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Gluten sensitivity: di cosa parliamo?

Il glutine è un composto peptidico che si ritrova in alcuni cereali. È costituito principalmente da due classi proteiche: le gluteline e le gliadine. Negli ultimi anni c’è stato un incremento significativo della frequenza delle reazioni avverse al glutine. Fra i fattori che hanno condizionato questo incremento di intolleranza al glutine hanno un ruolo di primo piano le tecnologie alimentari. Ciò che infatti influisce maggiormente è che le varianti di grano che vengono utilizzate oggi presentano una percentuale maggiore di peptidi tossici rispetto al passato. Il glutine, rappresenta la struttura principale dell’impasto per la panificazione, che in sostanza, garantisce l’elasticità. I tempi del processo di lievitazione del pane, che sono andati sempre più riducendosi in base alle regole applicate per l’attuale panificazione, hanno fatto sì che questo alimento sia diventato sempre più ricco di glutine.

Da qualche anno risulta evidente che un numero sempre maggiore di soggetti presenta manifestazioni intestinali ed extraintestinali scatenate dal glutine, pur non essendo affetti né da celiachia né da allergia al grano. Si parla in questo caso di “sensibilità al glutine”. La maggior parte dei soggetti affetti da sensibilità al glutine presentano una biopsia intestinale normale, cioè non presentano atrofia dei villi. Solo pochi soggetti presentano un modesto incremento dei linfociti intraepiteliali (LIE). Inoltre tali soggetti non presentano positività per quanto riguarda i marker della celiachia, cioè anticorpi antitransglutaminasi di classe IgA, anti endomisio di classe IgA ed antigliadina deamidata di classe IgG. Nel 50% dei casi, invece, si osserva una positività per anticorpi antigliadina di prima generazione (AGA), più frequentemente di classe IgG che IgA.  Infine, a differenza della celiachia, la sensibilità al glutine non celiaca non mostra una correlazione genetica con gli antigeni di istocompatibilità (HLA), presenti nel braccio corto del cromosoma 6.

In genere i sintomi più frequenti in caso di intolleranza al glutine sono gonfiore, dolore addominale, diarrea e stipsi. Sono spesso presenti anche sintomi extraintestinali quali difficoltà di concentrazione, cefalea, eczema, depressione, astenia, artromialgie, anemie ed afte del cavo orale. I sintomi in genere si presentano dopo poche ore o dopo qualche giorno dopo aver assunto cibi contenenti glutine.

Come per la celiachia anche nella gluten sensitivity, la riduzione dei sintomi, sia intestinali che extraintestinali, in seguito alla sottrazione del glutine, è rapida con un miglioramento immediato nel giro di ore o giorni. Per cui risulta molto utile un’alimentazione che sostituisca i cereali che presentano glutine (frumento, farro, avena, segale, spelta, orzo) con altri che ne sono privi (riso, mais, grano saraceno, miglio, amaranto, quinoa, manioca, teff, sorgo).

Le cause all’origine della gluten sensitivity non sono ancora chiare. In una review effettuata al dipartimento di biologia e biotecnologia dell’università di Pavia è stato evidenziato il coinvolgimento di una maggiore permeabilità intestinale. Attraverso un rilassamento delle giunzioni epiteliali, infatti, metaboliti normalmente presenti solo a livello intestinale passano in circolo andando ad attivare la risposta immunitaria innata e adattativa con conseguente inizio di infiammazione. I meccanismi attraverso la quale la maggiore permeabilità intestinale causerebbe tale condizione clinica non è ancora del tutto chiaro. Nella review viene mostrato che la causa principale alla base della gluten sensitivity potrebbe essere un particolare profilo disbiotico caratterizzato da una diminuzione di alcuni batteri, quali Firmicutes e Bifidobacteria, che sono tra i principali produttori di butirrato intestinale. Gli acidi grassi a catena corta o SCFAs, come il butirrato appunto, sembrerebbero fondamentali nel favorire e mantenere l’integrità della barriera intestinale. Il butirrato in particolar modo apporta il maggior contributo in termini energetici e di produzione di mucina protettiva sia nei confronti dell’epitelio stesso sia nel prevenire la traslocazione di patogeni in circolo. Per cui una riduzione dei batteri produttori di butirrato potrebbe avere un importante influenza sulla permeabilità intestinale.

Secondo queste ipotesi la soluzione per la gluten sensitivity potrebbe essere un supplemento di probiotici e prebiotici, accompagnato da una dieta bilanciata e da un corretto stile di vita, al fine di migliorare la disbiosi e così ridurre la sensibilità al glutine. Ovviamente è necessario approfondire ulteriormente la correlazione tra gluten sensitivity e disbiosi intestinale. Attendiamo quindi ulteriori studi.

Bibliografia

A New Proposal for the Pathogenic Mechanism of Non-Coeliac/Non-Allergic Gluten/Wheat Sensitivity: Piecing Together the Puzzle of Recent Scientific Evidence

Indagine conoscitiva sulla sensibilità al glutine non celiaca promossa dall’Associazione Italiana. Celiachia (AIC) e Fondazione Celiachia (FC). Relatore Prof U. Volta, Univ. Bologna, Coordinatore del Board CS AIC

Pensavo fosse allergia … invece era FPIES

“ Dottore, sono molto spaventata! Il mio bambino ha vomitato un paio d’ore dopo aver mangiato ed ora dorme profondamente; non riesco a svegliarlo!”

Di fronte ad una telefonata del genere , il pediatra potrebbe dare un paio di tipi di risposte, riassunti come segue:

  1. “Non si preoccupi signora, può essere un virus gastrointestinale”
  2. “Che cos’ha mangiato? … Potrebbe essere una reazione allergica”

Nel primo caso, quando riceverà la seconda telefonata della mamma, preoccupatissima per il ripetersi dell’episodio, probabilmente passerà alla seconda tipologia di risposta; chi, invece, darà direttamente la seconda risposta si troverà di fronte ad indagini per allergie alimentari completamente negative. Intanto il bambino sarà stato messo a dieta per alimenti “sospetti” senza la certezza di aver risolto il problema.

Se non sia stato fatto prima, sarà allora il caso di pensare a qualcos’altro (con o senza l’aiuto auspicabile di uno specialista allergologo). Ma a cosa?

Il nome completo è quasi impronunciabile, soprattutto per chi non è molto bravo con l’inglese: Food Protein – Induced Enterocolitis Syndrome; sarà molto più semplice usare la sua sigla, FPIES.

Si tratta di una sindrome indotta dalle proteine del cibo, non Ig-E mediata: questo spiega perché i test per allergie risultino negativi. Dopo un intervallo di 1- 6 ore dall’assunzione delle proteine incriminate compare un intenso attacco di vomito, talvolta accompagnato da diarrea; segue uno stato di ipotensione e letargia, dopodiché il soggetto interessato ritorna in completo benessere.

L’unica strada per farne diagnosi è il TPO, cioè il Test di Provocazione Orale, durante il quale vengono somministrati gli alimenti sospetti per trovare quello che scatena la sindrome.

Qual è il meccanismo alla base della FPIES? Purtroppo non siamo ancora in grado di rispondere con precisione a tale domanda. Probabilmente le proteine alimentari scatenano un’infiammazione locale sulle pareti del tubo digerente causando i sintomi gastrointestinali caratteristici.

Latte e soia sono i cibi più frequentemente responsabili di FPIES; tra quelli meno comuni troviamo grano, uova, pesce e legumi. Nella maggior parte dei casi, le reazioni sono scatenate da una singola tipologia di alimento, anche se, qualche volta, gli alimenti scatenanti potrebbero essere multipli.

Sebbene ci troviamo di fronte ad una sindrome prevalentemente pediatrica, non sono rari dati riguardanti gli adulti.

Si guarisce? Generalmente si; tuttavia non mancano casi in cui la FPIES si sia convertita in allergia alimentare Ig-E mediata.

L’unica modalità di cui oggi disponiamo per il suo trattamento è l’eliminazione degli alimenti scatenanti  fino alla loro re-introduzione, da testare sotto forma di TPO in ambiente medico controllato.

BIBLIOGRAFIA

  • Khanna N et al. FPIES: Reviewing the Management of Food – Protein Induced Enterocolitis Syndrome. Case Rep Pediatr. Epub 2016 Mar 8.
  • Michelet M et al. Food protein-induced enterocolitis syndrome – a review of the literature with focus on clinical management. J Asthma Allergy. 2017; 10: 197-207.

La dietoterapia low-fodmap nella Sindrome del Colon Irritabile.

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è un disturbo gastrointestinale comune, cronico, con una prevalenza del 10-20% nella popolazione adulta in tutto il mondo ( 1 – 2 ). La diagnosi di IBS si basa principalmente sulla valutazione dei sintomi utilizzando i criteri di Roma ( 3-4).  Il sintomo cardinale è il dolore addominale, associato ad alterazioni delle abitudini intestinali gonfiore addominale, gas, diarrea e costipazione. ( 5 ). La patogenesi dell’IBS è multifattoriale, eterogenea e non completamente compresa. La disbiosi, la motilità anormale dell’intestino, l’infiammazione, l’alterazione dell’asse cerebrale-intestinale, l’angoscia psicologica, l’aumento della permeabilità della mucosa, la compromissione della funzione immunitaria e un’aumentata sensibilità viscerale sono tutti fattori che contribuiscono alla patologia .

Dieta e patofisiologia di IBS

Negli ultimi anni molti studi si sono concentrati nel valutare l’efficacia di interventi dietetici nel ridurre i sintomi della sindrome del colon irritabile: in particolar modo l’attenzione si è concentrata sulla dieta FODMAP ( 6). Il termine FODMAP comprende oligosaccaridi a catena corta di fruttosio (fruttani) e galattooligosaccaridi (GOS, stachiosio, raffinosio), disaccaridi (lattosio), monosaccaridi (fruttosio) e zuccheri (polioli), come sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo, che non vengono digeriti e assorbiti nel tenue e quindi, una volta passati nel colon, vengono fermentati dai batteri presenti in questa parte dell’intestino. I batteri del colon digeriscono questi zuccheri formando vari gas tra cui idrogeno e metano. Si tratta di un processo del tutto normale e che nella maggior parte dei soggetti non produce alcun fastidio. Nei pazienti con sindrome del colon irritabile, invece il fenomeno pare essere eccessivo e quindi in grado di determinare i fastidi riportati. Ridurre l’apporto di alimenti ricchi di FODMAP, con una dieta a ridotto contenuto di questi zuccheri, risulta essere un valido aiuto nel trattamento dei sintomi associati alla sindrome. I primi lavori sulla dieta a basso contenuto di FODMAP risalgono al 2005, ad opera di Gibson e Sheperd.

Sono stati proposti vari meccanismi mediante i quali i FODMAP possono innescare i sintomi dell’IBS. Al raggiungimento dell’intestino crasso, i FODMAP possono esercitare un effetto diretto o indiretto sulle cellule endocrine intestinali. Agiscono come prebiotici e modificano la flora intestinale e vengono fermentati dal microbiota intestinale con la produzione di gas. La produzione di gas aumenta la pressione luminale e stimola il rilascio di serotonina (CE). La serotonina agisce sulle fibre nervose sensoriali intrinseche (ISNF) dei gangli sottomucosi e mienterici, che a loro volta trasmettono l’attivazione alle fibre nervose sensoriali estrinseche (ESNF) al sistema nervoso centrale. Fig 1 (ref 7)

La dieta low FODMAPS e fibre insolubili riduce il sintomo e migliora la qualità della vita nei pazienti con IBS. Inoltre, cambia favorevolmente il microbiota intestinale e ripristina le anomalie nelle cellule endocrine gastrointestinali. Cinque tipi di cellule endocrine gastrointestinali che producono ormoni che regolano l’appetito e l’assunzione di cibo sono anormali nei pazienti con IBS. 

Tabella 1

Anomalie nelle cellule endocrine gastrointestinali che regolano l’appetito nei pazienti con IBS

Segmento gastrointestinale Ormone Densità cellulare Funzione ormone
IBS-D IBS-M IBS-C
Stomaco Grelina È aumentato Immutato Diminuzione Orexigenico (aumenta l’appetito)
Serotonina È aumentato Immutato Diminuzione Anoressigene (diminuisce l’appetito)
Duodeno CCK Diminuzione Immutato immutato Anoressigene (diminuisce l’appetito)
Serotonina immutato Immutato immutato Vedi sopra
ileo PYY immutato Immutato È aumentato Anoressigene (diminuisce l’appetito)
Serotonina Diminuzione Diminuzione Diminuzione Vedi sopra
Colon PYY Diminuzione Sconosciuto Diminuzione Vedi sopra
Serotonina Diminuzione Sconosciuto Diminuzione Vedi sopra
Retto PYY Diminuzione Diminuzione Diminuzione Vedi sopra
enteroglucagone Diminuzione Sconosciuto Diminuzione Anoressigene (diminuisce l’appetito)
Serotonina immutato Sconosciuto immutato Vedi sopra

Sulla base di queste anomalie ormonali, ci si aspetterebbe che i pazienti con IBS aumentassero l’assunzione di cibo e l’aumento di peso corporeo. Però, il legame tra obesità e IBS non è completamente studiato. Una guida dietetica personalizzata low FODMAP e fibre insolubili in combinazione con l’assunzione di probiotici e un regolare esercizio fisico sono raccomandati nei  pazienti con IBS. ( 7)

I FODMAPs sono presenti in una vasta gamma di alimenti, tra cui grano, segale, verdure, frutta e legumi (8,9).

Una meta-analisi di 12 studi ha rivelato che i pazienti con IBS trattati con maggiore assunzione di fibre non presentavano alcun miglioramento dei sintomi rispetto al placebo o una dieta povera di fibre (7). Tuttavia, è stato riportato che la fibra idrosolubile, ma non la fibra insolubile, migliora i sintomi (8,9).

Conclusioni

Una dieta low-FODMAP e fibre insolubili riduce i sintomi e migliora la qualità della vita dei pazienti con IBS. L’orientamento dietetico individuale è necessario per identificare una dieta adatta a cui il paziente è probabile aderire a lungo termine. La combinazione di questa dieta con i probiotici e l’esercizio fisico regolare amplificherà l’effetto di tale dieta.

Da un totale di 1.726 pubblicazioni al riguardo , identificate nei database Medline, Embase, Cochrane, solo 9 pubblicazioni risultano complete per revisione e meta-analisi (10,11,12).Due studi randomizzati hanno studiato l’effetto di una dieta priva di glutine per i sintomi di IBS su 111 pazienti con IBS, (-; ho RR = 0.42 95% CI 1.55 0.11). Anche se i sintomi IBS erano ridotti in seguito ad una dieta priva di glutine, la differenza con il gruppo di controllo non era statisticamente significativa 2  = 88%) ([ 2 Fig. ]).

Su un totale di 395 pazienti con IBS, 7 studi comparati a diete diverse hanno studiato l’effetto di una dieta a basso contenuto di FODMAP. Rispetto al gruppo di controllo, la dieta low-FODMAP ha determinato una significativa riduzione dei sintomi IBS (RR = 0,69; 95% CI 0.54 a 0.88; I 2  = 25%)

([ fig. 3 ]).




BIBLIOGRAFIA

(1) El-Salhy M, Gundersen D, Hatlebakk JG, Hausken T. Irritable Bowel Syndrome: Diagnosis, Pathogenesis and Treatment Options.Nova Science Publishers Inc.; New York, NY: 2012

(2) Organic and functional disorders in 2000 gastroenterology outpatients.Harvey RF, Salih SY, Read AE

Lancet. 1983 Mar 19; 1(8325):632-4.

3)Guidelines on the irritable bowel syndrome: mechanisms and practical management.Spiller R, Aziz Q, Creed F, Emmanuel A, Houghton L, Hungin P, Jones R, Kumar D, Rubin G, Trudgill N, Whorwell P, Clinical Services Committee of The British Society of Gastroenterology Gut. 2007 Dec; 56(12):1770-98.

(4) Functional bowel disorders. Longstreth GF, Thompson WG, Chey WD, Houghton LA, Mearin F, Spiller RC Gastroenterology. 2006 Apr; 130(5):1480-91.

(5) Functional gastrointestinal disorders in Canada: first population-based survey using Rome II criteria with suggestions for improving the questionnaire.

Thompson WG, Irvine EJ, Pare P, Ferrazzi S, Rance L Dig Dis Sci. 2002 Jan; 47(1):225-35.

6 Dietary fiber in irritable bowel syndrome (Review).El-Salhy M, Ystad SO, Mazzawi T, Gundersen D.Int J Mol Med. 2017 Sep;40(3):607-613. doi: 10.3892/ijmm.2017.3072. Epub 2017 Jul 19.

7 Diet in irritable bowel syndrome

8 Shepherd SJ, Lomer MC, Gibson PR. Short-chain carbohydrates and functional gastrointestinal disorders. Am J Gastroenterol. 2013;108:707–17.PubMedView ArticleGoogle Scholar

10  [Gluten-free diet and low FODMAP diet: no or minor evidence for treating irritable bowel syndrome].

11A diet low in FODMAPs reduces symptoms of irritable bowel syndrome EP Halmos, VA Power, SJ Shepherd, PR Gibson… – Gastroenterology, 2014 – Elsevier Background & Aims

9 Muir JG, Rose R, Rosella O, Liels K, Barrett JS, Shepherd SJ, et al. Measurement of short-chain carbohydrates in common Australian vegetables and fruits by high-performance liquid chromatography (HPLC). J Agric Food Chem. 2009;57:554–65.PubMedView ArticleGoogle Scholar

12 Dietary Triggers of Abdominal Symptoms in Patients With Irritable Bowel Syndrome: Randomized Placebo-Controlled Evidence

Susan J.ShepherdFrancis C.ParkerJane G.MuirPeter R.Gibson

 

12 Dietary Triggers of Abdominal Symptoms in Patients With Irritable Bowel Syndrome: Randomized Placebo-Controlled Evidence

Susan J.ShepherdFrancis C.ParkerJane G.MuirPeter R.Gibson

Alimenti funzionali: gli effetti positivi per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche.

E’ evidente come l’interesse dei consumatori nei confronti del cibo come fonte di benessere e salute stia crescendo sempre più. Le malattie correlate all’alimentazione, come l’obesità, il diabete, il cancro e le patologie cardiovascolari sono in netto aumento e in vista di ciò, gli alimenti funzionali giocano un ruolo importante nel ridurre o prevenire tali patologie. Quello dei functional food, pertanto, è un settore in forte crescita. In Asia, dove gli alimenti funzionali sono parte integrante della cultura da molti anni, c’è una ferma credenza che il cibo e la medicina abbiano la stessa origine e uno scopo comune. In Giappone, la ricerca sugli alimenti funzionali iniziò già negli anni ’80 e nel 1991 fu introdotto un quadro normativo specifico concernente gli Alimenti per uso specifico per la salute (FOSHU). A differenza dell’Asia, in Europa il concetto di alimenti funzionali è relativamente nuovo.

Sono stati esaminati ventidue studi per indagare le differenze nel consumo di alimenti funzionali tra i paesi europei. In paesi come Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, gli alimenti funzionali risultano essere molto più popolari che in Italia (ad eccezione di tè, caffè e vino rosso), Belgio e Danimarca. Nell’est europeo, in particolare in Polonia, il loro consumo sta diventando sempre più comune. La Spagna e Cipro mostrano invece un’alta percentuale di consumatori per lo più tra gli adolescenti. I maggiori mercati di alimenti funzionali si trovano in Giappone e USA; anche se in misura nettamente minore, Finlandia, Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi detengono il più alto consumo di alimenti funzionali rispetto al resto dell’Europa. Questo dipende dalla diversa attitudine e grado di accettazione dei consumatori: a quanto pare gli europei sarebbero più scettici e critici nei confronti dei functional food. Nel 1999 l’UE, nell’elaborazione della legislazione in materia di indicazioni sulla salute, ha pubblicato la definizione di alimento funzionale: “Un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti positivi e mirati su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che sia rilevante per il miglioramento dello stato di salute e di benessere e/o per la riduzione del rischio di malattia. Fermo restando che gli alimenti funzionali devono continuare ad essere alimenti e devono dimostrare la loro azione nelle quantità in cui vengono assunti normalmente nella dieta. Gli alimenti funzionali non sono né compresse, né capsule, ma alimenti che formano parte di un regime alimentare normale”. Gli alimenti funzionali sono:

  • alimenti naturali,
  • alimenti a cui sia stato aggiunto un componente,
  • alimenti in cui siano state modificate le caratteristiche di uno o più componenti,
  • alimenti in cui sia stata modificata la biodisponibilità di uno o più componenti,
  • qualsiasi combinazione di queste possibilità.

Gli alimenti funzionali possono apportare una miriade di benefici: antiossidante attivo nella difesa da stress ossidativo, detossificante, antitumorale, antimicrobico e antivirale, antinfiammatorio, antiipertensivo, ipocolesterolemico e così via. Non è però sufficiente che un alimento possieda queste proprietà per essere definito funzionale. Occorre che gli effetti positivi sulla salute e nella prevenzione delle malattie siano provati scientificamente da studi e ricerche. Esistono infatti dei criteri per attribuire la qualifica di funzionale:

– studi sperimentali condotti sull’uomo (studi clinici o d’intervento)

– studi osservazionali condotti sull’uomo (studi epidemiologici)

– studi biochimici, cellulari o condotti su animali

– identificazione di biomarker dell’effetto funzionale o della riduzione del rischio di patologia

– definizione dei range fisiologici di variabilità.

Molti componenti della tradizionale dieta mediterranea sono noti per i loro effetti positivi sulla salute e possono essere considerati veri e propri alimenti funzionali.

Frutta secca (noci, mandorle, noci brasiliane, nocciole): grazie alla presenza di grassi monoinsaturi e polinsaturi, vitamine, sali minerali, fibre, fenoli, flavonoidi, isoflavonoidi, fitosteroli e acido fitico contribuiscono alla riduzione dei trigliceridi nel plasma e proteggono dalle malattie cardiovascolari.

Vegetali (a foglia verde, peperoni, carote, cavoli, cavoletti, broccoli): la più importante fonte di composti fenolici. I flavonoidi, le fibre, i carotenoidi e l’acido folico hanno un ruolo nella prevenzione delle malattie coronariche. I fitosteroli invece sono associati ad una riduzione dei livelli di colesterolo e del rischio cardiovascolare.

Frutta (agrumi, frutti di bosco, mango, fragole, melone, anguria, avocado): ricca di fibre, vitamine, minerali, flavonoidi e terpeni detiene un ruolo prevalentemente antiossidante. Insieme ai legumi, grazie alla presenza di fitoestrogeni, può rappresentare una valida alternativa alla terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa.

Pesce:  in particolare il salmone, per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi (PUFA), EPA e DHA, contribuisce alla protezione contro  le aritmie cardiache, il cancro e l’ipertensione. E’ inoltre implicato nel mantenimento delle funzioni neurali e nella prevenzione di alcune malattie psichiatriche.

Olio di oliva: contiene elevate quantità di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di fitochimici (composti fenolici, squalene e α-tocoferolo) che hanno effetti protettivi nei confronti di alcuni tipi di cancro, riducono il rischio di malattie coronariche, modificano le risposte immunitaria e infiammatoria e sembrano avere un ruolo nella mineralizzazione ossea. I composti fenolici hanno mostrato, sia in vivo che in vitro, di diminuire l’ossidazione del colesterolo LDL.

Yogurt: i batteri lattici conferiscono effetti probiotici, migliorano la salute gastrointestinale e modulano la risposta immune. Il consumo di yogurt potrebbe indurre cambiamenti favorevoli nella flora batterica fecale, riducendo il rischio di cancro al colon.

Aglio, cipolla, erbe e spezie: contengono moltissimi flavonoidi e possono apportare benefici a livello cardiovascolare e promuovere la funzione cognitiva. Rafforzano il sistema immunitario. Il cappero (Capparis spinosa) contiene flavonoidi come il kaempferolo e la quercetina, conosciuti per gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Uva rossa e derivati: grazie ai polifenoli e a due composti che agiscono sinergicamente (resveratrolo e licopene), esercitano un effetto vasodilatatore endotelio-dipendente oltre che un effetto antiossidante.

Cacao, tè verde e caffè: sono considerati alimenti funzionali perché, se assunti in quantità moderate, stimolano l’attenzione e le capacità cognitive per la presenza rispettivamente di teobromina, teina e caffeina. Il tè verde contiene le catechine, in particolare l’EGCG o epigallocatechina gallato, dalle attività antivirali e antiossidanti.

Cereali non raffinati: sono anch’essi considerati alimenti funzionali poiché ricchi di vitamine del gruppo B, beta-glucani, lignani, tocotrienoli, folati, fruttani, fitosteroli, polifenoli, policosanoli, fitati, pentosani, arabinoxilani. Tendono a svolgere molteplici funzioni: prebiotica e probiotica, antiossidante, ipoglicemica, ipocolesterolemica, diminuzione di patologie cardiovascolari, cancro del colon e malformazioni del tubo neurale.

Per quanto riguarda l’uovo, si tratta di un alimento dal grande valore nutritivo oltre che tra i più consumati, insieme ai suoi derivati, grazie alla grande versatilità in cucina e il costo economico; lo sviluppo di uova funzionali potrebbe essere un vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e le industrie alimentari. Tuttavia, le uova funzionali arricchite in grassi omega-3 o con bassi livelli di colesterolo vengono consumate raramente in Europa, ad eccezione, rispettivamente, della Svezia (3.8%) e della Spagna (6.7%).

Gli alimenti funzionali contengono ingredienti biologicamente attivi associati ad effetti fisiologici benefici per la salute in termini di prevenzione e gestione delle malattie croniche, come il diabete mellito di tipo 2 (DMT2). Un consumo regolare di alimenti funzionali può essere associato ad un potenziato effetto antiossidante, antinfiammatorio, di sensibilità all’insulina e anti-colesterolo, utili per prevenire e gestire DMT2. I componenti della dieta mediterranea – come frutta, verdura, pesce grasso, olio d’oliva e noci – grazie al loro naturale contenuto di nutraceutici, hanno mostrato benefici clinicamente significativi sul metabolismo e sulle attività microvascolari, abbassamento del colesterolo e del glucosio a digiuno, e effetti anti-infiammatori e antiossidanti nei pazienti ad alto rischio e con DMT2. Inoltre, combinando l’esercizio fisico (fattore di prevenzione primaria e secondaria di malattie cardiovascolari, mortalità e diabete) con l’adesione ad una dieta mediterranea che comprenda cibo funzionale, si possono innescare e aumentare molti processi protettivi sia metabolici che cardiovascolari, come la riduzione della perossidazione lipidica e di azioni antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno esaminato gli effetti degli alimenti funzionali arricchiti in antiossidanti sullo stress ossidativo, ovvero lo sbilanciamento tra la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e le difese antiossidanti di tipo enzimatico e non enzimatico presenti nell’organismo. La presenza di un eccessivo stato di stress ossidativo dipende da vari fattori (ad esempio fumo, inquinamento, alimentazione squilibrata, infiammazione cronica o di basso grado, difese antiossidanti compromesse) e contribuisce alla patogenesi di molteplici malattie (cardiovascolari, cancro, sindrome metabolica, disturbi cerebrali). Una sostanza antiossidante è in grado di ridurre il danno ossidativo causato dai radicali liberi a livello del DNA, di lipidi e proteine, e che può condurre alla morte cellulare. I risultati hanno mostrato un aumento significativo di antiossidanti idrosolubili e una riduzione dello stress ossidativo in un gruppo di soggetti umani.  In ogni caso la biodisponibilità degli alimenti funzionali e i loro effetti sulla prevenzione di malattie croniche dipende da come vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo e da alcuni fattori estrinseci (matrice alimentare) e/o intrinseci dell’alimenti stesso, per esempio la forma molecolare delle sostanze antiossidanti. Inoltre, per i nutrienti che sono assorbiti tramite un processo di diffusione passiva, la quantità di antiossidanti assorbiti decresce all’aumentare dell’assunzione di quell’alimento. Infine, la biodisponibilità degli antiossidanti in frutta e verdura crudi è generalmente bassa, ma il trattamento col calore la aumenta; allo stesso tempo il calore potrebbe causare la perdita di antiossidanti e la loro isomerizzazione. Una dieta antiossidante con componenti bioattivi naturali potrebbe divenire un’interessante soluzione per le patologie neurodegenerative, in cui si assiste ad un aumento dello stress ossidativo. Diversi studi epidemiologici hanno mostrato che un consumo combinato di frutta e verdura porta benefici sinergici sulle attività antiossidanti ed è associato ad un ridotto rischio di patologie croniche e disordini degenerativi correlati all’età.

Lo stress infiammatorio e ossidativo possono essere diretta conseguenza di una dieta sbilanciata, come l’ingestione di alimenti composti da grandi quantità di grassi e carboidrati: l’aumento postprandiale del lipopolisaccaride (LPS) e del Toll-like receptor-4 (TLR4) è associato all’aumento dei livelli di citochine infiammatorie (IL-6, IL-17 e TNFα). Sono state osservate attività antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali per lo zenzero (Zingiber officinale), il cardo mariano (Silybum marianum), il biancospino (Crataegus monogyna), il fiore della passione (Passiflora edulis) e la camomilla (Matricaria chamomilla).

Attualmente, il concetto base di “cibo” sta mutando da ciò che comporta la conservazione della vita a quello che usa il cibo come strumento per migliorare la salute e la qualità della vita. Indubbiamente i fattori chiave dietro la ricerca e lo sviluppo del cibo funzionale sono l’industria alimentare, i consumatori e i governi. Il progresso della scienza, in particolare nel settore della nutrizione, è cruciale per lo sviluppo di soluzioni alimentari innovative volte al miglioramento della salute dei consumatori.

BIBLIOGRAFIA

  • Verschuren et al., Functional Foods: Scientific and Global Perspectives, British Journal of Nutrition (2002), 88, Suppl. 2, S125–S130.
  • Peluso et al., Antioxidant, Anti-Inflammatory, and Microbial-Modulating Activities of Nutraceuticals and Functional Foods, Oxidative Medicine and Cellular Longevity Volume 2017, Article ID 7658617, 2 pages.
  • Serafini et al., Functional Foods for Health: The Interrelated Antioxidant and Anti-Inflammatory Role of Fruits, Vegetables, Herbs, Spices and Cocoa in Humans, Current Pharmaceutical Design, 2016, 22, 6701-6715.
  • Ortega, Importance of functional foods in the Mediterranean diet, Public Health Nutrition, 2006: 9(8A), 1136–1140.
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  • Alkhatib et al., Functional Foods and Lifestyle Approaches for Diabetes Prevention and Management, Nutrients 2017, 9, 1310.
  • Miranda et al., Egg and Egg-Derived Foods: Effects on Human Health and Use as Functional Foods, Nutrients 2015, 7, 706-729.

L’importanza della serotonina nella riuscita delle diete.

Il 98% di tutti i tentativi di Perdere Peso è destinato inevitabilmente a fallire se si decide di perdere peso velocemente limitando l’assunzione di cibo ad alto contenuto calorico o appetitoso. L’astenersi dal cibo per periodi lunghi di tempo, aumenta di fatto il valore di ricompensa alimentare, per cui  il digiuno o il saltare un pasto sono deleteri .Gli sforzi, invece, dovrebbero essere concentrati in una dieta (prescritta da un medico biologo o dietista) che prevede l’assunzione di cibi più sani e a basso contenuto energetico o calorico.

Ma, cosa molto importante, tutte le diete sono destinate a fallire se non vengono mantenuti stabili i livelli di serotonina.

La serotonina è un neurotrasmettitore che agisce :

  • Determinando un’ insorgenza precoce del segnale di sazietà;
  • Riducendo l’appetibilità del cibo e la quantità totale di alimenti ingeriti
  • Riducendo il desiderio dei carboidrati.

Quando la serotonina diminuisce, aumenta il craving ossia il desiderio di carboidrati ad alto INDICE GLICEMICO (pop corn, patatine, crostini, tarallucci, biscottini, caramelline, cioccolattini, rusticini, pizzette etc) .Questi carboidrati ad alto IG a loro volta, una volta ingeriti, innalzano i livelli di serotonina, e conferiscono un relativo senso di benessere. Relativo perchè in questo modo però si attiva un circolo vizioso, infatti una patatina tira l’altra, un taralluccio tira l’altro, una galletta un crostino o una fetta biscottata tira l’altro/a……..

Aumentare la Serotonina in questo modo però, fa aumentare velocemente l’insulina. Livelli elevati di INSULINA inducono un maggior deposito di grasso, ritenzione idrica, alterata funzionalità di tiroide ed ormoni, aumento dei livelli di colesterolo, aumento della pressione sanguigna, aumento del rischio di Diabete di tipo 2, e un aumento del rischio di Cancro. Come riportato dall’American Cancer Society: “Essere sovrappeso può aumentare il rischio di cancro del 50 %”.

Gli uomini in sovrappeso hanno un incidenza significativamente maggiore di mortalità per cancro alla prostata, mentre nelle donne in sovrappeso si ha una maggiore incidenza di cancro alle ovaie e al seno.

Invece,mantenere alti i livelli di serotonina senza stimolare la produzione di insulina invece vi aiuterà a controllare il desiderio di cibo, vi aiuterà a placare la fame compulsiva,  e a ridurre il grasso corporeo. Mantenere alti i livelli di serotonina vi aiuterà senza dubbio a seguire uno stile di vita sano. Ma dovete essere pronti anche a fare uno sforzo ad abbandonare le vecchie abitudini e a fare esercizio fisico!

Gli ultimi sviluppi nell’ambito della fitoterapia, sostengono l’utilizzo di alcune piante quali la Griffonia, la Rodiola Rosea e il Cacao per il controllo del senso di fame e il miglioramento del tono dell’umore. Di seguito UN FOCUS per capire come agiscono.

Griffonia simplicifolia : studi clinici hanno dimostrato che i semi contenuti nei baccelli di questa pianta sono molto ricchi in 5 idrossitriptofano(5HTP), precursore della serotonina, pertanto è molto utile nella riduzione degli episodi di craving. La Griffonia simplicifolia”,in pazienti con eccesso ponderale ha dimostrato di essere in grado di indurre il senso di sazietà attraverso l’aumento tra gli altri dei livelli ematici di leptina. Ulteriori studi hanno dimostrato che la perdita di peso è legata alla sua azione lipolitica.

La Rhodiola Rosea, è in grado di innalzare i livelli ematici di serotonina attraverso un effetto combinato di inibizione della catecol-O-metiltransferasi e di un effetto stimolante nel trasporto del 5-HTP .Cosi come la Griffonia anche l’estratto di Rhodiola Rosea,è in grado di stimolare l’attività delle lipasi, favorendo conseguentemente la mobilitazione dei grassi dai depositi.L’azione dimagrante è inoltre legata alla capacità delle Rodhiola di aumentare del 30% circa i livelli di serotonina nel Sistema Nervoso Centrale,riducendo cosi il desiderio ossessivo dei carboidrati e svolgere azione sedativa-antiansia,riducendo notevolmente la fame ansiosa. Infine i glicosidi nella radice sono anche capaci di incrementare i livelli di dopamina, e dare un senso di sazietà.

Teobroma Cacao: I semi sono ricchi in metilxantine quali teobromina e caffeina, note per le loro proprietà stimolanti (mediante il blocco dei recettori dell’adenosina nel SNC). 

I semi di questa pianta, inoltre, contengono tetraidroisochinoline (salsolinolo e salsolina), composti dopaminergici in grado di determinare: inibizione delle MAO, inibizione della tiroxina idrossilasi e dell’uptake delle catecolamine. Pertanto la combinazione di questi 3 estratti agisce in sinergia, riducendo notevolmente lo stato nervosismo che si verifica nei pazienti che seguono un piano di rieducazione alimentare, portando cosi’ ad un miglioramento del tono dell’umore.

Guar: polisaccaride idrocolloidale, costituito principalmente da galattomannani ad alto peso molecolare. Le sue notevoli proprietà igroscopiche favoriscono la distensione gastrica, inibendo di riflesso l’appetito.La gomma di guar ha inoltre proprietà chelanti e contribuisce a migliorare il profilo lipidico del sangue.

Bibliografia:

The regulation of food intake : the Brain Endocrine Network

Maria Sorrentino* and Giovanni Ragozzino Department of Environmental, Biological and Pharmaceutical Sciences and Technologies, University of Campania, I-81100 Caserta, Italy

http://www.mediplant.it/i-consigli-del-nutrizionista-come-…/

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Endometriosi. Quando l’alimentazione diventa un farmaco.

L’endometriosi è una patologia ginecologica molto frequente nelle donne in età fertile. Nel 20-25% dei casi l’endometriosi è una patologia asintomatica e viene diagnosticata in occasione di una laparoscopia eseguita per problemi di sterilità, non dipendente da altri fattori o di un intervento di laparotomia fatto per altre indicazioni (come ad esempio fibromi). Nei restanti casi le caratteristiche e la gravità della sintomatologia sono dovute alle reazioni del tessuto endometriale ectopico alle sollecitazioni ormonali tipiche del ciclo femminile; conseguenze più comuni di questa anomalia sono fortissimi dolori mestruali, eccessivo sanguinamento, forte dolore addominale anche cronico, infiammazione, pancia gonfia, stitichezza, sviluppo di tessuto cicatriziale al livello della parete intestinale, aderenze, subfertilità o infertilità, sofferenza psicologica e soprattutto dolori pelvici cronici, a volte così intensi da compromettere lo svolgimento delle normali attività quotidiane.
Vi è un stretto legame tra l’endometriosi ed alti livelli di estrogeni che stimolano la proliferazione del tessuto endometriale. È una patologia di tipo infiammatorio e gli squilibri intestinali, come una disbiosi del microbiota, possono aggravare la sintomatologia, inoltre, è importante mantenere un corretto peso corporeo poiché un eccesso di tessuto, o meglio, organo adiposo porterà a un’eccessiva produzione di estrogeni che favorirà la proliferazione del tessuto endometriale.
Diversi studi hanno dimostrato che esiste una relazione tra quello che si mangia e  l’endometriosi, in quanto si è riscontrato che alcuni alimenti sono in grado di stimolare e potenziare le nostre difese immunitarie per contrastare la patologia. La dieta “anti-endometriosi” ha carattere sia preventivo che “curativo” basandosi su un regime alimentare che riduce i cibi che favoriscono l’infiammazione e punta su quelli antinfiammatori e che diminuiscono i livelli di estrogeni.

Tramite l’alimentazione possiamo agire per prima cosa sull’equilibrio ormonale, controllando i  e controllare lo stato infiammatorio ed agire  sul miglioramento dell’equilibrio intestinale, ripristinando la giusta flora batterica. Per tenere quanto più possibile sotto controllo infiammazione e dolore sono determinanti le nostre scelte alimentari visto il ruolo che il cibo ha nel sostenere o, al contrario, nel modulare i fenomeni infiammatori stessi.

In primo luogo è importantissimo controllare i livelli di insulina evitando il “saliscendi”,  l’insulina è da considerarsi un fattore pro-infiammatorio ed è  responsabile dello “immagazzinare gli zuccheri introdotti in eccesso sotto forme di grasso a livello del tessuto adiposo”, della variazione dell’umore con percezione di stanchezza, irritabilità, tristezza, calo di energie, scarsa concentrazione e coordinazione.

Per mantenere i livelli di insulina equilibrati è necessario evitare gli zuccheri semplici (zucchero aggiunto, dolcificanti e dolci vari), preferire a pasta e pane integrali (i cui zuccheri si assorbono meno rapidamente provocando un più graduale rialzo della glicemia), comporre i pasti con carboidrati e proteine in quantità equivalenti, in modo da ridurre l’indice glicemico dei primi, aumentare il consumo di fibre per nutrire correttamente la flora batterica intestinale (una disbiosi può aggravare la sintomatologia) per cui non dovrebbero mancare oltre ai cereali integrali anche i legumi. È consigliato, inoltre, preferire il consumo di cereali integrali naturalmente senza glutine (come quinoa, miglio, amaranto, grano saraceno) in quanto il glutine è in grado di irritare la mucosa intestinale già resa sensibile, ed a volte danneggiata, dall’endometriosi stessa; aumentare il consumo di pesce e di frutta a gusci, alimenti ricchi di omega 3 dalle dimostrate proprietà antinfiammatorie, utilissimi nel controllare i sintomi dell’endometriosi; limitare il consumo di latte e dei suoi derivati contenenti  significative concentrazioni di estrogeni,  limitare l’uso di carne rossa; escludere dalla dieta i grassi idrogenati presenti in molte marche di grissini, fette biscottate, biscotti, merendine, torte, nonché pop corn, patatine e simili e preferire il consumo di altri lipidi come l’olio extravergine di oliva (fonte di preziosa vitamina E) e l’olio di semi di lino a crudo (ricco di acidi grassi essenziali “buoni”) hanno proprietà antinfiammatorie.“
Importantissimo è l’assunzione di alimenti ricchi di calcio, magnesio e vitamina D per evitare la demineralizzazione ossea indotta da alcune terapie mediche per l’endometriosi.

Muscogiuri G et al.  Shedding new light on female fertility: The role of vitamin D. Rev Endocr Metab Disord. 2017 Sep;18(3):273-283. doi: 10.1007/s11154-017-9407-2.

Halpern G et al. Nutritional aspects related to endometriosis. doi: 10.1590/1806-9282.61.06.519.