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Category ArchiveAlimenti e salute

Conseguenze del consumo eccessivo di sale e suggerimenti per ridurlo.

Il sodio, uno dei minerali più abbondanti nell’organismo, regola i contenuti e i flussi di acqua nelle cellule e al di fuori di esse, interviene nella regolazione  dell’equilibrio acido-base, favorisce la contrazione muscolare scheletrica e miocardica e interviene nella trasmissione dell’impulso nervoso. I meccanismi di risparmio del sodio sono centrati sul sistema renina-angiotensina-aldosterone, che viene attivato da un’eccessiva riduzione di esso. Il fabbisogno quotidiano nell’adulto è di circa 600 mg, aumenta in gravidanza e nell’allattamento e soprattutto in caso di abbondante sudorazione, di protratta diarrea e di estese ustioni. La carenza di sodio è rara, data la sua grande diffusione.

La fonte principale di sodio nell’alimentazione occidentale è il sale da cucina che viene aggiunto agli alimenti per insaporirli. Gli alimenti più ricchi di sodio sono i formaggi, i salumi, gli insaccati e la maggior parte degli altri alimenti conservati. È inoltre naturalmente presente negli alimenti di origine animale (come il latte, le carni e il pesce), mentre è meno abbondante in quelli di origine vegetale. Secondo le stime della Commissione Europea, il sale presente nei cibi industriali o consumati fuori casa è più del 75 % e quello aggiunto nelle preparazioni domestiche è solo il 10 % circa.

Un consumo eccessivo di sale determina un aumento della pressione arteriosa (PA), con conseguente aumento del rischio di insorgenza di gravi patologie cardio-cerebrovascolari correlate all’ipertensione arteriosa, quali infarto del miocardio e ictus cerebrale. Inoltre, mangiare molto salato fa aumentare il desiderio di bere e se si consumano bevande zuccherate si assumono più calorie, contribuendo ad un maggior rischio di sovrappeso e obesità). Ciò non significa che bisognerebbe eliminarlo del tutto, ma consumarlo in maniera parca (meno di 6 g al giorno) nell’ambito di una dieta globalmente sana. Un grammo di sale contiene circa 0,4 grammi di sodio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non introdurre più di 2 grammi di sodio con la dieta giornaliera. Due grammi sodio corrispondono a circa 5 grammi di sale da cucina, che sono all’incirca quelli contenuti in un cucchiaino da tè.

Numerosi studi hanno dimostrato che l’associazione tra l’elevata assunzione di sale e la pressione sanguigna alta aumenta il rischio di malattie cardiovascolari oltre che di cancro allo stomaco, obesità, malattie renali, osteoporosi. Ad esempio in Giappone, l’incidenza dell’ictus, un risultato importante dell’ipertensione, è parecchie volte superiore rispetto agli Stati Uniti e ai paesi europei.

Diversi paesi hanno avviato programmi volti alla riduzione del sale: le industrie alimentari vengono incoraggiate a diminuire il contenuto di sale, migliorando la consapevolezza e la conoscenza del pubblico.

Nelle linee-guide dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione vengono riportati questi suggerimenti:

  • ridurre progressivamente l’uso di sale sia a tavola che in cucina, così che il palato si adatti al nuovo gusto;
  • mettere il sale e le salse salate lontano dalla tavola, per evitare che i giovani prendano l’abitudine di aggiungere sale;
  • non aggiungere sale nelle pappe dei bambini, almeno per tutto il primo anno di vita;
  • preferire al sale comune il sale arricchito con iodio (sale iodato) e usare erbe aromatiche (come basilico, prezzemolo, rosmarino, salvia, menta, origano, maggiorana, timo, semi di finocchio) e spezie (come pepe, peperoncino, noce moscata, zafferano, curry), aglio, cipolla, limone e aceto al posto del sale per insaporire le pietanze;
  • limitare l’uso di condimenti alternativi contenenti sodio (dado da brodo, ketchup, salsa di soia, senape, ecc.);
  • scegliere, quando sono disponibili, le linee di prodotti a basso contenuto di sale (pane senza sale, tonno in scatola a basso contenuto di sale, ecc.);
  • consumare solo saltuariamente alimenti trasformati ricchi di sale (snack salati, patatine in sacchetto, olive da tavola, alcuni salumi e formaggi);
  • scolare e sciacquare verdure e fagioli in scatola e mangiare più frutta e verdure fresche;
  • nell’attività sportiva moderata reintegrare con la semplice acqua i liquidi perduti attraverso la sudorazione;
  • controllare le etichette dei prodotti alimentari prima di acquistarli, imparando a scegliere quelli a minor contenuto di sale.

La dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension), originariamente sviluppata più di vent’anni fa presso l’università di Harvard negli Stati Uniti con lo scopo principale di tenere sotto controllo l’ipertensione, accentua il consumo di frutta, verdura, latticini magri, cereali integrali, pollame, pesce e noci, mentre limita il consumo di carne rossa, dolci e bevande contenenti zucchero, il tutto associato ad una moderata attività fisica. Bilanciata e sicura sul lungo periodo, la DASH è molto meno limitante di quanto possa apparire: la DASH può essere adattata alle esigenze dei celiaci e di chi segue le prescrizioni kosher o halal. Anche i vegetariani e i vegani possono aderirvi senza problemi. La DASH obbliga a qualche attenzione ulteriore quando si va al ristorante, soprattutto per il controllo della salatura dei piatti.

Lo studio originale “DASH-Sodium” ha dimostrato che la riduzione dell’apporto di sodio per un periodo di 4 settimane abbassa la PA in adulti con pre-ipertensione o ipertensione. Questa scoperta ha confermato il ruolo della riduzione del sodio come un importante intervento sullo stile di vita. Il risultato è stato successivamente replicato in numerosi studi clinici. Tuttavia, il decorso temporale del cambiamento della PA non è noto e pertanto il tempo minimo necessario per osservare il pieno effetto della riduzione del sodio sulla PA dovrebbe essere oggetto di ricerche future.

Il più alto contenuto di potassio della dieta DASH potrebbe essere responsabile, almeno in parte, dei suoi effetti di riduzione della PA. L’eccesso di peso aggrava l’associazione tra l’elevata assunzione di sale e valori elevati di PA. Gli studi che hanno valutato gli effetti della riduzione dell’apporto di sale nella dieta confermano che negli ipertesi, la sua diminuzione, comporta mediamente una riduzione della pressione sistolica di 5 mmHg e della diastolica di 3 mmHg. Nel tentativo di attuare questi risultati, quasi ogni raccomandazione organizzativa per la gestione della PA inizia con l’educazione alimentare. Se si impiegasse l’educazione alimentare, molti pazienti ipertesi diventerebbero consapevoli del fatto che la riduzione del sale nella dieta può abbassare la PA e potenzialmente ridurre il carico di farmaci. Si ipotizza che 20 minuti di sessioni formative con nutrizionisti finalizzate allo sviluppo di piani individualizzati per la limitazione del sale, possa condurre a risultati promettenti come la riduzione dell’escrezione urinaria di sodio, il monitoraggio della pressione arteriosa (ABPM) e la pressione arteriosa clinica. Uno studio i cui partecipanti hanno visitato il loro nutrizionista cinque volte in un periodo di 12 settimane ha condotto a una modesta riduzione della PA. In ogni caso, per continuare a vedere questo beneficio, potrebbero essere necessarie delle visite di controllo (ad esempio ogni 6 mesi).

Concludendo, si può tranquillamente ridurre il rischio di ipertensione, consumando regolarmente frutta e verdura, cereali integrali, proteine da carni magre e pesce e latticini a ridotto contenuto di grassi, incoraggiando una progressiva riduzione del sodio a 2,3 g al giorno, anche fino a 1,5 g. Sarebbe opportuno dedicarsi ad un’attività fisica, ridurre il consumo di alcol e non fumare.

BIBLIOGRAFIA

Zangara et al., Dietologia. Alimenti; alimentazione nel sano e nel malato; integratori alimentari, 2014, 50, 51, 126, 127.

Ministero della Salute, Consumo di sale e salute, 7 marzo 2018.

SIIA-Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, Sale, meglio poco.

NFI – Nutrition Foundation of Italy, Alimentazione, Prevenzione & Benessere, Nel confronto tra 41 diete e modelli  alimentari, l’approccio mediterraneo rafforza il suo primato, n.1/2019.

Isaka et al., The SONG (Salt intake and OrigiN from General foods) Study – A Large-scale Survey of the Eating Habits and Dietary Salt Intake in the Working-age Population, Intern Med 56: 2423-2430, 2017.

Henson et al., Dietary Salt Restriction: How Much Education Is Enough?, The Journal of Clinical Hypertension Vol 18, No 5, May 2016.

Juraschek et al., Time Course of Change in Blood Pressure From Sodium Reduction and the DASH Diet, Hypertension. 2017;70:923-929.

I succhi di frutta sono malsani come le bevande zuccherate?

Con l’arrivo dell’estate e delle alte temperature, sono sempre di più le persone che per combattere il caldo si affidano al consumo di bibite fresche; c’è chi non rinuncia al suo spritz o alla sua coca cola ghiacciata e chi, credendo di voler bene al proprio corpo, si affida a succhi di frutta 100% naturali o centrifugati.

Ma siamo sicuri che una scelta sia migliore dell’altra? Per anni, abbiamo sempre creduto che un succo di frutta 100% naturale, sia l’alternativa salutare ad una classica bevanda zuccherata, mito che in parte è stato sfatato da  un gruppo di studiosi statunitensi, che per la prima volta, anziché osservare gli effetti indotti dalle bevande sul nostro organismo (diabete, carie, dislipidemia, obesitsovrappeso) hanno posto la loro attenzione sul rischio di mortalità da esse indotte. Prima di concentrarsi sui risultati di questo studio, è bene fare chiarezza sulle varie tipologie di bevande presenti in commercio. Con il termine di “bevanda zuccherata” si fa riferimento a qualsiasi bibita in cui è prevista l’aggiunta di zuccheri o altri dolcificanti; parliamo di bibite gassate e non, bevande energetiche, succhi di frutta concentrati, punch di frutta e miscele di bevande in polvere.

Circa 300ml di prodotto apportano  dalle  140 alle 150 kcal ed il contenuto in zucchero oscilla dai 35 ai 37.5g, valori che hanno motivato la comunità scientifica a lanciare un allarme riguardo i danni indotti all’organismo sul loro eccessivo consumo. Negli Stati Uniti, dove il consumo di bevande è considerata una delle principali cause di obesità, per combattere quest’epidemia e tutte le malattie ad  essa correlate, sono stati compiuti sforzi sostanziali per scoraggiarne il consumo, tra cui impostare tasse e  limitarne la vendita dei prodotti ai bambini.

Per quanto riguarda i succhi di frutta, ancora oggi sono percepiti come una scelta più salutare rispetto alle bevande zuccherate, nonché un modo per arricchire la nostra dieta con liquidi e frutta. Graditi per il gusto e per la loro praticità nel consumo, sono alimenti che fanno gola sia ai bambini che agli adulti, ma anche su questa bevanda ci sono degli aspetti  nutrizionali e merceologici da chiarire. La normativa europea afferma che il succo 100% frutta è il prodotto che si ottiene dalla spremitura del frutto senza l’aggiunta di aromi,zuccheri o altri edulcoranti, quindi succhi di mela, arancia, ananas, pompelmo e mix tropicali, mentre frutti come albicocca,pesca e pera sono trasformati in nettare della frutta, in cui oltre al succo del frutto contengono acqua ed eventualmente zuccheri o edulcoranti e additivi come addensanti, acidificanti ed aromi.

Secondo il parere degli esperti le qualità nutritive dei succhi di frutta 100% naturali sono simili a quelli dei frutti da cui sono ricavati, presentano anch’essi acqua,vitamine,antiossidanti e soprattutto fibre che oltre a garantire un corretto funzionamento dell’intestino contrastano anche malattie cardiovascolari e alcune forme di tumore. Oltre a ciò, c’è un altro dettaglio importante: il potere saziante della frutta che è sempre superiore rispetto a qualsiasi altra bevanda.

Non è da trascurare l’effetto dello zucchero: sebbene nei succhi di frutta 100% naturali, l’unica fonte di zucchero è rappresentata dal fruttosio, presente naturalmente nel frutto, una volta metabolizzato la risposta biologica innescata nel nostro organismo è la stessa di quella indotta da una bevanda zuccherata. 

A confermare ciò, possiamo collegarci allo studio di Collin et all. i quali hanno osservato le relazioni esistenti tra il consumo dei due tipi di bevande con il tasso di mortalità, sia se dovuta da malattie cardiovascolari sia se dovuta da altre cause. I ricercatori hanno elaborato i dati provenienti da uno studio multi etnico con follow up di 6anni eseguito su 13.440 adulti di età pari o superiore ai 45 anni di cui alcuni in sovrappeso o obesi. Da questi studi sono stati registrati 680 decessi per cause di natura cardiovascolare e 1000 decessi per cause di vario tipo.

In generale, coloro che consumavano il 10% o più delle loro calorie da entrambi i tipi di bevande, hanno evidenziato un maggior rischio di mortalità rispetto a chi ne consumava meno del 5%, e il consumo di succhi di frutta 100% naturali incrementava soprattutto il rischio di morte per cause naturali, mentre per valutarne le relazioni con il rischio di morte dovuto a malattie cardiovascolari, gli studiosi confermano la  necessità di dover effettuare studi più a lungo termine.

Ciò che dovremmo estrapolare da questi risultati, è che anche il succo di frutta 100% naturale, non è da considerarsi come la scelta salutare a cui poter sempre attingere; di conseguenza, come per tutte le altre bevande zuccherate,le cui assunzioni devono essere ancora più limitate visti i loro effetti deleteri sulla salute, è bene moderarne i consumi e non utilizzarli come sostituti dell’acqua o della frutta. Gli studi, infatti, non condannano il loro consumo (sono consentiti ≤ 7 bicchieri la settimana), anzi, in alcuni casi è stato osservato che essi possano apportare anche dei benefici: il succo d’arancia è in grado di migliorare la funzione cognitiva negli uomini di mezza età e negli anziani, correlando questa sua capacità alla presenza di antiossidanti, vitamine, minerali e polifenoli che combattono lo stress ossidativo e migliorano le prestazioni cognitive. Come sappiamo però, tali elementi originano dai frutti interi, il cui consumo diretto ci fornisce maggiori benefici rispetto al succo stesso, per tale motivo non sarebbe da sottovalutare il parere degli esperti che ci consigliano di non abusare di queste bevande meno salutari di quanto ci aspettavamo.

Marta Guasch-Ferré; Frank B. Hu, MD, PhD JAMA Netw Open. 2019;2(5):e193109. doi:10.1001/jamanetworkopen.2019.3109JAMA NetwOpen. 2019;2(5):e193109.doi:10.1001/jamanetworkopen.2019.3109

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/alimentazione/i-succhi-di-frutta-fanno-bene-o-fanno-male

Lindsay J. Collin, MPH; Suzanne Judd, PhD; Monika Safford, MD, PhD; Viola Vaccarino, MD, PhD; Jean A. Welsh, RN, MPH, PhD JAMA Netw Open. 2019; 2 (5): e193121. doi: 10.1001 / jamanetworkopen.2019.3121

Omega 3: proprietà e benefici

Il termine omega 3 si riferisce ad alcuni acidi grassi che presentano 3 o più doppi legami nella catena carboniosa. Come altri acidi grassi entrano a far parte delle membrane cellulari e grazie alle loro proprietà chimico-fisiche, ne determinano la fluidità indispensabile allo svolgimento di tutti i processi che hanno luogo nella cellula. La presenza degli omega 3 nelle cellule di organi e tessuti, quindi, ne migliora la funzionalità e regola il metabolismo generale del nostro corpo. L’ampia presenza negli alimenti di questo acido grasso, indispensabile per la vita delle nostre cellule, rappresenta un aspetto rilevante per la salute, dal momento che non viene sintetizzato da organi e tessuti e pertanto deve essere necessariamente assunto con la dieta. È infatti un acido grasso essenziale.

L’associazione tra l’assunzione di acidi grassi omega 3 con la dieta e la prevenzione cardiovascolare è oggetto di molti studi da quando, alla metà del secolo scorso, un ricercatore danese notò la bassissima frequenza di morti per infarto del miocardio tra gli abitanti del distretto di Umanack in Groenlandia. Confrontando la dieta eschimese con quella dei Danesi, popolazione con un’alta incidenza di infarto, egli trovò che essa si differenziava soprattutto per il contenuto di grassi, simili per quantità ma diversi per tipologia. Infatti la dieta danese, basata principalmente sui grassi animali sia visibili, usati cioè per condire e cucinare, che invisibili, contenuti soprattutto nelle carni, era ricca di grassi saturi. Diversamente gli Eschimesi si cibavano quasi esclusivamente di pesce, col quale assumevano grandi quantità di grassi polinsaturi della serie ω-3. La relazione tra dieta ricca di pesce e protezione cardiovascolare è stata in seguito confermata da studi epidemiologici condotti in diversi paesi, che hanno collocato gli ω-3 tra i composti naturali più interessanti per le possibili applicazioni terapeutiche. Infatti sia direttamente che attraverso i loro prodotti metabolici, questi composti possono agire come antiaritmici, ipotrigliceridemizzanti, antitrombotici e antinfiammatori. Effetti benefici sono stati poi descritti per particolari stati patologici: migliorano lo stato di pazienti affetti da asma, artrite reumatoide, psoriasi, morbo di Crohn; riducono i sintomi di alcune malattie del sistema nervoso, come la depressione e la schizofrenia; contribuiscono a prevenire malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Oltre all’introito di acidi omega 3, anche il rapporto ω-3 / ω-6 della dieta sembra avere un ruolo importante. Tale rapporto ha infatti un’influenza sui lipidi plasmatici e sulle funzioni cardiache ed endoteliali. Il rapporto ω-3 / ω-6 raccomandato è di 1:6. Oggi, questo equilibrio nell’attuale dieta occidentale è stato fortemente spostato a favore degli acidi grassi ω-6, a causa di un consumo molto basso di prodotti ittici e un grande uso di oli vegetali (la principale fonte di acidi grassi ω-6). Tale sbilanciamento è stato considerato come una delle principali cause dell’aumento drammatico dei disturbi cardiovascolari. È per questo che risulta essenziale un buon consumo di alimenti ricchi in omega 3 nella dieta, primo tra tutti il pesce che risulta ricco di DHA (acido docosaesaenoico) e EPA (acido eicosapentaenoico). È importante però sapere che, oltre ai prodotti marini, fonti alternative di acidi grassi ω-3 sono disponibili anche nel mondo vegetale, in questo caso però parliamo di acido alfa-linolenico. Tra le fonti vegetali più comuni e maggiormente alla portata del consumatore sono di particolare interesse i semi di lino e i semi di chia, non solo per quanto riguarda l’alto indice di acidi grassi ω-3, ma anche per il loro rapporto in acidi grassi ω-3 / ω-6 che risulta essere di 4:1.

Bibliografia

  • Omega 3 e salute cardiovascolare -Franca Marangoni, Andrea Poli (Nutrition Foundation of Italy)
  • Dyerberg J, Bang HO, Hjorne N. Fatty acid composition of the plasma lipids in Greenland Eskimos. Am J Clin Nutr 1975;28
  • Plasma triglyceride lowering effect by ChiaCor, a novel chia seed based nutraceutical formulation: preliminary results from a randomised clinical trial (Running title: ChiaCor as an active nutraceutical on human plasma triglycerides). Gian Carlo Tenore, PhD*, Domenico Caruso, MD, PhD, Giuseppe Buonomo, MD, Maria D’Avino, MD, Roberto Ciampaglia, MD, Ettore Novellino, PhD

Pensavo fosse allergia … invece era FPIES

“ Dottore, sono molto spaventata! Il mio bambino ha vomitato un paio d’ore dopo aver mangiato ed ora dorme profondamente; non riesco a svegliarlo!”

Di fronte ad una telefonata del genere , il pediatra potrebbe dare un paio di tipi di risposte, riassunti come segue:

  1. “Non si preoccupi signora, può essere un virus gastrointestinale”
  2. “Che cos’ha mangiato? … Potrebbe essere una reazione allergica”

Nel primo caso, quando riceverà la seconda telefonata della mamma, preoccupatissima per il ripetersi dell’episodio, probabilmente passerà alla seconda tipologia di risposta; chi, invece, darà direttamente la seconda risposta si troverà di fronte ad indagini per allergie alimentari completamente negative. Intanto il bambino sarà stato messo a dieta per alimenti “sospetti” senza la certezza di aver risolto il problema.

Se non sia stato fatto prima, sarà allora il caso di pensare a qualcos’altro (con o senza l’aiuto auspicabile di uno specialista allergologo). Ma a cosa?

Il nome completo è quasi impronunciabile, soprattutto per chi non è molto bravo con l’inglese: Food Protein – Induced Enterocolitis Syndrome; sarà molto più semplice usare la sua sigla, FPIES.

Si tratta di una sindrome indotta dalle proteine del cibo, non Ig-E mediata: questo spiega perché i test per allergie risultino negativi. Dopo un intervallo di 1- 6 ore dall’assunzione delle proteine incriminate compare un intenso attacco di vomito, talvolta accompagnato da diarrea; segue uno stato di ipotensione e letargia, dopodiché il soggetto interessato ritorna in completo benessere.

L’unica strada per farne diagnosi è il TPO, cioè il Test di Provocazione Orale, durante il quale vengono somministrati gli alimenti sospetti per trovare quello che scatena la sindrome.

Qual è il meccanismo alla base della FPIES? Purtroppo non siamo ancora in grado di rispondere con precisione a tale domanda. Probabilmente le proteine alimentari scatenano un’infiammazione locale sulle pareti del tubo digerente causando i sintomi gastrointestinali caratteristici.

Latte e soia sono i cibi più frequentemente responsabili di FPIES; tra quelli meno comuni troviamo grano, uova, pesce e legumi. Nella maggior parte dei casi, le reazioni sono scatenate da una singola tipologia di alimento, anche se, qualche volta, gli alimenti scatenanti potrebbero essere multipli.

Sebbene ci troviamo di fronte ad una sindrome prevalentemente pediatrica, non sono rari dati riguardanti gli adulti.

Si guarisce? Generalmente si; tuttavia non mancano casi in cui la FPIES si sia convertita in allergia alimentare Ig-E mediata.

L’unica modalità di cui oggi disponiamo per il suo trattamento è l’eliminazione degli alimenti scatenanti  fino alla loro re-introduzione, da testare sotto forma di TPO in ambiente medico controllato.

BIBLIOGRAFIA

  • Khanna N et al. FPIES: Reviewing the Management of Food – Protein Induced Enterocolitis Syndrome. Case Rep Pediatr. Epub 2016 Mar 8.
  • Michelet M et al. Food protein-induced enterocolitis syndrome – a review of the literature with focus on clinical management. J Asthma Allergy. 2017; 10: 197-207.

Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

BIBLIOGRAFIA

  • Verschuren et al., Functional Foods: Scientific and Global Perspectives, British Journal of Nutrition (2002), 88, Suppl. 2, S125–S130.
  • Peluso et al., Antioxidant, Anti-Inflammatory, and Microbial-Modulating Activities of Nutraceuticals and Functional Foods, Oxidative Medicine and Cellular Longevity Volume 2017, Article ID 7658617, 2 pages.
  • Serafini et al., Functional Foods for Health: The Interrelated Antioxidant and Anti-Inflammatory Role of Fruits, Vegetables, Herbs, Spices and Cocoa in Humans, Current Pharmaceutical Design, 2016, 22, 6701-6715.
  • Ortega, Importance of functional foods in the Mediterranean diet, Public Health Nutrition, 2006: 9(8A), 1136–1140.
  • Özen et al., Consumption of functional foods in Europe; a systematic review, Nutr Hosp. 014;29(3):470-478.
  • Butnariu et al., Design management of functional foods for quality of life improvement, Annals of Agricultural and Environmental Medicine 2013, Vol 20, No 4, 736–741.
  • Alkhatib et al., Functional Foods and Lifestyle Approaches for Diabetes Prevention and Management, Nutrients 2017, 9, 1310.
  • Miranda et al., Egg and Egg-Derived Foods: Effects on Human Health and Use as Functional Foods, Nutrients 2015, 7, 706-729.

L’importanza della serotonina nella riuscita delle diete.

Il 98% di tutti i tentativi di Perdere Peso è destinato inevitabilmente a fallire se si decide di perdere peso velocemente limitando l’assunzione di cibo ad alto contenuto calorico o appetitoso. L’astenersi dal cibo per periodi lunghi di tempo, aumenta di fatto il valore di ricompensa alimentare, per cui  il digiuno o il saltare un pasto sono deleteri .Gli sforzi, invece, dovrebbero essere concentrati in una dieta (prescritta da un medico biologo o dietista) che prevede l’assunzione di cibi più sani e a basso contenuto energetico o calorico.

Ma, cosa molto importante, tutte le diete sono destinate a fallire se non vengono mantenuti stabili i livelli di serotonina.

La serotonina è un neurotrasmettitore che agisce :

  • Determinando un’ insorgenza precoce del segnale di sazietà;
  • Riducendo l’appetibilità del cibo e la quantità totale di alimenti ingeriti
  • Riducendo il desiderio dei carboidrati.

Quando la serotonina diminuisce, aumenta il craving ossia il desiderio di carboidrati ad alto INDICE GLICEMICO (pop corn, patatine, crostini, tarallucci, biscottini, caramelline, cioccolattini, rusticini, pizzette etc) .Questi carboidrati ad alto IG a loro volta, una volta ingeriti, innalzano i livelli di serotonina, e conferiscono un relativo senso di benessere. Relativo perchè in questo modo però si attiva un circolo vizioso, infatti una patatina tira l’altra, un taralluccio tira l’altro, una galletta un crostino o una fetta biscottata tira l’altro/a……..

Aumentare la Serotonina in questo modo però, fa aumentare velocemente l’insulina. Livelli elevati di INSULINA inducono un maggior deposito di grasso, ritenzione idrica, alterata funzionalità di tiroide ed ormoni, aumento dei livelli di colesterolo, aumento della pressione sanguigna, aumento del rischio di Diabete di tipo 2, e un aumento del rischio di Cancro. Come riportato dall’American Cancer Society: “Essere sovrappeso può aumentare il rischio di cancro del 50 %”.

Gli uomini in sovrappeso hanno un incidenza significativamente maggiore di mortalità per cancro alla prostata, mentre nelle donne in sovrappeso si ha una maggiore incidenza di cancro alle ovaie e al seno.

Invece,mantenere alti i livelli di serotonina senza stimolare la produzione di insulina invece vi aiuterà a controllare il desiderio di cibo, vi aiuterà a placare la fame compulsiva,  e a ridurre il grasso corporeo. Mantenere alti i livelli di serotonina vi aiuterà senza dubbio a seguire uno stile di vita sano. Ma dovete essere pronti anche a fare uno sforzo ad abbandonare le vecchie abitudini e a fare esercizio fisico!

Gli ultimi sviluppi nell’ambito della fitoterapia, sostengono l’utilizzo di alcune piante quali la Griffonia, la Rodiola Rosea e il Cacao per il controllo del senso di fame e il miglioramento del tono dell’umore. Di seguito UN FOCUS per capire come agiscono.

Griffonia simplicifolia : studi clinici hanno dimostrato che i semi contenuti nei baccelli di questa pianta sono molto ricchi in 5 idrossitriptofano(5HTP), precursore della serotonina, pertanto è molto utile nella riduzione degli episodi di craving. La Griffonia simplicifolia”,in pazienti con eccesso ponderale ha dimostrato di essere in grado di indurre il senso di sazietà attraverso l’aumento tra gli altri dei livelli ematici di leptina. Ulteriori studi hanno dimostrato che la perdita di peso è legata alla sua azione lipolitica.

La Rhodiola Rosea, è in grado di innalzare i livelli ematici di serotonina attraverso un effetto combinato di inibizione della catecol-O-metiltransferasi e di un effetto stimolante nel trasporto del 5-HTP .Cosi come la Griffonia anche l’estratto di Rhodiola Rosea,è in grado di stimolare l’attività delle lipasi, favorendo conseguentemente la mobilitazione dei grassi dai depositi.L’azione dimagrante è inoltre legata alla capacità delle Rodhiola di aumentare del 30% circa i livelli di serotonina nel Sistema Nervoso Centrale,riducendo cosi il desiderio ossessivo dei carboidrati e svolgere azione sedativa-antiansia,riducendo notevolmente la fame ansiosa. Infine i glicosidi nella radice sono anche capaci di incrementare i livelli di dopamina, e dare un senso di sazietà.

Teobroma Cacao: I semi sono ricchi in metilxantine quali teobromina e caffeina, note per le loro proprietà stimolanti (mediante il blocco dei recettori dell’adenosina nel SNC). 

I semi di questa pianta, inoltre, contengono tetraidroisochinoline (salsolinolo e salsolina), composti dopaminergici in grado di determinare: inibizione delle MAO, inibizione della tiroxina idrossilasi e dell’uptake delle catecolamine. Pertanto la combinazione di questi 3 estratti agisce in sinergia, riducendo notevolmente lo stato nervosismo che si verifica nei pazienti che seguono un piano di rieducazione alimentare, portando cosi’ ad un miglioramento del tono dell’umore.

Guar: polisaccaride idrocolloidale, costituito principalmente da galattomannani ad alto peso molecolare. Le sue notevoli proprietà igroscopiche favoriscono la distensione gastrica, inibendo di riflesso l’appetito.La gomma di guar ha inoltre proprietà chelanti e contribuisce a migliorare il profilo lipidico del sangue.

Bibliografia:

The regulation of food intake : the Brain Endocrine Network

Maria Sorrentino* and Giovanni Ragozzino Department of Environmental, Biological and Pharmaceutical Sciences and Technologies, University of Campania, I-81100 Caserta, Italy

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