Neurolinguistica – Come i nostri cervelli comunicano

Il nostro cervello è davvero affascinante. Il linguaggio è uno strumento potentissimo che noi umani possediamo, che ci permette di trasferire idee e pensieri da un soggetto ad un altro. Ma come avviene la comunicazione?

Durante una conversazione, quando parliamo stiamo espirando, emettendo dei suoni che si propagano come vibrazioni nell’aria e che vengono percepiti dai timpani che trasformano queste vibrazioni in segnali elettrici che vengono, poi, spediti al cervello dove sono interpretati.

DOVE?

Nel nostro cervello sono presenti due centri del linguaggio: l’area di Broca e l’area di Wernicke.

  • L’area di Broca si trova nel lobo frontale sinistro e si occupa di: mettere insieme frasi grammaticalmente sensate, decodificare il significato logico delle frasi, creare strutture linguistiche.
  • L’area di Wernicke si trova nel lobo temporale di sinistra e si occupa di: creare un dizionario mentale di parole, combinare suoni e input visivi di parole al proprio significato mentale.

Quindi, l’area di Broca si occupa dell’elaborazione del linguaggio, mentre l’area di Wernicke si occupa della comprensione del linguaggio. Le due aree devono comunicare continuamente ed efficientemente tra di loro, in modo da avere una comunicazione fluida, per questo sono connesse da un fascio di fibre chiamato fascicolo arcuato, in cui l’area di Wernicke manda informazioni all’area di Broca per essere processate in frasi.

COME SI STUDIA IL LINGUAGGIO?

Ci sono 3 metodi principali per studiare il linguaggio:

  1. Risonanza Magnetica (MRI): in cui si prendono “fotografie” anatomiche del cervello e poi si monitora l’attiva cerebrale presentando al soggetto immagini, parole o suoni. Questa tecnica è ottima per capire dove stanno accadendo le cose, ma non ci dà un’idea temporale dell’evento.
  2. Elettroencefalogramma (EEG): è una tecnica con la quale possiamo combinare quello che succede nel cervello al tempo in cui presentiamo lo stimolo al soggetto. Abbiamo un’ottima risoluzione temporale, perché mostriamo la parola o il suono e vediamo dopo pochi millisecondi la risposta cerebrale, ma non ci dà precisamente un’idea su dove la risposta stia avvenendo, esattamente il contrario della MRI. È un gioco di più e di meno.
  3. Tracciamento oculare: fondamentale, sia in adulti che in bambini, per studiare come il linguaggio scritto viene processato dal cervello, andando a monitorare il movimento degli occhi mentre si legge una frase. Si è visto che gli occhi si soffermano su una parola, o un gruppo di parole, e poi saltano alla successiva con movimenti rapidi oculari definiti saccadi. Quindi, anche se a noi la lettura sembra fluida, il movimento degli occhi in realtà non lo è. Possiamo tracciare quanto una persona si sofferma su alcune parole o quando torna indietro all’inizio della frase, di solito come indizio di una frase difficile da processare.

COME?

Il nostro cervello deve essere velocissimo per tener traccia di tutte le parole che diciamo durante una conversazione, ecco perché le risposte neurali sono nell’ordine dei millisecondi. Se volessimo studiare come il nostro cervello processa le frasi dobbiamo prendere una misurazione continua, per cui useremo l’EEG per andare a misurare i minimi cambiamenti nel campo elettrico del cervello (in termini di microVolt), in risposta a specifici eventi che stanno accadendo.

Figura 1: tipico tracciato EEG in uno studio sul linguaggio [1].

Come il suono arriva ai nostri timpani:

  • abbiamo un picco negativo dopo 100 millisecondi chiamato N100,
  • dopo 200 millisecondi abbiamo un picco positivo chiamato appunto P200. Il picco N100 avviene sorprendentemente anche durante il sonno, ma è più lento, significando che il cervello comunque percepisce e registra i rumori intorno a noi. Questi due picchi indica che sentiamo una parola o un suono inaspettato, come se stessimo sentendo una serie di A, A, A e poi a un certo punto sentissimo una B.
  • Successivamente notiamo il picco negativo N400 che simboleggia come il cervello integra la semantica nelle frasi. Prendiamo come soggetto me stesso, uomo, e come esempio la frase “Stasera vado ad una festa con la camicia”, è una frase sensata grammaticalmente e semanticamente e quindi il picco N400 sarà piccolo; se la frase diventa “Stasera vado ad una festa con i tacchi”, il picco aumenta, ma di poco perché per quanto la frase possa risultare strana non è errata grammaticalmente. Infine, se la frase diventa “Stasera vado ad una festa mozzarella” avremo un bel picco. In sostanza, il picco N400 riflette il COSTO dell’integrazione semantica, cioè come infiliamo la parola nella frase.
  • L’ultimo picco che notiamo è il P600, enorme e più lungo degli altri, indica quando una frase manca del marker sintattico, cioè il significato c’è ma manca la sintassi. Interessante, questo picco lo troviamo anche quando sentiamo un fraseggio discordante in musica [2].

AFASIA

Gli studi sul linguaggio sono iniziati esaminando pazienti che avevano problemi nel parlare e nella comprensione delle parole. Come per tanti sistemi biologici, vedere cosa succede quando le cose vanno male ci aiuta a comprendere quello che succede quando il sistema è integro. I primi studi furono effettuati nel 1800 da Broca e Wernicke, in cui entrambi si concentrarono su specifici e distinti pattern di difficoltà linguistiche. Di fatti, oggi sappiamo che possiamo distinguere un’afasia di Broca da una Wernicke poiché mostrano caratteristiche diverse e specifiche. Per esempio, l’afasia di Broca si manifesta come un balbettamento, una vera e propria difficoltà nel parlare, fino ad arrivare alla pronuncia di un’unica parola (famoso il caso del paziente soprannominato “Tan” perché era l’unica cosa in grado di proferire). I pazienti che ne soffrono hanno un’ottima se non perfetta comprensione del linguaggio, per cui loro sono consci degli errori che stanno commettendo e si può immaginare la frustrazione che essi provano.  I pazienti che soffrono di un’afasia di Wernicke, invece, non sono consapevoli dell’incomprensibilità del loro linguaggio.

GENERE E LINGUAGGIO – Il linguaggio può essere sessista?

Siamo tutti a conoscenza dell’esistenza del genere grammaticale, quel concetto astratto che si riferisce al dover combinare ai nomi, verbi e aggettivi. Il genere grammaticale può effettivamente guidare l’interpretazione delle frasi.

L’esistenza di un genere grammaticale in molte lingue plasma la nostra mente fin dall’infanzia: un bambino che sta imparando la lingua non ha ragioni per non credere che il genere grammaticale indichi una distinzione significativa tra due tipi di oggetti. Facciamo un esempio: la parola “luna” è femminile sia in italiano che in spagnolo, ma maschile in tedesco, viceversa per la parola “sole”. Se la parola sole è femminile, saranno attribuiti aggettivi come calda e splendente, piuttosto che accecante ed enorme [3].

Uno studio neurolinguistico del 2009 [4] ha sottoposti soggetti, uomini e donne, a parole che più o meno si combinavano al genere maschile e femminile: hanno visto, per esempio, che i soggetti associavano molto più velocemente coppie di parole come “donna e bambola”, piuttosto che coppie come “uomo e segretario”, mostrando inoltre un picco N400 maggiore (quindi più difficolta a concepire quella coppia semantica).

Questi risultati suggeriscono che le parole in oggetto erano più accessibili da una memoria associativa a causa della contesto, cioè i soggetti avevano precedentemente contestualizzato quelle parole che erano entrate a far parte di stereotipi di genere. Ad esempio, parole come “Nutrimento, Gossip, Fiori e Segretaria” erano più facili da accedere e integrare quando il contesto principale precedente era “Donne” rispetto a “Uomini”.

Quindi, questo non vi piacerà, ma quando si tratta di genere, la nostra prima interpretazione è, sfortunatamente, prevedibile.

Dott. Stefano Amoretti

Bibliositografia:

[1] Friederici, A., & Skeide, M. (2015). Neurocognition of language development. In E. Bavin & L. Naigles (Eds.), The Cambridge Handbook of Child Language (Cambridge Handbooks in Language and Linguistics, pp. 61-88). Cambridge: Cambridge University Press. doi:10.1017/CBO9781316095829.004

[2] Beres AM. Time is of the Essence: A Review of Electroencephalography (EEG) and Event-Related Brain Potentials (ERPs) in Language Research. Appl Psychophysiol Biofeedback. 2017;42(4):247–255. doi:10.1007/s10484-017-9371-3

[3] “Sex, syntax, and semantics”. Lera Boroditsky, Lauren A. Schmidt & Webb Phillips, 2003.

[4] White KR, Crites SL Jr, Taylor JH, Corral G. Wait, what? Assessing stereotype incongruities using the N400 ERP component. Soc Cogn Affect Neurosci. 2009;4(2):191–198. doi:10.1093/scan/nsp004

 “Brain potentials reflect violations of gender stereotypes” Osterhout, L., Bersick, M. & Mclaughlin, J. Memory & Cognition (1997) 25: 273.

Thierry G. Neurolinguistic Relativity: How Language Flexes Human Perception and Cognition. Lang Learn. 2016;66(3):690–713. doi:10.1111/lang.12186

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