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Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

BIBLIOGRAFIA

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  • Peluso et al., Antioxidant, Anti-Inflammatory, and Microbial-Modulating Activities of Nutraceuticals and Functional Foods, Oxidative Medicine and Cellular Longevity Volume 2017, Article ID 7658617, 2 pages.
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  • Miranda et al., Egg and Egg-Derived Foods: Effects on Human Health and Use as Functional Foods, Nutrients 2015, 7, 706-729.

L’importanza della serotonina nella riuscita delle diete.

Il 98% di tutti i tentativi di Perdere Peso è destinato inevitabilmente a fallire se si decide di perdere peso velocemente limitando l’assunzione di cibo ad alto contenuto calorico o appetitoso. L’astenersi dal cibo per periodi lunghi di tempo, aumenta di fatto il valore di ricompensa alimentare, per cui  il digiuno o il saltare un pasto sono deleteri .Gli sforzi, invece, dovrebbero essere concentrati in una dieta (prescritta da un medico biologo o dietista) che prevede l’assunzione di cibi più sani e a basso contenuto energetico o calorico.

Ma, cosa molto importante, tutte le diete sono destinate a fallire se non vengono mantenuti stabili i livelli di serotonina.

La serotonina è un neurotrasmettitore che agisce :

  • Determinando un’ insorgenza precoce del segnale di sazietà;
  • Riducendo l’appetibilità del cibo e la quantità totale di alimenti ingeriti
  • Riducendo il desiderio dei carboidrati.

Quando la serotonina diminuisce, aumenta il craving ossia il desiderio di carboidrati ad alto INDICE GLICEMICO (pop corn, patatine, crostini, tarallucci, biscottini, caramelline, cioccolattini, rusticini, pizzette etc) .Questi carboidrati ad alto IG a loro volta, una volta ingeriti, innalzano i livelli di serotonina, e conferiscono un relativo senso di benessere. Relativo perchè in questo modo però si attiva un circolo vizioso, infatti una patatina tira l’altra, un taralluccio tira l’altro, una galletta un crostino o una fetta biscottata tira l’altro/a……..

Aumentare la Serotonina in questo modo però, fa aumentare velocemente l’insulina. Livelli elevati di INSULINA inducono un maggior deposito di grasso, ritenzione idrica, alterata funzionalità di tiroide ed ormoni, aumento dei livelli di colesterolo, aumento della pressione sanguigna, aumento del rischio di Diabete di tipo 2, e un aumento del rischio di Cancro. Come riportato dall’American Cancer Society: “Essere sovrappeso può aumentare il rischio di cancro del 50 %”.

Gli uomini in sovrappeso hanno un incidenza significativamente maggiore di mortalità per cancro alla prostata, mentre nelle donne in sovrappeso si ha una maggiore incidenza di cancro alle ovaie e al seno.

Invece,mantenere alti i livelli di serotonina senza stimolare la produzione di insulina invece vi aiuterà a controllare il desiderio di cibo, vi aiuterà a placare la fame compulsiva,  e a ridurre il grasso corporeo. Mantenere alti i livelli di serotonina vi aiuterà senza dubbio a seguire uno stile di vita sano. Ma dovete essere pronti anche a fare uno sforzo ad abbandonare le vecchie abitudini e a fare esercizio fisico!

Gli ultimi sviluppi nell’ambito della fitoterapia, sostengono l’utilizzo di alcune piante quali la Griffonia, la Rodiola Rosea e il Cacao per il controllo del senso di fame e il miglioramento del tono dell’umore. Di seguito UN FOCUS per capire come agiscono.

Griffonia simplicifolia : studi clinici hanno dimostrato che i semi contenuti nei baccelli di questa pianta sono molto ricchi in 5 idrossitriptofano(5HTP), precursore della serotonina, pertanto è molto utile nella riduzione degli episodi di craving. La Griffonia simplicifolia”,in pazienti con eccesso ponderale ha dimostrato di essere in grado di indurre il senso di sazietà attraverso l’aumento tra gli altri dei livelli ematici di leptina. Ulteriori studi hanno dimostrato che la perdita di peso è legata alla sua azione lipolitica.

La Rhodiola Rosea, è in grado di innalzare i livelli ematici di serotonina attraverso un effetto combinato di inibizione della catecol-O-metiltransferasi e di un effetto stimolante nel trasporto del 5-HTP .Cosi come la Griffonia anche l’estratto di Rhodiola Rosea,è in grado di stimolare l’attività delle lipasi, favorendo conseguentemente la mobilitazione dei grassi dai depositi.L’azione dimagrante è inoltre legata alla capacità delle Rodhiola di aumentare del 30% circa i livelli di serotonina nel Sistema Nervoso Centrale,riducendo cosi il desiderio ossessivo dei carboidrati e svolgere azione sedativa-antiansia,riducendo notevolmente la fame ansiosa. Infine i glicosidi nella radice sono anche capaci di incrementare i livelli di dopamina, e dare un senso di sazietà.

Teobroma Cacao: I semi sono ricchi in metilxantine quali teobromina e caffeina, note per le loro proprietà stimolanti (mediante il blocco dei recettori dell’adenosina nel SNC). 

I semi di questa pianta, inoltre, contengono tetraidroisochinoline (salsolinolo e salsolina), composti dopaminergici in grado di determinare: inibizione delle MAO, inibizione della tiroxina idrossilasi e dell’uptake delle catecolamine. Pertanto la combinazione di questi 3 estratti agisce in sinergia, riducendo notevolmente lo stato nervosismo che si verifica nei pazienti che seguono un piano di rieducazione alimentare, portando cosi’ ad un miglioramento del tono dell’umore.

Guar: polisaccaride idrocolloidale, costituito principalmente da galattomannani ad alto peso molecolare. Le sue notevoli proprietà igroscopiche favoriscono la distensione gastrica, inibendo di riflesso l’appetito.La gomma di guar ha inoltre proprietà chelanti e contribuisce a migliorare il profilo lipidico del sangue.

Bibliografia:

The regulation of food intake : the Brain Endocrine Network

Maria Sorrentino* and Giovanni Ragozzino Department of Environmental, Biological and Pharmaceutical Sciences and Technologies, University of Campania, I-81100 Caserta, Italy

http://www.mediplant.it/i-consigli-del-nutrizionista-come-…/

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http://www.mediplant.it/i-consigli-del-nutrizionista-come-…/

Menopausa e osteoporosi

Una sana alimentazione e un corretto stile di vita sono essenziali in tutte le fasi della vita della donna, in particolar modo durante la menopausa. La menopausa è un processo fisiologico che coincide con il termine della fertilità della donna. Si verifica in genere tra i 46 e i 55 anni. È un processo graduale che può anche durare anni e in tale periodo esordiscono diversi disturbi, quali alterazioni del ciclo mestruale, disturbo del sonno, instabilità emotiva, vampate e difficoltà nel controllo del peso. In particolare, la menopausa comporta una diminuzione degli estrogeni con diverse conseguenze metaboliche, responsabili della demineralizzazione ossea e della maggior predisposizione a malattie cardiovascolari.

Uno dei maggiori rischi in questa fase della vita è l’osteoporosi. Questo perché gli estrogeni hanno un ruolo essenziale nella salute del tessuto osseo; essi infatti promuovono il riassorbimento di calcio a livello renale, favoriscono l’assorbimento del calcio a livello intestinale e aumentano la sintesi di calcitonina. Una carenza di estrogeni invece stimola maggiormente l’attività degli osteoclasti, deputati al riassorbimento della matrice ossea.

Il rischio di osteoporosi per le donne è maggiore rispetto agli uomini in quanto negli uomini la quantità di calcio di partenza è generalmente superiore e la perdita di densità ossea avviene più lentamente.

Per prevenire l’osteoporosi risulta essenziale avere un corretto stile di vita, che comprende una buona attività fisica e una corretta alimentazione che apporti la giusta quantità di calcio e vitamine. Bisogna però ricordare che una sana alimentazione che garantisca il giusto apporto di calcio deve essere seguita da sempre e non soltanto in menopausa. Questo perché maggiore è la massa ossea ottenuta nella vita adulta, minore sarà il rischio di sviluppare osteoporosi dopo la menopausa.

Le principali fonti di calcio sono sicuramente rappresentate dal latte e rispettivi derivati, in particolare yogurt, adatto anche in caso di intolleranza al lattosio. Le verdure sono una preziosa fonte di calcio. Tra i vegetali più ricchi di calcio ci sono gli agretti, salvia, le verdure a foglia verde (cicoria, rucola, cime di rapa e lattuga), broccoli, sedano da costa, finocchio, cavolo e porri. Anche i legumi hanno un buon contenuto di calcio.

Tuttavia, la presenza di fattori anti-nutrizionali (fitati, ossalati e acidi uronici), presenti nei vegetali possono diminuire l’assorbimento del calcio. Per ridurre tale fenomeno si possono mettere in ammollo le verdure, in acqua tiepida e con del succo di limone, per alcune ore oppure è sufficiente semplicemente cuocerle. Non bisogna dimenticare che anche l’acqua è una buona fonte di calcio. In particolare, sembra che il calcio presente nelle acque bicarbonato-calciche abbia una biodisponibilità pari a quella del latte e dei suoi derivati.

References:

Madden AM & Smith S (2016), Body composition and morphological assessment of nutrition status in adults: a review of anthropometric variables, J Hum Nutr Diet

Il Calcio, un minerale importante e dalle molteplici fonti, non solo animali

Il calcio serve per la formazione e il mantenimento delle ossa e dei denti ed è essenziale per la funzionalità dei muscoli e del miocardio, per la trasmissione dell’impulso nervoso e per la coagulazione del sangue. Il livello di calcio nel sangue è regolato da tre ormoni: paratormone (PTH), calcitonina e vitamina D. Poiché livelli ematici di calcio sono mantenuti rigidamente costanti, lo stato del calcio dell’intero organismo non può essere stabilito misurandone solamente i livelli ematici.

La quantità di calcio contenuta negli alimenti è importante, ma occorre tenere conto della sua biodisponibilità (quota dell’elemento ingerita che è effettivamente assorbita), che dipende dalla natura dell’alimento che lo contiene (ad esempio l’utilizzabilità è più elevata per il calcio contenuto nel latte e nei suoi derivati che in quello contenuto nei formaggi fusi) e dal contesto dell’alimentazione, ad esempio l’assorbimento del calcio a livello intestinale è ridotto da un pasto ricco di vegetali e di cereali integrali (ossalati e fitati con il calcio formano complessi insolubili) e dalla presenza nell’intestino di elevate quantità di acidi grassi, ed è invece aumentato dal lattosio e da alcuni amminoacidi. L’assorbimento intestinale del calcio richiede un’adeguata quantità di vitamina D. La vitamina D è una vitamina liposolubile prodotta a livello cutaneo, essenziale per l’assorbimento del calcio e la salute delle ossa, e gioca un ruolo importante in molti processi fisiologici. Così come per altri minerali, il nostro corpo è capace di regolare lo status del calcio durante periodi di bassa assunzione: se vi sono livelli sufficienti di vitamina D, viene assorbita una quota maggiore di calcio dagli alimenti.

L’assunzione giornaliera di calcio raccomandata varia a seconda dell’età e del sesso, aumenta durante l’età adolescenziale, nelle persone anziane e nelle donne in menopausa, ancor più in quelle non in trattamento estrogeno sostitutivo. Per la popolazione adulta si raccomandano 1000 mg così come in gravidanza e allattamento.

Riguardo a un’elevata assunzione di proteine, in passato sospettata di predisporre alla perdita di calcio da parte dell’osso, gli studi più recenti attestano invece come un alto intake proteico abbia un’azione sinergica con il calcio (che è il regolatore principale del proprio stesso livello). Essa induce, infatti, l’assorbimento del calcio a livello intestinale e, di conseguenza, ne sfavorisce il riassorbimento renale, inducendo ipercalciuria. Al contrario, un ridotto intake proteico agisce in acuto riducendo l’assorbimento intestinale e portando a ipocalciuria.

Un regime alimentare ad alto contenuto di sodio può ugualmente aumentare la perdita di calcio con le urine: ogni grammo supplementare di sodio consumato comporta la perdita di 40-60 mg di calcio (dati riferiti a donne in menopausa e uomini).

I dati indicano che i vegani consumano meno calcio rispetto agli onnivori e ai vegetariani. E’ stato dimostrato che i vegani presentano un maggior rischio di fratture dovuto al minore intake di calcio. La sua bassa assunzione è particolarmente problematica per bambini e adolescenti, in cui il fabbisogno è maggiore in vista dello sviluppo osseo.

Negli atleti vegani il ruolo del calcio è importante per il mantenimento della salute dello scheletro durante gli esercizi di sollevamento pesi e bisogna inoltre considerare le aumentate perdite di calcio attraverso il sudore. Il fabbisogno di calcio può aumentare anche durante fasi di restrizione calorica, in amenorrea e in alcuni casi di triade dell’atleta femminile.

Il calcio è abbondante in un’ampia varietà di alimenti di origine animale, meglio conosciuta come prodotti caseari (latte e derivati). Contribuiscono all’introito calcico alcuni prodotti ittici (salmone, sardine, acciughe, polpo, gambero, alici, calamari, ecc.), il tuorlo d’uovo, la carne (fegato bovino, bresaola, prosciutto crudo, ecc.).

Per assumere calcio esistono moltissimi altri modi, spesso migliori rispetto al latte e ai suoi derivati (di cui non si può certo abusare), anche se sono ancora poco conosciuti. Alcuni vegetali (rucola, cavolo verde, sedano, cicoria, bietola, carciofo, indivia, rapa, fagioli e ceci secchi, prezzemolo, mandorle, nocciole, fichi secchi, fragole, arance, uva, ecc.) e le acque minerali calciche (contengono più di 150 mg/l di calcio ad elevata biodisponibilità) sono sicuramente da considerare come fonti di calcio alternative. L’acido ossalico, contenuto in spinaci, rabarbaro, cardi e barbabietole viene spesso indicato come elemento legante il calcio di cui ridurrebbe l’assorbimento. Questi alimenti non devono essere considerati buone fonti di calcio. Il calcio in altre verdure verdi, come il cavolo verde, il cavolo riccio, il cavolo nero, le crocifere cinesi, e nelle foglie dei fiori di cavolo cinese viene assorbito bene. Anche i broccoli, le cime di rapa e il bok choy (verdura simile alla bietola proveniente dalla Cina e dal Giappone) sono ricchi in calcio. Si possono ancora citare i fagioli di soia (edamame), i fagioli bianchi, i fichi, le arance, le mandorle e l’okra, una verdura comune in Africa, Sud-America, India e Medio Oriente. Da non dimenticare il tofu, un’ottima riserva di calcio oltre che di proteine.

Sono disponibili alimenti fortificati in calcio che garantiscono forme facilmente assorbibili del minerale (varie tipologie di latte vegetale, succhi di frutta, ecc.). Qualora una dieta vegana non dovesse soddisfare il fabbisogno nutrizionale di calcio, sarebbe opportuno considerare l’assunzione di un integratore adeguato.

BIBLIOGRAFIA

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Reed Mangels, Calcium in the vegan diet, Simply Vegan (2018).

www.bonehealth.it, Correlazione tra dieta ipoproteica e metabolismo del calcio, 3/2019.

QUANDO LE PROTEINE NON SONO FUNZIONALI

Esistono alcune fonti proteiche che nel cane possono causare intolleranza o ipersensibilità, esse sono:

  • manzo
  • pollo
  • prodotti a base di latte vaccino (per esempio latte, formaggio, yogurt, fiocchi di latte,…)
  • soia
  • grano o altri cereali contenenti glutine (per esempio orzo, segale, farro e kamut)

Non tutti i cani reagiscono a tutte o ad alcuni di questi alimenti, per sapere con precisione gli alimenti tollerati si possono fare al proprio cane dei test di nutrigenetica che permettono di conoscere gli alimenti meglio metabolizzati. Se attraverso questi test si scopre che il cane tollera alcuni o tutti questi cibi, allora non c’è alcun rischio ad includerli nella sua dieta.

Sfortunatamente fonti proteiche fortemente reattive come il pollo o il glutine sono spesso presenti negli alimenti per cani di origine industriale (sia secco che umido), perché economici.

Il glutine è una proteina che può avere alcuni effetti negativi sulla salute dei cani come:

  • cambiamenti comportamentali
  • malattie auto-immuni
  • infiammazione intestinale cronica
  • cancro
  • stanchezza cronica
  • obesità
  • disturbi neurologici
  • disfunzioni tiroidee e tiroiditi

Se si ha un cane che soffre di una qualche patologia cronica che non si riesce a tenere bene sotto controllo con le cure tradizionali si può provare a rimuovere del tutto il glutine dalla sua alimentazione: la patologia potrebbe migliorare decisamente!

La soia ed i suoi derivati, comunemente presenti negli alimenti per cani, sono riconosciuti come alcune delle principali cause di allergie alimentari, nonché di intolleranze alimentari a lungo termine. Nei cani la soia può interferire con la funzione della tiroide, facendo produrre meno ormoni tiroidei del necessario, può causare problemi gastrici (soprattutto gonfiore), può inibire gli enzimi digestivi, rendendo la digestione più lunga, e può rallentare o perfino bloccare l’assorbimento di minerali essenziali. Infine la soia contiene i fitoestrogeni, dei composti possono provocare anomalie nel funzionamento del sistema immunitario.

Si pensa che il latte vaccino nei cani possa dare soltanto episodi di intolleranza: da una parte i cani che non lo tollerano, ai quali non deve essere somministrato, dall’altra quelli che non manifestano reazioni avverse, che possono invece consumarlo. Invece la questione del latte vaccino va ben al di là di una semplice intolleranza!

Il problema vero e proprio sta in una proteina geneticamente mutata che si può trovare nel latte vaccino, nota come β-caseina A1. Bisogna subito precisare che la presenza o meno di questa proteina non ha niente a che fare con la lavorazione del prodotto, ma dipende esclusivamente dai geni delle vacche da latte. Infatti per il latte vaccino la condizione naturale sarebbe quella di contenere la β-caseina A2, nel corso del tempo però nel genoma delle mucche si è verificata una mutazione del gene della β-caseina, che ha portato alla sintesi della proteina di tipo A1, per cui il latte prodotto ha cominciato a contenere la proteina A1.

Avere un latte contenente la β-caseina A1 o A2 potrebbe essere fondamentale, perchè, anche se la questione è ancora molto dibattuta fra gli studiosi, pare che la β-caseina A1 possa indurre, sia nell’uomo che negli animali, l’insorgenza di molte patologie anche gravi, come malattie autoimmuni, malattie cardiovascolari e diabete di tipo 1.

Fortunatamente esistono fonti di nutrienti alternative al latte vaccino, gustose e funzionali: il latte di capra e il latte di pecora, entrambi molto ben tollerati dai cani, contengono entrambi la proteina A2.

I concetti della Cronobiologia applicati alla Nutrizione

I concetti della cronobiologia applicati alla nutrizione.

L’energia introdotta con l’alimentazione nell’arco della giornata, viene smistata in base alla funzionalità del sistema nervoso ed endocrino dell’organismo; da questo ne deriva la validità di temporizzare i pasti in base all’andamento circadiano delle variabili neuroendocrine coinvolte nel metabolismo energetico.  Da queste considerazioni nasce il concetto di Crondieta, che si basa sull’identificazione delle fasce orarie migliori per l’assunzione dei diversi alimenti. Infatti, in linea generale, tralasciando il paziente sportivo o scompensato, sarebbe buon senso assumere carboidrati nella prima parte della giornata (prima colazione, spuntino e pranzo) quando l’azione anabolica e di liposintesi (produzione di grasso) dell’insulina è contrastata dagli ormoni corticosurrenali, maggiormente presenti in termini di quantità nella prima parte della giornata. Le proteine invece, sarà preferibile consumarle in serata, per sfruttare l’effetto favorevole esercitato dai pasti proteici sulla liberazione del GH (ormone somatotropo ipofisario), ormone favorente la lipolisi e la sintesi proteica muscolare, con picco secretivo serale al momento dell’addormentamento. Quindi, la temporizzazione dei pasti è importante ma, oltre al fattore tempo, bisogna considerare anche il fatto che, l’alimentazione stessa regola il sistema neuroendocrino, e può quindi favorire fenomeni anabolici o catabolici e condizionare le successive scelte alimentari. Questo concetto può tornarci utile soprattutto quando ci troviamo davanti a due tipi diversi di obesità, dove prevale un determinato profilo ormonale. Infatti nell’obesità ginoide dove prevale l’asse ipotalamo-vago-insulina e nell’obesità androide dove prevale l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, la composizione percentuale in carboidrati, proteine e grassi potrebbe essere determinante. Ad esempio l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, è stimolata in relazione all’assunzione delle proteine. Concludendo un piano nutrizionale altamente personalizzato, oltre alla temporizzazione dei pasti, deve assolutamente tenere conto di quei cibi che limitano quei fattori endocrini dominanti, i quali scompensano il metabolismo energetico del soggetto.

Abravanel E.D. , Dr. Abravanel’s Body Type And Lifetime Nutrition Plan, Bantan Books, 1999.

Spattini M., La Dieta COM e il dimagrimento localizzato, Tecniche Nuove, 2017