IBD e demenza: come l’intestino può influenzare il nostro cervello!!

Secondo un nuovo studio osservazionale, la malattia infiammatoria intestinale (IBD) è collegata all’aumento del rischio di sviluppare demenza senile del 50% in più rispetto a persone senza disturbi intestinali.

Questo è quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista internazionale “GUT”, il quale ha elaborato dati di 1742 persone di età pari o superiore a 45 anni, a cui era stata diagnosticata la colite ulcerosa o il morbo di Crohn, tra il 1998 e il 2011, iscritti al programma di assicurazione sanitaria nazionale di Taiwan.

Attualmente prove crescenti suggeriscono che l’ ”asse intestino-cervello” è implicato in vari aspetti della salute, e di conseguenza n tante delle patologie, che affiggono la popolazione mondiale, tra cui l’IBD (malattia infiammatoria intestinale).

L’IBD (malattia infiammatoria intestinale) dipende da numerosi fattori che non sono ancora del tutto compresi.

Tra i fattori i più importanti sono citati quelli ambientali (tra cui ben documentato è il fumo di tabacco), cambiamenti nella flora intestinale (si pensa si sviluppi da una risposta immunitaria alterata ai cambiamenti del microbioma intestinale, la popolazione di batteri che vive nel nostro intestino), varie proprietà genetiche predisponenti e cambiamenti nel sistema immunitario.

Numerosi studi hanno sottolineato come il consumo eccessivo di monosaccaridi (zuccheri semplici assunti attraverso la dieta),  il consumo di bevande a base di cola e cioccolato ed, in generale,  una dieta ricca di grassi, in particolare ricca di colesterolo e grassi animali, aumenti l’incidenza di IBD, mentre un aumento del consumo di proteine animali può favorire una riduzione del rischio di sviluppo di IBD.

Il consumo di fibre invece esercita un effetto protettivo, così come diete ricche di liquidi, magnesio e vitamina C, mentre la carenza di vitamina D è un fenomeno comune nei pazienti con IBD.

Ciò che non è ancora chiaro oggi è se l’IBD possa essere collegata anche ad un aumentato rischio di insorgenza di demenza.

Ecco quindi che il team di ricercatori  provenienti da Taiwan e dagli Stati Uniti, ha monitorato la  salute cognitiva di 1742 soggetti, per 16 anni dopo la diagnosi di IBD (malattia infiammatoria intestinale), confrontandola con quella di altrettanti soggetti abbinati per sesso, età, accesso all’assistenza sanitaria, reddito e condizioni di base, ma che non avevano IBD.

I risultati mostrano che, durante il periodo di monitoraggio, una percentuale maggiore di soggetti con IBD ha sviluppato demenza (5,5%), inclusa la malattia di Alzheimer, rispetto a quelli senza IBD (1,5%).

Inoltre, ai soggetti affetti da IBD è stata diagnosticata la demenza, in media, 7 anni prima rispetto ai soggetti senza IBD (malattia infiammatoria intestinale).

Dopo aver tenuto conto di fattori potenzialmente influenti, tra cui l’età e le condizioni sottostanti, le persone con IBD avevano più del doppio delle probabilità di sviluppare demenza rispetto a quelle senza IBD.

Di tutte le demenze, il rischio di malattia di Alzheimer era maggiore: quelli con IBD avevano una probabilità sei volte maggiore di svilupparlo rispetto a quelli senza IBD.

Né il sesso, né la tipologia di IBD, hanno avuto alcuna influenza sui risultati, ma il rischio di demenza sembrava essere associato all’aumento del periodo di tempo da cui una persona soffriva di questa patologia.

Ricordo che lo studio appena citato è uno studio osservazionale, ed in quanto tale non può stabilire causa ed effetto.

Quindi abbiamo una ulteriore ipotesi che può aiutarci a comprendere come l’alimentazione e lo stile di vita possono influenzare il decorso e l’evoluzione di alcune malattie (specie quelle a carico della sfera cognitiva); anche se in questo studio i ricercatori non sono stati in grado di raccogliere informazioni su alcuni fattori potenzialmente influenti, come dieta ed esercizio fisico, o valutare l’impatto dei farmaci antinfiammatori prescritti.

Di certo però  l’identificazione di un aumento del rischio di demenza e di un esordio precoce tra i pazienti con IBD suggerisce che questi soggetti potrebbero trarre beneficio da una maggiore vigilanza clinica dello stato di salute del proprio intestino, di modo da rallentare il declino cognitivo e migliorare la qualità della propria vita.

FONTI:

Zhang, Bing, et al. “Inflammatory bowel disease is associated with higher dementia risk: a nationwide longitudinal study.” Gut (2020).

Dott. Atanasio De Meo

Farmacista;

Dottore in Scienze e Tecnologie del Fitness e dei Prodotti della Salute;

Diploma di Master in Nutrizione Clinica;

Biointegra 3.0

tel. 392 4600170

email:nutrizioneebenessere.bio@gmail.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *