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L’Alcolismo Silenzioso…Silente…“Dolce”…!

L’alcolismo silenzioso. Quando udì questo termine per la prima volta, mi suonava quasi “armonico”, affascinante, ho pensato “che magnifica espressione”. Ricordavo infatti che si chiamasse alcolismo dolce. Ma in realtà, come spesso accade, le apparenze ingannano. Difatti, l’alcolismo silenzioso è un termine per indicare l’alcolismo che colpisce prevalentemente le donne. Si chiama silenzioso proprio perché, senza fare troppo rumore, prende il sopravvento, doucement doucement, in silenzio appunto! L’alcolismo in generale è un problema sociale non indifferente, pericoloso e deleterio.

Partiamo dal principio che qualsiasi sostanza ingeriamo, dal bere al mangiare, da farmaci a tisane, dalla musica che ascoltiamo, alle fusa dei gatti, in poche parole, il nostro stile di vita, influenza l’epigenetica, il nostro direttore d’orchestra. Esso dirige l’accensione di determinati geni dunque il rilascio di determinate molecole con “relative conseguenze”.

Quando ingeriamo alcol, esso viene trasformato, ad opera dell’Alcol Deidrogenasi in acetaldeide (composto tossico). Esiste un altro enzima, l’Aldeide Deidrogenasi (enzima “salva sbornia”), che catabolizza i composti tossici, così da poter essere “eliminati”. Come in tutto, però, il troppo storpia. Infatti, quando il nostro caro enzima “salva sbornia”, è saturo, ecco che i composti tossici prendono il sopravvento con effetti quali, nausea, vomito, vertigini, etc. Ad esempio chi è astemio, è mancante proprio di questo enzima dunque anche una goccia di alcol può essere “devastante”. A chi invece basta poco per saturarlo, ne ha poco, viceversa a chi invece “non basta mai”…..

L’evidenza scientifica suggerisce una maggiore vulnerabilità fisica e biologica della donna agli effetti dell’alcol. Difatti, le donne hanno una massa corporea inferiore rispetto all’uomo, minor quantità di acqua corporea e meno efficienza dei meccanismi di metabolizzazione dell’alcol. È ben noto, infatti, che il fegato della donna produce enzimi “salva sbornia” meno efficaci per l’alcool e recenti studi scientifici hanno evidenziato frequenti casi di cirrosi alcoliche anche in fanciulle giovani (18 – 20 anni). Ecco spigata la maggior vulnerabilità per le fanciulle agli effetti dell’alcol ed il perché, a parità di consumo, l’alcool risulta molto più tossica e devastante nelle fanciulle.

Dunque, sappiamo bene che l’alcolismo è causa di morte, e per le donne il rischio raddoppia, più di altre forme di dipendenza ed anche per uscirne sembra essere ancor più difficile. Eppure, l’alcol non è illegale e non è nemmeno marcata la scritta e le immagini che troviamo sui pacchetti di sigarette!

L’attenzione alle differenze di genere nei problemi legati all’alcol emerge a partire dagli anni ’80 e fino ad oggi diversi studi e progetti sono focalizzati per cercare di sconfiggere questo “dolce male”. In accordo con la scienza, qui non vige la parità dei sessi. Difatti come un esperto professore ha “denunciato”, “è molto più difficile tirar fuori le donne dal “bere oscuro” che gli uomini. Forse la dipendenza si è radicata in un organismo più fragile”. Un tema ampiamente affrontato in letteratura suggerisce come la dipendenza – o la codipendenza – nelle donne sia fortemente connessa a esperienze personali di disempowerment. Urge dunque una maggior attenzione a 360 gradi.

Le fanciulle, cadute sotto questa “dolce trappola”, spesso manifestano uno scarso concetto di sé, bassa autostima, senso di colpa, biasimo autodiretto, e un’alta percentuale di disturbi dell’umore, come ansia e depressione. Questo, molto probabilmente, è dovuto anche ad una disbiosi intestinale che si manifesta in seguito all’assunzione cronica di alcol.

Disbiosi e depressione? Vediamo come sia possibile… Beh la “recente” presa di coscienza del sofisticato e prezioso funzionamento del nostro microbioma è impressionante! Difatti recenti studi hanno dimostrato che la carenza di determinati batteri, dunque il disequilibrio del nostro “secondo cervello” (disbiosi), può essere causa di depressione e non solo. Pensate, se manca quel determinato batterio che “trasforma” il triptofano in serotonina, beh ecco che la depressione prende il sopravvento (Scuola di Nutrizione Salernitana docet).

Ricordiamo, inoltre, che la maggior parte della serotonina,” ormone della felicità”, è prodotta dal nostro “secondo cervello”. Ecco spiegato anche il perché delle cosiddette “farfalle allo stomaco”! Dunque, badiamo bene, prima di utilizzare “mezzi” che tolgono una dipendenza e ne aggiungono un’altra (come ad esempio l’uso inadeguato e sproporzionato di antidepressivi “sintetici”!!!).

Il dato ancora più allarmante è che, a differenza di altre forme di dipendenza l’alcolismo è ancora più grave in quanto ci si può cadere a qualsiasi età anche nell’età della “saggezza” e “sapienza” massima, in poche parole anche a “120 anni”. Eppure, l’alcol non è illegale e non è nemmeno marcata la scritta e le immagini che troviamo sui pacchetti di sigarette!

Le devastanti conseguenze di questa “dolce dipendenza nell’area psichica sono :
instabilità emotiva (depressione alternata a euforia)
• irritabilità, ansia, insonnia, disattenzione
pensiero confuso, amnesie, difficoltà di concentrazione
• deficit cognitivi, in particolare nell’affrontare nuovi compiti
• gelosie patologiche, idee di suicidio.

L’alcol, inoltre, può essere associato a comportamento violento e / o fornire una scusa per atteggiamenti o comportamenti violenti, in particolare all’interno della famiglia o con chi ci è più vicino. Esistono diversi falsi miti sull’alcol, e come denuncia ed informa il Ministero della Salute, visto la grave “dipendenza” che può colpire a qualsiasi età, doucement doucement, in silenzio, bisogna prevenire ed attuare urgentemente piani di recupero. 

Aggiungo infine quanto sia “opportuno” l’aggiunta delle stesse scritte con relative immagini proprio come riportate per il fumo anche per l’alcol (ed in realtà non solo, sarebbe opportuno anche su tutti i junk food…etc…etc.…): Questo prodotto uccide! O meglio l’abuso di questo prodotto uccide!

Riferimenti bibliografici

  1. https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/alimentazione/alcol-la-donna-il-rischio-e-doppio
  2. Franco Angeli 2018. Mission 51. Italian Quarterly Journal of Addiction. Periodico trimestrale della federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze
  3. Cinzia Luigia Celebre, Pamela Filiberto, Claudia Milievich. 2018. Mission 51. Progetto Ben Essere Donna. Intervento di prevenzione e promozione della salute rivolto a donne con problematiche alcol correlate.
  4. Guida utile all’identificazione e alla diagnosi dei problemi alcol-relati- Ministero della Salute
  5. L. Mattera. Scienzintasca 2018. Medicina di genere: la donna è la chiave per raggiungere una sostenibilità a 360 gradi!
  6. L. Mattera. Scienzintasca 2018. Sindrome da burnout: un “mostro” silenzioso da conoscere e sconfiggere

  7. L. Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita

  8. L. Mattera. Scienzintasca 2017. Epigenetica: viaggiamo nel suo magico nanomondo.

Autunno, capelli indeboliti e integratori: facciamo chiarezza

L’autunno ormai è alle porte e ci aspetta con quei colori e profumi che tanto lo caratterizzano. Alcuni lo attendono con ansia, altri lo temono tremendamente. C’è una cosa, però, che mette d’accordo tutti: la paura di perdere i capelli. Soprattutto le donne conoscono bene l’argomento: in questo periodo dell’anno fare uno shampoo può essere un’esperienza molto “dolorosa”; a nessuno piace raccogliere masse di capelli dal pavimento del bagno. Ma perché succede questo? La causa sembrerebbe associata alla naturale variazione delle ore di luce e di buio.

Sappiamo bene che la perdita post-estiva dei capelli è limitata a poche settimane; nonostante ciò, ogni anno, gli allarmisti di turno avviano approfondite ricerche per integratori che blocchino miracolosamente la caduta. E allora, è il caso di fare un po’ di chiarezza …

Cominciamo col dire che la comune perdita di capelli, che interessa un po’ tutti, prende il nome di Telogen effluvium; essa è ben diversa dalle altre forme, che possono essere di varia natura (causate da farmaci, autoimmunità, ecc).

Una recentissima review ha confrontato 125 articoli scientifici derivati da studi che cercavano di delineare delle associazioni tra i livelli di vitamine e minerali all’interno dell’organismo e la qualità del capello. Inutile sottolineare che tali micronutrienti sono fondamentali per la salute del follicolo pilifero, anche se non è stato ancora ben chiarito il ruolo specifico che ciascuno di essi ricopra.

Stando all’analisi proposta dalla review, gli unici elementi per i quali si hanno prove sufficienti a testimoniare un’effettiva relazione tra loro deficit ed indebolimento dei capelli sono: vitamina D, vitamina C (soprattutto per i pazienti con carenza di ferro) e Ferro. La vitamina A, dal canto suo, diventa dannosa quando è in eccesso.

Relativamente a molti altri elementi come Selenio, vitamina E, biotina, riboflavina e Zinco, molto spesso chiamati in causa, non ci sono dati soddisfacenti per essere certi che una loro integrazione possa essere davvero utile.

In qualità di professionista della nutrizione, il mio consiglio è di rivolgersi sempre ad un esperto che andrà ad esaminare eventuali carenze tramite opportune indagini; soltanto quando tali carenze saranno state accertate si potrà capire se intervenire con dei semplici (e, sicuramente, più economici) interventi dietetici, oppure, nei casi che lo richiedano, con delle integrazioni. Queste accortenze saranno un valido aiuto per superare un non proprio piacevole cambiamento della chioma, per quanto esso sia del tutto naturale per il nostro corpo “animale”.

BIBLIOGRAFIA

Almohanna HM et al. The role of vitamins and minerals in hair loss: a review. Dermatol Ther. 2019 (Mar); 9 (1): 51-70.

Dieta “Gluten free”? Solo se necessaria

I prodotti senza glutine, etichettati comunemente come “GF” (GLUTEN FREE), sono diventati negli ultimi anni dei prodotti alla “moda”, alimentando un mercato in forte crescita che si rivolge anche a chi non è stata diagnosticata celiachia. Quest’ultima è una infiammazione cronica dell’intestino tenue dovuta all’ingestione di glutine, frazione proteica di alcuni cereali come frumento, orzo, segale, in soggetti geneticamente predisposti. Sono troppe le persone che credono di essere intolleranti o allergiche al glutine sulla base di falsi test diagnostici e che ritengono giusto eliminarlo dalla loro dieta senza reali motivi, solo perché avvertono un senso di gonfiore o perché credono per sentito dire che il glutine possa ledere alla loro salute (tra i tanti falsi “leggendari” motivi è spesso citato un presunto maggiore rischio di malattie cardio-vascolari). Solo una piccola percentuale della popolazione mondiale (16%) vede davvero confermata la diagnosi mediante la ricerca sierologica e la biopsia della mucosa duodenale con duodenoscopia, che tengo a precisare sono le uniche tecniche in grado di identificare con assoluta certezza la malattia celiaca.

Secondo uno studio condotto in Australia adottare una dieta priva di glutine è sconsigliata a tutti coloro che non ne hanno una reale necessità poiché comporta degli svantaggi per la salute, nonché per il portafoglio. Il suddetto studio ha infatti valutato la qualità nutrizionale degli alimenti GF e non GF nei gruppi alimentari principali ed è risultato che i primi hanno un contenuto di proteine ​​mediamente inferiore e al contrario un contenuto maggiore in zuccheri, sale e grassi saturi rispetto ai secondi, nutrienti che, se assunti in concentrazioni maggiori rispetto ai livelli di assunzione raccomandati, sono nocivi per la nostra salute. Secondo gli studiosi, relativamente al ridotto contenuto proteico dei prodotti GF, è improbabile che questa differenza abbia un impatto importante sull’assunzione dei livelli raccomandati di proteine per chi ne fa uso se questi consumano regolarmente carne, pesce, latticini e uova. Il problema sorge per chi segue una dieta vegana, regime alimentare che esclude totalmente l’assunzione di prodotti di origine animale. In questo caso è raccomandato il consumo abituale di fonti proteiche vegetali come i legumi e la frutta secca. Inoltre la completa esclusione di prodotti a basa di cereali, che ricordo sono una parte importante del modello dietetico sano approvato a livello internazionale, comporta una ridotta assunzione di fibra, vitamine del gruppo B e diversi micronutrienti essenziali come calcio e ferro. Questi fattori non sono da sottovalutare in quanto come sappiamo una dieta salutare si basa sull’assunzione equilibrata di tutti i macro e micro nutrienti, in particolare ci sono prove crescenti che dimostrano come una maggiore assunzione di fibre determina una riduzione dei grassi circolanti (colesterolo, trigliceridi, etc) e dunque la riduzione del rischio cardio-vascolare.

Riassumendo, secondo lo studio analizzato, gli alimenti GF presentano tali peculiarità:

1)Appetibilità dietetica alterata:

Il glutine viene utilizzato nelle industrie alimentari come “collante”, non a caso la parola glutine deriva dal latino gluten, cioè “colla”. Questa caratteristica fa sì che il glutine dia estensibilità e tenacità agli impasti delle farine che lo contengono. La rimozione del glutine altera la consistenza dei prodotti da forno con conseguente riduzione dell’elasticità e una consistenza più secca rispetto agli equivalenti contenenti glutine. La palatabilità di tali alimenti è di conseguenza scarsa. Per imitare le proprietà viscoelastiche del glutine, sono stati utilizzati un gran numero di farine e amidi e altri ingredienti che però sono povere di minerali e vitamine (come quella di mais o di riso).

2) Costo monetario maggiore:

Le alternative GF segnalate possono essere fino a cinque volte più costose rispetto ai prodotti tradizionali a base di glutine.

3) Minore contenuto proteico e maggiore di zuccheri, sali e grassi saturi:

L’analisi e la comparazione dei prodotto GF con quelli contenenti glutine ha evidenziato una riduzione del quantitativo proteico e un contenuto più elevato di acidi grassi saturi e idrogenati insieme con un aumento dell’indice glicemico e del carico glicemico del pasto, che di certo non ci aiutano nella ricerca del peso forma al contrario di quanto si pensa e cioè che gli alimenti senza glutine possano aiutarci a “sgonfiare” e quindi perdere peso.

Per questi motivi è consigliabile anche per i celiaci limitare l’assunzione di cibi confezionati GF, evitando di incorrere in carenze nutrizionali importanti. Vi è la possibilità di seguire una dieta “gluten free” decisamente più sana scegliendo una serie di alimenti naturalmente senza glutine come cereali o meglio pseudocereali quali miglio, quinoa, amaranto, grano saraceno.

Conclusioni:

Ad oggi non esiste alcuna evidenza scientifica che giustifichi l’eliminazione del glutine dalla dieta senza una reale motivazione al contrario diversi attestano come la sua assenza ingiustificata possa compromettere la nostra salute. Chiunque scelga “per tendenza” di adottare un regime alimentare “GF” non fa altro che impoverire la propria alimentazione che diviene monotona e impropria. Difatti si rischia di non raggiungere un adeguato apporto di carboidrati complessi, come previsto dal modello alimentare mediterraneo.

Fonti:

“Are gluten-free foods healthier than non-gluten-free foods? An evaluation of supermarket products in Australia. British Journal of Nutrition (2015)”

DIABETE DI TIPO 1: nessuna paura, basta conoscerlo!

Il diabete, nonostante sia una patologia molto diffusa nella popolazione poche persone hanno la reale consapevolezza della patologia stessa, di quale sia lo stile di vita da seguire e soprattutto quanto possa incidere nei bambini. A questo proposito il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità ci informa che nel 2017 nel mondo sono 425 milioni le persone che vivono con il diabete e 212 milioni non sanno di averlo. In Italia, invece, le persone con diabete sono oltre 3 milioni e 200 mila, cioè il 5,3% dell’intera popolazione. Questi numeri ci fanno riflettere molto anche sull’impatto sociale che questa patologia ha sui sistemi sanitari nazionali e sulle misure di prevenzione da adottare.

Ma prima di parlare di quali siano i vari tipi di diabete, cerchiamo di capire i meccanismi molecolari del metabolismo glucidico. Il glucosio entra nell’organismo attraverso l’alimentazione e viene trasportato agli organi che ne hanno bisogno attraverso particolari trasportatori chiamati “ glucosio permeasi” (GLUT). Vi sono varie isoforme di glucosio permeasi:

• L’isoforma presente a livello epatico;

• L’isoforma presente a livello del muscolo e del tessuto adiposo (GLUT4);

• L’isoforma presente a livello delle cellule β pancreatiche (GLUT2);

• L’isoforma presente a livello cerebrale nei neuroni.

Il glucosio circolante entra nella cellula β del pancreas tramite il trasportatore di membrana GLUT-2,  viene metabolizzato nella via della glicolisi con formazione di ATP. Quest’ultima si lega ad un canale del potassio sensibile all’ATP, il potassio fuoriesce determinando la depolarizzazione della cellula stessa e l’apertura dei canali del calcio. A questo punto il calcio entra nella cellula e l’insulina viene rilasciata.

Meccanismo di rilascio dell’insulina da parte delle cellule pancreatiche

In condizioni normali, dopo un pasto i livelli di glucosio ematico aumentano (80-120 mg/dL), stimolando le cellule β del pancreas a produrre insulina, la quale abbassa i livelli di glucosio riportandoli nella norma. L’insulina, quando viene rilasciata agisce su tre organi fondamentali:

  • Fegato: L’insulina a livello epatico stimola la produzione di un particolare enzima, l’esochinasi, il quale è in grado di catalizzare la conversione di glucosio in glucosio 6 fosfato. In questo modo viene mantenuta bassa la concentrazione di glucosio intracellulare.
  • Muscolo: L’insulina a livello muscolare inibisce la degradazione delle proteine e stimola l’ingresso di glucosio nel muscolo attraverso l’esposizione del trasportatore GLUT4. Ricordiamo che il muscolo è un organo che richiede glucosio per produrre energia utile alla contrazione.
  • Tessuto adiposo: L’insulina nel tessuto adiposo stimola il trasporto di glucosio attraverso GLUT4 negli adipociti.

Nel momento in cui l’insulina prodotta dalle cellule pancreatiche non è sufficiente ad abbassare i livelli di glucosio ematico si parla di una patologia molto diffusa, il diabete mellito. Il diabete è una patologia sistemica in quanto coinvolge tutto il corpo ma non si deve confondere con l’insulino-resistenza, condizione in cui alcune delle cellule β non sono in grado di sintetizzare insulina, mentre le rimanenti sono normo-funzionanti e sopperiscono alla defaillance delle cellule che non sono in grado di produrre insulina. In questo caso non si ha una condizione di diabete, perché il pancreas è ancora in grado di produrre l’insulina tale da soddisfare le esigenze corporee. Il diabete mellito, invece, viene diagnosticato quando i livelli di glucosio superano i 126 mg/dL a digiuno o se la glicemia, misurata dopo due ore dalla somministrazione orale di un carico di glucosio di 1 g per Kg di peso corporeo, è maggiore o uguale ai 200 mg/dL.

E’ possibile distinguere 4 tipi di diabete secondo una classificazione eziopatologica:

Diabete di tipo I, causato da una distruzione delle cellule β su base autoimmune, un tempo conosciuto come diabete infantile;

Diabete di tipo II, causato da un deficit parziale della secrezione di insulina e denominato anche diabete alimentare;

Altri tipi di diabete, causato da difetti genetici delle cellule pancreatiche, da difetti genetici dell’azione dell’insulina, indotto da farmaci o causato da malattie del pancreas esocrino;

Diabete mellito gestazionale, diagnosticato per la prima volta durante la gravidanza e, in genere, regredisce dopo il parto per ripresentarsi a distanza di anni con le stesse caratteristiche di diabete di tipo II.

Focalizziamo, adesso, l’attenzione su quello che è il cuore del nostro articolo: Il diabete di tipo I. Il diabete di tipo I è considerata una patologia autoimmune in quanto è caratterizzata da una distruzione progressiva delle cellule β pancreatiche con conseguente carenza assoluta di insulina.

In altre parole, il sistema immunitario, invece di produrre anticorpi contro ciò che è estraneo all’organismo, li produce anche contro specifici organi, in questo caso il pancreas, riconoscendolo come estraneo. Questi anticorpi sono definiti “autoanticorpi” e vanno a distruggere progressivamente le cellule  pancreatiche rilasciando, allo stesso tempo, citochine infiammatorie e citotossiche. La conseguenza di questa distruzione è la mancata produzione di insulina da parte del pancreas tale da determinare iper-glicemia nei pazienti affetti. Per questo motivo, questo tipo di diabete è definito anche “insulino-dipendente” in quanto è sempre necessaria la somministrazione di insulina per la sopravvivenza del soggetto affetto. Inoltre, questo tipo di diabete può colpire sia bambini che adulti in cui ci sia una predisposizione a malattie autoimmuni o a disfunzioni delle cellule pancreatiche.

COME VIENE DIAGNOSTICATO IL DIABETE DI TIPO 1?

Essendo una patologia su base autoimmune, oltre al controllo dei valori di glicemia a digiuno e dopo un carico di glucosio, per avere diagnosi certa bisogna valutare la presenza di specifici anticorpi, quali:

  • Anticorpi diretti contro gli antigeni delle cellule β (ICA)
  • Anticorpi anti-decarbossilasi dell’acido glutammico (GAD)
  • Anti-insulina (IAA)
  • Anti-proteina 2 associata a insulinoma (IA-2)

Questi anticorpi risulteranno positivi alla prima diagnosi ma successivamente tendono a negativizzarsi.

QUALI SONO I SINTOMI?

Un bambino affetto da diabete mellito di tipo 1 inizialmente è completamente asintomatico, successivamente possono comparire specifiche manifestazioni cliniche:

  • Astenia (stanchezza fisica o muscolare), dovuta alla perdita di liquidi e presenza di pressione arteriosa bassa;
  • Eccessiva fame;
  • Perdita di peso, inizialmente dovuta alla perdita di acqua e delle riserve energetiche (glicogeno, trigliceridi), successivamente è da attribuirsi alla perdita della massa muscolare a causa della mancanza dell’effetto anabolico dell’insulina;
  • Poliuria (aumento della quantità di urina emessa);
  • Polidipsia( Aumento del senso della sete).

QUAL È LA TERAPIA GIUSTA DA SEGUIRE?

Un bambino affetto da diabete di tipo 1 necessita di somministrazioni giornaliere di insulina, associate ad un piano alimentare atto a tenere sotto controllo i livelli di carboidrati da assumere ad ogni pasto. Quindi è utile che il bambino venga seguito da due figure professionali specifiche:

  1. Diabetologo, il quale sarà in grado di valutare il tipo di diabete e di prescrivere le dosi di insulina da fare al giorno, in genere divise in 4 dosi: colazione, prima di pranzo, prima di cena ( somministrazione rapida) e dopo cena (somministrazione lenta).
  2. Biologo nutrizionista o dietista o medico nutrizionista, in grado di elaborare un piano nutrizionale personalizzato a basso indice glicemico e a basso contenuto di carboidrati.

E’ importante sottolineare che un bambino con diabete di tipo 1 è un bambino assolutamente normale, pertanto può e deve condurre una vita sociale, scolastica e familiare del tutto normale, uguale agli altri bambini. E’ fondamentale che ci sia il totale appoggio in famiglia e da parte degli  insegnanti, i quali dovrebbero sensibilizzare gli altri bambini alla conoscenza della patologia e al coinvolgimento emotivo del bambino affetto. Se così non fosse è opportuno porre la giusta conoscenza della patologia agli insegnanti e alla restante classe, per fare in modo che il bambino conduca una serena vita scolastica, in armonia con i propri amici. Una forma adulta del diabete di tipo 1 è, invece, conosciuta con il nome di “Diabete LADA”, ovvero “Latent Autoimmune Diabetes in Adults” (Diabete autoimmune latente negli adulti). I pazienti affetti sono in genere individui non sovrappeso, di età compresa tra i 30 e i 50 anni, con familiarità per diabete mellito di tipo 1 o per malattie autoimmuni. I sintomi e la terapia da utilizzare sono molto simili a quelli presenti nel diabete di tipo 1.

ESISTE UNA PREVENZIONE POSSIBILE?

Ad oggi purtroppo nessuna terapia si è dimostrata efficace nel prevenire il diabete di tipo 1 nei soggetti predisposti  o nell’evitare la dipendenza dall’insulina nei bambini di nuova diagnosi. L’unica prevenzione possibile è seguire un sano stile di vita, caratterizzato da esercizio fisico e alimentazione varia ed equilibrata. In questo modo si riduce l’incidenza di obesità o sovrappeso e, di conseguenza, le patologie ad esse correlate. Ancora una volta possiamo affermare quanto sia importante acquisire un corretto stile di vita sin dai primi anni di vita del bambino per prevenire patologie complesse da gestire….

Come si dice spesso, “Prevenire è meglio che curare”.

                                                                                                   Dott.ssa Morra Serena

Sitografia e Bibliografia

www.epicentro.iss.it

Portale dell’epidemiologia della sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità.

“Il Diabete”, Scuola di Nutrizione Salernitana a cura della Dott.ssa F.Manfra e della Dott.ssa E.Spirito.

Kefir un alleato per la salute umana

Il kefir è una bevanda fermentata,  derivante dalla fermentazione del  latte e dei grani di kefir, trova la sua origine storica  sulle montagne caucasiche e il suo nome origina dalla lingua slava Keif, che significa “benessere in coloro che lo consumano”; è   un alimento sicuro, poco costoso, facilmente riproducibile in casa. La comunità scientifica negli ultimi tempi si sta  interessando vivamente  ai  suoi  effetti probiotici positivi   sulla salute umana, studiando la sua composizione nutrizionale, ancora oggi poco nota, che è influenzata  ampiamente:

  • dalla tipologia di  latte utilizzato: intero, parzialmente scremato, o scremato, pastorizzato, di origine animale (capra, mucca, bufala, pecora, etc), o in alternativa bevande vegetali (riso, soia); quello maggiormente diffuso è quello derivante dal latte di mucca. Inoltre esiste una versione  che si può ottenere utilizzando l’acqua e i grani di acqua (tibicos)  (kefir d’acqua).
  • dall’origine dei grani di kefir , facilmente reperibili in commercio contenenti  un polisaccaride il kefiran che rappresenta il substrato per il suo microbiota , formato da numerosi batteri produttori di acido acetico, lattico  e lieviti  in associazione simbiotica tra loro, la cui identificazione è correlata con la qualità probiotica del kefir stesso.
  • Dal tempo (10-40 h)  e temperatura di fermentazione (8-25°C) , processo che avviene in un contenitore chiuso, seguita dalla filtrazione  e il prodotto finale può  essere consumato immediatamente, oppure conservato  per un successivo utilizzo .

 Il componente principale del kefir  è rappresentato dall’acqua (80 %),seguito dai  carboidrati (6%), ceneri (0.7%),grassi (3.5%), come (monogliceridi, digliceridi, trigliceridi, e NEFA, la cui presenza contribuisce a migliorarne la digeribilità), proteine (3%), con un profilo amminoacidico rappresentato da lisina, isoleucina , fenilalanina valina, treonina, metionina e triptofano; rappresenta  anche  una buona fonte  di vitamine  (B1, B2, B5, C, K, A, D, E, carotenoidi) e di sali minerali  (principalmente  calcio, magnesio,  fosforo,  e tracce di  ferro, manganese , cobalto e rame). Inoltre la fermentazione opera una serie di cambiamenti  come:un ‘ aumentato  contenuto in  acido folico, B6, B1, B2, B12  e biotina;la trasformazione del lattosio  da parte delle beta galattosidasi presente nei grani di kefir ,  in galattosio e glucosio, che i batteri trasformano in  acido lattico, rendendolo adatto agli individui intolleranti al lattosio, con una diminuzione della flatulenza rispetto al latte. Nella composizione del kefir sono presenti anche l’acido succinico, propionico, butirrico, acido formico,  responsabili del pH acido (4.2-4.6). La produzione di  ammine bioattive come cadaverina , putrescina, tiramina e istamina,  Il cui valore nel prodotto finito è al di sotto del limite di concentrazione raccomandato. Le ammine insieme agli acidi sono responsabili del  sapore ed  aroma del kefir. La caseina, viene resa maggiormente digeribile , poiché viene utilizzata dai  batteri benefici, producendo dei peptidi bioattivi, in corso di identificazione. Gli effetti positivi  sulla salute umana legata  all’assunzione di questo alimento  sono :

  • Immunonomodulatorio: i peptidi bioattivi modulano positivamente la composizione del microbiota intestinale umano e di conseguenza il sistema immunitario,  attivando  i macrofagi, aumentando la fagocitosi,  sopprimendo   la risposta immunitaria Th2  , stimolando la  produzione di ossido nitrico (NO) e citochine, la secrezione di IgA  e IgG  da parte dei linfociti B della  mucosa intestinale,riducendo la permeabilità intestinale  nei confronti degli antigeni,  migliorando la resistenza nei confronti delle infezioni,sia a livello intestinale, che vaginale,  e nella prevenzione delle  allergie.
  • antimicrobico: dipendente dai peptidi bioattivi ( batteriocine), ma anche dagli  acidi organici, (lattico ed acetico), dal perossido di idrogeno, il kefir ha,con effetto battericida  sui Gram positivi,e batteriostatico sui Gram-negativi,  ed antifungino.
  • antitumorale: studi epidemiologici hanno dimostrato, che la sua assunzione è capace di diminuire il rischio di cancro al seno, al colon, alla cute e  al polmone, sopprimendo la fase di iniziazione  tumorale,ostacolando la conversione delle sostanze da pre-cancerogene a cancerogene; inoltre, il suo uso  ha anche la capacità di ridurre i danni gastrointestinali nella radioterapia, risultando un ‘alternativa valida per aiutare i pazienti sottoposti ad essa.
  • Antipertensivo : i petidi bioattivi agiscono inibendo  l’enzima ACE ( enzima convertitore dell’angiotensina), bloccando la produzione di angiotensina I  e conseguentemente   dell’ aldosterone, e della bradichinina  contribuendo alla riduzione della pressione sanguigna .
  • Antiossidante:  grazie al suo contenuto vitaminico il kefir è in grado di ridurre la perossidazione lipidica e i danni sul DNA cellulare, rafforzando l’attività degli enzimi antiossidanti, e  anche l’attività antitumorale;  a livello cutaneo si è riscontrato un miglioramento delle dermatiti atopiche , eczemi,della guarigione di cicatrici ed ustioni e una maggior protezione nei confronti dell’insorgenza delle  macchie solari, lentiggini, e dell’invecchiamento in seguito all’esposizione eccessiva ai raggi UV .
  • Antidiabetico :  il miglioramento della permeabilità intestinale gioca un ruolo positivo  sulla glicemia   e l’emoglobina glicata sanguigna  nel caso del diabete, ma anche nella sua prevenzione.
  • Ipocolesterolomizzante: Il consumo di kefir agisce riducendo la concentrazione plasmatica   del colesterolo totale, LDL e trigliceridi.

Il kefir può essere utilizzato per numerose ricette e abbinamenti, come per esempio in combinazione con zenzero, mela verde , mirtilli, carote  , o con i semi di lino macinati al momento, per avere un’azione detossificante .

Bibliografia  e sitografia

  1. Damiana De Rosa, Manoela M. S.Diaz, Łukasz M. Grześkowiak, Sandra A.Reis , Lisane L. Conceição and Maria Do Carmo G.Peluzio, “Milk kefir:nutritional, microbiological and health benefits”, NutritionResearch Reviews (2017), 30, 82-96;
  2. Zaheer Ahmed, Yanping Wang, Asif Ahmad, Salman tariq Khan, Mehrun Nisa, Hajra Ahmad and Asma Afreen, “Kefir and Health: a contemporary perspectice”, Clinical Reviews in Food Science and Nutrition, 53;422-434 (2013);
  3. Francesca Bono, “Kefir : come si prepara e perché fa bene?”, 05/07/2017, https://www.ilgiornaledelcibo.it ”

Perché i fenicotteri sono rosa?

SIAMO CIO’ CHE MANGIAMO

Sapevi che i Fenicotteri non nascono rosa ma ci diventano ????

La colorazione dei fenicotteri è data dalla loro alimentazione.

Essi si nutrono di crostacei,insetti e molluschi.

Ma il vero responsabile del loro caratteristico colore ROSA si chiama ARTEMIA.
L’ARTEMIA è un CROSTACEO, che vive in acqua salata , ricco di CAROTENOIDI che le conferiscono il suo caratteristico colore rosato e lo rendono responsabile della colorazione dei fenicotteri.
Le uova dell’ARTEMIA sono di 2 tipi: ci sono le uova che si schiudono subito, dando vita a naupli (larve) ,e quelle invece dormienti chiamate cisti, che restano dormienti anche per anni  e che schiudono solo quando le condizioni ambientali sono favorevoli.Grazie a queste sue straordinarie doti di resistenza l’Artemia vive sulla Terra da 100 milioni di anni,è infatti contemporanea dei dinosauri.

Riferimenti:

ZOO DI FALCONARA ABRUZZO