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Vitamine e Flavonoidi: forti elementi preventivi nello sviluppo del Morbo di Parkinson

 

Il Morbo di Parkinson è una patologia neurologica ad andamento progressivo, caratterizzato da lentezza e difficoltà nei movimenti volontari, accompagnati da tremore a riposo e rigidità muscolare. La compromissione delle attività motorie provoca disturbi della deambulazione e cadute.

La causa più comune di parkinsonismo è il morbo di Parkinson idiopatico descritto per la prima volta nel 1817 da James Parkinson come paralisi agitante. Il medico James Parkinson notò nelle strade di Londra un piccolo gruppo di pazienti che mostrava, a riposo, tremori delle mani e del viso, durante il movimento, si osservava, invece, un portamento rigido. La descrizione del disturbo motorio, che ora porta il suo nome, è così accurata e sintetica da essere tuttora attuale:

“…moto tremolante involontario, con forza muscolare ridotta, di parti non in azione, anche quando vengono sorrette; con propensione a piegare il tronco in avanti e a passare da un’andatura al passo alla corsa; assenza di alterazioni sensitive e dell’intelletto”.

Come si può notare, nella sua descrizione originale, James Parkinson escluse che fosse tipica della malattia la compromissione delle capacità cognitive, affermando, l’assenza di alterazioni dello stato mentale (“the senses and the intellect remain uninjured“-1817). In realtà egli stesso si era già reso conto che, anche se non dementi, i suoi malati potevano essere affetti da numerosi sintomi riguardanti la sfera cognitiva ed affettiva. Il quadro patologico descritto da James Parkinson come “shaking palsy” rappresenta la forma più frequente e meglio definita di disordine del movimento, causato da alterazioni a carico del circuito motorio dei nuclei della base.

Notevoli progressi nella conoscenza delle malattie dei nuclei della base sono stati conseguiti a partire dalla fine degli anni ’50, quando Arvid Carlsson dimostrò che l’80% della dopamina cerebrale si trova nei nuclei della base. In seguito, Oleh Hornykiewicz osservò che i cervelli dei soggetti che avevano sofferto di morbo di Parkinson presentavano bassi livelli di neurotrasmettitori come dopamina, norepinefrina e serotonina; ma che la dopamina era quella ridotta in modo più drastico. Il morbo di Parkinson quindi è divenuto il primo esempio di malattia neurologica associata alla carenza di un particolare neurotrasmettitore; questa scoperta, ha fornito l’impulso per una serie di ricerche in altre forme di patologie neurologiche come la depressione, la schizofrenia e la demenza.

Oltre alla riduzione dei livelli cerebrali di dopamina, i pazienti affetti da morbo di Parkinson mostrano una degenerazione progressiva delle cellule nervose a livello dei due nuclei pigmentati del tronco dell’encefalo: la substantianigra e il locus coeruleus. Poiché la pars compacta della substantianigra contiene una considerevole parte dei neuroni dopaminergici cerebrali, queste osservazioni suggeriscono che la via dopaminergica che proietta dalla substantianigra allo striato, sia interessata nell’alterazione patologica che determina l’insorgenza del morbo di Parkinson.
La causa della malattia, dunque, è sconosciuta. Si sa, però, che la caratteristica determinante consiste nella degenerazione dei neuroni deputati alla produzione di dopamina nella sostanza nera, con formazione di aggregati proteici (corpi di Lewy) nei neuroni colpiti. Un neurologo, Friedrich H. Lewy, nel 1912 scoprì questi particolari depositi proteici nella corteccia e nel tronco cerebrale in pazienti deceduti affetti dal morbo di Parkinson, tuttavia ancora oggi nessuno è a conoscenza del reale motivo di formazione degli aggregati e di come questi possano contribuire alla progressione della malattia. Queste agglutinazioni, definite in seguito corpi di Lewy, impediscono lo scambio delle informazioni dei neurotrasmettitori danneggiando così le cellule nervose, causando i tipici disturbi “non motori” della patologia.
La perdita di cellule in questa area del sistema nervoso è una caratteristica normale dell’invecchiamento, ma nella maggior parte della popolazione, non raggiunge il 70/80% dei neuroni dopaminergici, percentuale che causa l’insorgenza sintomatica del Parkinson.

Se non curata, la patologia progredisce in 5-10 anni fino ad uno stato di acinesia rigida in cui il paziente è incapace di avere cura di se. La morte può sopraggiungere in seguito a complicanze legate alla immobilità e i sintomi compaiono solamente dopo una perdita estesa di neuroni dopaminergici. La malattia colpisce anche altre strutture tra cui il tronco encefalico, l’ippocampo e la corteccia cerebrale. Tali compromissioni sono responsabili delle caratteristiche “non motorie” del morbo di Parkinson come i disturbi del sonno, disturbi visivi, olfattivi, depressione e la perdita della memoria. I sintomi sensoriali si possono manifestare nelle prime fasi della patologia, tuttavia, raramente vengono ad essere riconosciuti da parte dei medici rimanendo, dunque, non trattati e causando disabilità importanti per i pazienti.

Per la prevenzione ed il rallentamento della progressione di malattie croniche, incluse quelle neurodegenerative come il morbo di Parkinson, sorge la necessità di instaurare un programma dietetico per salvaguardare il benessere dell’individuo. Diversi studi in vitro, in vivo ed epidemiologici hanno riscontrato nell’alimentazione fattori preventivi contro il rischio patogenetico del Parkinson. Più volte è stato dimostrato che una restrizione calorica diminuisce il rischio di ammalarsi delle malattie legate all’età e di conseguenza prolunga la durata della vita. Un basso apporto calorico negli anni è capace di aumentare la resistenza dei neuroni della substantianigra contro lo stress ossidativo.

Vitamine

Una dieta equilibrata ricca di Vitamine A, B, C ed E, è stata associata ad una minore predisposizione nel contrarre la patologia.

I carotenoidi, infatti, precursori della Vitamina A, presenti in alimenti come tuorlo d’uovo, pesche, zucche, carote e tutti gli alimenti con il caratteristico colore arancio-rosso, paiono prevenire la formazione delle fibrille, dovute all’alterata espressione dell’alfa-sinucleina. In alcuni studi, invero, effettuati su una popolazione giapponese, si è scoperto un effetto protettivo esercitato dal beta-carotene sul Parkinson, sono state analizzate le abitudini alimentari di 250 pazienti, confrontate con 368 controlli, dimostrando che l’assunzione giornaliera di alimenti ricchi di carotenoidi hanno una azione inibitoria nei confronti dell’alfa-sinucleina, evitando la formazione delle fibrille caratteristiche della patologia.

Anche le vitamine del gruppo B giocano un ruolo positivo nella prevenzione del Parkinson, infatti Vitamine B6, B9 e B12 indirettamente regolano il livello di omocisteina. L’omocisteina è un metabolita della metionina, amminoacido essenziale per la sintesi del DNA e un inibitore delle alterazioni mitocondriali tipicamente riscontrate nei pazienti affetti dal morbo in questione. Diete con deficit di folati determinano incrementi dell’omocisteina e possono essere causa, dunque, di danni a livello del DNA inducendo apoptosi neuronale. Le vitamine del gruppo B sono presenti in molteplici fonti alimentari, per assumere la vitamina B6 bisogna consumare alimenti come: pane integrale, fegato di vitello, pesce, pollame, lenticchie e banane. Le verdure a foglia verde, come gli spinaci, le cime di rapa, i broccoli e gli asparagi, sono ricche di vitamina B9 o acido folico. La B12, oltre che nel fegato, si trova nelle cozze, nel caviale, nelle ostriche, negli sgombri, nel salmone rosso, nei cereali, nel tonno, nel latte e nei suoi derivati. Pertanto, è stato dimostrato che in modelli animali, una carenza di vitamine del gruppo B e di folati sembra esacerbare il deficit motorio e la patologia.
Pare, inoltre, che esista una chiara associazione tra acido ascorbico e il Parkinson nell’uomo. La vitamina C, presente in elevate concentrazioni negli agrumi, infatti, è stata utilizzata per aumentare la sintesi della dopamina in cellule di neuroblastoma umano SK-N-SH, riscontrando un effetto positivo. Sebbene la vitamina C sia l’antiossidante più potente tra le altre vitamine, la somministrazione esogena non può influenzare lo sviluppo della malattia a causa di un accesso limitato al cervello.
Un ruolo protettivo della vitamina D nel Parkinson, invece, non è stato ben accertato, ci sono numerosi studi che suggeriscono che la somministrazione esogena possa essere un fattore protettivo; la tossicità nei neuroni dopaminergici mesencefalici, infatti, è stata diminuita da basse dosi di vitamina D in uno studio in vitro. In pazienti malati con bassi livelli plasmatici di vitamina D è stato riportato un maggiore rischio di frattura dell’anca a cui i pazienti affetti da Parkinson sono spesso soggetti. Il trattamento in un paziente malato di Parkinson, di 47 anni, con una alta dose di vitamina D e con la terapia convenzionale in corso ha mostrato un ritardo nell’ evoluzione dei sintomi tipici della patologia come tremore e rigidità, mentre in altri sintomi del parkinsonismo non si sono mostrate alterazioni. Una recente analisi statistica ha indicato un aumento raddoppiato del rischio di Parkinson in individui con carenza di alimenti ricchi di vitamina D nella dieta come salmone, aringa, sgombro, burro, uova, fegato e alcuni tipi di formaggi grassi. Anche il luogo in cui si vive può incidere; la distanza dall’equatore, infatti, è stata collegata alla prevalenza di questo disturbo, questo si spiega perché cambiano i livelli di esposizione alla luce solare e di conseguenza si verificherà una diminuita produzione di vitamina D.
La Vitamina E, invece, si ritrova in alimenti come oli vegetali, noci e prodotti integrali. Ha forte capacità antiossidante. Si è scoperto che il pretrattamento dei neuroni con Vitamina E allevia la neurotossicità in vitro. Inoltre, i topi carenti di vitamina E esibiscono una sensibilità intensificata allo sviluppo della patologia. Uno studio condotto successivamente ha evidenziato che i pazienti malati di Parkinson nella loro vita hanno consumato meno cibi contenenti tale vitamina, rispetto ai soggetti sani, e questo porta a far credere che ci sia un fattore protettivo in quegli alimenti. I dati ottenuti sul ruolo preventivo della vitamina E, suggeriscono che questo sembra essere più evidente rispetto alle altre vitamine. Bassi livelli nella dieta potrebbero potenzialmente aumentare il rischio di malattia. Tuttavia, l’uso di supplementazione ad uso terapeutico di Vitamina E in caso di patologia è difficile da ottenere a causa del fatto che più della metà dei neuroni dopaminergici, nella substantianigra, dei pazienti parkinsoniani sono già persi nella fase in cui i sintomi sono evidenti.

Flavonoidi

I flavonoidi, sono composti bioattivi presenti in molti alimenti di origine vegetale come frutti di bosco, mele, alcuni ortaggi, tè e vino rosso. L’ampia varietà di azioni biologiche legate ai flavonoidi dipendono in gran parte dalla loro capacità di bloccare il danno provocato dai radicali liberi, che si correla in maniera importante con molte patologie croniche degenerative come il morbo di Parkinson.
Molti cibi e bevande a base vegetale ricchi di flavonoidi, come frutti di bosco e agrumi, hanno elevata capacità antiossidante; tali sostanze hanno dimostrato di modulare gli enzimi ossidativi correlati regolando la funzione mitocondriale nei neuroni. Questi risultati indicano un potenziale ruolo protettivo dei flavonoidi nel Parkinson.

La nobiletina, un flavonoide che si trova negli agrumi, migliora il movimento e il disturbo cognitivo nei topi. Sebbene la somministrazione di nobiletina (50mg / kg) per 2 settimane non ha impedito la perdita dei neuroni dopaminergici nel mesencefalo nei topi, i deficit motori sono stati alleviati in modo significativo. Un potenziale ruolo neuroprotettivo dei flavonoidi nel morbo è stato recentemente esaminato utilizzando antociani e proantocianidine, il trattamento di una cultura primaria mesencefalica con mirtillo, semi d’uva, ribes nero o estratti di gelso cinese riduce la perdita di neuroni dopaminergici.

Ancora una volta l’alimentazione si dimostra come un forte elemento preventivo oltre che di rallentamento patogenetico anche in patologie neurologiche degenerative come il morbo di Parkinson.

 

                                                                                        Dott.ssa Michela Zizza

 

 

 

Bibliografia

 

MIYAKE Y, W. FUKUSHIMA, K. TANAKA et al., “Dietary intake of antioxidant vitamins and risk of Parkinson’s disease: a case control study in Japan,”European Journal of Neurology,vol.18, no.1,pp.106–113,2011.
PARKINSON, J. (1817). An Essay on the Shaking Palsy. J R Coll Physicians Edinb. 14(2), pp. 125–129.
AGIM and JASON R. CANNON, ZEYNEP S. “Dietary Factors in the Etiology of Parkinson’s Disease” . biomed res. Volume 2015 (2015),
CARLSSON, A. (1959). The occurrence, distribution and physiological role of catecholamine in
the nervous system. Pharmacol. Rev. 11: 490-493.
STRATHERN K.E, G.G. YOUSEF, M.H. GRACE et al.,“Neuroprotective effects of anthocyanin-and proanthocyanidin-richextracts in cellular models of Parkinsons disease,” Brain Research, vol. 1555,pp.60–77,2014.

La curcuma: alleata della chemioterapia

Il cancro è ancora una grave minaccia per la salute delle persone in tutto il mondo e la chemioterapia resta uno dei principali approcci terapeutici per combatterlo. Tuttavia, la chemioterapia ha un successo limitato dai gravi effetti collaterali che vanno ad inficiare ed a causare danni a livello di tessuti normali quali: midollo osseo, apparato gastrointestinale, cuore, fegato, reni, neuroni, tessuti uditivi, ecc. Gli effetti collaterali infatti limitano l’esito clinico della chemioterapia e abbassano la qualità della vita dei pazienti inducendo molti ad interrompere il trattamento. Pertanto, vi è la necessità di esplorare efficaci strategie adiuvanti per prevenire e ridurre gli effetti collaterali indotti dalla stessa.
I prodotti naturali sono una fonte ricca utilizzata per prevenire e ridurre gli effetti collaterali nella chemioterapia antitumorale.
La curcumina è un composto attivo dalla pianta Curcuma longa L., ampiamente usata come colorante e agente aromatizzante nell’industria alimentare e nella medicina erboristica nei paesi asiatici per curare sintomi quali: vomito, mal di testa, diarrea, ecc. Studi farmacologici moderni hanno rivelato che la curcumina ha un forte potere antiossidante, attività antimicrobica, antinfiammatoria e antitumorale. Prove crescenti dimostrano che la stessa è inoltre in grado di prevenire la carcinogenesi, di sensibilizzare le cellule tumorali alla chemioterapia e di proteggere le cellule normali dai danni indotti da essa.
La tossicità gastrointestinale, uno dei sintomi più comuni nei pazienti chemioterapici, provoca diarrea che va ad atrofizzare i villi intestinali causando un’elevata permeabilità intestinale. Studi recenti hanno invece mostrato come i pazienti trattati con curcumina presentino un notevole ristabilimento della struttura dei villi senza perdita di peso, con un miglioramento dei sintomi gastrointestinali. Questi risultati dimostrano che la curcumina ha un effetto protettivo sulla disfunzione intestinale e sulla morfologia della mucosa indotta da chemioterapia.
La somministrazione di curcumina inoltre riduce notevolmente l’elevato livello di marcatori di tossicità cardiaca e protegge il miocardio ed il fegato dai danni di doxorubicina (farmaco usato nelle neoplasie maligne che però presenta tra gli effetti collaterali danni a livello dell’epitelio cardiaco). Le manifestazioni cardiotossiche ed epatotossiche sono dunque migliorate dopo il pretrattamento con curcumina.
È stato dimostrato inoltre come trattamenti con la curcumina hanno effetto benefico anche su ototossicità, nefrotossicità e mielosoppressione indotte dalla chemioterapia.
La curcumina quindi, è ampiamente utilizzata nella terapia complementare dei pazienti oncologici attraverso la combinazione con farmaci chemioterapici. Prove crescenti dimostrano che può migliorare l’efficacia terapeutica di molti agenti chemioterapici come cisplatino, 5-fluorouracile, alcaloide della vinca, vinorelbina e gemcitabina ecc. oltre a ridurne i loro effetti collaterali attraverso la loro interazione farmacologica.
Si pensa, dunque, che in futuro l’utilizzo di curcumina per migliorare gli effetti collaterali della chemioterapia sarà un trattamento fortemente utilizzato.

Bibliografia:
Preventive Effect of Curcumin Against Chemotherapy-Induced Side-Effects. (Liu Z1, Huang P2,3, Law S2,3, Tian H4, Leung W5, Xu C1,2,3), 2018

Olio di cocco estratto a freddo, antico “sapore / sapone” dalle infinite virtù e proprietà

Pensavi di poter trovare in un solo prodotto così tanti benefici per il nostro corpo a 360 gradiL’olio di cocco, da quando l’ho scoperto dico sì, l’utilizzo quasi per tutto. Scopriamone le infinite proprietà e virtù, tra le quali spiccano, proprietà anti-virali, battericida, anti-fungina, antiossidante e antiparassitaria. Il discorso vale se parliamo di vero olio di cocco, vergine ed estratto a freddo o con procedimenti sofisticati che ne conservano le proprietà. Utilizzato molto in Oriente, da diversi anni rivalutato “nel mondo” e l’uso sarà senza dubbio esponenziale, visto le sue infinite e brillanti proprietà.

Per uso cosmetico ed “esterno” è un ottimo struccante / levigante naturale, ottimo cicatrizzante, ad esempio per l’herpes labiale. Personalmente ne ho testato l’efficacia su labbro spaccato da estreme temperature o tagli accidentali, congiuntivite ed eccellente per dolori gengivali e riparatore e protettore contro i geloni. Difatti riduce gonfiore ed allieva il dolore. Ancora catalizza la guarigione di scottature ed ustioni, allievando repentinamente i sintomi. Rafforza i denti. Spicca, altresì, come ottima maschera “riparatrice” per capelli e crema contorno occhi. Massaggi con questo prezioso elemento, leggermente riscaldato con delle candele naturali di estratti freschi di fiori, è un elisir di piacere, molto utilizzato in Oriente. Aggiungendo poi un sottofondo di musica, delle onde del mare e della natura ad odore anche d’incenso, rappresenta un anti-age e anti-stress naturale, rilassante e rigenerate.

I grassi che contiene sono potentissimi alleati della nostra salute, aumentano le difese immunitarie, aiutano nel migliorare e regolare la funzione ormonale e recentissimi studi evidenziano un possibile effetto neuroprotettore, contro l’ansia, aumentando al contempo concentrazione e memoria. Inoltre, è stato dimostrato quanto la sinergia tra uso di olio di cocco ed attività fisica durante, ad esempio l’allattamento o in organismi modello stressati, possano avere proprietà antistress, migliorando e potenziando anche le funzioni cerebrali.

L’olio di cocco vergine, estratto a freddo, contiene una grande quantità di acidi grassi a catena media (MCFA). In letteratura è riportato che l’olio di cocco contiene 93% di acidi grassi saturi, in particolare spicca l’acido laurico, seguito da acido caprilico e caprico, tutti grassi fondamentali per produrre monogliceridi anti-microbici contro virus, batteri, protozoi e patogeni di vario tipo. I benefici degli MCFA sono enormi; ad esempio, sono “grassi buoni” di alta qualita’ -esiste molta confusione tra il concetto di grassi buoni e cattivi, in realtà non esiste realmente un buono ed un cattivo, ogni grasso, che sia saturo o che sia insaturo, se ben equilibrato e di alta qualita’, ha il suo effetto positivo sulle membrane delle nostre cellule, dunque sulla nostra salute- facilmente digeribili e convertiti direttamente in energia. Questo gli consente di non accumularsi come deposito di grasso nel corpo. I vantaggi sono stati dimostrati in numerosi studi, tra i quali spiccano ricerche recenti, 2017, dove gli autori hanno dimostrato che gli MCFA presenti nell’olio di cocco hanno effetti positivi sul controllo del sovrappeso nelle donne, in particolare in fase pre / post menopausa.

Per uso alimentare, oltre al gusto in più che regala alle pietanze, ha il vantaggio di poter essere utilizzato per la cottura dei cibi. Infatti, a differenza di altri tipi di oli, come ad esempio l’olio di oliva, il quale, come ben sappiamo con alte temperature produce sostanze nocive (paragonabili ai danni derivanti dal fumo), l’olio di cocco vanta di questa “termostabilità'” riuscendo a perseverare la struttura delle sue molecole positive, anche con la cottura.  Giunto nel nostro “secondo cervello”, contribuisce a mantenere bilanciato il nostro microbioma, nutrendo i batteri “positivi” che popolano il nostro intestino e limitando la proliferazione di quelli patogeni. Inoltre, essendo stabile non corre il rischio di diventare rancido. Quando il grasso o gli oli si irrancidiscono o si ossidano si trasformano in uno dei peggiori alimenti, portando alla formazione di nuove molecole, anche volatili ed esponendoci al rischio di malattie come ad esempio quelle cardiovascolari. Ecco svelato il perché’ non esiste un vero e proprio grasso buono e cattivo in “natura”, ma potrebbe diventarlo in seguito a “trasformazioni”, come le alte temperature ai danni delle molecole positive contenute, ad esempio, nell’olio extravergine di oliva usato a cottura terminata o a “crudo”. In cucina, utilizzare l’olio di cocco, ad esempio per la preparazione di verdure, in aggiunta a frullati, tisane, caffè, the, impasto per dolci, come sostituente dello zucchero ed ancora per le uova, la carne, il pesce con un tocco di zenzero e spezie.

Abbiamo già citato le proprietà antibatteriche ed antimicrobica, virtu’ conferitagli anche grazie sempre alle preziose abilità dei suoi grassi. Difatti altri autori hanno dimostrato l’efficacia degli MCFA presenti nell’olio grezzo che inibiscono potenti agenti patogeni come Yarrowia lipolytica e Clostridium difficile. Visto le eccezionali potenziali proprietà, i ricercatori sono ora alle prese nel trovare ancor un metodo migliore per la loro estrazione e di studiarne sempre di più le virtu’ fenomenali. L’estrazione a freddo risulta la scelta vincente.

Consiglio, in particolare a noi donne -che in borsa abbiamo tutto e, spesso, non troviamo nulla- un “mini-contenitore” con all’interno olio di cocco, che in inverno si gelifica e prende le sembianze di “burro”, possiamo utilizzarlo così: come burro cacao, crema per mani, preventivo e / o curativo di escoriazioni cutanee, scottature, tagli. Disinfettante naturale, un eccezionale sostituto di prodotti dalle medesime proprietà, ma arricchito in ingredienti artificiali, tipo i gel antisettici commerciali. Lenitivo e battericida in caso di irritazioni vaginali, combattente e catalizzatore di infezioni fungine come Candida Albicans.  Protettivo contro gli insulti esterni, come raggi UV ed inquinamento, dunque, ottimo sostituto di creme protettive solari di sintesi chimica.

Per le mamme: ecco un lenitivo e disinfettante naturale contro arrossamenti da pannolini. Difatti, uno studio clinico pubblicato di recente, 2018, ha dimostrato quanto, grazie alle proprietà emollienti, antisettiche ed anti-infettive dell’olio di cocco, possa essere utilizzato come agente topico anche per proteggere la pelle di neonati nati prematuramente, la quale essendo molto fragile può essere soggetta ad infezioni ricorrenti. Sono in corso ulteriori studi per indagare e scoprire nuovi effetti ed usi positivi.

Infine in antichità ed ancora oggi in alcuni villaggi tropicali, veniva utilizzato come sapone, dentifricio, disinfettante, “energizzante”, carminativo, rilassante, come crema per massaggi ecc. Quest’ultime sono anche testimonianze personali e di un’anziana donna orientale. Gli studi in letteratura sui preziosi benefici dell’olio di cocco, sono per lo più concentrati su organismi modello murini, ma a volte l’esperienza personale e i saggi dettami, gli usi e costumi di sagge popolazioni, confermano tali ipotesi ancor prima di esserne scoperta le “virtù sperimentali”.

Vediamo come le tradizioni antiche, le sinergie tra oriente e occidente, possano essere dei tasselli fondamentali per mantenere un armonico stato di salute e di benessere a 360 gradi se tutto ben equilibrato. Bisogna giusto abituarsi ad un tocco “esotico” nella nostra cucina. Personalmente ritengo che, in seguito all’introduzione, da gennaio 2018, di insetti commestibili nei nostri mercati, provenienti da medisime culture, risulta interessante ed “innocuo” provare ed abituarsi al gusto delicato del cocco, prima ancora dei suddetti insetti.

Riferimenti bibliografici:

[1] Can coconut oil and treadmill exercise during critical period of brain development ameliorate stress-related effects on anxiety-like behavior and episodic-like memory in young rats? Food Funct., 2018  DOI:10.1039/C7FO01516J

[2] T. A. V. Nguyen et al. Hydrolysis Activity of Virgin Coconut Oil Using Lipase from Different ources. Hindawi Scientifica Volume 2018, Article ID 9120942, 6 pages https://doi.org/10.1155/2018/9120942

[3] Strunk T. et al. Topical Coconut Oil in Very Preterm Infants: An Open-Label Randomised Controlled Trial. Neonatology 2018;113:146–151 https://doi.org/10.1159/000480538

Olio extravergine di oliva, infiammazione e tumorigenesi intestinale

L’IBD (Inflammatory Bowel Disease) è una malattia cronica e infiammatoria del tratto gastrointestinale con una prevalenza crescente nei Paesi sviluppati. Di solito, con il termine IBD ci si riferisce ai due maggiori disturbi intestinali cronici: la colite ulcerosa e il morbo di Crohn. [1]

Lo sviluppo dell’IBD dipende da un insieme eterogeneo di fattori, tra cui lo stile di vita (stress, fumo, uso di droghe) [2], l’ambiente (posizione geografica, status sociale, economico ed educativo [3] e la predisposizione genetica (maggiore suscettibilità alla malattia) [4].

La colite ulcerosa è una malattia infiammatoria cronica del colon retto, dalle cause ancora non bene conosciute. Probabilmente esiste una componente autoimmune, ma sembrano essere coinvolti anche molteplici fattori genetici e ambientali. Colpisce tra i 60 e i 100mila italiani ed è caratterizzata da un’alternanza di fasi in cui la malattia è in remissione a fasi in cui la malattia è attiva e acuta, altamente sintomatica, con diarrea sanguinolenta (spesso notturna e post prandiale) caratterizzata dalla presenza di pus e/o muco [5]. L’infiammazione interessa, in particolare, le porzioni superficiali delle pareti interne di retto e colon, denominate mucosa e sottomucosa, con conseguente arrossamento, fragilità e ulcerazioni. La malattia colpisce inizialmente la zona del retto, ma può estendersi anche a tutto il colon in modo più o meno ampio, in funzione della gravità dell’infiammazione [6].

Il morbo di Crohn è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all’ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea (che può anche essere ematica se l’infiammazione è importante), vomito o perdita di peso, granulomi, fistole, ostruzioni intestinali, ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione [5].  La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l’infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. La malattia di Crohn tende a presentarsi inizialmente negli adolescenti e nei ventenni, con un altro picco di incidenza tra i cinquanta e i settant’anni, anche se la malattia può manifestarsi a qualsiasi età. Una predisposizione genetica per la malattia porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio [7].

L’IBD è in aumento soprattutto nei Paesi sviluppati e una delle sue complicanze più gravi è il cancro del colon retto (CRC). Il CRC è uno dei tumori più maligni del tratto gastrointestinale, rappresenta la terza causa di morte per cancro nel mondo occidentale e colpisce circa un milione di persone ogni anno in tutto il mondo con un alto tasso di mortalità. Il cancro del colon retto, nei casi sporadici si sviluppa da lesioni displastiche e nei casi ereditari quando c’è già una base di infiammazione cronica [8].

Infatti, i pazienti con IBD sono tra i gruppi più a rischio per lo sviluppo di CRC: il rischio di neoplasie del colon retto in pazienti con colite ulcerosa e morbo di Crohn aumenta l’incidenza e la durata della malattia [8]. Molti studi suggeriscono che un’infiammazione cronica potrebbe predisporre allo sviluppo della carcinogenesi correlata all’IBD anche se i meccanismi non sono ancora chiari [9], [10].

Essendo l’infiammazione cronica un fattore predisponente per il CRC nelle IBD, l’aumento dei mediatori dell’infiammazione compresi ROS, ossido nitrico, prostaglandine e citochine infiammatorie svolge un ruolo importante nello squilibrio immunitario [1].

Negli ultimi anni è stato evidenziato che alcuni alimenti forniscono un particolare effetto benefico sulla salute e in particolar modo nel trattamento e nella prevenzione di alcun malattie, tra cui le IBD [1]. L’adesione ad una dieta mediterranea garantisce la protezione da malattie degenerative, come patologie cardiovascolari e cancro. La dieta mediterranea tradizionalmente è stata pensata come un sano stile di vita, considerando che l’incidenza del cancro, in particolare quello del colon e della mammella, è più bassa nei Paesi mediterranei che nel Nord Europa [11].

Studi sperimentali hanno dimostrato un ruolo protettivo dei lipidi alimentari in particolar modo per lo sviluppo del tumore del colon. Infatti, dati epidemiologici hanno riportato una minore incidenza del cancro al colon nei Paesi dell’area mediterranea, in cui l’olio di oliva (ricco di acido oleico e polifenoli) è ampiamente consumato, nonostante il suo contenuto calorico [12], [13]. L’olio, infatti, è il componente maggiore della dieta mediterranea e oltre ad influenzare positivamente diversi processi biologici è associato ad un miglioramento della salute, ad una mortalità più bassa accompagnata da una maggiore longevità, a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, ad una minore incidenza relativa all’età del morbo di Parkinson e di Alzheimer e associato negativamente al rischio di cancro del colon retto [14], [15].

Negli Stati Uniti, in cui nella dieta ci sono grassi aggiunti rispetto ai Paesi mediterranei, si è vista una maggiore incidenza del cancro del colon retto, della mammella e della prostata [16]. Più studi suggeriscono, infatti, che le differenze non riguardano tanto le quantità di grasso, ma piuttosto il tipo di grasso e la qualità della dieta [17].

Infatti, per osservare, in vivo, gli effetti di diverse fonti di acidi grassi, è stato condotto un esperimento in cui ratti Wistar (ceppo di ratti comunemente utilizzato nei laboratori di ricerca) sono stati sottoposti a due diete diverse, ognuna contenente o olio extravergine d’oliva (ricco di acido oleico monoinsaturo) o olio di girasole (ricco di acido linoleico polinsaturo) [18]. Sotto il profilo lipidico, i livelli plasmatici di trigliceridi, colesterolo totale, fosfolipidi, lipidi totali e acidi grassi polinsaturi erano minori nei ratti che avevano seguito una dieta a base di olio extravergine d’oliva e la perossidazione lipidica risultava maggiore nei ratti con dieta a base di olio di girasole in cui si osservava un maggiore stress ossidativo [18].

Studi epidemiologici hanno dimostrato che l’olio di oliva, tipico componente della dieta mediterranea, possiede numerosi effetti benefici sulla salute: effetti antiossidanti, antiinfiammatori, chemioprotettivi, antitumorali. L’olio di oliva appare come un esempio di alimento funzionale con una gamma di varietà di componenti che potrebbero contribuire ad effetti chemioprotettivi ed effetti benefici [8].

Tradizionalmente, questi effetti sono stati attribuiti alla sua alta concentrazione di acido oleico e di composti fenolici che hanno principalmente attività antiossidante, antiinfiammatoria e antitumorale [1], [19].

La conferma di tali proprietà si è avuta quando l’introduzione di olio di oliva nella dieta inibiva la formazione di focolai di infiammazione nella cripta e nella mucosa dell’intestino [8]  e bloccava le fasi della carcinogenesi in vitro [7], [20], [21].

Questi effetti benefici sul consumo di olio di oliva, possono essere spiegati sia sulla base del suo elevato contenuto di MUFA (acidi grassi monoinsaturi) che sulle proprietà salutari dei suoi composti bioattivi minori [1]. Sull’idrossitirosolo, per esempio, abbondantemente presente nell’EVOO (olio extravergine di oliva), sono state dimostrate proprietà cardioprotettive, antiossidanti, antiinfiammatorie e un’azione di antiaggregazione piastrinica, associate ad un effetto protettivo sulle cellule mononucleate del sangue periferico contro lo stress ossidativo, un’inibizione della proliferazione delle cellule cancerose inducendone l’apoptosi, l’arresto del ciclo cellulare ed un miglioramento della risposta infiammatoria [1], [8].

L’oleuropeina, polifenolo presente in varie parti dell’olivo (frutti e foglie), ha degli effetti sullo sviluppo degli osteoblasti e nell’adipogenesi agendo sulle cellule  MSC (multipotential mesenchymal stem cell) del midollo osseo umano [22]. I risultati hanno mostrato che l’oleuropeina non solo stimola lo sviluppo degli osteoblasti ma anche il processo di mineralizzazione della matrice e l’inibizione del riassorbimento osseo [22]. L’oleocantale, composto fenolico presente nell’olio di oliva, per le sue proprietà antiinfiammatorie, è stato paragonato all’ibuprofene, noto farmaco antiinfiammatorio non steroideo [23]

L’olio extravergine di oliva e i suoi polifenoli, rappresentano quindi, la fonte di proprietà benefiche per la salute.

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

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[23] Beauchamp, Gary K., et al. “Phytochemistry: ibuprofen-like activity in extra-virgin olive oil.” Nature 437.7055 (2005): 45-46.

 

 

La bava di lumaca: ingrediente naturale prezioso per la pelle

Negli ultimi anni, nel settore cosmetico, si è diffuso l’utilizzo della bava di lumaca. Sono diversi gli studi e le osservazioni che hanno portato a considerarla un principio attivo promettente per i cosmetici. Nel 1980, in Cile, gli allevatori di lumache destinate al mercato gastronomico francese si accorsero di avere la pelle delle mani particolarmente idratata e liscia e osservarono che i tagli e le escoriazioni si rimarginavano velocemente. Inoltre, è stato osservato che le lumache, in seguito alle radiazioni del disastro di Chernobyl, non avevano subito alcun danno e mutazione. Le lumache producono naturalmente questo secreto, grazie al quale sono in grado di sopravvivere a condizioni ambientali estreme. Si tratta di un complesso ricco che stimola i processi biochimici, strutturali e funzionali e può rigenerare strutture danneggiate della cute dell’animale. È importante, infatti, per mantenere la cute costantemente idratata e protetta dai traumi ai quali sono quotidianamente sottoposte strisciando. Contribuisce alla regolazione termica e alla costante idratazione. Inoltre ha azione antimicrobica e antiossidante. Sono stati eseguiti diversi test clinici con l’obiettivo di valutare se la bava di lumaca come ingrediente cosmetico fosse efficace nel migliorare l’idratazione e la concentrazione di acqua transepidermica a breve e a lungo termine, mediante diverse tecniche. Tra queste, la corneometria è una tecnica di misurazione della capacitanza elettrica della cute e pertanto ne esprime lo stato di idratazione, infatti sia la capacità elettrica che la conduttanza dei tessuti biologici variano a seconda del contenuto d’acqua, aumentano all’aumentare del contenuto idrico cutaneo. Lo strumento traduce i parametri elettrici in unità di idratazione (scala : 0÷130). Una seconda tecnica va a misurare la perdita di acqua transepidermica (TEWL, dall’ inglese transepidermal water loss) in termini di acqua evaporata nell’unità cutanea considerata. Lo strumento utilizzato misura il gradiente di vapore tra due elettrodi posti a differenti distanze dalla superficie cutanea. Il metodo permette di valutare l’integrità della strato corneo e della funzionalità della barriera idrolipidica. La diminuzione dei valori di TEWL, in soggetti in cui la funzione della barriera epidermica è compromessa, indica un aumento dell’idratazione cutanea, mentre un aumento di TEWL è sintomo di un danno alla funzione barriera dell’epidermide. In base ai risultati ottenuti, è stato possibile affermare che la bava di lumaca possiede efficacia nel migliorare l’idratazione cutanea e la TEWL.
La bava di lumaca è ricca di sostanze attive, con presenza particolare di allantoina, mucopolisaccaridi, collagene, alfa-idrossiacidi, anti-proteasi, vitamine (A, C, E).
L’allantoina stimola la rigenerazione e la ricostruzione dei tessuti e rende per questo più rapida la cicatrizzazione delle ferite. I mucopolisaccaridi forniscono un eccellente idratazione e proteggono la pelle dalle aggressioni esterne.
Il collagene e l’elastina, principali fibre della pelle, favoriscono l’elasticità della pelle.
Gli alfa-idrossiacidi, in particolare acido glicolico e acido lattico, sono ben noti per l’azione esfoliante.
Grazie a tutti questi componenti, la bava di lumaca, favorisce la rigenerazione cutanea e il turnover cellulare. Ha azione esfoliante, idratante, ed è molto utilizzata nel trattamento dei segni dell’acne, di cicatrici e delle discromie cutanee. È raccomandata come antirughe e nella prevenzione di smagliature. Ha anche azione antiossidante e antinfiammatoria.
Insomma…un vero e proprio alleato naturale per la nostra pelle!

Fonte dei test clinici: Valutazione dell’efficacia e della gradevolezza di un prodotto cosmetico mediante test clinico, bava di lumaca, Agrar Srl

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

La curcuma: spezia dalle straordinarie proprietà

Alla curcuma sono state attribuite proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antimicrobiche, epatoprotettive, cardioprotettive, antiartritiche, proapoptotiche, antitumorali e chemiopreventive.

Cos’è la curcuma?

La curcuma (Curcuma longa), è una pianta perenne spontanea, alta circa un metro, appartenente alla famiglia delle Zingiberacee (la stessa alla quale appartengono lo zenzero e il cardamomo). Il suo nome deriva dalla parola Kour Koum, che significa zafferano; infatti la curcuma è anche nota col nome di zafferano delle Indie.

La pianta della curcuma è caratterizzata da foglie (larghe) e da fiori (gialli); la radice è di forma cilindrica, di colore giallo o arancione, che costituisce la parte di maggior interesse in quanto può racchiudere importanti proprietà medicinali.

Numerose ricerche su animali hanno dimostrato il potenziale della curcuma contro le malattie infiammatorie, cancro, malattie neurodegenerative, la depressione, il diabete, l’obesità e l’aterosclerosi. Negli studi clinici, la curcuma ha dimostrato efficacia contro numerose malattie umane, tra cui il cancro, il diabete, la sindrome dell’intestino irritabile, acne, e fibrosi. I suoi effetti benefici sono legati alla presenza della curcumina, un pigmento appartenente alla classe dei polifenoli che dona alla spezia il caratteristico colore giallo-arancio. Insieme agli altri polifenoli è oggetto di studio per verificarne gli effetti sulle cellule e il possibile ruolo in diverse patologie.

Proprietà e benefici

Gli studi effettuati sulla curcumina hanno evidenziato una sua potenzialità terapeutica e preventiva.

  • Disintossicante: la curcuma viene impiegata nella medicina tradizionale indiana e cinese come disintossicante dell’organismo, in particolare del fegato. Inoltre è stato evidenziato il suo effetto coleretico, cioè stimola la produzione della bile con conseguenti effetti digestivi e di riduzione della calcolosi biliare.
  • Antiossidante: la curcumina ha molte proprietà antiossidanti che, oltre a rallentare l’invecchiamento delle nostre cellule, sono in grado di trasformare i radicali liberi in sostanze innocue per il nostro organismo. Per tale motivo la curcuma viene utilizzata in quelle malattie che si manifestano con un’infiammazione, come l’artrite reumatoide, lupus eritematoso, psoriasi, morbo di Crohn.
  • Cicatrizzante: in India il rizoma di curcuma viene utilizzato per curare ferite, scottature, punture d’insetti e  malattie della pelle.
  • Antitumorale: la curcumina è utile per il trattamento di cinque tipi di cancro: colon, seno, prostata, polmone e pelle. Inoltre tale spezia è stata annoverata tra le sostanze preventive dei tumori intestinali. L’effetto della curcumina  è ancora più evidente quando associato ad un isotiocianato presente in verdure quali cavolo, broccoli, rapa, verze.
  • Il consumo regolare di curcuma aiuta a ridurre il colesterolo cattivo e la pressione alta; aumenta la circolazione sanguigna e previene la coagulazione del sangue, estendendo i benefici anche al sistema cardio-vascolare. E’ stata osservata una riduzione di rischio di attacchi post-operatori al cuore nei consumatori abituali di curcuma.
  • Rafforza il sistema immunitario, attivando la codifica di una proteina in grado di svolgere azione battericida, la proteina cAMP (cathelicidin antimicrobial peptide). Si ipotizza che un consumo regolare di curcuma possa aumentare le difese immunitarie contro le infezioni gastrointestinali.
  • Diabete: la curcuma e i suoi derivati potrebbero avere effetti anti-infiammatori sulle cellule beta pancreatiche che rilasciano l’insulina, ormone responsabile della regolazione del livello di zuccheri nel sangue.
  • Morbo di Alzheimer: diverse ricerche hanno dimostrato che la curcumina può aiutare il sistema immunitario ad eliminare le proteine beta amiloidi, principale costituente delle placche presenti nella malattia di Alzheimer.
  • Alcuni studi dimostrano l’efficacia e i benefici della curcuma in caso di stress, ansia e depressione: il suo potere antidepressivo deriva dal fatto che incrementa i livelli di dopamina e serotonina, neurotrasmettitori che regolano l’umore.

Qualche cautela nel consumare la curcuma

La curcuma, in condizione di salute, non presenta particolari controindicazioni. Tuttavia, in caso di patologie o disturbi, quali l’occlusione delle vie biliari, dovrebbe essere assunta dopo aver consultato il medico. Lo stesso vale in caso di gravidanza e allattamento.

Per l’effetto anticoagulante della curcuma, è necessario fare attenzione a somministrarla a persone con problemi correlati alla coagulazione del sangue.

Poiché l’organismo non assimila con facilità questa sostanza, è bene, non aumentarne le dosi, ma associarne il consumo al pepe, poiché il suo principio attivo la piperina, aumenta di 1000 volte la biodisponibilità della curcumina. Anche l’abbinamento a qualche grasso, tipo olio d’oliva, ne facilita l’assorbimento.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.