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Archivio dei tag acqua

Ma i pesci… bevono?

E’ una di quelle domande che almeno una volta tutti noi ci siamo posti, però ci sembrava troppo banale per farla ad alta voce. È molto più facile chiedere quanto vivono le tartarughe marine, o se tutti gli squali sono pericolosi per l’uomo, ma la domanda è tutt’altro che banale.
Non voglio tenere nessuno con il fiato sospeso, per cui vi dico subito che la risposta è… si e no!
Innanzitutto sappiamo che il nostro corpo è composto per grandissima parte da acqua e che questa è indispensabile per la nostra sopravvivenza. Noi però siamo organismi terrestri, cosa si può dire degli organismi come i pesci che vivono in ambiente acquatico? Anche le cellule dei pesci necessitano di acqua per poter svolgere le loro funzioni, ma come se la procurano rispetto agli animali terrestri? A questo punto dobbiamo per forza fare una distinzione tra i pesci di acqua dolce e quelli di acqua salata. L’ambiente in cui essi vivono è, infatti, un fattore fondamentale per capire la fisiologia di questi animali.
I pesci che vivono in acque dolci hanno una concentrazione salina nel sangue che è maggiore rispetto a quella presente nell’acqua, questo fa si che, per un fenomeno definito osmosi, l’acqua tenda ad entrare all’interno dell’organismo. Per contrastare l’elevato ingresso di acqua, principalmente attraverso le branchie, essi tenderanno a bere pochissima acqua dalla bocca e ad espellere invece tutta quella in eccesso con abbondante urina. Un altro problema che si trovano ad affrontare è l’eccessiva perdita dei sali, i quali possono essere reintegrati grazie all’alimentazione.
I pesci che vivono in mare, invece, hanno una concentrazione di sali all’interno del sangue che è minore rispetto all’ambiente acquatico, per cui tenderanno a perdere molti liquidi. Per ovviare ad una eccessiva perdita idrica, necessitano di bere molta acqua dalla bocca e di eliminarne pochissima sotto forma di urina. Quando la concentrazione dei sali risulta troppo elevata, questi vengono secreti insieme all’urina o anche attraverso le branchie (grazie alle cellule del cloro).
Abbiamo accennato a un fenomeno molto importante che è quello dell’osmosi: questo avviene quando due soluzioni con concentrazioni diverse sono separate da una membrana; quest’ultima viene definita semipermeabile in quanto consente il passaggio del solvente (acqua in questo caso) ma non del soluto (le particelle disciolte nel solvente). Per il principio di osmosi, l’acqua passerà dalla soluzione meno concentrata a quella più concentrata, così da raggiungere un equilibrio tra le concentrazioni.
La pelle dei pesci agisce proprio come una membrana semipermeabile e le due soluzioni sono qui rappresentate una dai fluidi corporei dei pesci e l’altra dall’acqua dell’ambiente esterno.
Ci sono, infine, alcune specie di pesci ossei che hanno sviluppato particolari adattamenti in quanto durante il loro ciclo vitale si spostano da acque dolci al mare aperto (specie dette catadrome, come le anguille) o, al contrario, dal mare aperto ai fiumi (specie dette anadrome, come i salmoni).

 

Fisiologia degli animali marini, Poli A., Fabbri E. / Edises

Biologia marina, Cognetti G., Sarà M. , Magazzù G. / Calderini

http://indianapublicmedia.org/amomentofscience/do-fish-drink/

Giù in profondità: gli abissi

Gli oceani costituiscono l’ambiente più vasto della Terra, coprendo il 71% della superficie terrestre. La più profonda depressione oceanica si trova a circa 11 Km di profondità nella Fossa delle Marianne, situata nell’Oceano Pacifico tra Giappone, Filippine e Nuova Guinea.
Questo rappresenta certo un punto estremo, ma già dai 1000 metri di profondità possiamo riconoscere caratteristiche chimico-fisiche che rendono questi ambienti unici.
Immaginiamo di scendere con un sommergibile molto tecnologico e di osservare, man mano che si scende, come cambia l’ambiente acquatico. Innanzitutto dobbiamo preoccuparci che il nostro sommergibile sia dotato di una luce propria, perchè i raggi solari diventano sempre più deboli, fino a scomparire del tutto e l’unica luce che si può osservare è quella prodotta dagli organismi, detti bioluminescenti. La bioluminescenza è infatti un processo che permette la produzione di luce grazie alla presenza di due sostanze: luciferina e luciferasi. Nonostante ci siano ancora oggi pareri contrastanti, si può supporre che l’emissione di luce abbia una funzione con significato adattativo. Permette agli organismi di vedere l’ambiente che li circonda, ma anche di riconoscere i membri della stessa specie (molto importante a scopo riproduttivo). In alcuni crostacei e cefalopodi, invece, ha lo scopo di disorientare il predatore con un meccanismo simile a quello della seppia quando scarica il suo inchiostro. La luce, ad esempio se in prossimità della bocca, può anche attrarre le prede che possono così essere velocemente ingoiate.
Inoltre la luminescenza, come quella di alcuni cefalopodi o teleostei, può anche essere dovuta alla presenza di batteri simbionti, ovvero organismi che vivono obbligatoriamente a stretto contatto (a volte anche uno dentro l’altro!)
Associata alla luminescenza c’è senza dubbio la vista. Le specie luminescenti per poter osservare ciò che le circonda, per i motivi che abbiamo appena visto, sono dotate di occhi larghi e telescopici con caratteristiche peculiari che derivano dall’adattamento della vista all’ambiente acquatico. In contrapposizione ad essi, vi sono anche animali totalmente privi di occhi o comunque di dimensioni molto ridotte, come alcuni crostacei o pesci pelagici.
Tornando al nostro sommergibile, ci sono alcune caratteristiche delle acque che non è possibile osservare ad occhio nudo, ma con la giusta strumentazione ci potremmo accorgere ad esempio che la temperatura, man mano che si scende, tende anch’essa a diminuire fino a raggiungere i 2 – 5°C. Queste variazioni sono dovute alle diverse aree geografiche, ad esempio ai poli si arriva anche a 0°C. Anche i livelli di salinità rimangono costanti in profondità e non differiscono molto da quelli degli strati intermedi (34-35‰). Differisce, invece, dagli strati più superficiali il tenore di ossigeno. All’incirca ad una profondità di 1000 m si trova quello che viene definito lo strato minimo di ossigeno, uno strato appunto dove i valori di ossigeno arrivano anche a 0,5 ml/L. A profondità maggiori, scoperte relativamente recenti hanno dimostrato che l’ossigeno non è un fattore limitante, al contrario di quanto si potrebbe immaginare. Per comprendere bene questo concetto possiamo pensare a come arriva l’ossigeno al mare. L’ossigeno disciolto, infatti, penetra negli oceani tramite due vie: dall’atmosfera e dalla fotosintesi. Abbiamo visto che in profondità non c’è luce tale da permettere l’attività fotosintetica degli organismi autotrofi, non bisogna dimenticare però l’importanza della circolazione delle masse d’acqua che determina, tra le altre cose, uno sprofondamento delle masse superficiali ricche di ossigeno appunto. L’ossigeno che discende in profondità tenderà a diminuire in quanto consumato dagli organismi che abitano i vari strati intermedi e solo una piccola parte dell’ossigeno disciolto riesce ad arrivare sul fondo dove comunque la densità degli organismi non è elevata e di conseguenza neanche la quantità di O2 necessario alla loro sopravvivenza dovrà essere elevata.
Negli abissi oceanici per un predatore non è così semplice incontrare la propria preda ed è per questo che molti pesci hanno sviluppato bocche e stomaci molto grandi che consentano loro di ingerire anche prede di grandi dimensioni, addirittura più grandi del predatore stesso! Al contrario dell’ossigeno, possiamo dire infatti che il cibo è un fattore limitante e la sua quantità decresce con l’aumentare della profondità ma anche allontanandoci dalle aree continentali.
Le nuove tecnologie ci hanno permesso di accrescere le nostre conoscenze su questi ambienti ma c’è ancora molto da scoprire su questo mondo sommerso per arrivare a conoscerlo sempre più…in profondità!

Bibliografia:

Fisiologia degli animali marini, Poli A., Fabbri E. / Edises

Biologia marina, Cognetti G., Sarà M. , Magazzù G. / Calderini

Ritenzione idrica: come curarla naturalmente?

L’accumulo e il ristagno di liquidi negli spazi tra una cellula e l’altra comportano un’alterazione della comunicazione e dell’equilibrio tra il sistema linfatico e quello venoso causando una cattiva circolazione sanguigna. Ne conseguono vari sintomi tra cui edema e gonfiore che a causa della la forza di gravità, interessano soprattutto la parte bassa del corpo quindi gambe, cosce e glutei.

Caratteristica conseguenza della ritenzione idrica è la cellulite, ossia un inestetismo cutaneo caratterizzato dalla pelle a buccia d’arancia. A livello del viso si può manifestare soprattutto con le “borse sotto gli occhi”, non solo quindi sintomo di stanchezza, e si possono verificare anche eventi a livello delle mani e a livello addominale.

La ritenzione idrica è un disturbo molto frequente nella donna (interessa infatti circa il 30% della popolazione femminile italiana) che ha la tendenza a trattenere i liquidi corporei a causa di frequenti cambiamenti ormonali che subisce, come ad esempio con il ciclo mestruale, la gravidanza e la menopausa; tale disturbo comunque non lascia immuni gli uomini. D’altra parte, l’accumulo di liquidi non deve essere un alibi per giustificare l’eccessivo aumento del grasso corporeo causato da una cattiva alimentazione e dalla sedentarietà. Queste ultime, accompagnate da abitudini sbagliate, sono i fattori principali che provocano la ritenzione idrica.

La ritenzione idrica può avere molteplici cause, tra cui possiamo riscontrare:

  • Fattori genetici e ormonali, questi ultimi si manifestano, come prima accennato, fisiologicamente nei periodi del ciclo mestruale, gravidanza e menopausa;
  • Consumo di alcol, il quale, essendo un potente vasodilatatore, provoca un rallentamento della circolazione;
  • Dieta squilibrata ricca di sale: il sodio è implicato nella regolazione dei liquidi corporei ed un eccesso provoca direttamente accumulo di liquidi negli spazi intercellulari;
  • Alcuni farmaci come i cortisonici, gli antinfiammatori non steroidei (FANS) e la pillola anticoncezionale;
  • Sedentarietà, una delle cause più frequenti insieme ad un eccessivo consumo di sale;
  • Fumo: la nicotina essendo una sostanza vasocostrittrice, indurisce vene e arterie;
  • Anche alcune patologie possono provocare ritenzione idrica, soprattutto patologie renali, epatiche o tiroidee.

Se si tende a trattenere i liquidi e si avverte gonfiore, si possono utilizzare pochi ma efficaci rimedi del tutto naturali (dopo averne parlato con il vostro medico soprattutto in caso di allattamento, gravidanza o assunzione di farmaci):

  1. La prima arma è sicuramente una SANA ALIMENTAZIONE, povera di grassi e sale e ricca di frutta e verdura. Può essere d’aiuto consumare alimenti ricchi di potassio che mantiene l’equilibrio idrico dell’organismo, contrastando l’accumulo di sodio. Banane, spinaci e patate, ad esempio, sono molto ricchi di potassio. Delle patate si può utilizzare anche la buccia in infusione.
  2. DIRE ADDIO AD UNO STILE DI VITA SEDENTARIO. Sarà opportuno, quindi, praticare una costante attività fisica che possa riattivare il microcircolo.
  3. GIUSTA IDRATAZIONE, ovvero bere molta acqua (almeno un litro e mezzo di acqua povera di sodio al giorno, ma la quantità può variare da caso a caso). È possibile aiutarsi con l’assunzione di tisane che, soprattutto nella stagione invernale dove lo stimolo della sete è minore, favoriscono la circolazione e il drenaggio dei liquidi.
  4. Come accennato al punto precedente, è possibile utilizzare i TISANE DRENANTI che, grazie ai loro principi attivi, aiutano a contrastare il ristagno di liquidi.
    Esse sono un modo dolce e piacevole per assumere liquidi durante tutto l’arco della giornata, attivando le proprietà curative delle erbe. Perché le tisane siano efficaci è fondamentale assumerle regolarmente, per un periodo di almeno un mese o due, perché la concentrazione di principio attivo è più bassa rispetto ad un concentrato in tintura madre o estratto secco, che può prevedere un periodo di utilizzo anche inferiore.
  5. La CENTELLA ASIATICA rinforza le pareti dei vasi sanguigni, redendole più elastiche alla pressione dei liquidi e favorendo la circolazione. Si può assumere in capsule o sotto forma di tisana.
  6. La PILOSELLA è una pianta con forte azione diuretica e una leggera azione antisettica. Si può assumere sotto forma di macerato glicerico o, anch’essa, come ingrediente per tisane.
  7. Le foglie, il succo o la linfa di BETULLA hanno proprietà diuretiche, drenanti e depurative.

Se trascurata, la ritenzione idrica può portare a complicanze quali le vene varicose e la cellulite fibrosa (ultimo stato della cellulite caratterizzata da piccoli noduli) e la cellulite sclerotica (in cui invece i noduli sono di grandi dimensioni e si avverte dolore al tatto). Meglio agire subito!

Dott.ssa Laura Masillo

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Nutraceuticals and women’s health: current aspects and future perspectives. A Martina, P Magni
  • Overweight and cellulite. Prevention and care with natural therapies. E Campanini

  • Water retention, porosity and density of field soils. DGM Hall, MJ Reeve, AJ Thomasson, VF Wright

L’Idratazione corporea durante l’attività fisica

Fino ai primi anni Settanta, le linee guida per l’ingestione di liquidi durante dell’attività fisica erano di non bere. Nel corso degli anni gli studi hanno dimostrato che le prestazioni risentono in modo molto importante della disidratazione e tendono a migliorare quando si beve.

Le linee guida si sono quindi evolute di conseguenza e dal 1996, il consiglio generale era che gli individui devono essere incoraggiati a consumare la massima quantità di liquidi possibile che può essere tollerata, senza causare disturbi gastrointestinali fino a compensare la perdita che avviene con la sudorazione. Da allora, l’American College of Sports Medicine ha stabilito che l’obiettivo del bere durante l’attività fisica è quello di prevenire l’eccessiva disidratazione, che corrisponde ad una perdita minore del 2% del peso corporeo per mancanza d’acqua, e le variazioni eccessive nell’equilibrio elettrolitico per evitare che le prestazioni vengano compromesse. La quantità e la velocità di reintroduzione dei liquidi dipendono da quanto suda l’atleta, dalla durata dell’esercizio e dalle possibilità che si hanno di bere.

L’idratazione corporea è forse l’elemento più sottovalutato nell’alimentazione ma anche quello più importante. Quando si parla d’alimentazione e sport tutti guardano alla quantità di carboidrati e proteine che bisogna mangiar e cosa bisogna assumere e quanti pasti dovrò fare prima e dopo l’allenamento.

L’acqua è il parametro fondamentale che influenza la performance e quindi bisogna ottimizzate l’idratazione corporea.  L’acqua nel nostro corpo (TBW) è suddivisa in uno scompartimento intracellulare (ICW 60%) ed uno extracellulare (ECW 40%). Non solo è importante essere idratati sufficientemente ma è anche fondamentale mantenere il rapporto corretto tra ICW ed ECW.

Il reintegro dei liquidi al termine dell’allenamento è una condizione necessaria per preparare la gara o l’allenamento successivo. Qualsiasi evento che provochi uno squilibrio dei liquidi prima dell’allenamento potrebbe compromettere la termoregolazione, l’acqua persa attraverso la sudorazione, proveniente da tutti compartimenti dell’organismo, causando una diminuzione della massa sanguigna, con un conseguente aumento della pressione osmotica.

Queste condizioni fisiologiche nell’atleta che deve sostenere l’allenamento comportano una ridotta capacità di dissipare il calore prodotto e, in questa condizione, sia gli atleti che svolgono attività di breve durata ad alta intensità sia quelli che lavorano in endurance, non riescono ad esprimere una prestazione ottimale.

Lo squilibrio idro-elettrolitico dovuto ad una mancata reintegrazione dei liquidi, comporta quindi un aumento del calore immagazzinato dall’organismo durante l’esercizio fisico e l’inadeguata integrazione di acqua può far decadere la prestazione.

Studi hanno dimostrato che ingestioni di anche più di un litro l’ora sia ben tollerata, ma la maggior parte degli atleti beva raramente durante la prestazione o gli allenamenti e questo spesso compromette la loro performace.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Sawka, Burke, Eichner,Maughan, Montain, Stachenfeld (2007°). American Collage of Sports Medicine position stand. Exercise and fluid replacement. Med Sci Sport Exerc, 39(2), 377-390.
  • Jako P. L’effetto della disidratazione e reidratazione sulla salute e sulla prestazione dei pugili. Med. Sport, 39, 1989.

 

 

 

Edifici e salute: il radon uno dei nemici da conoscere.

Cos’è il radon?

Si trova nel terreno e nelle rocce di tutta la crosta terrestre in quantità variabile. La sua migrazione dalle rocce avviene in ambiente aperto, per dispersione in atmosfera e qui la concentrazione di radon non raggiunge mai livelli elevati oppure negli edifici dal suolo o dai materiali da costruzione in particolare il tufo, terre e rocce da cave.

Qual è il valore corretto?

La concentrazione di radon in aria si misura in Bq/m3 (Becquerel per metro cubo).
All’aria aperta, vicino al suolo, si possono misurare valori intorno a 10 Bq/m3, mentre in ambienti chiusi si possono raggiungere concentrazioni elevate, fino a migliaia di Bq/m3.
La concentrazione dipende da quanto uranio è presente nel terreno sottostante l’edificio. Il gas migra dal suolo (o dai materiali da costruzione) e penetra all’interno degli edifici attraverso fessure microscopiche, attacchi delle pareti al pavimento, passaggi dei vari impianti.
I livelli di radon sono generalmente maggiori nelle cantine e ai piani bassi.
La concentrazione inoltre è soggetta a forti variazioni sia spaziali che temporali:

  • edifici anche vicini possono avere concentrazioni molto diverse
  • forti variazioni tra giorno e notte, estate e inverno e tra diverse condizioni meteorologiche.

A causa di queste fluttuazioni, per avere una stima precisa della concentrazione media di radon in un edificio è necessario fare una misurazione per una durata sufficientemente lunga, preferibilmente un anno.
La principale esposizione al radon è:

      • in casa,
      • nei luoghi di lavoro
      • nelle scuole.

Il radon si distribuisce uniformemente nell’aria di una stanza e i suoi prodotti di decadimento si attaccano al particolato (polveri, aerosol) dell’aria e poi si depositano sulle superfici dei muri, dei mobili ecc. La maggior parte del radon che inaliamo viene espirata prima che decada ma una piccola quantità si trasferisce nei polmoni, nel sangue e, quindi, negli altri organi, mentre i prodotti di decadimento si attaccano alle pareti dell’apparato respiratorio e qui irraggiano (tramite le radiazioni alfa) soprattutto le cellule dei bronchi. Il radon si può trovare anche nell’acqua potabile. La concentrazione è molto variabile e minore rispetto alla sua presenza in atmosfera; può comunque rappresentare una fonte di esposizione dello stomaco a radiazioni ionizzanti.

Ma quali sono gli effetti sulla salute?
Il principale danno per la salute è un aumento statisticamente significativo del rischio di tumore polmonare. L’Oms, attraverso l’Iarc, ha classificato il radon appartenente al gruppo 1 delle sostanze cancerogene per l’essere umano. A livello mondiale, il radon è considerato il contaminante radioattivo più pericoloso negli ambienti chiusi. E’ stato valutato che il 50% circa dell’esposizione media delle persone a radiazioni ionizzanti è dovuto al radon. Il radon è un gas inodore, incolore e insapore, quindi non siamo in grado di percepirne la presenza ed il relativo pericolo che è legato all’inalazione.

Cosa dice la normativa? 
D.lgs.241/00
Negli ambienti di lavoro, in Italia => 500 Bq/metro cubo, superato il quale il datore di lavoro deve valutare in maniera più approfondita la situazione e, se il locale è sufficientemente frequentato da lavoratori, intraprendere azioni di bonifica. La concentrazione di radon deve essere misurata in tutti i luoghi di lavoro sotterranei (tunnel, sottovie, catacombe, grotte, locali sotterranei e altri ambienti di lavoro situati in “zone a rischio radon”, stabilimenti termali).
Per le abitazioni che non sono oggetto della normativa nazionale si fa riferimento alla Raccomandazione CEE n° 90/143 del 21/2/1990. Questa suggerisce 400 Bq/m3 come limite d’intervento per edifici già esistenti e 200 Bq/m3 come limite di progetto per nuove costruzioni.
Ma la normativa è in evoluzione. E’ stata infatti recentemente pubblicata la DIRETTIVA 2013/59/EURATOM che da indicazione agli stati membri di adottare livelli di riferimento inferiori a 300 Bq/m3 per i luoghi di lavoro e per le abitazioni.
Entro il 2018 gli stati membri dovranno recepire nella normativa nazionale le indicazioni della Direttiva europea.
Linee guida Oms e Commissione europea
Nell’acqua potabile:

  •  > 100 Bq/litro =>un’intensificazione dei controlli
  •  > 1000 Bq/litro =>azioni immediate

Consiglio superiore di sanità 
Nelle acque minerali e imbottigliate è raccomandata una concentrazione di radon < i 100 Bq/litro (32 Bq/litro per le acque destinate ai bambini e ai lattanti).

Quali sono i livelli in Italia?
Negli anni ’90 è stata realizzata una campagna di misura nazionale.
Le misure sono state condotte per un anno in un totale di circa 5000 abitazioni situate a diversi piani.
La media annuale nazionale della concentrazione di radon è risultata pari a 70 Bq/m3, superiore a quella mondiale che è stata stimata intorno a 40 Bq/m3.
I risultati mostrano come in Lombardia, così come nel Lazio, siano state riscontrate le più elevate concentrazioni di radon; seguono il Friuli Venezia Giulia e la Campania.

Come proteggersi?  
Evidentemente non è possibile eliminare del tutto il radon dagli ambienti in cui si vive, ma ci sono diversi modi (con diversa efficacia) per ridurne la concentrazione nei luoghi chiusi.
Non mi dilungo in questo articolo sugli interventi tecnici da adottare per il risanamento di edifici con elevati livelli di radon ma alcuni suggerimenti possono aiutarci a ridurre il problema.

  • migliorare la ventilazione dell’edificio, garantendo un elevato numero di ricambi d’aria, può considerevolmente ridurre il livello di radon
  • evitare la permanenza in cantine o locali interrati per lungo tempo se non si conoscono i livelli di radon presenti
  • in caso di nuove costruzioni assicurarsi prima dell’acquisto che si adottino o siano stati adottai criteri anti-radon, come ad esempio sigillare le possibili vie di ingresso dal suolo, predisporre un vespaio di adeguate caratteristiche cui poter facilmente applicare, se necessario, una piccola pompa aspirante ecc..

Come sempre…niente allarmismi ma impariamo a porre attenzione ad aspetti che fino a poco tempo fa non sapevamo neppure che esistessero!

Fonte dei dati:

ISPESL: Il radon in Italia: guida per il cittadino
Ministero della Salute
ISPRA: Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
ARPA Lombardia
Le norme citate nell’articolo

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Ritenzione idrica: rilevazione con esame bia, cause e rimedi

L’importanza della valutazione corporea, nasce dall’esigenza di realizzare piani dietetici che siano il più possibile appropriati e soggettivi. È chiaro come soggetti di pari peso e altezza possano risultare molto diversi nella loro composizione e, di conseguenza, avere trattamenti dietetico – nutrizionali differenti.

L’esame bioimpedenziometrico (BIA) è una tecnica di valutazione della composizione corporea che permette  di ottenere dati relativi ai vari compartimenti del corpo. È utilizzato per diagnosticare lo stato nutrizionale, lo stato di idratazione e le relative variazioni. È un esame semplice, veloce e non invasivo. Si esegue posizionando il soggetto sul lettino, con braccia e gambe divaricate, vengono poi applicati quattro elettrodi, due sul dorso della mano e due sul dorso del piede dello stesso asse.

Il peso di un soggetto, può essere idealmente, e in maniera semplicistica, scomposto in 2 compartimenti: massa grassa (FM) e massa magra (FFM). All’interno della massa magra ritroviamo poi una massa tissutale attiva (ATM), una massa extracellulare (ECM) e una massa minerale ossea.  La componente idrica si suddivide all’interno ed all’esterno della cellula. Nel primo caso si parla di ICW e si trova nella ATM, nel secondo caso di ECW, la quale invece fa parte della ECM.

Perché è importante eseguire questo esame? Beh come già accennato in precedenza, la composizione corporea è strettamente individuale, a parità di peso e altezza potremmo ritrovarci di fronte due soggetti con esigenze totalmente diverse. Per fare un esempio pratico: soggetto A peso 65kg, h 160cm, stessi valori per il soggetto B. Esecuzione dell’esame e risultati: A è normopeso, B deve perdere 5 kg. Questa discrepanza è spiegata dalla differente quantità di ATM nei due soggetti. Nel primo caso abbiamo una massa tissutale attiva (ATM) maggiore, ciò si traduce in una maggiore presenza di muscoli;  nel soggetto B invece c’è una maggiore predominanza di grasso. Ovvio che i  due necessitano di un approccio nutrizionale totalmente differente.

Molto importante è anche il monitoraggio della composizione corporea: la sola bilancia potrebbe non essere sufficiente e veritiera. Si pensi ad una dieta dimagrante con annessa attività fisica: il soggetto in esame potrebbe aver favorito una trasformazione di massa grassa in muscolo, senza alcuna variazione di peso; o ancora potrebbe perdere peso sotto forma di liquidi, ma non grasso; se poi i consigli alimentari vengono forniti da non professionisti, si corre il rischio addirittura di perdere massa muscolare rovinando il proprio metabolismo.

Come si può notare esistono diverse combinazioni, ecco perché un percorso alimentare  non può prescindere dall’esame bioimpedenziometrico.

La BIA inoltre permette di valutare anche il compartimento idrico, ossia la distribuzione dei fluidi all’interno ed all’esterno della cellula. Dai dati ricavati è possibile dunque rilevare anche la presenza e la gravità di una eventuale ritenzione idrica. In base al risultato dell’esame, si applica un piano nutrizionale personalizzato: è ovvio che un soggetto obeso debba avere delle indicazioni differenti rispetto, ad esempio, ad un soggetto che presenta la massa grassa nella norma, ma evidenzia ritenzione di liquidi.

La ritenzione idrica non è altro che una alterazione della distribuzione dei fluidi, i quali si localizzano maggiormente negli spazi tra le cellule creando gonfiori ed edemi nelle zone di accumulo. Il valore che prende in esame tale condizione è dato dall’acqua extracellulare (ECW). In condizioni normali l’ECW rappresenta il 40-45% dell’acqua corporea totale; quando tale percentuale aumenta, si parla di ritenzione idrica. La gravità della stessa è lieve con valori tra il 45-48%, moderata oltre il 50%.

Ma a cosa è dovuto questo ristagno di fluidi? Ed inoltre, è possibile prevenirlo o migliorarlo?

Innanzi tutto dobbiamo sottolineare che molti sono gli ormoni che incidono sulla composizione dei liquidi organici e la distribuzione idrica nei diversi compartimenti, tra questi l’ormone antidiuretico (ADH) e l’aldosterone.

La fondamentale azione dell’ADH è quella di stimolare il riassorbimento idrico nei tubuli renali  determinando quindi ritenzione idrica attraverso una minore produzione di urina. Questo ormone viene attivato in caso di ipovolemia (riduzione del volume circolante di sangue) ed in presenza di sodio. Se introduciamo con la dieta eccessive quantità di sale, a livello dei reni si verifica un maggiore riassorbimento di acqua; il sodio infatti “attiva” l’ormone antidiuretico causando ritenzione idrica.

L’aldosterone invece, è un ormone deputato al controllo del bilancio salino. Quando l’apporto di sodio con la dieta è elevato, viene inibita la sua produzione con conseguente eliminazione di sodio nelle urine (e quindi anche di acqua). Questo meccanismo dovrebbe bilanciare la situazione ed evitare l’accumulo di fluidi. La ritenzione idrica quindi non avrebbe ragione di esistere.  L’intero processo però presenta dei limiti, pertanto nel caso in cui l’alimentazione è eccessivamente ricca di sodio, inevitabilmente questo richiamerà dell’acqua. Ecco dunque che il rene riesce a mantenere l’equilibrio idro-salino entro un certo limite, oltrepassato il quale il sistema perde efficacia[i].

Un primo colpevole di una eccessiva presenza di liquidi negli spazi extracellulari quindi, è sicuramente il sodio. Il fabbisogno giornaliero di sodio è di 2 g al giorno, che corrispondo ad un cucchiaino di sale. Le fonti di sodio sono molteplici:

  • alimenti che lo contengono naturalmente (frutta, verdura, acqua)
  • prodotti trasformati (insaccati, sottoli, prodotti da forno)
  • aggiunte di sale in cucina

La quota che maggiormente influenza l’assunzione di sodio è sicuramente quella derivante dai prodotti trasformati. Per fare un esempio pratico: 50 gr di prosciutto crudo associati a 50g di pecorino, apportano all’incirca 2,1 g di sodio, se aggiungiamo il resto degli alimenti che si consumano nell’arco della giornata (anche i cereali per la colazione ne contengono), il limite di assunzione è superato abbondantemente.[ii]  Per limitare il consumo di sale è necessario ridurre, nella propria alimentazione, l’impiego di prodotti conservati,  prediligendo gli alimenti freschi. Mentre in cucina possono essere d’aiuto le spezie, l’aceto o il succo di limone. Bandito invece l’uso del dado o di salse (ketchup, soia).

La ritenzione idrica è notoriamente amica anche della sedentarietà. L’attività fisica infatti migliora la circolazione linfatica, favorendo l’eliminazione dei liquidi in eccesso. In uno studio condotto su 197 donne, è emerso inoltre che l’accumulo di grasso di tipo ginoide, quindi cosce e glutei, è quello maggiormente correlato con disfunzioni linfatiche e ritenzione idrica.[iii]

Anche gli estrogeni, ormoni femminili, sono coinvolti con l’insorgere di questa problematica. Se da un lato proteggono dalle malattie cardiovascolari e dall’osteoporosi, dall’altro influenzano negativamente l’accumulo di fluidi favorendo il passaggio di acqua verso gli spazi interstiziali. Ecco perché la ritenzione idrica sembra essere un problema più femminile che maschile. Inoltre, la produzione di estrogeni avviene anche nel tessuto adiposo a partire dagli androgeni. Un eccesso di adipe dunque, correla con una maggiore produzione di tali ormoni, di conseguenza si verifica anche una maggiore ritenzione idrica. Da sottolineare che, l’eccedenza di massa grassa può manifestarsi anche in condizioni di normopeso, ragion per cui anche donne apparentemente magre potrebbero evidenziare il problema.

È di fondamentale importanza dunque una valutazione accurata attraverso l’esame BIA, che permette di valutare la presenza dei fluidi in eccesso, ma soprattutto di monitorare nel tempo gli andamenti in base alla terapia nutrizionale applicata.

In conclusione, per ridurre al minimo il rischio di sviluppare ritenzione idrica, bisogna puntare su uno stile di vita sano ed equilibrato. Anche la stipsi contribuisce . Aumentando il consumo di fibre infatti, si ha un maggior richiamo di acqua nelle feci, che viene eliminata.

Per quanto riguarda il consumo di acqua deve aggirarsi intorno ai 2 litri al giorno. Un piccolo chiarimento: non serve bere eccessive quantità di acqua se il tutto non è associato ad un ridotto apporto si sale. Se non si modificano le abitudini alimentari, non ha senso andare alla ricerca dell’acqua iposodica miracolosa. Paradossalmente più si beve, più acqua viene trattenuta dal sodio. Ecco perché il primo cambiamento deve essere proprio nella dieta. In conclusione, questi i punti fondamentali per prevenire e curare la ritenzione idrica:

  • Ridotto apporto di sale (prodotti trasformati)
  • Alimentazione corretta e ricca di fibre
  • Attività fisica costante
  • Riduzione massa grassa
  • Garantire un giusto apporto di acqua (1.5-2 litri/die

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

Dr.ssa Angela Nuccarini Biologa Nutrizionista

 

[i] Casella-Taglietti Principi di fisiologia- Rene e bilancio idrosalino, vol 1 pag 685-690

[ii] www.enterca.it

[iii] L’Hermitte F1, Behar A, Pariès J, Cohen-Boulakia F, Attali JR, Valensi P. Impairment of lymphatic function in women with gynoid adiposity and swelling syndrome. Metabolism. 2003 Jul;52(7):805-9.