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Category ArchivePatologia

Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.

I vaccini NON causano l’autismo!

Quando gli scienziati si trovano di fronte a un problema, cercano di risolverlo seguendo e rispettando onestamente dei punti sequenzialmente logici e fondamentali, raggruppati nel cosiddetto metodo sperimentale galileiano, in ordine: osservazione del fenomeno, proposta di un’ipotesi, verifica sperimentale, formulazione di una legge ed elaborazione di una teoria. Questa è la maniera corretta attraverso cui opera la ricerca scientifica.

Invece, quello che è stato fatto per valutare se il vaccino MPR (Morbillo-Parotite-Rosolia) potesse essere causa di autismo non ha niente a che vedere con l’onestà, il metodo sperimentale galileiano, la ricerca scientifica, il buonsenso e il benessere della salute pubblica, ma ha a che vedere con l’irresponsabilità, l’illegalità, la mancanza di rispetto della scienza, dell’umanità e della vita. Infatti, lo “studio” in questione presentava gravi e basilari errori prima del suo inizio, durante, dopo la sua conclusione e falsificazione della storia clinica dei pazienti (bambini) allo scopo di supportare i risultati ottenuti, manomessi anche questi, e successivamente ritirati collettivamente in modo formale dagli autori. Inoltre, i bambini con autismo inclusi nello “studio” erano stati sottoposti a procedure mediche molto invasive non necessarie, in parte pericolose (ad esempio anestesie, ileo colonscopie, elettroencefalogrammi, punture lombari, radiografie cerebrali e con somministrazione di isotopi radioattivi) e senza le approvazioni da parte di un Comitato Etico, infrangendo ogni deontologia e il giuramento di Ippocrate. Riassumendo questi ultimi fatti e cercando di visualizzarli da un’altra prospettiva, è come se avessero giocato a fare gli scienziati sulla pelle di esseri umani indifesi, senza giudizio e regole. Il paradosso è che gli antivaccinisti reputano fortemente esemplare lo “studio” in questione, quando invece, analizzando la realtà degli eventi non c’è nulla di esemplare in tutto questo. Infine, la “ricerca” era stata commissionata e finanziata con l’obiettivo di dimostrare (non di valutare) che il vaccino MPR fosse causa di autismo, quindi non c’era niente da verificare sperimentalmente; e come se non bastasse, il tutto era accompagnato da profondi interessi economici e pubblicitari, visto che Andrew Jeremy Wakefield, all’epoca responsabile dello “studio”, aveva registrato una serie di prodotti farmaceutici, tra i quali guarda caso, un vaccino contro il morbillo e un trattamento per l’autismo. Così, nel 2010 Wakefield fu riconosciuto dal General Medical Council colpevole di più di 30 capi d’accusa, tra cui disonestà e abuso di bambini con problemi dello sviluppo, mentre nel 2012 è stato definitivamente radiato dall’Ordine dei medici inglese.

Negli ultimi 15 anni sono stati condotti oltre 25 lavori scientifici da diversi centri di ricerca d’eccellenza mondiale, come l’Institute of Medicine, l’American Academy of Pediatrics e i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, giungendo sempre e indipendentemente alla stessa conclusione: il vaccino MPR non causa l’autismo.

 

Fonti:

http://www.epicentro.iss.it/vaccini/autismo

http://www.epicentro.iss.it/vaccini/CommentoSalmaso2014

http://www.epicentro.iss.it/vaccini/MPR_autismo

https://www.sip.it/2018/04/24/settimana-europea-delle-vaccinazioni-autismo-nasce-la-teoria-del-complotto/

https://www.vaccinarsi.org/scienza-conoscenza/contro-la-disinformazione/vaccini-non-causano-autismo

Le malattie batteriche invasive e la loro vitale prevenzione

Qualcuno, solamente sentendo nominare le parole “Malattie infettive batteriche invasive”, urlerebbe a squarciagola sostenendo con incredibili e fantasmagorici racconti basati sulle vuote teorie del complotto, che queste malattie siano certamente causate dalle multinazionali farmaceutiche e dai loro loschi affari. A dire il vero, basandoci sui fatti dimostrabili scientificamente, sono patologie causate da un batterio che viene isolato da parti del nostro corpo che in condizioni normali sono sterili, e la drammaticità è che queste malattie rappresentano un importante problema per tutti noi, dovuto alla loro alta frequenza di gravi complicazioni con possibili esiti permanenti, come perdita dell’udito o della vista, della capacità di comunicare o di apprendere, problemi comportamentali, amputazione degli arti e paralisi.

La meningite e la sepsi sono le malattie più frequenti di questo tipo. La prima è un’infiammazione delle meningi, cioè delle membrane che rivestono e proteggono il cervello ed il midollo spinale. La seconda è un’infiammazione sistemica dovuta alla presenza del microrganismo nel sangue. Sia la meningite che la sepsi possono essere causate dal meningococco, dall’emofilo e dallo pneumococco (che si trasmettono da persona a persona per via respiratoria, quindi anche semplicemente parlando, con un colpo di tosse o starnutendo) e possono evolvere fino a causare la morte dell’individuo colpito in breve tempo, poiché la diagnosi di queste malattie, a causa dei loro sintomi aspecifici, spesso arriva quando ormai è troppo tardi.

Le condizioni associate al rischio di imbattersi in queste patologie possono essere: età, per esempio le meningiti da meningococco interessano i bambini, gli adolescenti ed i giovani adulti; stagionalità, la meningite è più frequente tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera; vita di comunità, come gli studenti nei dormitori o le reclute; fumo ed esposizione al fumo passivo; e presenza di altre patologie, per esempio immunodepressione, insufficienza cardiaca, asma e Aids rappresentano un fattore di rischio per le meningiti da pneumococco.

Tuttavia, anche in questo caso la scienza ci tende la mano, e lo fa mettendoci a disposizione le armi di difesa più potenti ed efficaci di cui dispone, a livello del singolo individuo e della collettività, ovvero i vaccini. Infatti, grazie all’introduzione dei vaccini contro questi batteri, è stato possibile prevenire drasticamente i casi di meningite, di sepsi, i relativi esiti invalidanti permanenti e morti. Quindi, anche in questo contesto, i vaccini dimostrano (con i fatti ed i numeri, non con le parole e le teorie del complotto) di essere uno degli strumenti più preziosi a tutela della vita che l’uomo abbia mai ricevuto in dono, degli alleati della vita che non ci fanno ammalare di malattie che sarebbero estremamente difficili da curare in tempo.

 

Fonti:

http://www.epicentro.iss.it/meningite/

http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=12&area=Malattie_infettive

Una proteina favorisce la perdita di grasso nei topi obesi

I ricercatori del reparto di oncologia del Centro Medico della Georgetown University, con grande sorpresa, studiando una proteina per conoscerne la sua presunta azione nel meccanismo patogenetico del cancro, hanno scoperto, al contrario, un suo, inaspettato, ruolo nel regolare il metabolismo.

Lo studio, pubblicato su “Scientific Reports“, suggerisce che la proteina FGFBP3 (BP3 in breve) potrebbe offrire una nuova terapia per i disturbi associati alla sindrome metabolica, come il diabete di tipo 2 e la malattia del fegato grasso; Quanto accaduto ai ricercatori del centro medico della Georgetown University è il classico esempio di “serendipity”, termine utilizzato quando importanti scoperte avvengono mentre si stava ricercando tutt’altro; infatti, inizialmente, lo studio era rivolto verso il gene BP1, la cui produzione risulta elevata in una serie di tumori. Solo successivamente si è rivolta l’attenzione su BP3, proteina naturalmente prodotta dall’organismo, il cui trattamento, nei topi obesi, per 18 giorni risulta sufficiente per  ridurre, di oltre un terzo, il grasso corporeo e i disturbi correlati all’obesità come l’iperglicemia.
La proteina in questione appartiene alla famiglia delle proteine leganti il fattore di crescita dei fibroblasti (FGF) coinvolti in una vasta gamma di processi biologici, come la regolazione della crescita cellulare, la risposta e la guarigione delle ferite e, inoltre, alcuni di questi, possono agire anche da ormoni.

BP1, 2 e 3 sono proteine “chaperone” che si attaccano alle proteine FGF e ne migliorano l’attività. I ricercatori hanno scoperto che questa proteina chaperone si lega a tre proteine FGF (19, 21 e 23), coinvolte nel controllo del metabolismo. La segnalazione FGF19 e FGF 21 regola la conservazione e l’utilizzo di carboidrati (zuccheri) e lipidi (grassi); FGF23 controlla, invece, il metabolismo del fosfato. In questo modo si è scoperto che BP3 esercita un notevole contributo nel controllo metabolico. Quando si dispone di più chaperon BP3 disponibili, l’effetto di FGF19 e FGF21 aumenta all’aumentare della loro segnalazione, il che rende BP3 un forte propulsore del metabolismo dei carboidrati e dei lipidi. Con il metabolismo accelerato, lo zucchero nel sangue e il grasso, trasformato nel fegato, vengono utilizzati per ricavare energia, per cui tendono a non essere immagazzinati.
I risultati dello studio sono notevoli, è necessaria, però, una ricerca aggiuntiva prima che la proteina BP3 possa essere utilizzata come terapia per il diabete e la sindrome metabolica nell’uomo.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

– Elena Tassi, Khalid A. Garman, Marcel O. Schmidt, Xiaoting Ma, Khaled W. Kabbara, Aykut Uren, York Tomita, Regina Goetz, Moosa Mohammadi, Christopher S. Wilcox, Anna T. Riegel, Mattias Carlstrom, Anton Wellstein. Fibroblast Growth Factor Binding Protein 3 (FGFBP3) impacts carbohydrate and lipid metabolism. Scientific Reports, 2018; 8

– Materials provided by Georgetown University Medical Center.

Curare l’ulcera arteriosa con il sistema “CELUTION”

Salve a tutti! Oggi vorrei parlarvi di un importante studio condotto da un gruppo di ricercatori nel laboratorio di Biotecnologie Applicate presso il Dipartimento di Anestesia, Chirurgia e Scienze di Emergenza della Seconda Università di Napoli.
L’obiettivo? Trovare una cura definitiva per l’ulcera arteriosa.
Per comprenderne l’importanza è necessario fare un breve excursus a riguardo.
Innanzitutto, cos’è un’ulcera? Il termine ulcera deriva dal latino “ulcus” ed indica una lesione della pelle o di un tessuto epiteliale, con una lenta, difficoltosa o assente cicatrizzazione. E’ una condizione clinica cronica spesso caratterizzata da una lenta guarigione e soprattutto, dalla tendenza a recidivare.
Le ulcere arteriose sono lesioni della cute generalmente a carico degli arti inferiori, che colpiscono pazienti affetti da occlusione delle arterie (arteriopatia obliterante periferica); un’inadeguata circolazione sanguigna determina ipossia e danno tissutale. L’aspetto delle lesioni arteriose è peculiare, in quanto abitualmente si manifestano con una placca dura e nerastra ben attaccata e dai margini ben definiti.
L’approccio terapeutico è incentrato sul ripristino dell’apporto di ossigeno nelle zone colpite e generalmente è di tipo:
 Chirurgico: mediante angioplastica* , endoarterectomia * o con l’applicazione di un bypass* chirurgico.
 Farmacologico: il medico può raccomandare farmaci per il trattamento di condizioni che peggiorano o complicano la situazione patologica delle arterie, quali gli ipocolesterolemizzanti (statine) o gli antiipertensivi. Si può anche aver bisogno di prendere farmaci anticoagulanti per ridurre al minimo le possibilità di formazione di coaguli che bloccano le arterie ostruite.
In quest’articolo, invece, vorrei parlarvi della metodologia alternativa (e fino a poco tempo fa a me sconosciuta) utilizzata dal gruppo di ricercatori precedentemente menzionato per la cura delle ulcere croniche negli arti inferiori in pazienti con arteriopatia periferica *: il sistema Celution. Quest’ultimo è una sistema tecnologico che consente l’accesso, in tempo reale e nel luogo dove si assiste il paziente, alle cellule staminali adulte e rigenerative di derivazione adiposa (ADRC) grazie ad un processo automatizzato e standardizzato per l’estrazione, il lavaggio e la concentrazione delle cellule ADRC del paziente.
Utilizzando il sistema Celution, i ricercatori hanno isolato una soluzione di ADRC in circa 150 minuti. Le cellule isolate sono state iniettate successivamente attraverso una siringa da 10 ml nei bordi dell’ulcera.
I pazienti curati mediante infiltrazioni di cellule staminali sono stati monitorati a 4, 10, 20, 60 e 90 giorni. I risultati sono stati sorprendenti! In tutti i casi trattati con ADRC, i ricercatori hanno riscontrato una riduzione del diametro e della profondità dell’ulcera con una consequenziale diminuzione del dolore. Inoltre, in 6 su 10 casi si è verificata la completa guarigione dell’ulcera.
Per validare i risultati ottenuti, il gruppo di ricerca ha eseguito la caratterizzazione cellulare mediante FACS* su una piccola quantità di cellule estratte con questa metodologia; ciò ha chiaramente comprovato che le cellule ADRC contenevano cellule staminali derivate da tessuto adiposo.
Inoltre, i test di vitalità* hanno dimostrato che la chiusura parziale o totale dell’ulcera era attribuibile esclusivamente alle cellule ADRC presenti nell’estratto di Celution e non ai fattori di crescita estratti durante il processo di purificazione e iniettati insieme alle cellule.
Questi risultati hanno dimostrato che la tecnica è fattibile per l’applicazione di cellule autologhe e non è associata ad eventi avversi. Dal punto di vista medico e tecnologico si è trattato di un bel passo avanti…E voi? Cosa ne pensate?
Note
*endoarterectomia: il chirurgo con questa tecnica rimuove la placca dall’ arteria per ripristinare il flusso sanguigno. Per eseguire un endoarterectomia, il chirurgo vascolare fa un’incisione nell’arteria interessata rimuove la placca contenuta nel rivestimento interno delle arterie stessa.
* angioplastica: una metodica utilizzata in ambito medico per dilatare un restringimento del lume (stenosi) di un vaso sanguigno, causato nella maggior parte dei casi dalla presenza di una placca ateromasica.
*bypass chirurgico: intervento che è effettuato quando un’arteria è completamente chiusa. Si crea una deviazione che deve superare la zona ostruita di un’arteria degli arti inferiori per costruire un nuovo percorso per il sangue che deve poter fluire ai tessuti a valle.
*FACS: dall’inglese “Fluorescence-Activated Cell Sorter” è un sofisticato metodo di separazione cellulare, basato sulla marcatura degli anticorpi con composti fluorescenti. Le cellule riconosciute dall’ anticorpo specifico sono accoppiate a un composto chimico fluorescente e possono essere riconosciute e separate.
* Il test di vitalità cellulare utilizzato in questo caso è WST-8, che rappresenta uno strumento utile per studiare l’induzione e l’inibizione della proliferazione cellulare in qualsiasi modello in vitro. Il test si basa sulla riduzione extracellulare di WST-8 da parte del NADH prodotto nei mitocondri, che dà luogo a formazano idrosolubile che si dissolve direttamente nel terreno di coltura.
* Arteriopatia obliterante periferica : è una condizione medica in cui vi è una lesione ostruttiva localizzata a valle delle arterie renali, con ipoperfusione degli arti inferiori. L’eziologia è nella grande maggioranza dei casi di natura aterosclerotica. Si determina una ischemia (mancanza di sangue) acuta o cronica.
Referenze
 Illustrazione di Rosa (Rossella) Franchi
 http://www.simitu.it/cms/visualizza_pagina.php?parametro=43
 http://www.policlinicocampusbiomedico.it/persone-e-strutture/cv/640-trattamento-delle-ulcere-vascolari.html
 https://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale
 http://online.scuola.zanichelli.it/alt/materiali/biologia/Glossario/F/G_FACS.htm
 http://www.osservatorioinnovazione.net/schede/sch11750.pdf
 https://www.caymanchem.com/product/10010199
 Therapy with autologous adipose-derived regenerative cells for the care of chronic ulcer of lower limbs in patients with peripheral arterial disease . Autori :Gerardo Marino, Marco Moraci, Emilia Armenia, Consiglia Orabona, Renato Sergio, Gabriele De Sena, Vincenza Capuozzo, Manlio Barbarisi, Francesco Rosso, Giovanni Giordano, Francesco Iovino, Alfonso Barbarisi
 http://www.espertidivulnologia.it/2014/10/11/abc-delle-ulcere-arteriose/
 https://www.starbene.it/medicina-a-z/ulcera-della-gamba

IRISINA, una molecola nello spazio. Ecco che arriva come una “stella cadente” possibile cura per Osteoporosi e Sarcopenia.

L’ irisina e’ una brillante molecola capace di indurre un aumento della massa ossea e prevenire il deterioramento muscolare (sarcopenia)  associato allo sviluppo di osteoporosi.

Vorrei iniziare questo articolo citando un docente della Scuola di Nutrizione Salernitana (SNS) che durante un corso ci disse tipo: “…non esiste antidoto migliore dell’attività fisica. Se potessimo incapsulare in un farmaco i suoi potenziali, come anche quelli del digiuno, ed effetti positivi sulla nostra salute, molte patologie si curerebbero senza effetti collaterali…”
Beh perché mai ci ha trasmesso questo “sapere”? In quanto è noto che, durante l’attività fisica, vengono rilasciate “molecole positive” per la nostra saluta. Infatti, in seguito a contrazione, il muscolo rilascia una varietà di molecole attive, chiamate miochine, che permettono l’interazione fra tessuto muscolare scheletrico e altri tessuti, quali il tessuto adiposo, epatico e pancreatico. Evidenze scientifiche indicano come la carenza di tali molecole, determinata da inattività e sedentarietà, è associata allo sviluppo di una serie di patologie e di malattie metaboliche, come l’insulino resistenza, il diabete di Tipo II, l’obesità o disturbi cardiovascolari e del comportamento. A queste si aggiunge l’osteoporosi!
L’osteoporosi è la più comune malattia metabolica dello scheletro ed ha un importante impatto sociale interessando la maggior parte della popolazione. Inoltre, l’osteoporosi è quasi sempre accompagnata da sarcopenia, una patologia causata dal declino del muscolo scheletrico, sovente negli anziani con conseguenti fratture. Colpisce infatti, milioni di persone nel mondo, in particolare, di sesso femminile, le persone che fanno terapia cortisonica, i diabetici, gli obesi ed anche gli astronauti durante le missioni spaziali per l’assenza di gravità.
Ecco che “cade dal cielo come una stella cadente” ad illuminarci l’irisina, una “molecola in orbita”, rivelatasi un possibile candidato farmaco naturale mima-attività fisica, dunque, senza effetti collaterali essendo prodotta fisiologicamente dal muscolo in attività. Potrebbe, oltretutto, ridurre, enormemente la spesa pubblica che, in particolare per l’osteoporosi, è molto onerosa. Oltretutto secondo l’ OMS, nel 2050, visto che andiamo in contro ad un prolungamento della vita media, le fratture da fragilità ossea potrebbero raggiungere un costo esorbitante!
L’ irisina e’ stata individuata nel 2012 da un’equipe di ricercatori di Harvard, è una delle proteine (miochine) prodotte spontaneamente dai muscoli durante l’esercizio fisico (una delle “molecole positive”). Inizialmente è stata descritta come una molecola in grado di trasformare il grasso bianco nel più salutare grasso bruno, promuovendo il dimagrimento. Grazie ad ulteriori studi dell’Università di Bari, si è dimostrato che una concentrazione di irisina molto più bassa rispetto a quella attiva sul tessuto adiposo induce la formazione di nuovo osso e rende lo scheletro più resistente alle fratture. Dunque una delle principali funzioni di questa brillante molecola è l’ aumento di massa e la resistenza ossea.
I nostri ricercatori pugliesi, in collaborazione con la NASA, progetto selezionato dalla European Space Agency (ESA) e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), hanno ben pensato di spedire in orbita questa molecola. Cosi, il test di funzionamento è stato eseguito nello spazio. È noto, infatti, che gli astronauti tornano dalle proprie missioni, anche da quelle di breve durata, con osteoporosi e atrofia muscolare, a causa della scarsa attività fisica e assenza di gravità. I ricercatori, confermando i risultati positivi in assenza di gravità dell’uso di questa illuminante molecola, rivelatasi una molecola esercizio-mimetica, hanno scoperto un’ottima candidata per contrastare il deterioramento dell’osso e del muscolo in assenza di gravità ma non solo.
L’irisina potrebbe, inoltre, essere d’aiuto anche per gli obesi nel dimagrimento, in quanto, esperimenti effettuati su modelli murini di obesità, l’irisina induce il trans-differenziamento di adipociti (grasso) bianchi in marroni promuovendo, dunque, la perdita di peso. Ancora gli scienziati hanno scoperto che l’irisina svolge un ruolo di co-attivatore di un fattore di trascrizione, responsabile del controllo del metabolismo energetico muscolare, della biogenesi mitocondriale, dell’assorbimento di glucosio e dell’ossidazione di diversi substrati.
Ecco che emerge l’importanza di tale molecola “salvatrice” per la cura e prevenzione della fragilità ossea e sarcopenia.
Tali risultati sono rivoluzionari! L’irisina, è veramente una brillante candidata a farmaco naturale senza effetti collaterali, per neutralizzare la perdita di massa ossea e muscolare sofferta non solo dagli astronauti, ma anche da anziani, sedentari, obesi, nonché di persone con disabilità fisica e / o immobilizzazione forzata post intervento.
I vantaggi della molecola Irisina sono, oltre a quelli di non presentare gli effetti collaterali tipici dei farmaci utilizzati oggigiorno per tali patologie, di possedere una brillante capacità di prevenire e / o curare al contempo fragilità ossea e sarcopenia, nonché di ridurre, in futuro, enormemente la spesa sanitaria pubblica.
Concludo ricordando che l’alimentazione e lo stile di vita sono sempre i rimedi naturali che dobbiamo ogni giorno curare per mantenerci in salute. Tengo a precisare inoltre, che il latte non è per niente la cura preventiva per l’osteoporosi come ci è stato sempre suggerito…anzi, oggi sappiamo che ne è un forte induttore!

Riferimenti bibliografici
[1] Maria Grano. Irisina per la cura e la prevenzione dell’osteoporosi e dell’atrofia muscolare. Dipartimento Emergenza e Trapianti d’Organo, Scuola di Medicina, Università di Bari
[2] Faienza MF et al. 2018. High irisin levels are associated with better glycemic control and bone health in children with Type 1 diabetes. https://doi.org/10.1016/j.diabres.2018.03.046
[3] Colaianni G et al. (2017). Irisin prevents and restores bone loss and muscle atrophy in hind-limb suspended mice. DOI:10.1038/s41598-017-02557-8

[4]L.Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita
[5] BoneKEy Reports 4, Article number: 765 (2015) | doi:10.1038/bonekey.2015.134