, inoltre, che un eccessivo apporto di proteine animali e di grassi, specialmente da carni rosse e processate, possono accrescere il rischio di  CRC, mentre un adeguato apporto di fibra può proteggere dall’insorgenza di tale forma tumorale. I meccanismi sono stati studiati sul modello animale. La dieta, infatti, influenza la struttura ed il metabolismo del microbiota intestinale. Il butirrato, un acido grasso a catena corta (SCFAs), può proteggere le cellule dell’epitelio intestinale dalla trasformazione neoplastica grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, antiproliferative, immunomodulatrici, regolatorie di sistemi genetici ed epigenetici e favorendo mantenimento dell’omeostasi del microbiota colonizzante.

Al contrario, la fermentazione proteica e la deconiugazione dell’acido biliare, che può danneggiare il microbiota favorendo processi pro-infiammatori e pro-neoplastici, possono incrementare il pericolo di sviluppare un CRC. Si può quindi concludere che una dieta bilanciata con un corretto apporto di fibre, potrebbe prevenire in maniera significativa il rischio di CRC.

 

 

Bibliografia

 

  • Niederreiter LAdolph TETilg H, Food, microbiome and colorectal cancer, Digestive and liver disease, 2018
  • Yang JYu J,The association of diet, gut microbiota and colorectal cancer: what we eat may imply what we get, Protein & Cells, 2018

SIBO: quando il microbiota intestinale diventa invadente

SIBO è l’acronimo di un fenomeno conosciuto dagli esperti con il nome completo di Small Intestinal Bacterial Overgrowth, ovvero sovracrescita batterica nel piccolo intestino. Ormai ognuno è a conoscenza del fatto che non sia il solo ad abitare il proprio corpo: il nostro apparato digerente è il sito anatomico che più di qualsiasi altro ospita un popoloso microbiota, cioè un insieme di microrganismi, per lo più di natura batterica, che normalmente sono di grande aiuto alla salvaguardia della salute dell’organismo, contribuendo, ad esempio, a contrastare i patogeni.

Le dimensioni dell’insieme di cellule batteriche vanno aumentando man mano che si procede lungo il lume del tubo digerente, arrivando ai valori più alti nel colon; basti sapere che dei circa 1014 componenti microbici, circa il 70% si trova proprio nel grande intestino (il colon, appunto). Il piccolo intestino, il tenue, generalmente è molto meno abitato, con numeri non superiori a 104 batteri/ml; quando tali valori superano la soglia di 105/ml si instaura una SIBO, con una variazione qualitativa oltre che quantitativa del microbiota locale, spesso causata da una contaminazione da abitanti tipicamente residenti nel colon. Ne conseguirà una sintomatologia con diarrea, meterorismo e dolori addominali ricorrenti; tali effetti possono avere una gravità molto variabile, andando da quei casi in cui i disturbi sono blandi a tal punto da non essere presi in considerazione dal paziente, per arrivare alle forme più gravi con malassorbimenti di nutrienti.

La modalità per mezzo della quale inequivocabilmente può essere posta diagnosi di SIBO è rappresentata dalla raccolta mediante sondaggio e successiva coltura diretta del contenuto intestinale. Tuttavia, nella pratica clinica  per la maggior parte dei casi si preferisce procedere a tecniche poco invasive quali quelle dei breath test al glucosio e al lattulosio, che misurano le concentrazioni di H2 e CH4.

La classica terapia implementata per la cura della SIBO prevede l’impiego di antibiotici, con il supporto di una corretta alimentazione, eventualmente integrata con prebiotici e probiotici. Proprio nei confronti di tali integrazioni, soprattutto di probiotici, sono state nutrite alte aspettative, a carattere non solo curativo, ma anche in un’ottica di prevenzione per la SIBO; tuttavia, un recente studio ha dimostrato che, pur essendo molto validi nel trattamento del disturbo conclamato, essi risultano inefficaci a fini precauzionali.

Ma quali sono le cause della SIBO? Malattie infiammatorie croniche intestinali, alterazioni del sistema nervoso, ostruzioni intestinali, malattie autoimmuni e assunzione prolungata di inibitori di pompa protonica sono soltanto alcuni dei possibili elementi scatenanti. Altro fattore di rischio risulta essere l’obesità, in accordo a quanto sottolineato da uno studio che ha dimostrato come la SIBO fosse presente nell’88,9% dei soggetti obesi analizzati, contro il 42,9% dei non obesi, evidenziando altresì marcate differenze qualitative tra i microbiomi dei due gruppi.

La stessa (ben più famosa e acclarata) sindrome del colon irritabile potrebbe avere nel caos della sua eziopatogenesi multifattoriale proprio una SIBO. Questo può indurci a comprendere quanto sia importante essere a conoscenza di una problematica che resta ancora ignota ai più, spesso anche tra gli addetti ai lavori del settore medico-biologico.

E’ bene stare attenti ai segnali che il nostro intestino ci invia, per intervenire quanto prima e nella maniera più adeguata per la diagnosi e la cura di questo tipo di problematica; infatti, lavorando in maniera subdola, una SIBO potrebbe causare danni che non sono da considerarsi di secondaria importanza, di natura funzionale, come ad esempio la fastidiosa sindrome del colon irritabile, o organica, come anemie conseguenti a malassorbimenti intestinali.

 

BIBLIOGRAFIA

Bures J, Cyrany J, Kohoutova D, et al. Small intestinal bacterial overgrowth syndrome. World J Gastroenterolog. 2010 Jun 28;16(24):2978-90.

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Ghoshal UC, Shukla R, Ghoshal U. Small Intestinal Bacterial Overgrowth and Irritable Bowel Syndrome: a bridge between functional organic dichotomy. Gut Liver. 2017 Mar 15;11(2):196-208.

Olio di cocco estratto a freddo, antico “sapore / sapone” dalle infinite virtù e proprietà

Pensavi di poter trovare in un solo prodotto così tanti benefici per il nostro corpo a 360 gradiL’olio di cocco, da quando l’ho scoperto dico sì, l’utilizzo quasi per tutto. Scopriamone le infinite proprietà e virtù, tra le quali spiccano, proprietà anti-virali, battericida, anti-fungina, antiossidante e antiparassitaria. Il discorso vale se parliamo di vero olio di cocco, vergine ed estratto a freddo o con procedimenti sofisticati che ne conservano le proprietà. Utilizzato molto in Oriente, da diversi anni rivalutato “nel mondo” e l’uso sarà senza dubbio esponenziale, visto le sue infinite e brillanti proprietà.

Per uso cosmetico ed “esterno” è un ottimo struccante / levigante naturale, ottimo cicatrizzante, ad esempio per l’herpes labiale. Personalmente ne ho testato l’efficacia su labbro spaccato da estreme temperature o tagli accidentali, congiuntivite ed eccellente per dolori gengivali e riparatore e protettore contro i geloni. Difatti riduce gonfiore ed allieva il dolore. Ancora catalizza la guarigione di scottature ed ustioni, allievando repentinamente i sintomi. Rafforza i denti. Spicca, altresì, come ottima maschera “riparatrice” per capelli e crema contorno occhi. Massaggi con questo prezioso elemento, leggermente riscaldato con delle candele naturali di estratti freschi di fiori, è un elisir di piacere, molto utilizzato in Oriente. Aggiungendo poi un sottofondo di musica, delle onde del mare e della natura ad odore anche d’incenso, rappresenta un anti-age e anti-stress naturale, rilassante e rigenerate.

I grassi che contiene sono potentissimi alleati della nostra salute, aumentano le difese immunitarie, aiutano nel migliorare e regolare la funzione ormonale e recentissimi studi evidenziano un possibile effetto neuroprotettore, contro l’ansia, aumentando al contempo concentrazione e memoria. Inoltre, è stato dimostrato quanto la sinergia tra uso di olio di cocco ed attività fisica durante, ad esempio l’allattamento o in organismi modello stressati, possano avere proprietà antistress, migliorando e potenziando anche le funzioni cerebrali.

L’olio di cocco vergine, estratto a freddo, contiene una grande quantità di acidi grassi a catena media (MCFA). In letteratura è riportato che l’olio di cocco contiene 93% di acidi grassi saturi, in particolare spicca l’acido laurico, seguito da acido caprilico e caprico, tutti grassi fondamentali per produrre monogliceridi anti-microbici contro virus, batteri, protozoi e patogeni di vario tipo. I benefici degli MCFA sono enormi; ad esempio, sono “grassi buoni” di alta qualita’ -esiste molta confusione tra il concetto di grassi buoni e cattivi, in realtà non esiste realmente un buono ed un cattivo, ogni grasso, che sia saturo o che sia insaturo, se ben equilibrato e di alta qualita’, ha il suo effetto positivo sulle membrane delle nostre cellule, dunque sulla nostra salute- facilmente digeribili e convertiti direttamente in energia. Questo gli consente di non accumularsi come deposito di grasso nel corpo. I vantaggi sono stati dimostrati in numerosi studi, tra i quali spiccano ricerche recenti, 2017, dove gli autori hanno dimostrato che gli MCFA presenti nell’olio di cocco hanno effetti positivi sul controllo del sovrappeso nelle donne, in particolare in fase pre / post menopausa.

Per uso alimentare, oltre al gusto in più che regala alle pietanze, ha il vantaggio di poter essere utilizzato per la cottura dei cibi. Infatti, a differenza di altri tipi di oli, come ad esempio l’olio di oliva, il quale, come ben sappiamo con alte temperature produce sostanze nocive (paragonabili ai danni derivanti dal fumo), l’olio di cocco vanta di questa “termostabilità'” riuscendo a perseverare la struttura delle sue molecole positive, anche con la cottura.  Giunto nel nostro “secondo cervello”, contribuisce a mantenere bilanciato il nostro microbioma, nutrendo i batteri “positivi” che popolano il nostro intestino e limitando la proliferazione di quelli patogeni. Inoltre, essendo stabile non corre il rischio di diventare rancido. Quando il grasso o gli oli si irrancidiscono o si ossidano si trasformano in uno dei peggiori alimenti, portando alla formazione di nuove molecole, anche volatili ed esponendoci al rischio di malattie come ad esempio quelle cardiovascolari. Ecco svelato il perché’ non esiste un vero e proprio grasso buono e cattivo in “natura”, ma potrebbe diventarlo in seguito a “trasformazioni”, come le alte temperature ai danni delle molecole positive contenute, ad esempio, nell’olio extravergine di oliva usato a cottura terminata o a “crudo”. In cucina, utilizzare l’olio di cocco, ad esempio per la preparazione di verdure, in aggiunta a frullati, tisane, caffè, the, impasto per dolci, come sostituente dello zucchero ed ancora per le uova, la carne, il pesce con un tocco di zenzero e spezie.

Abbiamo già citato le proprietà antibatteriche ed antimicrobica, virtu’ conferitagli anche grazie sempre alle preziose abilità dei suoi grassi. Difatti altri autori hanno dimostrato l’efficacia degli MCFA presenti nell’olio grezzo che inibiscono potenti agenti patogeni come Yarrowia lipolytica e Clostridium difficile. Visto le eccezionali potenziali proprietà, i ricercatori sono ora alle prese nel trovare ancor un metodo migliore per la loro estrazione e di studiarne sempre di più le virtu’ fenomenali. L’estrazione a freddo risulta la scelta vincente.

Consiglio, in particolare a noi donne -che in borsa abbiamo tutto e, spesso, non troviamo nulla- un “mini-contenitore” con all’interno olio di cocco, che in inverno si gelifica e prende le sembianze di “burro”, possiamo utilizzarlo così: come burro cacao, crema per mani, preventivo e / o curativo di escoriazioni cutanee, scottature, tagli. Disinfettante naturale, un eccezionale sostituto di prodotti dalle medesime proprietà, ma arricchito in ingredienti artificiali, tipo i gel antisettici commerciali. Lenitivo e battericida in caso di irritazioni vaginali, combattente e catalizzatore di infezioni fungine come Candida Albicans.  Protettivo contro gli insulti esterni, come raggi UV ed inquinamento, dunque, ottimo sostituto di creme protettive solari di sintesi chimica.

Per le mamme: ecco un lenitivo e disinfettante naturale contro arrossamenti da pannolini. Difatti, uno studio clinico pubblicato di recente, 2018, ha dimostrato quanto, grazie alle proprietà emollienti, antisettiche ed anti-infettive dell’olio di cocco, possa essere utilizzato come agente topico anche per proteggere la pelle di neonati nati prematuramente, la quale essendo molto fragile può essere soggetta ad infezioni ricorrenti. Sono in corso ulteriori studi per indagare e scoprire nuovi effetti ed usi positivi.

Infine in antichità ed ancora oggi in alcuni villaggi tropicali, veniva utilizzato come sapone, dentifricio, disinfettante, “energizzante”, carminativo, rilassante, come crema per massaggi ecc. Quest’ultime sono anche testimonianze personali e di un’anziana donna orientale. Gli studi in letteratura sui preziosi benefici dell’olio di cocco, sono per lo più concentrati su organismi modello murini, ma a volte l’esperienza personale e i saggi dettami, gli usi e costumi di sagge popolazioni, confermano tali ipotesi ancor prima di esserne scoperta le “virtù sperimentali”.

Vediamo come le tradizioni antiche, le sinergie tra oriente e occidente, possano essere dei tasselli fondamentali per mantenere un armonico stato di salute e di benessere a 360 gradi se tutto ben equilibrato. Bisogna giusto abituarsi ad un tocco “esotico” nella nostra cucina. Personalmente ritengo che, in seguito all’introduzione, da gennaio 2018, di insetti commestibili nei nostri mercati, provenienti da medisime culture, risulta interessante ed “innocuo” provare ed abituarsi al gusto delicato del cocco, prima ancora dei suddetti insetti.

Riferimenti bibliografici:

[1] Can coconut oil and treadmill exercise during critical period of brain development ameliorate stress-related effects on anxiety-like behavior and episodic-like memory in young rats? Food Funct., 2018  DOI:10.1039/C7FO01516J

[2] T. A. V. Nguyen et al. Hydrolysis Activity of Virgin Coconut Oil Using Lipase from Different ources. Hindawi Scientifica Volume 2018, Article ID 9120942, 6 pages https://doi.org/10.1155/2018/9120942

[3] Strunk T. et al. Topical Coconut Oil in Very Preterm Infants: An Open-Label Randomised Controlled Trial. Neonatology 2018;113:146–151 https://doi.org/10.1159/000480538

Gli effetti del Microbiota sull’infiammazione

Come suggeriscono recenti scoperte, c’è una forte relazione simbiotica tra il Microbiota (l’insieme dei microrganismi intestinali) e il sistema immunitario dell’individuo, tanto da poter essere considerati quasi come fossero un tutt’uno; infatti il Microbiota sembrerebbe avere profondi effetti nello sviluppo del sistema immunitario associato all’intestino (GALT), nella differenziazione delle cellule immunitarie intestinali e nella produzione di mediatori del sistema immunitario come IgA e peptidi antimicrobici come le “defensine” [1][2]. L’importanza del Microbiota in relazione alla risposta immunitaria è stata dimostrata attraverso lo studio di questa risposta attraverso topi germ free (GF); infatti le evidenze in letteratura hanno evidenziato che i topi GF hanno un sistema immunitario poco sviluppato specialmente nei compartimenti mucosali, e che l’equilibrio tra cellule T helper 1/T helper 2 veniva risollevato con l’aggiunta di batteri commensali come Bacteroides fragilis [2][3]. Dunque il Microbiota promuove lo sviluppo del sistema immunitario dell’ospite, il quale ha la capacità di prevenire l’eccessiva traslocazione dei batteri e successiva infiammazione, quindi l’equilibrio tra il sistema immunitario e il Microbiota, risulta cruciale per l’omeostasi intestinale. Infatti la disbiosi (flora non in condizioni di equilibrio, poiché i microrganismi potenzialmente nocivi prevalgono rispetto ai microrganismi “buoni”), causa un’eccessiva infiammazione, la quale riduce di molto l’integrità dell’epitelio intestinale determinando un’eccessiva traslocazione di batteri che contribuiscono allo sviluppo di alcune patologie, prime tra tutte: le malattie infiammatorie intestinali (IBD) come la Rettocolite Ulcerosa (UC) e il Morbo di Crohn (MC). Tuttavia i pazienti con malattie infiammatorie intestinali, hanno una flora con carica batterica molto elevata e costituita prevalentemente da batteri patogeni come: Enterobacteriaceae (Escherichia coli), Batteroidi (B. fragilis) e Firmicutes (Clostridium difficile); suggerendo che un’aumentata carica patogena è direttamente proporzionale a:

  • l’aumento dell’infiammazione,
  • la diminuzione dei batteri dalle proprietà antinfiammatorie, come Faecalibacterium prausnitzii, di cui i pazienti con Colite Ulcerosa ne sono privi [4].

L’incremento di Batteroidi ed Enterobacteriaceae (microrganismi patogeni) e la riduzione di Lattobacilli e Bifidobatteri (microrganismi benefici), in pazienti con IBD, vanno incontro ad un netto miglioramento in seguito al trattamento con acido lattico, Bifidobatteri e latte fermentato da Bifidobatteri, tanto da suggerire il grande potenziale di alcune specie batteriche e dei loro prodotti come il butirrato (prodotto da batteri come F. prausnitzii) [5][6]. Inoltre è  in crescita anche l’uso di probiotici per il trattamento di malattie respiratorie come l’asma o altre condizioni di ipersensibilità; e il trattamento con  capsule orali di Lactobacillus gasseri in bambini asmatici ha portato ad una migliore funzione polmonare, mentre in vitro ha ridotto la produzione di TNF-α, IL-2, IL-3 e INFγ (citochine infiammatorie) in cellule periferiche mononucleate del sangue. La modulazione del Microbiota quindi, si intuisce, che abbia la capacità di influenzare anche malattie metaboliche come il Diabete Mellito di tipo 2 (conseguenza dell’Obesità addominale e dello stato infiammatorio di cui il soggetto obeso è affetto) e tutte quelle malattie che hanno di base uno stato infiammatorio [7].

 

[1] Wei B, Wingender G, Fujiwara D, Chen DY, Mc Pherson M, Brewer S et al. Commensal microbiota and CD8+ T cells shape the formation of invariant NKT cells. J Immunol 2010; 184: 1218-1226.

[2] Hmeir T, Stepankova R, Kozakova H, Hudcovic T, Tlaskalova-hogenova H. Gut microbiota and lipopolysaccharide content of the diet influence development of regulatory T cells: studies in germ-free mice. BMC Immunol 2008; 9: 65.

[3] Al-Asmakh M, Zadjal F. Use of germ-free animal models in microbiota-related research. J microbial Biotechnol 2015; 25: 1583-1588.

[4] Sokol H, Seksik P, Furet JP, Firmesse O, Nion-Larmurier I, Beaugerie L et al. Low counts of Faecalibacterium prausnitzii in colitis microbiota. Inflamm Bowel Dis 2009; 15: 1183-1189.

[5] Ling Z, Liu X, Cheng Y, Luo Y, Yuan L, Li L et al. Clostridium butyricum combined with bifidobacterium infantis prebiotico mixture restores fecal microbiota and attenuates sistemi inflammation in mice with antibiotic-associated diarrhea. Biomed Res int 2015: 582048.

[6] Lee B, Yin X, Griffey SM, Marco MI. Attenuation of colitis by lactobacillus casei BL23 is dependent on the dairy delivery matrix. Appl Environ Microbiol 2015; 81 AEM 01360-15.

[7] Jang SO, Kim HJ, Kim YJ, Kang MJ, Kwon JW, Seo JH et al. Asthma prevention by lactobacillus rhamnosus in a mouse model is associated with CD4+ CD25+Foxp3+ T Cells. Allergy Asthma immunol Res 2012; 4: 150-156.