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SPLENDIDAMENTE DONNA- Candida e sport: l’una esclude l’altro?

L’evidenza scientifica parla chiaro: svolgere una regolare attività fisica favorisce uno stile di vita sano, con notevoli benefici sulla salute generale della persona. Ad ogni età, una regolare attività fisica, anche moderata, contribuisce a migliorare la qualità della vita in quanto influisce positivamente sia sullo stato di salute sia sul grado di soddisfazione personale. L’esercizio fisico, infatti, riduce la pressione arteriosa, controlla il livello di glicemia, modula positivamente il colesterolo nel sangue, aiuta a prevenire le malattie metaboliche, cardiovascolari, neoplastiche, le artrosi e riduce il tessuto adiposo in eccesso. Inoltre, riduce i sintomi di ansia, stress, depressione e solitudine e comporta benefici evidenti per l’apparato muscolare e scheletrico. L’ attività fisica e il sano movimento sono un vero e proprio aiuto per migliorare le difese immunitarie e per rinforzare il nostro organismo in generale. Stimolano e favoriscono la naturale detossificazione e contemporaneamente svolgono un effetto antistress che permette di scaricare le tensioni accumulate. In particolare l’attività fisica aerobica svolge una vera e propria funzione di depurazione dalle sostanze nocive rilasciate durante le infezioni da candida, aiutando l’organismo ad eliminare le tossine e i radicali liberi presenti. L’esercizio fisico, preferibilmente di tipo aerobico, non deve essere necessariamente intenso: per essere fisicamente attivi sono sufficienti semplici movimenti che fanno parte della vita quotidiana, come il camminare, ballare, andare in bicicletta e fare i lavori domestici. Infatti, l’attività fisica è definita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come “qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che richiede un dispendio energetico”. Nel momento in cui ci muoviamo mettiamo il sistema endocrino nelle condizioni di aumentare la produzione di ormoni “positivi” come le endorfine e le catecolamine, i quali regolano l’umore e aumentano le difese dell’organismo. Parallelamente si inibisce la produzione di ormoni negativi come il cortisolo che sono correlati all’aumento dello stress. Forse però non tutti sanno che sebbene una sua “eccessiva produzione'” sia indiscutibilmente nociva all’ organismo, altrettanto dannosa è la sua “sottoproduzione”‘, in quanto livelli minimi di cortisolo sono comunque necessari al buon funzionamento del nostro corpo. Sappiamo che durante l’attività fisica i livelli di cortisolo aumentano per poi rientrare nella norma non appena il soggetto ritorna in una condizione di riposo e tranquillità. Questo effetto “a breve termine'” produce dei benefici alla nostra salute, rafforzando il sistema immunitario, la memoria, il controllo dell’appetito, la perdita del peso, i livelli di energia, i livelli di infiammazione e la salute sessuale L’obbiettivo di una corretta gestione dell’allenamento non dovrebbe quindi essere tanto o solo quello di evitare “picchi di cortisolo”, quanto quello di evitare situazioni croniche in cui tale ormone è prodotto in eccesso o in difetto. L’ideale sarebbe quello di mantenere delle oscillazioni normali in risposta a situazioni di stress e relax. La presenza di un’infezione da candida non preclude la possibilità di poter fare del sano esercizio fisico e scaricare così lo stress. Lo sport può far bene al nostro corpo anche nel percorso di cura della candida, ovviamente con le dovute precauzioni e un po’ di attenzione. Durante la pratica delle attività sportive, ad esempio, è preferibile non utilizzare indumenti aderenti o tute troppo strette che possono recare fastidio, ed è consigliato cambiarsi subito dopo aver terminato l’attività sportiva, per evitare che il nostro corpo diventi un ambiente favorevole alla proliferazione dei funghi. L’attività fisica svolge, un ruolo molto importante per aiutare il corpo a liberarsi dalle tossine e permettere alla persona di risolvere del tutto la problematica. Un suggerimento da tenere in considerazione, prima di iniziare l’attività fisica, è quella di scegliere un abbigliamento adeguato. Gli indumenti non devono essere troppo aderenti, ciò comporterebbe continui sfregamenti che aumenterebbero lo stato flogistico nelle zone di interesse. Si consiglia siano di cotone e non indumenti sintetici. I benefici dello svolgere attività fisica all’aria aperta sono maggiori, perché consente un maggior apporto di ossigeno a tutto l’organismo. Il consiglio è quello di svolgere un’attività di tipo aerobico come una camminata, ricavando ogni giorno, un po’ di tempo per muoversi, mantenersi in forma e aiutare l’organismo a ritrovare il suo equilibrio. Quando è in corso l’infezione da candida, è bene evitare gli esercizi dove sia previsto l’accavallamento delle gambe, gli sport dove si sta seduti per lungo tempo come byke ed equitazione. Una volta superata la fase acuta è consigliato variare spesso il ritmo dell’attività aerobica alternando la camminata lenta con la camminata veloce e la corsa. Questo approccio permette di stimolare maggiormente il sistema linfatico. Tanto sport e un’ottima alimentazione possono certamente aiutare, ma in presenza di un’infezione da candida sarebbe meglio evitare sport acquatici, che possono creare un clima ideale per il proliferare dei funghi. Un fattore di rischio è certamente l’ambiente caldo e umido che viene a crearsi in acqua, condizione a cui si aggiunge la presenza dell’alto tasso di cloro, che può favorire il presentarsi di irritazioni. L’attività fisica incrementa l’energia, permette di scaricare stress e tensioni e dà un immagine più positiva di sé.

Reference

J Clin Lab Anal. 2016 Sep;30(5):732-5. doi: 10.1002/jcla.21929. Epub 2016 Mar 15. Analytical Evaluation of Free Testosterone and Cortisol Immunoassays in Saliva as a Reliable Alternative to Serum in Sports Medicine.

HPV e Carcinoma orofaringeo: Scopriamo insieme come il Papillomavirus è un nemico, non solo per le donne!

Dott.ssa Morra Serena

Quando si parla di Papillomavirus si tende a pensare soltanto alle conseguenze, gravi e meno gravi, causate alla popolazione femminile. Ricordiamo che questa infezione rientra nella categoria delle “infezioni a trasmissione sessuale” e i meccanismi di infezione sono strettamente correlati alle abitudini sociali e allo stile di vita della donna, ma anche alla scelta del partner maschile. Fino a pochi anni fa, in molti Paesi, le campagne vaccinali contro il Papillomavirus si sono concentrate esclusivamente nel sesso femminile, ponendosi come obiettivo principale la prevenzione delle neoplasie della cervice uterina.

In particolare, in Italia fino al 21 febbraio 2017 erano disponibili solo due vaccini anti-HPV:

– il vaccino bivalente in grado di proteggere dai genotipi HPV 16 e 18 ad alto rischio oncogeno

– il vaccino quadrivalente che, oltre al tipo 16 e 18, protegge anche contro i tipi di HPV 6 e 11 a basso rischio oncogeno 

Attualmente è stato reso disponibile anche il vaccino 9-valente, il quale è  in grado di proteggere, oltre che dai tipi 16, 18, 6 e 11, anche dai tipi 31, 33, 45, 52 e 58. La somministrazione del vaccino anti-HPV viene effettuata rispettando le tempistiche del calendario vaccinale del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2017-2019 e con le modalità specificate nella Circolare del Ministero della Salute del 24 aprile 2014. La fondazione GIMBE, a  luglio 2018 ha pubblicato una articolo dove sono strati trattati e approfonditi i vaccini anti-HPV ma anche le prove di efficacia e i profili di sicurezza. In questo documento è emerso che nelle donne i vaccini anti- HPV offrono una protezione diretta e sicura in quanto i genotipi 16 e 18 sono presenti in tutti e tre i tipi di vaccini e sono responsabili di circa il 70% dei carcinomi della cervice uterina e circa il 90% dei carcinomi anali e vulvari, mentre i genotipi 31, 33, 45, 52 e 58 presenti nel vaccino 9-valente, sono responsabili di un ulteriore 20% di carcinomi. Grazie a studi più approfonditi sull’HPV è emersa la possibilità di infezione anche negli uomini. Infatti, in Italia i Sistemi Sentinella dell’Istituto Superiore di Sanità hanno mostrato una maggior prevalenza della condilomatosi nel sesso maschile, soprattutto tra i giovani di età inferiore ai 25 anni, con un preoccupante picco di aumento negli ultimi anni (il numero di casi è duplicato tra il 2004 e il 2008).  Le neoplasie HPV-correlate nell’uomo riguardano principalmente l’apparato genitale e il distretto orofaringeo. In particolare la patologia neoplastica nell’uomo è a carico del pene e dell’ano per quanto riguarda l’apparato sessuale, mentre nel distretto testa-collo i siti anatomici maggiormente coinvolti sono la cavità orale, l’orofaringe, la lingua e la laringe ed è da sottolineare che le neoplasie a cellule squamose dell’orofaringe sono 4 volte più frequenti nel maschio rispetto alla femmina e sono principalmente causate dal genotipo HPV 16. A questo proposito è importante riportare un caso accertato di un uomo di 51 anni, eterosessuale e forte fumatore, ricoverato a causa di una persistente tosse secca, disfonia e leggera disfagia, nel reparto di Otorinolaringoiatra dell’Ospedale “Cardinale Ascalesi” – ASL Napoli 1 Centro.  Attraverso la biopsia effettuata durante una laringoscopia è stato rivelata la presenza di un carcinoma a cellule squamose infiltrante di grado moderato. Il DNA del tumore è stato estratto  e sottoposto ad amplificazione mediante reazione a catena della polimerasi (PCR). Dall’amplificazione si è notata la presenza di DNA di HPV. La successiva genotipizzazione ha rivelato la presenza di due genotipi: HPV 73 e HPV 82. Dato che HPV 82 fa parte dei genotipi ad alto rischio oncogeno, è stato necessario effettuare il sequenziamento genico delle proteine L1, E6 ed E7. Dall’analisi di sequenza è emerso che si tratta di una variante del genotipo 82, scoperta di recente e detta HPV82-BA10, la quale recentemente è stata riscontrata anche in una paziente con una lesione cervicale di alto grado. Questo studio ha dimostrato, per la prima volta, la presenza di una nuova variante di HPV82 in un uomo affetto da carcinoma della laringe. Data l’accertata presenza di genotipi HPV ad alto rischio oncogeno anche negli uomini, si è sentita l’esigenza di estendere la copertura vaccinale anche al sesso maschile: in questo modo è stato possibile garantire una protezione sicura dai carcinomi e dai condilomi conseguenti ad un infezione cronica da HPV.  A tal proposito il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV 2017-2019), approvato il 19 gennaio 2017 con Intesa Stato-Regione, raccomanda la vaccinazione routinaria anti –HPV in tutta la popolazione. In particolare:

–  Nelle donne, la vaccinazione anti-HPV è raccomandata tra gli 11 e i 12 anni e può essere somministrata a partire dai 9 anni. La vaccinazione di recupero, invece, viene raccomandata per le donne di età compresa tra 13 e 26 anni che non sono state precedentemente vaccinate o che non hanno concluso il ciclo vaccinale.

– Negli uomini, la vaccinazione anti-HPV è raccomandata tra gli 11 e i 12 anni e può essere somministrata a partire dai 9 anni, La vaccinazione di recupero, invece, vene raccomandata negli uomini di età compresa tra i 13 e i 21 anni che non sono stati  precedentemente vaccinate o che non hanno concluso il ciclo vaccinale.

 – La vaccinazione anti-HPV e il suo recupero viene raccomandata anche negli omosessuali o nei maschi immunocompromessi di età compresa tra i 22 e i 26 anni. 

– La vaccinazione di recupero routinaria anti-HPV non è raccomandata nei soggetto di età maggiore di 26 anni in quanto con l’età aumenta la probabilità di una precedente esposizione ai tipi di HPV presenti nei vaccini, riducendo il beneficio del vaccino stesso.

Attualmente non esistono, oltre alla vaccinazione, strumenti di prevenzione per l’uomo. L’utilizzo del preservativo, seppur associato ad un minor rischio di contrarre l’infezione, non elimina totalmente il rischio di acquisizione/trasmissione dell’infezione a differenza di quanto avviene per le altre malattie a trasmissione sessuale. I vaccini attualmente approvati per l’utilizzo nel sesso maschile hanno mostrato una buona immunogenicità, simile e non inferiore a quella riportata nel sesso femminile, ed un buon profilo di sicurezza.

In conclusione, si può affermare che il vaccino anti-HPV rappresenta un notevole mezzo di prevenzione contro tutte le infezioni da HPV sia nella donna che nell’uomo. L’inclusione del maschio alla campagna vaccinale ha lo scopo di minimizzare la possibilità di trasmissione tra i due sessi, ma ancora di più di contrastare la manifestazione delle numerose patologie correlate all’HPV che colpiscono gli uomini, come condilomi anali e del pene. Nonostante questo, in Italia la copertura vaccinale è scarsamente utilizzata a causa del costo del vaccino, ma anche a causa di una scarsa informazione. Questo provoca elevati casi di mortalità evitabili, oltre che un aumento dei costi della assistenza sanitaria.

Una buona informazione scientifica e la consapevolezza dell’importanza dei vaccini è il primo passo verso la prevenzione di malattie pericolose per la propria salute ma anche per quella delle persone che ci circondano.

Bibliografia:

Giuliano AR, Lazcano E, Villa LL, et al. The Human Papillomavirus Infection in Men (HIM) study: HPV prevalence and type-distribution among men residing in Brazil, Mexico, and the US. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev 2008;17:2036-43

Garnock-Jones KP, Giuliano AR. Quadrivalent human papillomavirus (HPV) types 6, 11, 16, 18 vaccine for the prevention of genital warts in males. Drugs R D 2012;12:235-8.

Suligoi B, Salfa MC, Mariani L. Epidemiologia e management dei pazienti con condilomi genitali in Italia. Igiene e Sanita Pubblica 2010

Angela Giannattasio, Giuseppe Panetti, Romilda Minichini, Alessandro Morelli,  Elena Mosca, Giulio Fenu, Marianna Sicuranza, Giovanni Galano, Pasqualina Raffio, Erika Siciliano, Viviana Pastore, Maria Rosaria Buonaiuto, Angela Tedesco, Luigi De Paola.  “Presence of HPV82-BA10, a novel variant of papillomavirus, in a larinx cancer”. Società Italiana di Patologia Clinica e Medicina di Laboratorio 2017

Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale – PNPV 2017-2019, 2018

Sitografia:

https://www.gimbe.org

Portale del ministero della salute.

www.salute.gov.it

Portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità. http://www.epicentro.iss.it

ALIMENTAZIONE E PCOS – Convivere con la sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) è una sindrome complessa che affligge 1 donna su 10, caratterizzata da irregolarità del ciclo mestruale, ipersecrezione di androgeni, presenza di piccole cisti nell’ovaio e obesità.

Molte donne riscontrano anche alti livelli di insulina nel sangue (iperinsulinemia) ed una ridotta risposta dei tessuti all’insulina (insulinoresistenza), che potrebbe essere responsabile dell’alterazione del funzionamento ovarico, oltre a contribuire al problema dell’obesità.

A lungo termine, inoltre, possono insorgere patologie di tipo metabolico, cardiovascolare e neoplastico.

In primis, è importante trattare efficacemente l’insulinoresistenza, e così ritardare o contenere i sintomi connessi alla patologia, come l’iperandrogenismo, l’irregolarità del ciclo, l’infertilità, il numero di cisti ovariche, l’acne e il sovrappeso.

La dieta e l’attività fisica svolgono un ruolo molto importante nel trattamento della resistenza all’insulina nelle donne affette da PCOS.

L’alimentazione può aiutare su due livelli: il primo è di tipo preventivo; il secondo è quello terapeutico vero e proprio.

La prevenzione, soprattutto per le donne che hanno familiarità o fattori di rischio per lo sviluppo PCOS, è caratterizzata da una dieta povera di grassi, con riduzione dell’introito calorico e aumento l’attività fisica.

Il calo ponderale deve avvenire in maniera molto graduale (0,5 Kg a settimana) per evitare di riacquistare il peso perduto. La dieta ipocalorica determina una riduzione della produzione di insulina e testosterone con regolarizzazione del ciclo nel 40-50% dei casi.

Sul piano terapeutico, la dietoterapia mira a mantenere bassi i livelli di insulina, tramite una dieta a basso carico glicemico e basso contenuto di carboidrati; questi ultimi è preferibile vengano consumati principalmente nella prima parte della giornata, cioè quando sono metabolicamente meglio tollerati.

Per ridurre ulteriormente la produzione di insulina dovuta all’introduzione dei carboidrati, è bene associare questi ultimi sempre a fibre, grassi e/o proteine, prestando attenzione anche al tipo di fonte, così da evitare di ingerire cibi processati e/o che contengono o possono rilasciare additivi o sostanze in grado di variare il quadro ormonale (es. gli estrogeni nel petto di pollo da allevamento intensivo o gli isoflavoni nella soia).

Rispettare un timing alimentare, cioè alimentarsi in determinate fasce orarie, sembra aiutare la secrezione ormonale e i cicli ovulatori.

In particolare, si consiglia sempre di fare, entro le 9:00 del mattino, un’abbondante colazione, che diventa il pasto principale della giornata e che raggiunge quasi le 1000 kcal.

È buona regola associare frutta fresca o essiccata (fichi, albicocche, prugne ecc), una fonte di carboidrati complessi (pane a lievitazione naturale o di segale, muesli, fiocchi d’avena, biscotti o torte fatte in casa con ricette che prevedano l’uso di dolcificanti alternativi allo zucchero, non dolcificanti artificiali). con una fonte di proteine, solo sporadicamente provenienti da latticini (che potrebbero innalzare i livelli di infiammazione dell’organismo e aiutare la produzione di insulina).

Si può, ad esempio, alternare prosciutto DOP (che per legge non contiene conservanti chimici o nitriti), uova da allevamenti a terra, salmone o tonno, rigorosamente pescati.

Segue un pranzo moderato (600-650 kcal) tra le 12:00 e le 15:00, con una piccola fonte di carboidrati a basso indice glicemico (pasta di farro, farro e orzo in chicchi, grano saraceno, miglio e altri), legumi o un’altra fonte proteica animale (pesce, uova, carni bianche), abbondante verdura e olio extravergine come condimento.

Infine, una cena modesta (200 kcal) tra le 18:00 e le 21:00: una piccola porzione di verdura e una piccola porzione di proteine con una fonte buona di grassi quale l’olio extravergine a crudo.

Niente spuntini se non si avverte il senso di fame, per non indurre ulteriori picchi insulinici.

Questo schema alimentare, anche se può sembrare un piano totalmente squilibrato, è un piano terapeutico e deve diventare di routine per la donna che soffre di PCOS.

Non si tratta, di seguire una dieta solo per tre/quattro mesi: quando si torna alle vecchie abitudini, infatti, i problemi ritornano (amenorrea, insulino-resistenza, aumento del rischio di sindrome metabolica ed altri).

La PCOs è, infatti, una sindrome cronica.

Ovviamente, ci si può concedere qualche piccolo strappo alla regola, adattandolo naturalmente alla situazione: 80% di alimentazione controllata e finalizzata alla PCOS, 20% di “sgarri” (ovvero cenare una volta a settimana fuori, saltare la colazione della domenica per riposare di più, concedersi il dolce nelle occasioni particolari…)

Alle volte la sola alimentazione può migliorare le condizioni della patologia, ma altre, purtroppo, può essere sì un valido aiuto, ma non la soluzione. Ogni individuo è diverso dagli altri, non esiste una dieta o una terapia generale.

Dottoressa Laura Masillo

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • Sindrome dell’ovaio policistico, Manuale di Terapia delle Malattie Endocrine e Metaboliche, Toscano V.
  • Malattie del Sistema Endocrino e del Metabolismo, Travaglini P.
  • Corrigendum to meal timing and composition influence ghrelin levels appetite scores and weight loss maintenance in overweight and obese adults steroids, Jakubowicz D.
  • Alimentazione in equilibrio, Rossoni A.

Intermittent Fasting: Arma utile contro il Diabete di tipo 2

Il diabete di tipo 2 è la tipologia di diabete più frequente, caratterizzata da un deficit di secrezione insulinico oppure da una impossibilità ormonale di agire in maniera soddisfacente (insulino-resistenza).

Il diabete di tipo 2 è la più comune comorbidità in caso di pazienti affetti anche da obesità importante e sindrome metabolica.

Circa una persona su 10 negli Stati Uniti e in Canada è affetta da diabete di tipo 2, patologia cronica, spesso associata ad altre disfunzioni di severa importanza. I cambiamenti dello stile di vita sono fondamentali per gestire la patologia, ma da soli non bastano nel controllo dei livelli di glucosio nel sangue.

La chirurgia bariatrica, pratica clinica e chirurgica, è una metodica invasiva efficace per combattere l’eccesso ponderale e migliorare le condizioni cliniche anche nel diabete; tuttavia non è esente da rischi e deve essere ben guidata da un team multidisciplinare che deve preparare il paziente fisicamente e psicologicamente all’intervento e alla vita successiva ad esso. I farmaci possono gestire i sintomi e aiutare a prevenire le complicazioni, ma non possono arrestare la progressione della patologia.
In Ontario, però, i medici dell’Ospedale di Scarborough, hanno cercato di migliorare le condizioni cliniche di questi pazienti diabetici, presentando loro un protocollo alimentare che prevedesse un lungo periodo di digiuno (intermittent-fasting).

I pazienti reclutati per lo studio sono tutti di sesso maschile e di età compresa tra i 40 e i 67 anni, assumevano insulina e tutti avevano un quadro clinico composto che includeva anche ipercolesterolemia e ipertensione, oltre alla patologia principale considerata.

Il 90% dei pazienti ha digiunato a giorni alterni per ben 24 ore, mentre il 10% ha digiunato per tre giorni a settimana.

Nei giorni di digiuno sono stati autorizzati a bere bevande a bassissimo contenuto calorico, come tè, caffè e acqua e a consumare un unico pasto ipocalorico alla sera.
Prima di intraprendere il regime di digiuno, tutti i pazienti hanno partecipato ad un seminario di formazione nutrizionale della durata di sei ore, che includeva anche informazioni relative allo sviluppo del diabete, al  suo impatto sul corpo e su come gestire la patologia attraverso la dieta.
I pazienti hanno sposato bene lo schema alimentare proposto portandolo avanti per circa 10 mesi, dopo i quali è stata valutata la glicemia a digiuno, la glicata (HbA1c), il peso e la circonferenza della vita.

I risultati ottenuti sono stati ottimali, considerando che tutti gli uomini sono stati in grado di interrompere l’iniezione di insulina entro un mese dall’inizio del programma dietetico. Nel 10% dei pazienti ci sono voluti solo cinque giorni per l’interruzione dei farmaci.

Hanno tutti perso peso (del 10-18%) e migliorato la condizione clinica di partenza oltre al fatto di aver ridotto e, in alcuni casi, abolito l’uso dei farmaci.
Questa serie di casi attuali ha mostrato che il regime di digiuno di 24 ore può invertire o eliminare in modo significativo la necessità di farmaci per i soggetti diabetici; tuttavia lo studio è stato applicato ad un numero ristretto di pazienti e tutti di sesso maschile quindi ulteriori indagini devono essere svolte per poter avere la certezza nell’efficacia del protocollo dietetico.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia
Suleiman Furmli, Rami Elmasry, Megan Ramos, Jason Fung. Therapeutic use of intermittent fasting for people with type 2 diabetes as an alternative to insulin. BMJ Case Reports, 2018;

LA DIETA CONSENTE IL RIPRISTINO DELLA MEMORIA NEI TOPI CON ALZHEIMER

I ricercatori dell’University of Southern California, effettuando delle ricerche sui topi da laboratorio, hanno scoperto che una dieta bilanciata contenete alcuni composti del the verde e delle carote possono migliorare e ripristinare la memoria nei topi con morbo di Alzheimer; in particolare si sono valutati due composti: EGCG o epigallocatechina-3-gallato, ingrediente responsabile dei benefici attribuiti al tè verde, e FA, o acido ferulico, composto riscontrato in diverse fonti alimentari quali: carote, pomodori, riso, grano e avena.

La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s Disease: AD) è una patologia neurologica progressiva che colpisce diverse aree del cervello. Il sintomo precoce più frequente della patologia, è la difficoltà nel memorizzare nozioni e nel ricordare eventi recenti. Lentamente, le capacità mentali basilari dei pazienti affetti vengono perse, accompagnandoli verso una demenza invalidante e progressiva.

Attualmente non esiste una cura definitiva per la patologia; tutti i farmaci disponibili hanno come unico scopo il rallentamento del decorso clinico, permettendo al paziente di conservare il più a lungo possibile le funzioni cognitive.

I ricercatori sottolineano che lo studio condotto, e, recentemente pubblicato sul Journal of Biological Chemistry, è stato svolto sui topi e che molte di queste evidenze dimostrate sugli animali da laboratorio non si riscontrano nell’articolato organismo umano. Tuttavia, i risultati danno credito all’idea che alcuni supplementi vegetali potrebbero offrire protezione contro la demenza negli esseri umani, per tale ragione ulteriori indagini devono essere svolte per la ricerca di una possibile cura per la patologia.

Dott.ssa Michela Zizza

Bibliografia

Takashi Mori, Naoki Koyama, Jun Tan, Tatsuya Segawa, Masahiro Maeda, Terrence Town. Combined treatment with the phenolics-epigallocatechin-3-gallate and ferulic acid improves cognition and reduces Alzheimer-like pathology in mice. Journal of Biological Chemistry, 2019;

Vitamine e Flavonoidi: forti elementi preventivi nello sviluppo del Morbo di Parkinson

 

Il Morbo di Parkinson è una patologia neurologica ad andamento progressivo, caratterizzato da lentezza e difficoltà nei movimenti volontari, accompagnati da tremore a riposo e rigidità muscolare. La compromissione delle attività motorie provoca disturbi della deambulazione e cadute.

La causa più comune di parkinsonismo è il morbo di Parkinson idiopatico descritto per la prima volta nel 1817 da James Parkinson come paralisi agitante. Il medico James Parkinson notò nelle strade di Londra un piccolo gruppo di pazienti che mostrava, a riposo, tremori delle mani e del viso, durante il movimento, si osservava, invece, un portamento rigido. La descrizione del disturbo motorio, che ora porta il suo nome, è così accurata e sintetica da essere tuttora attuale:

“…moto tremolante involontario, con forza muscolare ridotta, di parti non in azione, anche quando vengono sorrette; con propensione a piegare il tronco in avanti e a passare da un’andatura al passo alla corsa; assenza di alterazioni sensitive e dell’intelletto”.

Come si può notare, nella sua descrizione originale, James Parkinson escluse che fosse tipica della malattia la compromissione delle capacità cognitive, affermando, l’assenza di alterazioni dello stato mentale (“the senses and the intellect remain uninjured“-1817). In realtà egli stesso si era già reso conto che, anche se non dementi, i suoi malati potevano essere affetti da numerosi sintomi riguardanti la sfera cognitiva ed affettiva. Il quadro patologico descritto da James Parkinson come “shaking palsy” rappresenta la forma più frequente e meglio definita di disordine del movimento, causato da alterazioni a carico del circuito motorio dei nuclei della base.

Notevoli progressi nella conoscenza delle malattie dei nuclei della base sono stati conseguiti a partire dalla fine degli anni ’50, quando Arvid Carlsson dimostrò che l’80% della dopamina cerebrale si trova nei nuclei della base. In seguito, Oleh Hornykiewicz osservò che i cervelli dei soggetti che avevano sofferto di morbo di Parkinson presentavano bassi livelli di neurotrasmettitori come dopamina, norepinefrina e serotonina; ma che la dopamina era quella ridotta in modo più drastico. Il morbo di Parkinson quindi è divenuto il primo esempio di malattia neurologica associata alla carenza di un particolare neurotrasmettitore; questa scoperta, ha fornito l’impulso per una serie di ricerche in altre forme di patologie neurologiche come la depressione, la schizofrenia e la demenza.

Oltre alla riduzione dei livelli cerebrali di dopamina, i pazienti affetti da morbo di Parkinson mostrano una degenerazione progressiva delle cellule nervose a livello dei due nuclei pigmentati del tronco dell’encefalo: la substantianigra e il locus coeruleus. Poiché la pars compacta della substantianigra contiene una considerevole parte dei neuroni dopaminergici cerebrali, queste osservazioni suggeriscono che la via dopaminergica che proietta dalla substantianigra allo striato, sia interessata nell’alterazione patologica che determina l’insorgenza del morbo di Parkinson.
La causa della malattia, dunque, è sconosciuta. Si sa, però, che la caratteristica determinante consiste nella degenerazione dei neuroni deputati alla produzione di dopamina nella sostanza nera, con formazione di aggregati proteici (corpi di Lewy) nei neuroni colpiti. Un neurologo, Friedrich H. Lewy, nel 1912 scoprì questi particolari depositi proteici nella corteccia e nel tronco cerebrale in pazienti deceduti affetti dal morbo di Parkinson, tuttavia ancora oggi nessuno è a conoscenza del reale motivo di formazione degli aggregati e di come questi possano contribuire alla progressione della malattia. Queste agglutinazioni, definite in seguito corpi di Lewy, impediscono lo scambio delle informazioni dei neurotrasmettitori danneggiando così le cellule nervose, causando i tipici disturbi “non motori” della patologia.
La perdita di cellule in questa area del sistema nervoso è una caratteristica normale dell’invecchiamento, ma nella maggior parte della popolazione, non raggiunge il 70/80% dei neuroni dopaminergici, percentuale che causa l’insorgenza sintomatica del Parkinson.

Se non curata, la patologia progredisce in 5-10 anni fino ad uno stato di acinesia rigida in cui il paziente è incapace di avere cura di se. La morte può sopraggiungere in seguito a complicanze legate alla immobilità e i sintomi compaiono solamente dopo una perdita estesa di neuroni dopaminergici. La malattia colpisce anche altre strutture tra cui il tronco encefalico, l’ippocampo e la corteccia cerebrale. Tali compromissioni sono responsabili delle caratteristiche “non motorie” del morbo di Parkinson come i disturbi del sonno, disturbi visivi, olfattivi, depressione e la perdita della memoria. I sintomi sensoriali si possono manifestare nelle prime fasi della patologia, tuttavia, raramente vengono ad essere riconosciuti da parte dei medici rimanendo, dunque, non trattati e causando disabilità importanti per i pazienti.

Per la prevenzione ed il rallentamento della progressione di malattie croniche, incluse quelle neurodegenerative come il morbo di Parkinson, sorge la necessità di instaurare un programma dietetico per salvaguardare il benessere dell’individuo. Diversi studi in vitro, in vivo ed epidemiologici hanno riscontrato nell’alimentazione fattori preventivi contro il rischio patogenetico del Parkinson. Più volte è stato dimostrato che una restrizione calorica diminuisce il rischio di ammalarsi delle malattie legate all’età e di conseguenza prolunga la durata della vita. Un basso apporto calorico negli anni è capace di aumentare la resistenza dei neuroni della substantianigra contro lo stress ossidativo.

Vitamine

Una dieta equilibrata ricca di Vitamine A, B, C ed E, è stata associata ad una minore predisposizione nel contrarre la patologia.

I carotenoidi, infatti, precursori della Vitamina A, presenti in alimenti come tuorlo d’uovo, pesche, zucche, carote e tutti gli alimenti con il caratteristico colore arancio-rosso, paiono prevenire la formazione delle fibrille, dovute all’alterata espressione dell’alfa-sinucleina. In alcuni studi, invero, effettuati su una popolazione giapponese, si è scoperto un effetto protettivo esercitato dal beta-carotene sul Parkinson, sono state analizzate le abitudini alimentari di 250 pazienti, confrontate con 368 controlli, dimostrando che l’assunzione giornaliera di alimenti ricchi di carotenoidi hanno una azione inibitoria nei confronti dell’alfa-sinucleina, evitando la formazione delle fibrille caratteristiche della patologia.

Anche le vitamine del gruppo B giocano un ruolo positivo nella prevenzione del Parkinson, infatti Vitamine B6, B9 e B12 indirettamente regolano il livello di omocisteina. L’omocisteina è un metabolita della metionina, amminoacido essenziale per la sintesi del DNA e un inibitore delle alterazioni mitocondriali tipicamente riscontrate nei pazienti affetti dal morbo in questione. Diete con deficit di folati determinano incrementi dell’omocisteina e possono essere causa, dunque, di danni a livello del DNA inducendo apoptosi neuronale. Le vitamine del gruppo B sono presenti in molteplici fonti alimentari, per assumere la vitamina B6 bisogna consumare alimenti come: pane integrale, fegato di vitello, pesce, pollame, lenticchie e banane. Le verdure a foglia verde, come gli spinaci, le cime di rapa, i broccoli e gli asparagi, sono ricche di vitamina B9 o acido folico. La B12, oltre che nel fegato, si trova nelle cozze, nel caviale, nelle ostriche, negli sgombri, nel salmone rosso, nei cereali, nel tonno, nel latte e nei suoi derivati. Pertanto, è stato dimostrato che in modelli animali, una carenza di vitamine del gruppo B e di folati sembra esacerbare il deficit motorio e la patologia.
Pare, inoltre, che esista una chiara associazione tra acido ascorbico e il Parkinson nell’uomo. La vitamina C, presente in elevate concentrazioni negli agrumi, infatti, è stata utilizzata per aumentare la sintesi della dopamina in cellule di neuroblastoma umano SK-N-SH, riscontrando un effetto positivo. Sebbene la vitamina C sia l’antiossidante più potente tra le altre vitamine, la somministrazione esogena non può influenzare lo sviluppo della malattia a causa di un accesso limitato al cervello.
Un ruolo protettivo della vitamina D nel Parkinson, invece, non è stato ben accertato, ci sono numerosi studi che suggeriscono che la somministrazione esogena possa essere un fattore protettivo; la tossicità nei neuroni dopaminergici mesencefalici, infatti, è stata diminuita da basse dosi di vitamina D in uno studio in vitro. In pazienti malati con bassi livelli plasmatici di vitamina D è stato riportato un maggiore rischio di frattura dell’anca a cui i pazienti affetti da Parkinson sono spesso soggetti. Il trattamento in un paziente malato di Parkinson, di 47 anni, con una alta dose di vitamina D e con la terapia convenzionale in corso ha mostrato un ritardo nell’ evoluzione dei sintomi tipici della patologia come tremore e rigidità, mentre in altri sintomi del parkinsonismo non si sono mostrate alterazioni. Una recente analisi statistica ha indicato un aumento raddoppiato del rischio di Parkinson in individui con carenza di alimenti ricchi di vitamina D nella dieta come salmone, aringa, sgombro, burro, uova, fegato e alcuni tipi di formaggi grassi. Anche il luogo in cui si vive può incidere; la distanza dall’equatore, infatti, è stata collegata alla prevalenza di questo disturbo, questo si spiega perché cambiano i livelli di esposizione alla luce solare e di conseguenza si verificherà una diminuita produzione di vitamina D.
La Vitamina E, invece, si ritrova in alimenti come oli vegetali, noci e prodotti integrali. Ha forte capacità antiossidante. Si è scoperto che il pretrattamento dei neuroni con Vitamina E allevia la neurotossicità in vitro. Inoltre, i topi carenti di vitamina E esibiscono una sensibilità intensificata allo sviluppo della patologia. Uno studio condotto successivamente ha evidenziato che i pazienti malati di Parkinson nella loro vita hanno consumato meno cibi contenenti tale vitamina, rispetto ai soggetti sani, e questo porta a far credere che ci sia un fattore protettivo in quegli alimenti. I dati ottenuti sul ruolo preventivo della vitamina E, suggeriscono che questo sembra essere più evidente rispetto alle altre vitamine. Bassi livelli nella dieta potrebbero potenzialmente aumentare il rischio di malattia. Tuttavia, l’uso di supplementazione ad uso terapeutico di Vitamina E in caso di patologia è difficile da ottenere a causa del fatto che più della metà dei neuroni dopaminergici, nella substantianigra, dei pazienti parkinsoniani sono già persi nella fase in cui i sintomi sono evidenti.

Flavonoidi

I flavonoidi, sono composti bioattivi presenti in molti alimenti di origine vegetale come frutti di bosco, mele, alcuni ortaggi, tè e vino rosso. L’ampia varietà di azioni biologiche legate ai flavonoidi dipendono in gran parte dalla loro capacità di bloccare il danno provocato dai radicali liberi, che si correla in maniera importante con molte patologie croniche degenerative come il morbo di Parkinson.
Molti cibi e bevande a base vegetale ricchi di flavonoidi, come frutti di bosco e agrumi, hanno elevata capacità antiossidante; tali sostanze hanno dimostrato di modulare gli enzimi ossidativi correlati regolando la funzione mitocondriale nei neuroni. Questi risultati indicano un potenziale ruolo protettivo dei flavonoidi nel Parkinson.

La nobiletina, un flavonoide che si trova negli agrumi, migliora il movimento e il disturbo cognitivo nei topi. Sebbene la somministrazione di nobiletina (50mg / kg) per 2 settimane non ha impedito la perdita dei neuroni dopaminergici nel mesencefalo nei topi, i deficit motori sono stati alleviati in modo significativo. Un potenziale ruolo neuroprotettivo dei flavonoidi nel morbo è stato recentemente esaminato utilizzando antociani e proantocianidine, il trattamento di una cultura primaria mesencefalica con mirtillo, semi d’uva, ribes nero o estratti di gelso cinese riduce la perdita di neuroni dopaminergici.

Ancora una volta l’alimentazione si dimostra come un forte elemento preventivo oltre che di rallentamento patogenetico anche in patologie neurologiche degenerative come il morbo di Parkinson.

 

                                                                                        Dott.ssa Michela Zizza

 

 

 

Bibliografia

 

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