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Bonifiche dei suoli: regole e tecnologie

Come si contamina un suolo?

Il D.lgs. 372/99 di attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento all’Art.2, c.1 definisce: «inquinamento», l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento di beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Un sito è contaminato quando è contaminata una o più di una delle matrici ambientali che lo compongono: suolo, sottosuolo, falda acquifera.

Le potenziali sorgenti di contaminazione del suolo sono: il fall out da emissioni in atmosfera, la dispersione su aree industriali non adeguatamente pavimentate, le perdite da reti di distribuzione ed impianti, le discariche non impermeabilizzate, i serbatoi interrati e fuori terra, l’attività agricola e zootecnica ed i rifiuti abbandonati.

Una contaminazione sarà tanto più estesa quanto è maggiore l’entità del fenomeno iniziale; contribuiscono inoltre alla distribuzione del contaminante la natura chimica della sostanza, la forza di gravità, il tempo che intercorre prima dell’intervento di risanamento e l’acqua d’infiltrazione e di falda (trasporto del contaminante lontano dalla sorgente).

Quando un sito è definito contaminato?

Il D.lgs.152/06 definisce potenzialmente contaminato un sito nel quale le concentrazioni nel suolo o nella falda di determinati inquinanti, elencati in apposite tabelle (Tab.1 e 2 Allegate alla Parte IV, Titolo V) superano le concentrazioni soglia di riferimento (CSC).

La tabella 1, per il suolo, contiene due colonne, A e B, con CSC differenti e funzionali ai differenti usi del sito (verde-residenziale o commerciale-industriale). La tabella 2 contiene le CSC per la falda.

Le aree industriali dismesse, quelle su cui è avvenuto uno sversamento o quelle soggette ad una riqualificazione edilizio-urbanistica sono sottoposte ad un’indagine ambientale per individuare eventuali superamenti delle CSC.

Una volta verificato il superamento delle CSC il sito è definito potenzialmente contaminato: le CSC sono quindi da intendersi come livelli di attenzione e non come limiti rigidi di riferimento. La potenziale contaminazione viene poi compiutamente descritta con il Piano di Caratterizzazione.

Il Piano di Caratterizzazione è l’insieme delle attività atte a descrivere le caratteristiche qualitative del suolo e delle acque di falda ed a costruire il modello di potenziale contaminazione del sito.

A questo punto la norma prevede un passaggio successivo, l’Analisi di Rischio Sito Specifica, che valuta i valori riscontrati in funzione delle caratteristiche geologiche, idrogeologiche dell’area ed in base all’utilizzo definitivo del sito.

Solo dopo questo passaggio il sito potrà essere definito non contaminato o contaminato.

Se il sito è effettivamente contaminato deve essere sottoposto ad un intervento di bonifica.

Tecniche di bonifica

Le tecnologie di bonifica dei siti contaminati sono scelte in funzione delle caratteristiche del sito, della matrice, dei contaminanti e della compatibilità ambientale della tecnologia stessa.

Gli interventi di bonifica si possono classificare in base alla matrice da trattare: interventi sul suolo ed interventi sulle acque sotterranee.

Si possono classificare anche in base al metodo, chimico-fisici e biologici, o in base alla tipologia di trattamento, quali: trattamenti In Situ (il terreno contaminato non viene rimosso per essere trattato), trattamenti Ex Situ (il terreno contaminato viene rimosso per essere trattato).

I trattamenti ex situ possono poi dividersi in On Site (con impianti mobili utilizzati sul sito) e Off Site (con impianti fissi esterni alla zona contaminata).

Esiste anche la possibilità della Messa in Sicurezza Permanente (MISP) che prevede confinamento del materiale contaminato nel sito stesso mediante capping ovvero coperture impermeabili realizzate in diversi materiali.

Considerazioni generali sullo stato delle bonifiche

Purtroppo, nonostante il D.lgs.152/06 auspichi il ricorso a tecnologie in situ evitando così l’impatto ambientale dei mezzi di trasporto ed il trasferimento dei materiali contaminati in altre aree, la modalità di bonifica più frequentemente utilizzata è lo scavo e successivo conferimento in discarica (confinamento ex situ off site) o ad impianti di trattamento che mediante vagliatura e riduzione volumetrica producono materiali riciclati da utilizzare per riempimenti, sottofondi, ecc..

Questa situazione si verifica perché nella maggior parte dei casi non è il responsabile della contaminazione ad eseguire l’intervento di bonifica ma un soggetto terzo che ha interesse a riqualificare il sito per poter poi sviluppare progetti dai quali trarne ovviamente un beneficio economico.

Ciò comporta quindi la necessità di realizzare interventi il più possibile veloci ed efficaci.

Spesso invece gli interventi in situ, se basati su tecnologie di tipo biologico, durano troppo a lungo e non garantiscono il raggiungimento dei limiti di legge rendendo necessario un successivo intervento più risolutivo.

Cosa sono i SIN e i SIR?

Alcuni siti per estensione e per complessità sono stati definiti Siti di Interesse Nazionale (40) o Siti di Interesse Regionale (7). Alcuni esempi sono: SIN Area ex Falck di Sesto San Giovanni, SIN Bagnoli, SIR Bovisa-Milano, SIR Cerro al Lambro.

In questi casi la competenza del procedimento di bonifica è del Ministero del Territorio e della Tutela del Mare per i SIN e delle regioni per i SIR.

I dati raccolti, contenuti nelle anagrafi/banche dati regionali, con esclusione dei SIN ci indicano sul territorio nazionale circa 29.700 siti registrati, di cui oltre 13.200 hanno concluso il procedimento di bonifica.

Fonti


D.lgs. 372 del 1999

D.lgs. 152 del 2006

ISPRA

Plastica in mare

Cos’è la plastica?

La plastica, meglio definita con il termine polimeri (IUPAC) è un composto sintetico organico con molecole molto grandi.

I polimeri sono in grado di ricevere e conservare qualsiasi forma: giocattolo, sacchetto , contenitore, ecc..

Oggi esistono più di 700 tipi di polimeri, derivano dal petrolio con un processo chiamato cracking: la rottura delle catene di idrocarburi forma monomeri che uniti tra loro originano i diversi polimeri.

Le plastiche hanno differenti utilizzi in base  alle loro caratteristiche di durezza, estensibilità, deformabilità, ecc., originando diversi prodotti finiti.

Gli utilizzi dei prodotti finiti sono tali e tanti da non poter immaginare oggi un mondo senza plastica.

Possiamo vedere applicazioni nell’edilizia, nei trasporti, nel tessile, negli imballaggi, nell’oggettistica ed articoli tecnologici.

Una presenza molto importante è nei cosmetici.

La produzione di plastica è passata da 15 mil di tonnellate del 1994 a 310 attuali: da uso ad abuso!

La plastica nell’ambiente

La plastica di uso quotidiano, che sfugge alla raccolta differenziata arriva al mare fino ad oltre 8 milioni di tonnellate a livello globale ogni anno.

Si generano 5.250  miliardi di frammenti di cui 250 solo nel Mediterraneo: nel 2050 ci sarà nell’oceano, in peso, più plastica che pesci .

La maggior parte della plastica che arriva al mare è rappresentata da bottigliette e materiali usa e getta di cui l’80 % arriva da terra, in particolar modo dai paesi in via di sviluppo.

Solo il 15% della plastica viene riciclato, il resto viene termoincenerito, gettato in discarica, bruciato all’aperto o disperso nell’ambiente.

Oggi si parla di una nuova era geologica, antropocene, i cui fossili per la datazione sono rappresentati da resti di plastica.

La plastica dispersa nell’ambiente viene classificata in macroplastiche (>200 mm), mesoplastiche (200-4,76 mm), microplastiche di medie dimensioni (4,75 -1,01 mm), microplastiche (330 µm-1 mm), nanoplastiche (0,001 µm-0,1 µm).

Molte delle micro e nanoplastiche che arrivano in mare derivano direttamente da cosmetici (fino al 10% di microsfere) e da lavaggi di tessuti (un lavaggio produce 1900 mp per capo).

Le altre derivano invece indirettamente dalle macroplastiche che per effetto di temperatura, UV, moto ondoso e attività microbica in poche ore vengono ridotte a frammenti più piccoli.

I frammenti di plastica divengono cibo per plancton ed entrano nella catena alimentare con processi di bioaccumulo e biomagnificazione.

I meccanismi di distribuzione in mare della plastica non sono completamente noti per le macro e mesoplastiche, sono poco noti per le microplastiche ed assolutamente sconosciuti per le nano plastiche.

Si sa che in generale la plastica si sposta per venti prevalenti e correnti di superficie ma è ancora impossibile arrivare ad un modello previsionale della distribuzione.

Poiché la quantità di plastica negli strati superficiali del mare è inferiore a quella sversata si è scoperto che in buona parte sedimenta verso il fondo, fino a 10 m di profondità,

Le isole di plastica oceaniche «non sono zone di accumulazione permanente ma luoghi di trasferimento, di trasformazione e di redistribuzione delle plastiche galleggianti a causa dei fenomeni di degradazione attraverso diversi meccanismi e dei movimenti delle acque”.

I danni indotti dalla plastica

Le microplastiche inducono alterazione dell’ecosistema per effetti meccanici sugli organismi: quali soffocamento, barriera ai raggi solari, ecc. ,
portando alla morte più di 1 milione di animali marini all’anno,

Causano inoltre alterazione dell’ecosistema per effetti chimici e biochimici quali: modifica degli habitat e riduzione della biodiversità, passaggio nella catena alimentare di frammenti ed additivi.

Da un punto di vista tossicologico la situazione ancora non è chiara: su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale (pesce spada, tonno) il 18,2 % è risultato positivo alla presenza di microplastiche.

Studi sui pesci hanno dimostrato che l’assunzione di plastica non additivata produce comunque effetti negativi sull’apparato gastrointestinale.

Uno studio recente ha evidenziato in molluschi e pesci la diminuzione dell’attività della S-transferasi del glutatione (GST), un aumento della carbonilazione delle proteine, l’aumento delle cellule apoptotiche e la diminuzione della vitalità cellulare.

In generale gli additivi della plastica sono interferenti endocrini ma gli effetti sulla salute umana non sono al momento prevedibili.

Gli interventi risolutivi per un tale problema non possono che essere a livello globale ma ognuno nei comportamenti di tutti i giorni può già fare molto.

E’ fondamentale infatti limitare la produzione di plastica cambiando gli stili di vita sia a livello casalingo che produttivo, combattere l’abbandono, utilizzare polimeri biodegradabili e compostabili, incrementare la raccolta differenziata

  • 3 R      riduzione – riutilizzo – riciclo

Fonti:

Greenpeace. La plastica nel piatto, 2016

5Gyres Institue “Plastic Pollution in the World’s Oceans: More than 5 Trillion Plastic Pieces Weighing over 250,000 Tons Afloat at Sea”.

Stazione Dohrn di Napoli (Christophe Burnet)

Marine Conservation Society, 2012. Microplastic in personal care products ¢Valavanidis, Vlachogianni. Microplastic in the marine environment: ubiquitous and persistent pollution problem in the world oceans threatening marine biota. 2014

Pruter, A.T.Sources, quantities and distribution of persistent plastics in the marine environment

WWF

Medicina di genere: la donna è la chiave per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi!

La nuova direzione è la medicina di genere. La nuova direzione è anche quella di precisione, dell’omica. La nuova direzione è anche quella dei robot e del tutto “digital”. Ma dimenticarsi della natura (cibo, piante, meditazione…) e del resto del mondo sarebbe una follia!

La diversità uomo-donna è evidente in particolare dal punto di vista ormonale e poiché è assodato che il cibo modula la secrezione ormonale, indirizzare una terapia personalizzata a seconda del sesso, età, stile di vita sarebbe la scelta giusta.

L’Agenda 2030 con i 17 SDGs, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030, promossi dalle Nazioni Unite (UN), esprime chiaramente che la sostenibilità non sia unicamente una questione ambientale, ma anche sociale, economico e, soprattutto “salutare”. Bisogna, tuttavia, che prendiamo coscienza (non lo dico e penso solo io, ma anche l’ICAO, l’organizzazione internazionale dell’aviazione civile e le UN) di quanto la parità di genere, il quinto degli SDGs, sia un tassello fondamentale per raggiungere tutti i 17 SDGs (ICAO / UN Women Agenda 2030).

“Trasformare le promesse in azione: uguaglianza di genere nell’agenda 2030” (ONU 2018). Report che contengono dati, storie, video e pubblicazioni che illustrano come e perché’ la parità di genere è importante per tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile e come gli obiettivi influenzano la vita reale di donne e ragazze ovunque nel mondo.

Sinergia e scambio di informazioni tra le varie culture, popolazioni, donne, potrebbe essere un tassello e svolta per riempire questo “complicato puzzle”. Abolire spreco di cibo, junk food, resistenza agli antibiotici sono altri tasselli fondamentali da raggiungere. Inquinano più dei trasporti, contaminano mari, monti, cibo, acqua, contribuendo alla cattiva qualità del cibo e all’insorgenza di patologie di “nuova generazione”. Ecco che accanto “all’artificiale”, non dobbiamo dimenticarci della natura, il cibo, ma non solo!

L’accento sulla figura della donna, (visto la sua importanza per l’evoluzione della specie e, quindi, della popolazione globale ) che in genere “coordina” dal momento della gestazione a quello dell’educazione della prole, assume rilievo quando la giusta informazione sulla conoscenza dei rischi e sulla possibilità di evitarli diventa fondamentale per ridurre e / o far recedere la comparsa di patologie di “nuova generazione”, senza sottovalutare l’importanza globale di queste importanti rivoluzioni nella specie umana in toto. Va considerata, dunque, la prevenzione nella totalità, non solo ad esempio per incidenza di tumori, ma anche per i rischi legati a malattie cardiovascolari (CVD), spesso sottovalutate, perché presentano sintomi nettamente diversi da quelli dell’uomo e sono ancora poco studiate per il genere femminile. Le principali linee guida internazionali sull’argomento suggeriscono il bisogno della medicina di genere – specifica ed incitano anche i centri ricerca (in fase preclinica e non) ad indirizzare gli studi in questo senso.

Difatti recentissime scoperte mirate in questa direzione, hanno evidenziato una differente risposta immunitaria tra uomini e donne. In particolare una maggiore attivazione della risposta immunitaria da parte delle donne che rappresenta un’arma a doppio taglio perché le rende più resistenti alle infezioni ma più suscettibili alle malattie infiammatorie ed autoimmuni. Dunque, fattori correlati al genere e al sesso interagiscono nello sviluppo della risposta immunitaria (e non solo…) e differiscono in base all’età ed allo stile di vita.

La salute è l’effetto tra esposizione all’ambiente ed il genoma (ecco l’importanza di raggiungere un “mondo sostenibile”). La nostra suscettibilità genetica (come ad esempio la predisposizione a fattore rischio malattie) è influenzata da una serie di meccanismi che vengono detti epigenetici ed il nostro DNA risponde all’ambiente attraverso questi meccanismi. Questi fattori epigenetici possono essere modificati, avvicinandosi od allontanandosi, aumentando o diminuendo il rischio di malattia. Ma il concetto di salute è complicato e dinamico cioè è ciò che succede tra la nascita e prima. Difatti esiste l’ipotesi dell’origine fetale (che è ancora in corso di ricerche per confermare il processo di funzionamento) e che ad oggi sappiamo che propone che certi geni del feto possono o non possono essere “accesi” in relazione all’ambiente in cui la madre è esposta durante la gravidanza. Inoltre la salute della mamma può avere effetti sulla salute del bambino anche prima del concepimento predisponendo il bambino a rischio di patologie. Ad esempio nel 2009 una meta-analisi ha evidenziato che le obese, rispetto alle donne normopeso, avevano elevate probabilità di partorire bambini con difetto del tubo neurale, difetti cardiovascolari, idrocefalo e molti altri difetti congeniti e gli stessi effetti sulla salute del bambino è possibile averli in donne malnutrite. Altri studi hanno evidenziato che i geni regolati da elementi di interesse nutrizionale, hanno un ruolo importante nello sviluppo di alcune patologie come anche il profilo genetico individuale. Quindi una strategia personalizzata (medicina / nutrizione) è una strategia valida per ridurre i fattori di rischio. Ecco l’importanza di sensibilizzare la donna, in primis, sul problema della nutrizione prima, durante e dopo la gravidanza. Smettere, oltretutto, di pensare che la donna possa essere “Superman” sempre e che tutti i dolori o gli stati depressivi vengono riconosciuti come elementi “psicogeni”. Non è così perché come abbiamo già detto la donna, a differenza dell’uomo, è esposta a maggior stress esogeni ed endogeni come le fluttuazioni dei livelli ormonali. Urge, l’importanza d’ informazione utili a modulare in positivo queste fluttuazioni!

La donna è veramente la chiave per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi? La risposta è si (cfr. ICAO / UN women)

Urge, dunque, la necessità di sensibilizzare la donna sull’importanza dell’impatto che il suo stile di vita ha sia sulla sua salute che su quella dei figli e con il tempo sulla salute dell’intera popolazione, in sinergia con piani ad impatto sostenibile (i.e. fair trade). L’educazione alimentare, la conoscenza approfondita dei rischi legati ad uno scorretto stile di vita ed il contatto con gli enti di ricerca per la promozione di studi in fase preclinica, come precedentemente accennato, anche sugli elementi personali (genere, sesso ed età) sono ineludibili. Inoltre, affiancare alla “digital healthcare” i dettami della natura, sarebbe la scelta e la “svolta” giusta.

Oltretutto, molte patologie presenti oggi sono dovute all’uso sproporzionato di antibiotici, in particolare in età pediatrica, a partire dagli anni 80. Lo sviluppo e il consumo del così detto “cibo spazzatura” (ecco l’urgenza di informare per prevenire “strane” e / o gravi patologie) ha anche contribuito a determinare la presenza di tali patologie.

Questi e tanti altri sono i motivi di segnalare l’importanza di questa nuova scienza rivoluzionaria che si basa sul cibo come farmaco e / o coadiuvatore – catalizzatore, senza effetti collaterali e / o riducendoli. Basti pensare che gli antibiotici agiscono distruggendo si i patogeni, ma modificano la flora batterica intestinale o microbioma intestinale che è un vero e proprio organo che presiede al controllo dei nutrienti, aiuta a regolare il sistema immunitario preservandoci dai batteri che causano malattie, producendo vitamine ed inoltre regola il comportamento dell’umore. In realtà, da “recenti” studi emerge che la quantità di batteri presenti nel nostro organismo è talmente grande che è come se fossimo noi a vivere dentro di loro!

Inoltre il cibo ha la potenzialità di poter “accompagnare” il farmaco in modo da indirizzarlo al sito giusto, proteggendo tutta la nostra flora batterica con miglior efficacia del farmaco e con riduzione e /o remissione di altre patologie. Difatti, ricerche recenti evidenziano chiaramente (dati che fino a qualche anno fa erano inimmaginabili) che lo stretto legame tra alimentazione, apparato gastro intestinale (il nostro secondo cervello), sistema immune, può determinare un controllo positivo sulla progressione di alcune patologie (i.e. lo sviluppo di malattie infiammatorie croniche come psoriasi, malattie autoimmuni, depressione ed altri tipi di patologie). Tutti i fattori potenzialmente dannosi al nostro “secondo cervello” creano un disequilibrio generale che parte dall’infiammazione e sfocia, a seconda della gravità, in patologie cliniche di entità moderata o grave.

Ecco l’accento sulla figura della donna, visto la sua importanza per l’evoluzione della specie e, quindi, della popolazione globale per “un’evoluzione sostenibile”. Di nuovo l’importanza di lottare per abolire “cibo spazzatura” ed attività a forte impatto ambientale, e migliorare e promuovere quanto più possibile mercati equo e solidali, collaborazione con paesi terzi (i.e. Thailand). Enfatizzare la figura della donna, educandola a procreare, educare, coordinare e / o a elaborare idee rivoluzionarie in modo ed in un mondo “sostenibile” in sinergia tra naturale ed artificiale ed in tutto il mondo, potrebbe aiutare a realizzare i 17 obiettivi di sostenibilità globale. I riscontri positivi sono enormi, benefici dell’intera società (diminuzione di congedi per malattia, miglior prestazione sul lavoro e miglioramento dello stato psicologico del paziente, della donna, della popolazione e riduzione dell’impatto ambientale a favore della biodiversità e della nostra salute fisica e mentale, parità di genere e molto altro ancora.

Alla luce di queste evidenze, la donna è realmente un tassello fondamentale per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi ma ricordiamo che solo in sinergia con l’uomo, con la natura e attraverso collaborazioni internazionali, in particolare aiutando e collaborando con i paesi in via di sviluppo (per un futuro di stabilità e di pace), tali obiettivi potranno essere raggiunti, forse tra un decennio.

Non lasciamo che le future generazioni siano solo “digital”. Siamo nell’era della quarta rivoluzione industriale (industria 4.0), della nanomedicina, “dei medici digital / artificiali”.

Personalmente, sono cresciuta tra l’odore di carta, d’incenso e musica, non voglio che le future generazioni non sappiano cosa siano! Il cambiamento, la rivoluzione digitale, è fondamentale ma se va di pari passi con la natura, cultura, educazione ed amore in tutto il mondo. Pensiamo ai vantaggi che la sinergia con Madre Natura ed i progressi tecnologici possano avere per un mondo sostenibile? Ascoltiamo i detti e dettami dei nostri saggi avi e della natura, dei testi sacri / antichi ed integriamoli nella nostra vita quotidiana, in sinergia con i progressi tecnologici. Questi sono valori e tradizioni che mai dovrebbero scomparire! Ed ancora, per integrazione bidirezionale, intendo che non solo noi occidentali, “sfruttiamo” i preziosi “alimenti” e pietanze, meditazione, usi e costumi etc. degli orientali e / o di altre culture! Collaborazione e cooperazione da ambo i fronti per assicurare un futuro sostenibile alle prossime generazioni rispettando il mondo. Non farlo sarebbe un danno per la nostra salute e per l’intero pianeta!

Bisogna mettere insieme tutti i tasselli di questo mosaico attraverso una collaborazione tra la “nanomedicina artificiale e quella naturale” per una ricerca proiettata alla precisione e personalizzazione e per una sostenibilità a 360 gradi valorizzando la figura della donna per il suo prezioso contributo con e senza quello di un grande uomo, rispettando Madre Natura.

Nothing in life to be feared, it is only to be understood. Now is the time to understand more, so that we may be fearless.” M. Curie.

 

Riferimenti bibliografici:

  1. https://unstats.un.org/sdgs/indicators/indicators-list/
  2. http://www.onumulheres.org.br/wp-content/uploads/2018/02/SDG-report-Gender-equality-in-the-2030-Agenda-for-Sustainable-Development-2018-en.pdf
  3. http://www.unwomen.org/en/about-us/about-un-women
  4. D’Orta, A et al. Nutritional manipulation: epigenetic effect in cancer. WCRJ, 2015
  5. Sharma R et al -Lifestyle factors and reproductive health: taking control of your fertility -Reprod Biol Endocrinol 2013
  6. Hampton. Fetal environment may have profound long-term consequences for health JAMA, 2004
  7. Freemark. Pediatric obesity. Etiology, pathogenesis and treatment M. 2010
  8. KJ Stothard, PWG Tennant, R Bell, J Rankin. Maternal overweight and obesity and the risk of congenital anomalies: a systematic review and meta-analysis.- Jama, 2009
  9. HM Ehrenberg, LR Dierker, C Milluzzi. Low maternal weight, failure to thrive in pregnancy, and adverse pregnancy outcomes American Journal of Obstetrics and Gynecology, 2003
  10. SL Katie, KL. Flanagan. Sex differences in immune responses Sabra, 2016, Nature Reviews
  11. Ngo ST et al. Gender differences in autoimmune disease. Frontiers in Neuroendocrinology, 2014
  12. Graziottin. The shorter, the better: A review of the evidence for a shorter contraceptive hormone-free interval, 2016

Artrite reumatoide, microbioma e malattia parodontale

L’artrite reumatoide (AR) è una patologia infiammatoria cronica e progressiva a carico delle articolazioni sinoviali, con patogenesi autoimmunitaria e di eziologia sconosciuta. Tra gli studi più recenti emerge, in maniera sempre più chiara, il legame tra l’andamento della patologia e le alterazioni del microbioma, termine utilizzato per descrivere le comunità microbiche presenti a livello orale, intestinale ma anche sulla pelle e nel tratto genito-urinario. Questi batteri sono stati classificati come commensali, simbionti oppure patogeni a seconda delle interazioni con l’ospite. Si è visto che le alterazioni dell’equilibrio intestinale e in particolar modo l’aumento di batteri gram negativi nell’intestino può determinare un aumento di metaboliti tossici prodotti dagli stessi batteri e tali metaboliti potrebbero determinare l’infiammazione dopo essere entrati in circolo. [1] Tale ipotesi è nota come “toxemic factor” ed è stata formulata all’inizio del ventesimo secolo. In uno studio, inoltre si è analizzata la composizione della flora microbica intestinale in pazienti con AR e si è scoperto che c’è un maggior numero di lattobacilli in pazienti affetti da artrite reumatoide rispetto ai controlli (L. salivarius, L. iners, L. ruminis, L.mucosae)[2] [3].

Un altro batterio anaerobio gram negativo, Prevotella copri sembra essere particolarmente rilevante nella patogenesi delle malattie autimmunitarie, inoltre si è trovato lo stesso batterio anche in caso di IBD, intestinal bowel disease e anche un aumento nel plasma dei livelli di trimetilamina N-ossido (TMAO), un substrato predittivo in caso di eventi cardiovascolari negli uomini. Il consumo di carne rossa che contiene L-carnitina produce TMAO e accelera il processo di aterosclerosi nei topi ma ciò non avviene se ci sono variazioni del microbiota intestinale. Questi studi sono rilevanti per poter spiegare la più alta incidenza delle patologie cardiovascolari in alcuni pazienti affetti da AR [4]. Un’altra interessante correlazione riguarda la malattia parodontale (PD), il microbiota orale e l’aggravamento dell’artrite reumatoide, infatti a differenza di quanto accade a livello intestinale, la parodontite è legata al “red complex” che include alcune specie come P. gingivalis, Treponema denticola e Tannerella fortythia [5]. In particolar modo il batterio Porphyromonas gingivalis codifica per un enzima che converte i residui di arginina in citrullina e questo processo genera neo-epitopi che possono far perdere la tolleranza immunologica e far produrre anticorpi anti-proteine citrullinate (ACPAs). Tali anticorpi sono trovati nel 70-80% dei pazienti con AR con esito prognostico negativo [5] [6]. Si può concludere dicendo che risulta fondamentale identificare le specie microbiche al punto che si parla del “Pan-microbioma” che ha l’obiettivo di identificare l’eziopatogenesi di questa patologia ed eventuali marker che permettano l’identificazione di target terapeutici [7].

 

Fonti:

[1] Qin J, Li R, Raes J, Arumugam M, Burgdorf KS, Manichanh C, et al. A human gut microbial gene catalogue established by metagenomic sequencing. Nature. 2010 Mar 4;464(7285):59–65

 

[2] Vaahtovuo J, Munukka E, Korkeamäki M, Luukkainen R, Toivanen P. Fecal Microbiota in Early Rheumatoid Arthritis. J Rheumatol. 2008 Aug 1;35(8):1500–1505.

 

[3]  Liu X, Zou Q, Zeng B, Fang Y, Wei H. Analysis of Fecal Lactobacillus Community Structure in Patients with Early Rheumatoid Arthritis. Curr Microbiol. 2013 Aug 1;67(2):170–176

 

[4] Koeth RA, Wang Z, Levison BS, Buffa JA, Org E, Sheehy BT, et al. Intestinal microbiota metabolism of l-carnitine, a nutrient in red meat, promotes atherosclerosis. Nat Med. 2013 May;19(5):576–585

 

[5] McInnes IB, Schett G. The Pathogenesis of Rheumatoid Arthritis. New England Journal of Medicine. 2011;365(23):2205–2219

 

[6] Barra L, Scinocca M, Saunders S, Bhayana R, Rohekar S, Racapé M, et al. Anti–Citrullinated Protein Antibodies in Unaffected First-Degree Relatives of Rheumatoid Arthritis Patients. Arthritis & Rheumatism. 2013;65(6):1439–1447

 

[7] Brusca SB, Abramson SB, Scher JU. Microbiome and mucosal inflammation as extra-articular triggers for rheumatoid arthritis and autoimmunity. Current opinion in rheumatology. 2014;26(1):101-107

 

Dott.ssa Vincenza Intini

Mangiar sano, un atto sostenibile per l’ambiente

Il concetto di sostenibilità è legato all’idea del tempo, di quanto a lungo possa reggere qualcosa, diventare consapevoli del tempo, dell’ambiente e, quindi, delle risorse che abbiamo a disposizione è un atto di responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Certo, per salvaguardare l’ambiente dovrebbe muoversi la politica su scala internazionale, servono leggi, servirebbe che gli accordi già firmati venissero rispettati, ma quando la politica rimane assente, arranca, sono i piccoli gesti quotidiani e privati a garantire la sostenibilità.

Agricoltura convenzionale ed allevamento intensivo sono responsabili del maggior consumo di risorse naturali e sono la prima causa di contaminazione alimentare. Risulta palese che alimentarsi meglio, prediligendo cibi biologici minimamente processati, minimamente imballati e di provenienza vicina, potrebbe diminuire le emissioni di gas serra e contribuire alla salvaguardia dell’ambiente (1).

Proprio a livello agricolo, bisognerebbe prendersi cura dei suoli e dei terreni. Saperli mantenere vivi attraverso l’attività agricola, curando la biodiversità, troppo spesso compromessa dalle monoculture intensive. Il concetto su cui dovremmo insistere dovrebbe essere “produrre un po’meno, produrre meglio, distribuire con senno” (2).

La cura del territorio è un atto sostenibile che si riflette anche sulle piccole realtà agricole, da mantenere in vita ed è un atto estetico, di difesa per le bellezze paesaggistiche, talvolta influenzate in maniera positiva dalla mano dell’uomo.

Entro il 2050 saremo circa 9,5 mld sul pianeta ed avremo a disposizione il 30% in meno dei terreni a causa del cambiamento climatico; il 43% in meno delle foreste tropicali a causa delle coltivazioni intensive; il 32% delle risorse ittiche saranno sovrasfruttate od esaurite; mentre con le buone pratiche agronomiche potremmo ridurre del 30% le emissioni di CO2 (3).

Se nel 2050 tutta la popolazione mondiale consumasse 2100 kcal al giorno si cui 160 derivanti da carne, questo risulterebbe in una riduzione di circa 15 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente, pari ad un terzo delle emissioni globali di gas serra del 2011 (4).

“Adottando un modello alimentare in linea con le raccomandazioni elaborate dai nutrizionisti, come quello della dieta mediterranea, è possibile conciliare la salute della persona con quella dell’ambiente senza alcun impatto negativo sull’economia”, da questa affermazione del Barilla Center for Food & Nutrition, nasce la doppia piramide, in cui alla classica piramide alimentare, si associa una nuova piramide “ambientale” rovesciata, nella quale gli alimenti sono stati classificati in base alla loro impronta ecologica.

Spesso associamo il concetto dell’inquinamento al trasporto, al riscaldamento all’utilizzo di energia elettrica, senza considerare l’impatto ambientale delle nostre scelte alimentari. Considerando solo le emissioni di gas serra, è il cibo a dare il contributo maggiore al cambiamento climatico, con il 31% del totale di consumo di anidride carbonica equivalente, superando riscaldamento e trasporti, in particolare il consumo di carne è responsabile del 12% delle emissioni totali ed i prodotti lattiero-caseari contribuiscono per il 5% (5).

In conclusione, possiamo scegliere di mangiare meno, alimenti poco processati, la cui provenienza è vicina al paese in cui viviamo, possiamo prediligere verdure e frutta di stagione, consumare meno prodotti di origine animale, possiamo ridurre l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici e far si che i microrganismi apportino al suolo i benefici di cui sono capaci per ridurre l’inquinamento delle falde acquifere, possiamo quotidianamente scegliere di salvare il nostro Pianeta, in un atto dovuto di responsabilità per chi verrà dopo di noi.

 

 

 

  1. Claus Leitzmann, “Nutrition ecology: the contribution of vegetarian diets”, Am J Clin Nutr 2003; 78 (suppl): 657S-9S.
  2. Barilla Center For Food & Nutrition, “Eating Planet, cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”.
  3. Ibidem
  4. Department for Energy and Climate Change, Climate – KIC and International Energy Agency, Prosperous living for the world in 2050: insights from the Global Calculator.
  5. Tukker A., B. Jansen, “Enviromental Impacts of Products”, Journal of Industrial Ecology, 10, 3, 2006.

Ma i pesci… bevono?

E’ una di quelle domande che almeno una volta tutti noi ci siamo posti, però ci sembrava troppo banale per farla ad alta voce. È molto più facile chiedere quanto vivono le tartarughe marine, o se tutti gli squali sono pericolosi per l’uomo, ma la domanda è tutt’altro che banale.
Non voglio tenere nessuno con il fiato sospeso, per cui vi dico subito che la risposta è… si e no!
Innanzitutto sappiamo che il nostro corpo è composto per grandissima parte da acqua e che questa è indispensabile per la nostra sopravvivenza. Noi però siamo organismi terrestri, cosa si può dire degli organismi come i pesci che vivono in ambiente acquatico? Anche le cellule dei pesci necessitano di acqua per poter svolgere le loro funzioni, ma come se la procurano rispetto agli animali terrestri? A questo punto dobbiamo per forza fare una distinzione tra i pesci di acqua dolce e quelli di acqua salata. L’ambiente in cui essi vivono è, infatti, un fattore fondamentale per capire la fisiologia di questi animali.
I pesci che vivono in acque dolci hanno una concentrazione salina nel sangue che è maggiore rispetto a quella presente nell’acqua, questo fa si che, per un fenomeno definito osmosi, l’acqua tenda ad entrare all’interno dell’organismo. Per contrastare l’elevato ingresso di acqua, principalmente attraverso le branchie, essi tenderanno a bere pochissima acqua dalla bocca e ad espellere invece tutta quella in eccesso con abbondante urina. Un altro problema che si trovano ad affrontare è l’eccessiva perdita dei sali, i quali possono essere reintegrati grazie all’alimentazione.
I pesci che vivono in mare, invece, hanno una concentrazione di sali all’interno del sangue che è minore rispetto all’ambiente acquatico, per cui tenderanno a perdere molti liquidi. Per ovviare ad una eccessiva perdita idrica, necessitano di bere molta acqua dalla bocca e di eliminarne pochissima sotto forma di urina. Quando la concentrazione dei sali risulta troppo elevata, questi vengono secreti insieme all’urina o anche attraverso le branchie (grazie alle cellule del cloro).
Abbiamo accennato a un fenomeno molto importante che è quello dell’osmosi: questo avviene quando due soluzioni con concentrazioni diverse sono separate da una membrana; quest’ultima viene definita semipermeabile in quanto consente il passaggio del solvente (acqua in questo caso) ma non del soluto (le particelle disciolte nel solvente). Per il principio di osmosi, l’acqua passerà dalla soluzione meno concentrata a quella più concentrata, così da raggiungere un equilibrio tra le concentrazioni.
La pelle dei pesci agisce proprio come una membrana semipermeabile e le due soluzioni sono qui rappresentate una dai fluidi corporei dei pesci e l’altra dall’acqua dell’ambiente esterno.
Ci sono, infine, alcune specie di pesci ossei che hanno sviluppato particolari adattamenti in quanto durante il loro ciclo vitale si spostano da acque dolci al mare aperto (specie dette catadrome, come le anguille) o, al contrario, dal mare aperto ai fiumi (specie dette anadrome, come i salmoni).

 

Fisiologia degli animali marini, Poli A., Fabbri E. / Edises

Biologia marina, Cognetti G., Sarà M. , Magazzù G. / Calderini

http://indianapublicmedia.org/amomentofscience/do-fish-drink/