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Endometriosi. Quando l’alimentazione diventa un farmaco.

L’endometriosi è una patologia ginecologica molto frequente nelle donne in età fertile. Nel 20-25% dei casi l’endometriosi è una patologia asintomatica e viene diagnosticata in occasione di una laparoscopia eseguita per problemi di sterilità, non dipendente da altri fattori o di un intervento di laparotomia fatto per altre indicazioni (come ad esempio fibromi). Nei restanti casi le caratteristiche e la gravità della sintomatologia sono dovute alle reazioni del tessuto endometriale ectopico alle sollecitazioni ormonali tipiche del ciclo femminile; conseguenze più comuni di questa anomalia sono fortissimi dolori mestruali, eccessivo sanguinamento, forte dolore addominale anche cronico, infiammazione, pancia gonfia, stitichezza, sviluppo di tessuto cicatriziale al livello della parete intestinale, aderenze, subfertilità o infertilità, sofferenza psicologica e soprattutto dolori pelvici cronici, a volte così intensi da compromettere lo svolgimento delle normali attività quotidiane.
Vi è un stretto legame tra l’endometriosi ed alti livelli di estrogeni che stimolano la proliferazione del tessuto endometriale. È una patologia di tipo infiammatorio e gli squilibri intestinali, come una disbiosi del microbiota, possono aggravare la sintomatologia, inoltre, è importante mantenere un corretto peso corporeo poiché un eccesso di tessuto, o meglio, organo adiposo porterà a un’eccessiva produzione di estrogeni che favorirà la proliferazione del tessuto endometriale.
Diversi studi hanno dimostrato che esiste una relazione tra quello che si mangia e  l’endometriosi, in quanto si è riscontrato che alcuni alimenti sono in grado di stimolare e potenziare le nostre difese immunitarie per contrastare la patologia. La dieta “anti-endometriosi” ha carattere sia preventivo che “curativo” basandosi su un regime alimentare che riduce i cibi che favoriscono l’infiammazione e punta su quelli antinfiammatori e che diminuiscono i livelli di estrogeni.

Tramite l’alimentazione possiamo agire per prima cosa sull’equilibrio ormonale, controllando i  e controllare lo stato infiammatorio ed agire  sul miglioramento dell’equilibrio intestinale, ripristinando la giusta flora batterica. Per tenere quanto più possibile sotto controllo infiammazione e dolore sono determinanti le nostre scelte alimentari visto il ruolo che il cibo ha nel sostenere o, al contrario, nel modulare i fenomeni infiammatori stessi.

In primo luogo è importantissimo controllare i livelli di insulina evitando il “saliscendi”,  l’insulina è da considerarsi un fattore pro-infiammatorio ed è  responsabile dello “immagazzinare gli zuccheri introdotti in eccesso sotto forme di grasso a livello del tessuto adiposo”, della variazione dell’umore con percezione di stanchezza, irritabilità, tristezza, calo di energie, scarsa concentrazione e coordinazione.

Per mantenere i livelli di insulina equilibrati è necessario evitare gli zuccheri semplici (zucchero aggiunto, dolcificanti e dolci vari), preferire a pasta e pane integrali (i cui zuccheri si assorbono meno rapidamente provocando un più graduale rialzo della glicemia), comporre i pasti con carboidrati e proteine in quantità equivalenti, in modo da ridurre l’indice glicemico dei primi, aumentare il consumo di fibre per nutrire correttamente la flora batterica intestinale (una disbiosi può aggravare la sintomatologia) per cui non dovrebbero mancare oltre ai cereali integrali anche i legumi. È consigliato, inoltre, preferire il consumo di cereali integrali naturalmente senza glutine (come quinoa, miglio, amaranto, grano saraceno) in quanto il glutine è in grado di irritare la mucosa intestinale già resa sensibile, ed a volte danneggiata, dall’endometriosi stessa; aumentare il consumo di pesce e di frutta a gusci, alimenti ricchi di omega 3 dalle dimostrate proprietà antinfiammatorie, utilissimi nel controllare i sintomi dell’endometriosi; limitare il consumo di latte e dei suoi derivati contenenti  significative concentrazioni di estrogeni,  limitare l’uso di carne rossa; escludere dalla dieta i grassi idrogenati presenti in molte marche di grissini, fette biscottate, biscotti, merendine, torte, nonché pop corn, patatine e simili e preferire il consumo di altri lipidi come l’olio extravergine di oliva (fonte di preziosa vitamina E) e l’olio di semi di lino a crudo (ricco di acidi grassi essenziali “buoni”) hanno proprietà antinfiammatorie.“
Importantissimo è l’assunzione di alimenti ricchi di calcio, magnesio e vitamina D per evitare la demineralizzazione ossea indotta da alcune terapie mediche per l’endometriosi.

Muscogiuri G et al.  Shedding new light on female fertility: The role of vitamin D. Rev Endocr Metab Disord. 2017 Sep;18(3):273-283. doi: 10.1007/s11154-017-9407-2.

Halpern G et al. Nutritional aspects related to endometriosis. doi: 10.1590/1806-9282.61.06.519.

ALIMENTAZIONE E PCOS – Convivere con la sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) è una sindrome complessa che affligge 1 donna su 10, caratterizzata da irregolarità del ciclo mestruale, ipersecrezione di androgeni, presenza di piccole cisti nell’ovaio e obesità.

Molte donne riscontrano anche alti livelli di insulina nel sangue (iperinsulinemia) ed una ridotta risposta dei tessuti all’insulina (insulinoresistenza), che potrebbe essere responsabile dell’alterazione del funzionamento ovarico, oltre a contribuire al problema dell’obesità.

A lungo termine, inoltre, possono insorgere patologie di tipo metabolico, cardiovascolare e neoplastico.

In primis, è importante trattare efficacemente l’insulinoresistenza, e così ritardare o contenere i sintomi connessi alla patologia, come l’iperandrogenismo, l’irregolarità del ciclo, l’infertilità, il numero di cisti ovariche, l’acne e il sovrappeso.

La dieta e l’attività fisica svolgono un ruolo molto importante nel trattamento della resistenza all’insulina nelle donne affette da PCOS.

L’alimentazione può aiutare su due livelli: il primo è di tipo preventivo; il secondo è quello terapeutico vero e proprio.

La prevenzione, soprattutto per le donne che hanno familiarità o fattori di rischio per lo sviluppo PCOS, è caratterizzata da una dieta povera di grassi, con riduzione dell’introito calorico e aumento l’attività fisica.

Il calo ponderale deve avvenire in maniera molto graduale (0,5 Kg a settimana) per evitare di riacquistare il peso perduto. La dieta ipocalorica determina una riduzione della produzione di insulina e testosterone con regolarizzazione del ciclo nel 40-50% dei casi.

Sul piano terapeutico, la dietoterapia mira a mantenere bassi i livelli di insulina, tramite una dieta a basso carico glicemico e basso contenuto di carboidrati; questi ultimi è preferibile vengano consumati principalmente nella prima parte della giornata, cioè quando sono metabolicamente meglio tollerati.

Per ridurre ulteriormente la produzione di insulina dovuta all’introduzione dei carboidrati, è bene associare questi ultimi sempre a fibre, grassi e/o proteine, prestando attenzione anche al tipo di fonte, così da evitare di ingerire cibi processati e/o che contengono o possono rilasciare additivi o sostanze in grado di variare il quadro ormonale (es. gli estrogeni nel petto di pollo da allevamento intensivo o gli isoflavoni nella soia).

Rispettare un timing alimentare, cioè alimentarsi in determinate fasce orarie, sembra aiutare la secrezione ormonale e i cicli ovulatori.

In particolare, si consiglia sempre di fare, entro le 9:00 del mattino, un’abbondante colazione, che diventa il pasto principale della giornata e che raggiunge quasi le 1000 kcal.

È buona regola associare frutta fresca o essiccata (fichi, albicocche, prugne ecc), una fonte di carboidrati complessi (pane a lievitazione naturale o di segale, muesli, fiocchi d’avena, biscotti o torte fatte in casa con ricette che prevedano l’uso di dolcificanti alternativi allo zucchero, non dolcificanti artificiali). con una fonte di proteine, solo sporadicamente provenienti da latticini (che potrebbero innalzare i livelli di infiammazione dell’organismo e aiutare la produzione di insulina).

Si può, ad esempio, alternare prosciutto DOP (che per legge non contiene conservanti chimici o nitriti), uova da allevamenti a terra, salmone o tonno, rigorosamente pescati.

Segue un pranzo moderato (600-650 kcal) tra le 12:00 e le 15:00, con una piccola fonte di carboidrati a basso indice glicemico (pasta di farro, farro e orzo in chicchi, grano saraceno, miglio e altri), legumi o un’altra fonte proteica animale (pesce, uova, carni bianche), abbondante verdura e olio extravergine come condimento.

Infine, una cena modesta (200 kcal) tra le 18:00 e le 21:00: una piccola porzione di verdura e una piccola porzione di proteine con una fonte buona di grassi quale l’olio extravergine a crudo.

Niente spuntini se non si avverte il senso di fame, per non indurre ulteriori picchi insulinici.

Questo schema alimentare, anche se può sembrare un piano totalmente squilibrato, è un piano terapeutico e deve diventare di routine per la donna che soffre di PCOS.

Non si tratta, di seguire una dieta solo per tre/quattro mesi: quando si torna alle vecchie abitudini, infatti, i problemi ritornano (amenorrea, insulino-resistenza, aumento del rischio di sindrome metabolica ed altri).

La PCOs è, infatti, una sindrome cronica.

Ovviamente, ci si può concedere qualche piccolo strappo alla regola, adattandolo naturalmente alla situazione: 80% di alimentazione controllata e finalizzata alla PCOS, 20% di “sgarri” (ovvero cenare una volta a settimana fuori, saltare la colazione della domenica per riposare di più, concedersi il dolce nelle occasioni particolari…)

Alle volte la sola alimentazione può migliorare le condizioni della patologia, ma altre, purtroppo, può essere sì un valido aiuto, ma non la soluzione. Ogni individuo è diverso dagli altri, non esiste una dieta o una terapia generale.

Dottoressa Laura Masillo

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • Sindrome dell’ovaio policistico, Manuale di Terapia delle Malattie Endocrine e Metaboliche, Toscano V.
  • Malattie del Sistema Endocrino e del Metabolismo, Travaglini P.
  • Corrigendum to meal timing and composition influence ghrelin levels appetite scores and weight loss maintenance in overweight and obese adults steroids, Jakubowicz D.
  • Alimentazione in equilibrio, Rossoni A.

LA DIETA CONSENTE IL RIPRISTINO DELLA MEMORIA NEI TOPI CON ALZHEIMER

I ricercatori dell’University of Southern California, effettuando delle ricerche sui topi da laboratorio, hanno scoperto che una dieta bilanciata contenete alcuni composti del the verde e delle carote possono migliorare e ripristinare la memoria nei topi con morbo di Alzheimer; in particolare si sono valutati due composti: EGCG o epigallocatechina-3-gallato, ingrediente responsabile dei benefici attribuiti al tè verde, e FA, o acido ferulico, composto riscontrato in diverse fonti alimentari quali: carote, pomodori, riso, grano e avena.

La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s Disease: AD) è una patologia neurologica progressiva che colpisce diverse aree del cervello. Il sintomo precoce più frequente della patologia, è la difficoltà nel memorizzare nozioni e nel ricordare eventi recenti. Lentamente, le capacità mentali basilari dei pazienti affetti vengono perse, accompagnandoli verso una demenza invalidante e progressiva.

Attualmente non esiste una cura definitiva per la patologia; tutti i farmaci disponibili hanno come unico scopo il rallentamento del decorso clinico, permettendo al paziente di conservare il più a lungo possibile le funzioni cognitive.

I ricercatori sottolineano che lo studio condotto, e, recentemente pubblicato sul Journal of Biological Chemistry, è stato svolto sui topi e che molte di queste evidenze dimostrate sugli animali da laboratorio non si riscontrano nell’articolato organismo umano. Tuttavia, i risultati danno credito all’idea che alcuni supplementi vegetali potrebbero offrire protezione contro la demenza negli esseri umani, per tale ragione ulteriori indagini devono essere svolte per la ricerca di una possibile cura per la patologia.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

Takashi Mori, Naoki Koyama, Jun Tan, Tatsuya Segawa, Masahiro Maeda, Terrence Town. Combined treatment with the phenolics-epigallocatechin-3-gallate and ferulic acid improves cognition and reduces Alzheimer-like pathology in mice. Journal of Biological Chemistry, 2019;

FODMAP e benessere intestinale

Recenti ricerche sulla relazione tra alimentazione e disturbi gastrointestinali hanno mostrato che, alcuni tipi di carboidrati sono la causa più frequente della sintomatologia dell’intestino irritabile. Questi carboidrati sono presenti in un’ampia gamma di alimenti, che include gli zuccheri raffinati, gli amidi e le fibre legnose formati da decine o centinaia di unità ripetitive legate tra loro in modo estremamente complesso. Queste sostanze vengono identificate con l’acronimo FODMAP, formato dalle iniziali dei nomi inglesi (Fermentable Oligosaccharides Disaccharides Monosaccharides And Polyols, ovvero oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili). I FODMAP sono in genere sostanze osmoticamente attive, che quindi richiamano acqua nel lume intestinale. Fanno parte di questo gruppo sostanze che si ritrovano facilmente negli alimenti che consumiamo quotidianamente, quali fruttosio, lattosio, polioli, fruttani e galattani. Vediamo in dettaglio di cosa stiamo parliando:

Il fruttosio è un monosaccaride, che ha la stessa formula del glucosio, ma diversa struttura chimica. È abbondante nella frutta e nel miele. Inoltre è ampiamente utilizzato nella produzione di cibo industriale, soprattutto bevande.

Il lattosio è un disaccaride che si trova nel latte. La sua digestione dipende da un enzima chiamato lattasi, che agisce a livello intestinale. Quando c’è un deficit di lattasi, il lattosio rimane nell’intestino e viene fermentato dai batteri con conseguente produzione di gas e diarrea. Il deficit di lattasi è una condizione molto comune in età adulta.

I polioli sono carboidrati usati spesso come dolcificanti in sostituzione allo zucchero. I più comuni sono maltitolo, sorbitolo e isomalto. Sono spesso aggiunti alle gomme da masticare perché non sono metabolizzati dai batteri della bocca e non favoriscono le carie. Se assunti in eccesso possono causare disturbi gastrointestinali, diarrea e flatulenza, in quanto i polioli vengono assorbiti per diffusione passiva con maggiore difficoltà rispetto al glucosio e al fruttosio. Non bisognerebbe assumerne più di  20-30 g/die.

I fruttani sono zuccheri a catena corta costituiti da molecole di fruttosio legate tra di loro con una molecola di glucosio al termine della catena. Si trovano in particolare in tutti i prodotti a base di grano e molto comuni come pane, pasta, cereali.

I galattani sono carboidrati di diverse dimensioni contenenti galattosio. Si trovano soprattutto nei legumi, quindi fagioli, lenticchie, ceci, piselli e soia.

Quello che accomuna i componenti di questo gruppo è la bassa capacità di assorbimento o digestione nell’intestino, e ciò provoca in soggetti sensibili sintomi quali dolore addominale, diarrea, flatulenza, gonfiore, costipazione, meteorismo e stanchezza, tutti sintomi spesso associati alla comune sindrome dell’intestino irritabile (IBS).

La dieta Low-FODMAP si basa sulla restrizione del consumo di elementi ricchi dei carboidrati indicati per un determinato periodo di tempo, per poi reintrodurli un po’ alla volta, eliminando del tutto quelli che creano i sintomi maggiori nel paziente. Questo dovrebbe determinare una diminuzione dei sintomi e un miglioramento dello stato di salute intestinale. Negli ultimi anni diversi studi hanno mostrato l’efficacia della dieta Low-FODMAP che risulta essere un valido strumento per risolvere disturbi gastrointestinali ricorrenti del quale non si conosce uno specifico fattore causale.

La dieta Low-FODMAP è stata impiegata con successo anche in patologie nelle quali è stata dimostrata disbiosi o sovracrescita del microbiota intestinale (SIBO). Studi osservazionali hanno dimostrato che pazienti affetti da malattia di Crohn e colite ulcerosa si sono giovati della dieta Low-FODMAP. Attualmente diverse autorevoli istituzioni, quali il NICE e la British Dietetic Association, consigliano la dieta Low-FODMAP, sotto controllo di un nutrizionista esperto, nella terapia dei pazienti affetti da IBS e che non rispondono a un primo intervento dietetico basato su consigli alimentari generali. Ogni piano terapeutico per i pazienti con IBS dovrebbe prevedere, come punto di partenza, un regime dietetico che, oltre a tenere conto delle buone norme alimentari generali, sia a basso contenuto di FODMAP.

Particolare attenzione va posta nel mantenere i valori nutrizionali e il contenuto in fibre e calcio. Molti pazienti con IBS, nell’intento di migliorare i sintomi, tentano da soli delle modifiche dietetiche e quando giungono all’osservazione del medico stanno già seguendo diete che però si rivelano sbilanciate con riduzione dei carboidrati e delle fibre ed eccesso di lipidi e proteine. Per questo è consigliabile prescrivere la dieta Low-FODMAP sotto controllo di personale esperto nella gestione dietetica. Per ottimizzare la risposta sintomatologica inoltre, prima di iniziare una dieta Low-FODMAP, è consigliabile valutare la dieta abituale del paziente tramite un diario alimentare, in modo da alterare il meno possibile le abitudini e le preferenze.

La dieta Low-FODMAP non va comunque considerata una dieta di esclusione. Va considerata invece come una dieta di sostituzione dei cibi ad alto contenuto, con quelli a basso contenuto di FODMAP.

References

Dietary poorly absorbed, short-chain carbohydrates increase delivery of water and fermentable substrates to the proximal colon (Barrett JS1Gearry RBMuir JGIrving PMRose RRosella OHaines MLShepherd SJGibson PR.)

Dieta Low-FODMAP. Di cosa parliamo? Solo per l’intestino irritabile? (Enrico Stefano Corazziari Senior Consultant, Istituto Clinico Humanitas. Rozzano). Rivista Società Italiana di Medicina Generale

Fructose malabsorption and intolerance: effects of fructose with and without simultaneous glucose ingestion (Latulippe ME1Skoog SM)

Evidence-based dietary management of functional gastrointestinal symptoms: The FODMAP approach (Peter R Gibson and Susan J Shepherd)

Consigli nutrizionali per mamme in gravidanza e in allattamento

Un adeguato apporto nutrizionale è di fondamentale importanza per la salute della madre e del nascituro. L’alimentazione di una gravida sana, normopeso all’inizio della gravidanza ed in buone condizioni nutrizionali non si scosta dal consueto modello di riferimento rappresentato dalla dieta Mediterranea.

Durante la gestazione il fabbisogno calorico cambia ed aumenta soprattutto nel secondo trimestre: in una donna normopeso che all’inizio della gravidanza necessita di 2200 kcal, il fabbisogno aumenta mediamente di circa 200 kcal al giorno dal secondo trimestre in poi; in una donna sottopeso l’apporto energetico è più elevato ed in una donna sovrappeso è minore. E’ stato dimostrato che il peso del bambino alla nascita è influenzato sia dal BMI (Body Mass Index 18.5-25) pre-gravidico della madre, che dall’aumento di peso in gravidanza. Infatti, in una donna normopeso, l’aumento di ponderale auspicabile al termine della gravidanza va da 8 a 10-12 kg: 1-2 kg nel primo trimestre, 3-4 kg nel secondo trimestre, 4-5 kg nel terzo trimestre; l’incremento di peso al termine della gravidanza è più elevato in caso di parto gemellare e nelle donne sottopeso (BMI<18.5), meno elevato nelle donne sovrappeso (BMI>25) ma non inferiore a 7 kg. Perciò in gravidanza non è assolutamente necessario (anzi potrebbe essere pericoloso) mangiare per due!

Una corretta alimentazione è importante per garantire un giusto apporto di macro e micronutrienti alla gestante ed al nascituro.

Possiamo quindi riassumere quali sono gli alimenti che non dovrebbero mancare sulla tavola di una donna in dolce attesa: latte e yogurt non grassi e pastorizzati, formaggi freschi con pochi grassi e poco salati, carne magra rossa o pollame o coniglio, pesce fresco o surgelato di piccola taglia ben cotto, uova, pane integrale, pasta o riso integrali, frutta e verdura fresca e di stagione (preferibilmente di colore giallo-arancio e verde scuro), legumi, patate, erbe aromatiche.

Si consigliano pasti leggeri e frequenti (tre pasti principali più due spuntini) e di bere almeno 2 litri di acqua al giorno. Più pasti leggeri al giorno limitano anche il senso di nausea tipico della gravidanza.

Sono da evitare: latte non pastorizzato, carne o pesce crudi o poco cotti, uova crude o poco cotte. I cibi crudi, infatti, correlano fortemente col il rischio di tossinfezioni da Listeria monocytogenes o da Toxoplasma gondii. Sono da evitare anche pesci di taglia grande (per limitare il rischio di contaminazione da metalli pesanti) e l’alcol. Si consiglia infine di limitare gli insaccati, i cibi ricchi di grassi saturi e di zuccheri semplici.

Un’alimentazione bilanciata, completa e varia, nell’ambito di un corretto stile di vita (astensione dal fumo e moderata attività fisica), è favorevole per la salute della madre e della crescita del bambino anche nel periodo dell’allattamento. Nella donna che allatta aumenta il fabbisogno quotidiano di acqua, di calorie, di proteine, di vitamine e di minerali: l’apporto calorico aggiuntivo è mediamente di 700 kcal rispetto ad una donna che non allatta e l’apporto proteico aggiuntivo è di 17 g/die rispetto ad una donna che non allatta. Per soddisfare i fabbisogni, occorre che la nutrice esegua abitualmente un’alimentazione ricca e variata e che beva notevoli quantità di acqua.

Per quanto riguarda gli alimenti consigliati e quelli da evitare sono analoghi di quelli consigliati in gravidanza. E’ da sfatare il mito che l’alcol stimoli la produzione di latte.

  • A. Zangara, A. Zangara, D. Koprivec, Dietologia, ed. Piccin 2014
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    • Nutrition: promotion and support of breastfeeding for infants and young children, Food Nutr Bull, 2009.
    • Foster M et al., Effects of vegetarian diets on zinc status: a systematic review and meta-analysis of studies in humans, J Sci Food Agric, 2013.

Alimentazione ed Autismo

Il disturbo dello spettro autistico è un disturbo dello sviluppo cerebrale relativamente comune che si manifesta in genere nei bambini di età inferiore ai due anni.

L’autismo è caratterizzato da un’ampia gamma di deficienze cerebrali funzionali centrate nell’area dell’intelligenza emotiva.

Non c’è dubbio che l’autismo sia aumentato in tutti i Paesi negli ultimi decenni, ma sorge la domanda del perché sia così e che cosa si possa fare realmente al riguardo.

Poiché si sa poco sulla causa dell’autismo, gli sforzi per rispondere a queste importanti domande causano angoscia sia per le comunità scientifica che per i pazienti e le loro famiglie che vivono ogni giorno con questo disagio.

Per quanto concerne l’aspetto nutrizionale, ciò che attualmente è chiaro è che i problemi gastrointestinali (che coinvolgono l’esofago, lo stomaco, l’intestino tenue e il colon) sono molto comuni tra i bambini con autismo.

In effetti, ricerche recenti mostrano che i problemi gastrointestinali sono più prevalenti nei bambini autistici rispetto a bambini che non presentano tale spettro, una nozione che la comunità scientifica aveva in passato considerate come piuttosto improbabile.

In particolare, uno studio pubblicato su ‘Journal of the Developmental and Behavioral Pediatrics’ nel 2006, rivelò che il 70% dei bambini autistici riscontravano piuttosto frequentemente  sintomi gastrointestinali, come feci anormali, stitichezza, vomito e dolori addominali.

Altri studi hanno evidenziato inoltre, che i bambini con autismo mostravano alti tassi di iperplasia linfonodulare (LNH), esofagite, gastrite, duodenite e colite, nonché bassi livelli di enzimi digestivi dei carboidrati a livello intestinale.

I sintomi dei problemi gastrointestinali, che vanno da lievi a gravi, possono avere un impatto importante sia sulla salute del bambino sia sul suo comportamento.

Se un bambino soffre davvero di disturbi gastrointestinali, un trattamento efficace che ne risolva i suoi sintomi a sua volta dovrebbero migliorare anche alcuni dei suoi comportamenti.

Non sappiamo esattamente perché una così grande percentuale di bambini autistici soffra di disturbi gastrointestinali, ma ci sono innumerevoli teorie in merito.

Alcuni ritengono che i bambini autistici soffrano di una sindrome da intestino permissivo (ossia aumento della permeabilità intestinale); altri pensano che sia dovuto ad uno squilibrio della microflora nel tratto gastrointestinale (in particolare, a causa della crescita eccessiva del lievito Candida albicano). Alcuni, ancora, credono che una malattia autoimmune sia da imputare come principale causa. Infine, altri ritengono che la causa sia una carenza di enzimi digestivi dei carboidrati.

Spesso i bambini che soffrono di autismo sono intolleranti a una vasta gamma di cibi e additivi alimentari e a cibi con alti contenuti di salicilati, fenoli e ossalati. 

Qualunque sia la causa, scegliere gli alimenti giusti da aggiungere e rimuovere dalla dieta di un bambino con lo spettro autistico è il primo passo per migliorare la sua salute ed il suo benessere.

A tal proposito, la ‘Dieta GFCF’ (priva di glutine e caseina) è una delle diete di base (ad eliminazione) più comune che è raccomandata per i bambini autistici.

Non è considerato una “cura” per l’autismo, ma piuttosto un mezzo per alleviare i sintomi autistici, comportamentali e gastrointestinali in questi bambini. Eliminare il glutine ​​(proteina che si trova nel grano, nella segale e nell’orzo) e la caseina (proteina contenuta nel latte) dalla loro dieta può essere molto utile.

Non dimentichiamo che gli alimenti e le sostanze che i bambini mangiano hanno un impatto diretto su ciò che accade nel loro cervello.

Queste proteine ​​sono risultate problematiche per molti bambini autistici, mangiare cibi che le contengono possono influenzare le funzioni fisiche e cognitive del loro corpo.

Eliminare quegli alimenti, invece, può aiutare i bambini a sentirsi meglio riducendo la disattenzione e l’iperattività, migliorando il linguaggio e diminuendo i disturbi digestivi e molto altro ancora.

Detto ciò, ogni bambino ha bisogno di un approccio individualizzato e gli eventuali cambiamenti nella dieta dovrebbero essere fatti in collaborazione con un pediatra o con un nutrizionista. Evitando il glutine e la caseina, si potrebbe giungere ad ottimi risultati, ma è necessario considerare sempre anche il giusto apporto di vitamine e sali minerali.

Il calcio, ad esempio, è importante per una vasta gamma di funzioni nel corpo, non solo per la densità ossea, quindi se un bambino evita i prodotti lattiero-caseari è importante assicurarsi che riesca ad avere la quantità di calcio sufficiente da altre fonti, insieme alla vitamina D che aiuta nell’assorbimento del calcio.

È necessario fare attenzione a non risolvere un problema per crearne poi un altro, come le difficoltà di crescita o il rischio di osteoperosi.

Ma quali sono i cibi che un bambino autistico può mangiare in una dieta senza glutine e caseina?

Certamente sono da privilegiare:

▪ Olio di cocco

▪ Olio d’oliva

▪ Olio di sesame

▪ Latte di riso

▪ Latte di noci

▪ Latte di cocco

▪ Riso

▪ Quinoa

▪ Amaranto

▪ Grano saraceno

▪ Miglio

▪ Tapioca

▪ Fecola di patate

▪ Mais (solo organico)

In sintesi quindi, ottime fonti di proteine per bambini con autismo possono ​​includere uova, pesce, noci, legumi, pollo e carne di alta qualità.

Buone fonti di grassi possono comprendere olio d’oliva, avocado, noci, semi, uova e olio di cocco e pesce.

Infine, per quanto invece riguarda i carboidrati, è meglio preferire cereali integrali e senza glutine. La quinoa e il riso hanno un sapore che i bambini con autismo preferiscono spesso. Ed il grano saraceno può essere una buona alternativa per dolci come i pancake.

Nel corso degli anni, innumerevoli regimi dietetici sono stati studiati per i pazienti con disturbo dello spettro autistico.

Tra le altre ricordiamo la ‘Dieta SCD’ che si basa sulla rimozione di tutti gli zuccheri e gli amidi complessi, oltre al glutine e alla caseina. Eliminando gli zuccheri e gli amidi si riducono gli effetti collaterali creati dalla crescita eccessiva di batteri e lieviti, come problemi gastrointestinali, mal di testa ed iperattività.

La Dieta SCD è stata utilizzata tantissimo dagli anni ’50 fino al 2004.
Dal 2004, invece, grazie agli studi condotti da Natasha Campbell, si è messo appunto un vero e proprio proprio protocollo terapeutico chiamato GAPS ossia Gut and Psychology Syndrome. Tale protocollo appare come una vera e propria terapia piuttosto che come una dieta.

Ma cosa introduce o elimina la dieta GAPS?
Ancora una volta va ricordato che il principio alla base della GAPS é che tutte le malattie, incluse quelle mentali, hanno origine nell’intestino e da una situazione di base chiamata disbiosi intestinale, in cui la flora batterica opportunistica è in sovrannumero rispetto a quella benefica, diminuendo cosí le difese dell’organismo contro batteri nocivi, virus e funghi.

Dunque, in questo tipo di dieta, è fondamentale eliminare tutto i cibi che in uno stato di disbiosi intestinale sono di difficile digestione e facilitano la proliferazione di questi batteri opportunistici: ossia i carboidrati disaccaridi e polisaccaridi. Ció significa che tutte le farine e i cereali non sono ammessi, inclusi quelli utilizzati nella dieta senza glutine come il riso e il mais.

Sono inoltre esclusi molti legumi e verdure amidacee, come le patate e i tuberi. Lo zucchero, la soia e in generale tutti i prodotti commerciali e raffinati non sono inoltre ammessi. É una dieta fatta di ingredienti completamente naturali e cucinati esclusivamente a casa.

I cibi tipicamente innovativi rispetto ad altre diete per l’autismo sono i brodi di carne fatti in casa e i cibi fermentati come le verdure e il pesce fermentato.

Ma anche i latticini fermentati come yogurt, kefir e panna acida (solo se fatti in casa e tollerati caso per caso).

La dieta GAPS però è concepita come dieta temporanea. La Campbell consiglia di seguirla per almeno due anni, dopo di che si puó uscire dalla GAPS seguendo un periodo di transizione in cui i cibi vietati vengono inseriti uno ad uno.

Se da un lato la dieta GAPS sembra essere la più utilizzata al momento, da pubblicazioni più recenti la dieta chetogenica sta guadagnando maggiore attenzione grazie al suo comprovato effetto benefico sulle condizioni neurologiche come l’epilessia nei bambini.

Da uno studio condotto su 45 bambini di età compresa tra 3-8 anni con diagnosi di spettro autistico dopo 6 mesi di dieta chetogenica e dieta GFCF controllata è emerso che, a livello neurologico, misure antropometriche, nonché scala di valutazione dell’autismo infantile (CARS) e scala di valutazione del trattamento dell’autismo (ATEC), essi hanno mostrato un miglioramento significativo nei punteggi ATEC e CARS. Ed inoltre, i bambini che seguivano la dieta chetogenica rispetto a quella senza glutine e caseina avevano ottenuto risultati migliori in termini di cognizione e socialità.

Ovviamente questo studio è stato condotto su un piccolo numero di pazienti e saranno necessari numerosi altri studi su vasta scala per confermare questi risultati.

Infine, non va trascurato il ruolo di alcuni micronutrienti nell’autismo.

Da anni già si conoscono i benefici dovuti alla vitamina B6 e Magnesio in bambini autistici.

Maggiore contatto visivo, minore comportamento auto-stimolante, maggiore interesse nel mondo circostante, meno capricci e più verbalità; sono solo alcuni degli aspetti evidenziati con assunzione costante di B6 e Magnesio.

In ultimo, ma non per importanza, è stato largamente dimostrato che anche gli acidi grassi Omega 3 giochino un ruolo fondamentale nei bambini autistici, come aiutare lo sviluppo e il funzionamento cerebrale.

Ruolo simile è svolto dalla vitamina C che ha diverse funzioni vitali nel corpo e contribuisce a vari percorsi metabolici. Come fattore aggiuntivo per la produzione di neurotrasmettitori, è importante per la salute cerebrale ed è inoltre conosciuta per la sua funzione antiossidante e di supporto immunitario.

La vitamina C è normalmente sicura e ben tollerata se somministrata nelle dosi consigliate e nell’ambito di una dieta bilanciata.

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