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LA CONNESSIONE FRA RESTRIZIONE CALORICA E DISPLASIA DELL’ANCA

Per i cani, studi scientifici hanno mostrato che un’alimentazione caratterizzata da un apporto calorico moderato, leggermente inferiore rispetto ai fabbisogni normali, che quindi abbia un numero di calorie inferiore al normale, ma senza produrre nessuno scompenso o carenza nutrizionale può migliorare significativamente la salute generale è può ritardare l’invecchiamento.

Attualmente la restrizione calorica è l’unico intervento nutrizionale che è in grado di estendere la durata della vita dei cani, ma ha anche l’effetto di limitare i sintomi di eventuali patologie croniche dovute all’età che eventualmente affliggono l’animale.

Detto questo vorrei porre l’attenzione sul fatto che, almeno nei Labrador Retrievers, la limitazione di cibo può influenzare l’insorgenza di una patologia cronica molto comune come la displasia dell’anca, nel senso che è stato dimostrato che la restrizione calorica ha un effetto benefico sullo sviluppo dell’articolazione.

La displasia dell’anca è una patologia cronica che può manifestarsi in molti cani, peggiora la qualità della vita dei soggetti che ne sono affetti e non ha cure risolutive ma solo palliative; non si conoscono precisamente le cause che portano alla sua insorgenza, ma sappiamo che è legata sia a fattori genetici che ambientali. Anche se gli studi scientifici sono stati condotti principalmente sui Labrador Retrievers, sicuramente per ogni cane l’alimentazione è un fattore ambientale che ha un profondo effetto sullo sviluppo delle displasia dell’anca.

Nello studio scientifico più significativo un gruppo di Labrador Retrievers è stato alimentato con una restrizione calorica del 25% rispetto ai fabbisogni normali a partire dagli 8 mesi e per tutta la durata della vita, mentre un altro gruppo è stato alimentato normalmente; gli studiosi hanno visto che nel gruppo alimentato in restrizione calorica a 2 anni di età la manifestazione della displasia dell’anca si riduce del 67%, mentre nell’età compresa fra 5 e 8 anni ridimensiona significativamente la gravità dei sintomi della malattia negli individui che ne sono affetti.

Senza dimenticare che il gruppo alimentato in restrizione calorica aveva una vita media più lunga e manifestava meno segni di invecchiamento e/o patologie croniche dovute all’età rispetto al gruppo alimentato normalmente.

La psicanalisi del cibo

Quando introduciamo un cibo nel nostro organismo nutriamo il corpo, ma anche la mente: ci saziamo di alimenti ma anche di simboli, di tradizioni. Il cibo infatti, rappresenta nella storia delle culture uno dei momenti centrali della ritualità collettiva, ed è uno dei canali più usati dall’uomo per comunicare con gli altri. Mangiare insieme (carattere tipico, se non esclusivo, della specie umana) è un altro modo ancora, per trasformare il gesto nutrizionale dell’alimentazione in un fatto eminentemente culturale. Ciò che si fa assieme agli altri, infatti, assume un significato sociale, un valore di comunicazione. Il comportamento alimentare diviene in questo senso un importante “rivelatore”: l’uomo è ciò che mangia, certo, ma è anche vero che mangia ciò che è, ossia alimenti totalmente ripieni della sua cultura. (1)
In ogni cultura si sono sviluppate una serie di pratiche ed abitudini connesse di volta in volta alle modalità di allattamento, ai rituali di svezzamento, alla ricerca del cibo, alla raccolta e alla conservazione dello stesso; in ogni sistema sociale, quindi, il cibo in quanto garanzia di sopravvivenza ha indirettamente generato una “cultura della nutrizione” alla quale viene educato il neonato. Una società che mancasse di coltivare al suo interno tali pratiche e costumi non potrebbe sopravvivere a lungo: per questo motivo gli antropologi parlano anche di “funzione sociale” insita nelle abitudini relative alla cura e all’allevamento del bambino.
Il concetto di nutrizione esiste già nella fase prenatale, attraverso il cordone ombelicale, dopo la sua recisione, lo stile di alimentazione necessita ovviamente di cambiare attraverso il rito della suzione del seno (o di un suo surrogato). Il nutrirsi al seno è solo in parte un automatismo innato; in realtà il bambino impara attraverso l’esperienza come, quanto e in quali momenti soddisfare il desiderio di cibo. Possiamo perciò dire che il cibo si offre come il paradigma di ogni altro bisogno che in seguito il nascituro si troverà costretto ad affrontare nella sua esistenza. Eccoci, dunque, dinanzi al momento più toccante e delicato di tutta l’esistenza umana, perché, nel ricevere attraverso il seno materno il primo pasto, avviene anche il primo incontro cOn un altro soggetto del mondo esterno ( la madre). Teniamo presente che nella mente resettata di un neonato il concetto di Altro, diverso da lui, non esiste; fino a quel momento ha conosciuto e sperimentato solo una sensazione di fusione con il corpo della madre. Il primo incontro dunque, interrompe in parte quella sensazione di unità conosciuta fino a quel momento. In parte” perché ancora nella mente del nascituro quel corpo esterno ed estraneo rimarrà concepito come prolungamento di sé, ma ormai la strada è segnata, il taglio è dato, e il tempo renderà presto onore al vero. Durante l’allattamento il bambino ha imparato a nutrire fiducia, provando la prima esperienza del “male e del castigo”, poi, acquisisce il sentimento della sfiducia; la fiducia raggiunta durante l’allattamento, così come la sfiducia conseguita durante lo svezzamento, sono sentimenti che, trasformandosi durante epoche successive rispettivamente in speranza e in rassegnazione, accompagneranno l’individuo per tutta la vita.(2) Tradizionalmente lo svezzamento avviene verso il sesto mese di vita del bambino e viene di solito messo in atto a partire dalla così detta “fase dello specchio” che Jacques Lacan definisce come prima esperienza di identificazione, da parte del bambino, il cui l’urlo giubilatorio conferma, tramite il volto sorridente della madre, il rovesciamento e il superamento della sua posizione di totale dipendenza da lei. Se manca lo svezzamento, manca la separazione dal corpo madre-figlio fino a quel momento costante ad ogni pasto. E’una separazione spesso dolorosa, solo parzialmente attenuata dal ritorno della madre, che offre tenerezza, dice parole sullo svezzamento, ma non dà più la poppata. Jacques Lacan nel testo: “I complessi familiari”(3) dedica allo svezzamento una delle costruzioni teoriche più significative, definendolo “complesso di svezzamento”. Lo svezzamento segna una traccia permanente della interruzione del bambino con il corpo della madre. Se solo consideriamo il bambino attaccato al seno materno, questo soddisfacimento ci appare con i segni della massima pienezza con cui il desiderio umano possa essere colmato. Le sensazioni propriocettive della suzione e della prensione stanno alla base di una ambivalenza del vissuto, che è frutto della situazione stessa: l’essere che assorbe è a sua volta completamente assorbito e nell’abbraccio materno si fonda il complesso di svezzamento.
Prima ancora che con gli occhi o con le orecchie, ancora in rodaggio al momento della nascita, la bocca è già al pieno della sua funzionalità e si propone come il primo canale d’entrata del mondo esterno. In questo inedito atto di suzione in cui si scorgono le prime tracce di masticazione (ancora senza denti), c’imbattiamo in un ulteriore paradigma: quello del piacere. Rappresenta cioè il primo incontro con la sensazione del piacere, che il neonato non ha mai sperimentato prima: cioè questo nuovo soggetto scopre tutto a un tratto che c’è un comportamento che coinvolge un altro essere esterno e distinto da lui, in grado di generargli una sensazione tale da desiderare che questa accada ancora e ancora, e che quindi orienterà, consapevole o meno, i successivi comportamenti in modo tale da ritrovarsi davanti a quella sensazione. Ma la regola vuole che dove c’è sensazione di piacere, poco dopo possa subentrare la sua compagna di strada naturale: la colpa. Se ogni sintomo può essere, come scoperto da Freud, la risposta ad un senso di colpa (come vuole l’etimologia inglese, in cui SIN significa colpa, SIN-TOMO cioè luogo della colpa), non sorprende che la religione cristiana abbia assunto proprio la consumazione di cibo (la mela proibita di Eva) come paradigma di una condanna alla sofferenza terrena (la vita extrauterina esposta alla sensazione dolorosa della mancanza e del bisogno) e all’ineluttabilità della morte. Non c’è bisogno di citare i testi sacri delle religioni per constatare questa regola aurea, piacere e colpa sono sensazioni vicendevoli, reciproche, che si alternano. E dobbiamo per questo tenere bene a mente che il mangiare, il cibo, l’alimentazione, che come abbiamo visto incarnano lo scenario del primo incontro con il piacere, richiamano su di sé anche la prima inedita sensazione di colpa. Abbiamo parlato finora del cibo come paradigma del dono d’amore, del piacere, dell’incontro. Fino a qui, se non fosse per la colpa, che s’intravede costeggiando il piacere, potremmo tracciare un bilancio positivo. Ma non è così. Se ci spostiamo in un’età un poco più matura e consapevole, sostituendo il seno dell’allattamento ad una tavola apparecchiata, noteremo come le parole e le dinamiche familiari non cambieranno di molto: “ha dato più cibo e quindi più amore a mio fratello, ha servito prima mia sorella, ha paragonato il mio peso o il mio cibo a quello di un altro, e così via”. Insomma il cibo si presta sempre per essere veicolo di dinamiche che coinvolgono l’Altro, che instaurano con l’Altro una domanda di attenzioni unilaterali e che degenerano nella sofferenza e nell’odio se e quando queste vengono disattese. Attraverso una metafora vorrei esprimere come il cibo si comporta spesso come il cavallo di Troia che si presenta donato come un segno d’amore ma che per i numerosi motivi appena esposti, può tramutarsi spesso in un infido portatore di pericoli, sofferenze e odio.

BIBLIOGRAFIA
1 Il cibo come linguaggio di Massimo Montanari
2 Edipo a tavola:Psicoanalisi del cibo, del corpo e dell’alimentazione Dott. Matteo Mugnani.

3 I complessi dello svezzamento di Jacques Lacan

I salumi di nuova generazione non fanno male

I salumi fanno parte della nostra alimentazione quotidiana, li consumiamo come un  secondo veloce e gustoso, oppure al ristorante come antipasto o al pub come tagliere variegato. Di larga diffusione è il falso mito di considerare i salumi come poco salutari, perché contenenti grassi animali, cioè grassi saturi da usare con parsimonia perché dannosi alla salute. Queste informazioni fuorvianti penalizzano la loro introduzione in una alimentazione bilanciata, non considerando l’evoluzione che questi alimenti hanno avuto nel tempo, tanto da elevarli ad alimenti molto apprezzati nel settore agroalimentare sia per le loro caratteristiche sensoriali,  sia perché alimenti in grado di coniugare gusto, tradizione, versatilità, apporto nutrizionale e, non ultima,  convivialità.

Grazie ad un notevole impegno di tutta la filiera produttiva, negli ultimi anni la composizione e la struttura dei salumi e dei prodotti insaccati italiani si è notevolmente modificata.

In base alle recenti indagini dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e Nutrizione e della Stazione Sperimentale per l’industria delle Conserve Alimentari, le proteine sono aumentate fino al 23%, a scapito dei grassi totali ridotti in alcuni casi sino al 34%.

Inoltre, grazie al miglioramento dell’alimentazione dei suini, i grassi saturi sono diminuiti e ora costituiscono mediamente il 30%, mentre i grassi insaturi sono passati dal 30 a quasi il 70%. Non solo il contenuto lipidico è stato notevolmente ridotto, fino a -34% nei salumi DOP e IGP, ma è anche migliorata la sua qualità; nella maggior parte dei casi, a prevalere sono infatti i grassi insaturi, tra i quali spicca l’acido oleico, lo stesso che abbonda nell’olio di oliva. Inoltre il miglioramento tecnologico ha permesso una notevole riduzione del sale rispetto al passato ed una riduzione dei nitriti e nitrati, ormai pressoché assenti.

Ma cosa mettere nel carrello della spesa?

Il prosciutto crudo DOP (Denominazione di Origine Protetta) e il prosciutto cotto biologico senza conservanti, sono da preferire a tutti gli altri salumi di tipo industriale, in quanto  privi di nitriti e nitrati, sostanze conservanti nocive e cancerogene per la salute, dichiarate tali anche dalla AIRC (Associazione italiana sulla Ricerca sul Cancro). I salumi DOP sono privi per legge dei nitriti (salvo pochissime eccezioni). Inoltre le proteine del prosciutto crudo, a causa della stagionatura, sono molto più digeribili rispetto alla carne fresca come bistecche e fettine.

Ma quale deve essere la  percentuale di consumo di questi prodotti all’interno di un regime dietetico salutistico?

All’interno di una dieta equilibrata è possibile consumare questa categoria di alimenti circa due volte a settimana, con una porzione di 50 g. circa.

D’altra parte i salumi sono ricchi di sale il quale, in una sana alimentazione, sarebbe da limitare dal momento che molti prodotti industriali lo contengono aggiunto, per cui si rischia molto facilmente di eccedere con l’introito giornaliero.

I salumi di seconda generazione hanno anche notevoli proprietà nutrizionali.

Le proteine contenuti in essi hanno un elevato valore biologico, cioè contengono tutti gli amminoacidi essenziali, che l’organismo non è in grado di sintetizzare, nella quantità nutrizionalmente utile.

I grassi contenuti rappresentano un nutriente essenziale sia per la loro funzione energetica sia perché costituiscono le membrane cellulari, soprattutto quelli insaturi. E’ vero che senza i grassi non possiamo vivere, ma occhio alle quantità da assumere, un consumo eccessivo di lipidi è sicuramente da evitare.

Inoltre i salumi contengono una significativa quantità di vitamine del gruppo B ed in particolare le vitamine B1, B2, B3 e B6. Per quanto riguarda i sali minerali, essi sono presenti in forma altamente disponibile. Ad esempio la bresaola della Valtellina IGP risulta particolarmente ricca di zinco: 50 g forniscono quasi il 24% del fabbisogno giornaliero raccomandato per un soggetto adulto.

Quindi mangiamo i salumi scegliendoli non per l’aspetto, ma per la qualità e impariamo a dosarli nell’arco della settimana senza privarci di assaporare alimenti gustosi, versatili,  nutrienti e appartenenti alla nostra tradizione.

 

Riferimenti bibliografici

  • Ingegneria Alimentare. Le Carni, Rivista bimestrale internazionale di aggiornamento su tecnologie e processi di trasformazione e di commercializzazione delle carni, Editrice Ecod,giugno 2015
  • Usai, Inganno Alimentare, 2015, p. 69-72, 150, anche in www.ciboserio.it
  • http://www.salumi-italiani.it/area-salute-benessere/it/pagina/parola-esperto/emanuele-cereda.php
  • https://www.nutrimi.it/salumi-grassi-prevalenti-non-saturi/
  • http://nut.entecra.it/718/SALUMI_ITALIANI__aggiornamento_dei_dati_di_composizione.html
  • http://www.ssica.it/content/view/532/1/lang,it/
  • http://www.ssica.it/content/view/19/34/

Avocado: Must have o Avoid have?

L’avocado è un frutto americano la cui produzione è stata avviata all’inizio del Novecento dagli Statunitensi. Cresce su una pianta appartenente alla famiglia delle Lauraceae ed è un frutto climaterico, continua a maturare anche una volta raccolto. In USA ci sono più di 20 varietà di avocado, tra cui l’HASS è quello con il sapore migliore. In cucina va di moda, ormai si trova in tante preparazioni, salse che accompagnano la pasta o il pane, nelle insalate, nei menù giapponesi.

L’avocado è  un frutto ricco di vitamine come la vitamina A, C, K1, E, B6, sali minerali come sodio, potassio e magnesio, luteina, fitosteroli, folato, acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi. 100g apportano 231Kcal.  Studi recenti dimostrano che il consumo di avocado aiuta a sostenere la salute cardiovascolare. Il suo consumo è stato associato a una migliore qualità generale della dieta e alla riduzione della sindrome metabolica.

La polpa di avocado ha effetti benefici sulla salute cardiovascolare. Il suo consumo quotidiano, in una dieta con un moderato apporto di lipidi e colesterolo, ha dimostrato una riduzione del colesterolo LDL e non di quello HDL.  Esperimenti sui ratti hanno dimostrato che un impasto di avocado  a ridotto contenuto calorico attenua gli effetti di una dieta ipercolesterolemica ad alto contenuti di fruttosio, probabilmente per la presenza di polifenoli, carotenoidi, clorofilla e fibre alimentari, in grado di ridurre lo stress ossidativo.

Il seme rappresenta una parte sottoutilizzata del frutto, ma ricerche attuali dimostrano che il seme può migliorare l’ipercolesterolemia e può essere utile nel trattamento dell’ipertensione, nelle condizioni infiammatorie e nel diabete. E’ stato anche scoperto che il seme ha proprietà insetticide, fungicide e antimicrobiche. La buccia e il seme sono ricchi di composti fenolici, catechine, procianidine con effetto antiossidante.

L’olio di avocado contiene acidi grassi monoinsaturi (MUFA), acidi grassi polinsaturi (PUFA), acidi grassi saturi, fibre, sali minerali, luteina, fitosteroli, colina e vitamine. Studi sui ratti dimostrano che l’olio di avocado riduce i livelli di trigliceridi, colesterolo LDL e VLDL, senza influenzare i livelli di HDL.  Quindi l’olio di avocado ha un effetto positivo sulla salute, come l’olio di oliva, perché causa cambiamenti positivi sugli indicatori biochimici correlati allo sviluppo della sindrome metabolica e sui marcatori della funzione epatica e riduce gli eventi infiammatori.

Bibliografia

  • Dabas D. et all, Avocado (Persea americana) seed as a source of bioactive phytochemicals, 2013
  • Dreher M.L. et all, Hass avocado composition andpotential health effects, 2013
  • Dreher M. et all, Avocado consumption is associated with better diet quality and nutrient intake , and lower metabolic syndrome risk in US adults: results from National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) 2001-2008, 2013
  • Wang L. et all, Effect of a moderate fat diet with and without avocados on lipoprotein particle number, size and subclasses in overweight and obese adults: a randomized, controlled trial, 2015
  • Pahua Ramos M.E. et all, Reduced-calorie avocado paste attenuates metabolic factors associated with a hipercholesterolemic-high fructose diet in rats, 2014
  • Carvajal-Zarrabal O. et all, Avocado oil supplementation modifies cardiovascular risk profile markers in a rat model of sucrose-induced metabolic changes, 2014
  • Carvajal-Zarrabal O. et all, Effect of dietary intake of avocado oil and olive oil on biochemical markers of liver function in sucrose-fed rats, 2014
  • Rodriguez-Carpena J.G. et all, Avocado phenolics in vitro antioxidant and antimicrobial activities and inhibition of lipid and protein oxidation in porcine patties, 2011

Malattie oncologiche: come possiamo prevenirle

Le regole per l’alimentazione della prevenzione delle malattie oncologiche spesso si confondono con quelle per la nutrizione nel paziente oncologico. L’alimentazione per la prevenzione è rivolta a soggetti sani e ha come obiettivo quello di evitare che si ammalino. Differenti sono gli obiettivi nel caso del paziente oncologico. Secondo l’OMS su 10 milioni di persone affette da malattie oncologiche, 3 o 4 milioni avrebbero potuto evitare di svilupparle attenendosi ad un’alimentazione corretta. I cambiamenti ambientali dell’ultimo secolo riguardanti sia l’alimentazione che l’attività fisica sono strettamente collegati con il rischio di patologie croniche, malattie oncologiche incluse. L’impatto del cibo sulla salute non è dovuto a un singolo alimento, ma a un pattern alimentare che, associato all’attività fisica e ad altri fattori (ad esempio genetici), può determinare la condizione nutrizionale e di salute dell’individuo.

Tra i fattori che si sono dimostrati associati ad un maggior rischio di cancro, quello più evidente è l’eccesso ponderale: le persone obese si ammalano di più di tumore. Da qui la prima raccomandazione di mantenersi normopeso tutta la vita.

Importante è quindi fare attività fisica ogni giorno e limitare il tempo che si trascorre seduti: l’esercizio fisico ha effetti positivi sia sulla prevenzione che sulla mortalità, progressione del cancro e sugli effetti collaterali delle terapie.

Seguite una dieta sana: mangiate alimenti integrali, verdura, frutta, legumi: questi alimenti sono ricchi di sostanze con attività biologica come acidi fenolici o tocoferoli (con attività antiossidante) o  grassi insaturi e fitosteroli (che possono influenzare il metabolismo lipidico), acido ellagico (in noci e melagrana), folati, sulforafano e indolo-3-carbinolo delle crucifere e varie vitamine. I prodotti integrali subiscono un processo di raffinazione ridotto al minimo, quindi contengono più vitamine, sali minerali, proteine e fibre dei prodotti raffinati. Inoltre per ogni 200g di frutta e verdura consumati, il rischio di cancro si riduce del 3%. Sono raccomandate almeno 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura. Preferite quindi alimenti a basso carico glicemico come ad esempio l’olio extravergine di oliva e i semi oleaginosi (noci, mandorle, nocciole, zucca, sesamo, pistacchi non salati, lino).

Limitate i cibi molto calorici (ricchi di zuccheri o grassi), con elevato IG ed evitate le bevande dolci: il consumo di alimenti con alto IG è correlato all’aumento moderato del rischio di cancro al colon-retto, della mammella e dell’endometrio. I cibi ad alta densità calorica sono quelli industrialmente raffinati, precotti e preconfezionati. Le bevande gassate e zuccherate sono totalmente da evitare perché forniscono molte calorie senza indurre il senso di sazietà.

Evitate la carne lavorata (carni in scatola, salumi, wurstel), limitate la carne rossa (ovina, suina, bovina e vitello) e i cibi ricchi di sale ( come quelli in scatola): un aumento degli alimenti ultra-trasformati nella dieta è associato ad un aumento del cancro generale ed al seno. Limitate quindi il consumo di prodotti confezionati, industriali, processati: gli alimenti ultra processati sono spesso caratterizzati da una minore qualità nutrizionale, dalla presenza di additivi, di conservanti e sostanze che si formano durante la produzione, lavorazione e conservazione degli alimenti.

Il consumo elevato di sale e cibi conservati sotto sale è associato al cancro dello stomaco. Utilizzate le spezie e le erbe aromatiche per insaporire i piatti (salvia, menta, timo, cannella, zenzero, curcuma e pepe, cumino ecc..) e non superate i 5g al giorno di sale.

Limitate il consumo di alcol a 1 bicchiere a pasto per gli uomini e 1 al giorno per le donne: uno studio ha dimostrato che il 10% dei decessi tra gli uomini e il 3% tra le donne è da imputare all’abuso di alcol. C’è un maggior rischio per le forme di cancro che interessano il cavo orale, dalla gola alla laringe, ma anche per i tumori di fegato, mammella e colon-retto.

Consumate alimenti contenenti fibre: la fibra alimentare esercita vari effetti protettivi nel tratto gastrointestinale. Inoltre c’è un’associazione inversa tra assunzione di fibre alimentari e rischio di cancro al seno. Una dieta ricca di fibre è associata a un basso rischio di sviluppare il cancro del colon-retto, grazie al ruolo del butirrato prodotto dalla fermentazione di queste.

Ponete particolare attenzione agli zuccheri nascosti in moltissimi prodotti industriali come i tè, le bevande gassate, i prodotti per la colazione (yogurt alla frutta, muesli, cereali vari, barrette, latte vegetale), minestre e sughi pronti, condimenti (come l’aceto balsamico o il ketchup), panature, succhi di frutta, prodotti da forno confezionati, salumi e wurstel.

Moderato consumo di latte e latticini: per molti anni il latte è stato ingiustamente sottovalutato a causa della sua associazione con malattie cardiovascolari, dislipidemie e obesità. Studi recenti mettono invece in evidenza che gli acidi grassi come l’acido butirrico e l’acido linoleico coniugato, i fosfolipidi e gli sfingolipidi del latte, sono potenziali agenti anticancerogeni. In particolare il consumo di yogurt è stato correlato a un ridotto rischio di sviluppare le malattie oncologiche.

Scegliete un’alimentazione varia e alimenti freschi: quello che è alla base della nostra dieta Mediterranea.

BIBLIOGRAFIA

  • Fiolet T. et all, Consumption of ultra-processed foods and cancer risk: results from Nutrinet-Santè prospective color, BMJ, 2018
  • Sieri S. et all, Dietary glycemic index, glycemic load and cancer: an overview of the literature, NMCD, 2017
  • Dong et all, Dietary fiber intake and risk of breast cancer: a meta-analysis of prospective cohort studies, Am J Clin Nutr, 2011
  • Rodriguez et all, Milk fat components with potential anticancer activity, Bioscence Reports, 2017
  • Steindorf K., Exercise and physical activity during and after cancer, Dtsch Med Wochenschr, 2018
  • Abrantes A.M. et all, Revisit dietary fiber on colorectal cancer:butyrate and its role on prevention and tratment, Cancer Metastasis Rev, 2015
  • Martel F. et all, Butyrate and colorectal cancer: the role of butyrare transport, Curr Drug Metab., 2013
  • Pala V. et all, Yogurt consumption and risk of colorectal cancer in the italian european prospective investigation into cancer and nutrition cohort

 

I legumi: passato, presente & futuro

Con il termine legumi si intendono i semi commestibili delle piante appartenenti alla famiglia delle leguminose; le più usate in Italia sono: i fagioli, i piselli, le fave, le lenticchie, i ceci, scarso il consumo di lupini ed eccezionale quello di cicerchie. Fanno parte di questa famiglia anche alberi come l’acacia e il carrubo; e arachidi e soia, dai cui semi vengono estratti gli oli di arachide e di soia, per questo indicate come oleaginose.

I legumi freschi sono semi immaturi, ad elevato contenuto di acqua, vitamine e sali minerali, le cui caratteristiche nutrizionali li fanno rientrare nel gruppo delle verdure e degli ortaggi. I legumi secchi sono un’ottima fonte di proteine, ne contengono infatti più del doppio dei cereali e più delle stesse carni, ma di qualità  inferiore. L’associazione legumi-cereali migliora la qualità  proteica, questo è il motivo per cui l’uomo in tutto il mondo ha imparato a preparare piatti come: pasta e fagioli, riso e piselli, riso e lenticchie.

I legumi sono alimenti sono in grado di abbassare la colesterolemia, grazie al buon contenuto in lecitina, che svolge un importante ruolo preventivo nei confronti dell’aterosclerosi. La lecitina rientra inoltre nella composizione della stessa bile e, insieme ai sali biliari, contribuisce a solubilizzare il colesterolo evitando che questo precipiti sottoforma di microcristalli; ha quindi un’azione preventiva sulla formazione di calcoli alla cistifellea. La lecitina di soia è inoltre ricca di tocoferolo (vitamina E) ed è pertanto dotata di proprietà antiossidanti, particolarmente utili in campo salutistico (antinvecchiamento e antitumorale) e industriale (aumenta la conservazione dei prodotti ricchi di lipidi). L’utilizzo di lecitina è consigliato anche in caso di affaticamento mentale, poichè, essendo donatrice di colina (una sostanza essenziale per la funzionalità  nervosa) migliora l’efficienza intellettuale e le capacità  mnemoniche. L’elevato contenuto glucidico conferisce ai legumi un buon potere energetico. Ad eccezione della soia (ricca dei preziosi polinsaturi) i legumi sono poveri di grassi e particolarmente indicati nelle diete ipolipidiche. L’elevato contenuto in fibre li rende alimenti sazianti e contribuisce a prevenire condizioni ai limiti con la patologia quali diverticolosi del colon, stitichezza, sovrappeso o altre situazioni patologiche, come malattie coronariche, l’aterosclerosi, il diabete, l’obesità  e le altre malattie dismetaboliche, i tumori maligni dell’intestino e la calcolosi della cistifellea. I legumi sono tra gli alimenti vegetali più ricchi di calcio. Il contenuto in vitamina B1, ferro e potassio è sicuramente apprezzabile; tuttavia una certa quantità  di minerali viene neutralizzata dall’abbondante presenza di fitati che, legandosi ad essi formano sali insolubili. I fitati vengono inattivati dal calore e dalla fermentazione. Anche l’ammollo prolungato, classico metodo per migliorare la digeribilità dei legumi, contribuisce a ridurre fortemente le concentrazioni di acido fitico nell’alimento.

Come molte altre leguminose, il trifoglio ospita fra le sue radici dei batteri simbionti capaci di fissare l’azoto atmosferico; viene utilizzato di conseguenza nel sistema di rotazione delle colture per migliorare la fertilità  del suolo. Molte specie di trifoglio sono notevolmente ricche di proteine, e vengono seminate come foraggio per il bestiame di allevamento. Il trifoglio è ottima erba da foraggio, tanto da essere chiamata nei secoli passati “erba da latte” per i bovini.

I legumi per tutte le loro proprietà  ed essendo in grado di prevenire diverse malattie, dovrebbero essere alla base di uno stile di vita corretto. Apprezzabili non solo nei piatti tipici della tradizione ma anche in modi alternativi come in ricche insalate, in paste di farina di legumi e in cibi vegan come gli hamburger di legumi.

FONTE: Teaching Tools in PLANT BIOLOGY