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Category ArchiveFormazione in nutrizione

QUALI PROTEINE PER IL MIO CANE? – Solo e soltanto le migliori! –

Per i cani le proteine sono sostanze nutritive fondamentali che svolgono essenziali funzioni metaboliche:

  • sono i mattoni funzionali per la costruzione e la riparazione dei muscoli;
  • sono le unità strutturali di pelle, ossa, unghie, tendini, legamenti,cartilagini,…;
  • hanno una funzione regolatoria di varia natura: possono svolgere una funzione ormonale (per esempio l’insulina), oppure possono avere la funzione di trasportatori (come l’emoglobina), oppure possono entrare in vari stadi delle reazioni metaboliche come enzimi.

Chimicamente le proteine sono lunghe catene di elementi legati l’uno all’altro, ogni singolo elemento è detto aminoacido: ogni proteina differisce dall’altra per la propria sequenza di aminoacidi.

Il cane utilizza per la sintesi delle proteine necessarie al suo organismo 21 aminoacidi, 10 di questi vengono detti “essenziali”, perchè devono essere introdotti obbligatoriamente con l’alimentazione, 11 sono invece detti “non essenziali”, perchè il cane è in grado di sintetizzarli nel suo corpo e quindi il loro introito con la dieta non è indispensabile.

Gli aminoacidi essenziali sono: arginina, istidina, isoleucina, leucina, lysina, metionina, fenilalanina, treonina, triptofano, valina.

Gli aminoacidi non essenziali sono: alanina, asparagina, aspartato, cisteina, glutammato, glutammina, idrossilisina, idrossiprolina, prolina, serina, tirosina.

La sintesi proteica funziona normalmente soltanto se tutti gli aminoacidi essenziali sono presenti in quantità sufficiente: se un solo uno di essi è carente l’intero processo si interrompe, indipendetemente dalla quantità di qualsiasi altro aminoacido.

Le proteine necessarie ad un organismo vengono sintetizzate funzionano soltanto per un certo periodo di tempo, trascorso il quale esse vengono degradate, per poi essere risintetizzate, questo fenomeno comporta la perdita di una certa quantità di aminoacidi, anche essenziali, che devono essere rimpiazzati.

Quindi per mantenere il proprio organsmo in perfetta efficienza metabolica il cane deve assumere giornalmente proteine di elevata qualità, cioè che assicurino il giusto apporto di aminoacidi essenziali.

Le proteine di più alto valore biologico per i cani sono di origine animale e le migliori sono quelle contenute in questi alimenti:

  • latticini
  • uova
  • pesce
  • carne in generale
  • interiora

Se si vogliono scegliere per il cane delle fonti proteiche che siano anche funzionali allora è necessario scegliere delle proteine che siano

  • facilmente assimilabili e metabolizzabili,
  • prive di contaminanti (come sostanze chimiche, ormoni o antibiotici),
  • non in grado di provocare infiammazione nei tessuti, cioè che non contribuiscano all’insorgenza di malattie croniche,
  • che non siano riconosciute di poter scatenare fenomeni di intolleranza o ipersensibilità,
  • non adulterate (per esempio non-OGM), nè trasformate ed elaborate minimamente.

Considerando anche questi ultimi criteri, le migliori proteine funzionali di elevata qualità per i cani sono:

  • prodotti caseari (latte, formaggi e yogurt) a base di latte di capra o di pecora, preferibilmente crudi e di origine biologica;
  • uova, preferibilmente provenienti da allevamenti di tipo biologico.

Gotta e iperuricemia: di cosa si tratta?

Gotta: la malattia del “benessere”

La gotta era etichettata un tempo come la “malattia dei ricchi”, in quanto colpiva soprattutto i ceti più abbienti che facevano ampio consumo di carni, grassi e alcool. Oggi  invece, complici anche le modifiche dello stile di vita, interessa un’ampia fascia della popolazione. Colpisce prevalentemente gli uomini in età adulta e le donne dopo la menopausa ed è spesso associata ad altre condizioni cliniche come diabete, ipertensione, insulino-resistenza.

Dal punto di vista clinico, la gotta è la più comune forma di artrite infiammatoria ed è causata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico (UMS) nelle articolazioni e in altri tessuti dell’organismo. Fattore determinante per l’insorgenza della gotta è l’iperuricemia, ovvero livelli di acido urico superiori alla soglia di normalità. Tuttavia, si stima che soltanto 1/3 delle persone con elevati livelli di acido urico manifesti la gotta. Certo è che la probabilità di insorgenza di quest’ultima aumenta all’aumentare dei livelli di acido urico.

La prima articolazione colpita è generalmente quella metatarso-falangea dell’alluce e i sintomi, caratterizzati da rossore, dolore e gonfiore dell’area interessata, compaiono prevalentemente durante la notte.

Cos’è l’acido urico

L’acido urico è un prodotto di scarto delle purine e dunque deriva dal normale metabolismo cellulare. I suoi livelli ematici sono determinati dall’equilibrio tra la sua produzione (purine introdotte con la dieta e derivanti dal turnover cellulare) e la sua escrezione a livello renale. Si stima che la produzione endogena di acido urico contribuisca solo per il 10% al rischio di gotta e iperuricemia mentre il restante 90% è causato dalla sua ridotta escrezione.

La precipitazione dei cristalli di urato monosodico a livello articolare dipende non solo dai livelli ematici di acido urico ma anche dalla concentrazione che questo metabolita raggiunge nel liquido sinoviale, dallo stato di idratazione, dalla temperatura, dal pH, dalla concentrazione di elettroliti e dalla presenza delle proteine della matrice extracellulare. Ciò spiegherebbe anche il perché non tutti i pazienti con iperuricemia sviluppino la gotta.

La storia naturale della gotta è tipicamente articolata in tre fasi: l’iperuricemia asintomatica, la fase degli attacchi acuti di gotta con periodi di remissione più o meno lunghi e l’artrite gottosa cronica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio scientificamente dimostrati come causa di gotta e iperuricemia sono i seguenti:

  • Elevato consumo di carni rosse e grasse, insaccati, frattaglie, frutti di mare e alcuni pesci
  • Consumo di alcool (in particolare birra)
  • Consumo di bevande zuccherate (coca cola, succhi di frutta, ecc…)
  • Uso di dolcificanti a base di fruttosio
  • Essere sovrappeso
  • Alcuni farmaci (es. diuretici e acido acetilsalicilico, farmaci speciali assunti dopo un trapianto di organi, Levodopa e farmaci antitumorali)

Sono ricchi di purine anche alcuni alimenti di origine vegetale (es. legumi, cavolfiore, funghi, spinaci, ecc…) che in passato venivano eliminati dalla dieta di persone affette da gotta/ iperuricemia. In realtà non è stata dimostrata nessuna associazione tra il consumo di questi alimenti e il rischio di gotta. Addirittura, il consumo di alimenti di origine vegetale (tra cui prodotti a base di soia) sembra svolgere un ruolo protettivo, riducendo anche il rischio delle altre comorbilità, tipicamente associate a gotta e iperuricemia (diabete, ipertensione, sindrome metabolica).

Non è stata trovata nessuna correlazione neanche tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e i livelli di acido urico. Al contrario, le proteine del latte grazie al loro effetto uricosurico (favoriscono l’escrezione renale di acido urico) contribuiscono ad abbassare i livelli di acido urico.

E il caffè? Sembrerebbe che la caffeina aumenti l’escrezione urinaria dell’acido urico, mentre l’acido clorogenico (polifenolo presente nel caffè), migliorando la resistenza insulinica, contribuisca anch’esso a ridurre i livelli di acido urico.

Terapia

Il trattamento della gotta e dell’iperuricemia si basa sull’utilizzo di appositi farmaci, associati ad una dieta adeguata e uno stile di vita “salutare”. La perdita di peso rappresenta, negli individui sovrappeso o obesi, il primo obiettivo della terapia dietetica. Quest’ultima deve basarsi sul modello mediterraneo, prevedere la limitazione di alimenti ricchi di purine (in particolare carni rosse, maiale, selvaggina, frattaglie, insaccati, frutti di mare, ecc…) e l’eliminazione di bevande zuccherate e alcoliche. Da non sottovalutare anche un adeguato apporto idrico, importante per favorire l’escrezione renale di acido urico e impedire la formazione di calcoli renali.

Allergia o Intolleranza? Impariamo a riconoscerle!

ALLERGIE ED INTOLLERANZE: QUALI SONO LE DIFFERENZE? COME DIAGNOSTICARLE?

I termini ALLERGIA e INTOLLERANZA vengono usati sempre più spesso per indicare delle sensazioni di malessere in seguito all’ingestione degli alimenti. Questi termini vengono ormai usati, anche quando si è davanti a un’avversione psicologica nei confronti di un determinato cibo.

Una dieta scorretta o alterazioni gastrointestinali come la sindrome da intestino irritabile, diverticolite, gastrite, possono determinare una sintomatologia attribuibile erroneamente ad allergie o intolleranze.

I sintomi delle allergie possono essere comuni a quelli delle intolleranze, mentre altri sono specifici.

Entrambe sono reazioni avverse, manifestazioni indesiderate e impreviste, conseguenti all’ingestione di uno o più alimenti.

ALLERGIE                           

L’ALLERGIA è causata da una anomala reazione immunologica mediata da ANTICORPI della classe IgE, che reagiscono verso componenti alimentari di natura PROTEICA. L’allergia può manifestarsi in età PEDIATRICA o ADULTA. Nel primo caso spesso regredisce, mentre se si manifesta in età adulta tende a persistere.

I SINTOMI dell’allergia si manifestano poco tempo dopo l’assunzione di un particolare alimento, da pochi minuti fino a poche ore, e possono interessare diversi organi e apparati. Può essere coinvolta la cute con orticaria, l’apparato gastro-enterico con nausea e vomito, l’apparato respiratorio con occlusione nasale e l’apparato cardio-circolatorio con aritmie.

La gravità dell’allergia dipende dal tipo di proteina verso cui il soggetto sviluppa gli anticorpi IgE. Ci sono infatti PROTEINE RESISTENTI alla cottura e alla digestione gastrica, responsabili di reazioni sistemiche, come nella soia e nelle nocciole. Ci sono poi proteine TERMO e GASTRO LABILI, che causano sintomi locali e più lievi, come nella mela, pesca, carote, melone e pera.

Gli alimenti che maggiormente sono responsabili delle allergie sono la pesca, i crostacei, arachidi, soia, pesce, frutta a guscio, uovo, latte e derivati.

In particolare, l’ALLERGIA AL FRUMENTO può realizzarsi per la produzione di IgE diretti verso diverse proteine, dalle gliadine alle alfa-amilasi. Nel caso del LATTE, sono le caseine o le sieroproteine a fungere da allergene. Per l’UOVO, sono le proteine dell’albume i principali allergeni, in particolare ovoalbumina e ovomucoide.

Nel caso della CELIACHIA, il sistema immunitario reagisce contro le PROLAMINE, complesso proteico del frumento, orzo, segale, avena e mais. E’ una patologica cronica che, in seguito all’ingestione di glutine attiva, una risposta immune mediata dai linfociti T con produzione di anticorpi IgA e IgG, e danno della mucosa con atrofia dei villi.

Per la diagnosi si effettua il dosaggio degli anticorpi IgA anti transglutamminasi tissutale e anticorpi anti endomisio.

DIAGNOSI ALLERGIE

Per diagnosticare le allergie alimentari può essere effettuato il PRICK TEST. Si effettua usando degli estratti allergenici purificati presenti in commercio, o con alimenti freschi del mondo vegetale (prick by prick) che non sono presenti in commercio come estratti. Se il test risulta negativo, significa che c’è un’assenza di IgE. La positività del test può indicare solo sensibilizzazione all’alimento e non che ci sia una vera e propria allergia, da confermare con una dieta ad eliminazione.

Un altro test è il RAST o equivalenti, per la ricerca di IgE totali e specifiche nel siero. Anche in questo caso, la negatività non esclude allergia e la positività può indicare solo sensibilizzazione.

In generale, a causa della loro bassa specificità, è facile avere falsi positivi. La diagnosi potrebbe essere quindi confermata con una stretta eliminazione del cibo sospetto, seguita dalla sua reintroduzione graduale. L’eventuale recidiva dei sintomi, permetterà di confermare o identificare il cibo non tollerato.

Altri test sono il Test in vivo di scatenamento orale e i Test con metodiche sierologiche con molecole ricombinanti.

INTOLLERANZE

Le INTOLLERANZE alimentari non sono dovute a reazioni del sistema immunitario, come nelle allergie, e i sintomi variano in base alla quantità ingerita dell’alimento non tollerato. I sintomi coinvolgono prevalentemente l’apparato gastro-enterico, con gonfiore addominale, diarrea, dolori addominali. Possono coinvolgere la cute e più raramente altri apparati.

Le intolleranze si dividono in INTOLLERANZE per DIFETTI ENZIMATICI, intolleranze FARMACOLOGICHE e da ADDITIVI.

Tra le intolleranze per difetti enzimatici, la più diffusa è quella al LATTOSIO, causata dalla mancanza di un ENZIMA, la LATTASI, che scinde il lattosio in glucosio e galattosio. Non tutti i soggetti con deficit di lattasi avvertono i sintomi quando assumono un alimento contenente lattosio, perché esistono diversi gradi di deficit dell’enzima.

Le intolleranze farmacologiche sono causate dall’effetto farmacologico di sostanze contenute in alcuni alimenti, come l’Istamina (vino, pomodori, spinaci ecc..), la Tiramina (vino, birra, formaggi stagionati ecc..), Caffeina, Alcool, Solanina (patate), Triptamina (pomodori e prugne), Feniletilamina (cioccolato), Serotonina (banane, pomodori).

Ci sono poi intolleranze provocate da additivi come i solfiti, nitriti, benzoati, per i quali non è ancora dimostrato un meccanismo immunologico.

DIAGNOSI INTOLLERANZE

L’unico test scientificamente accreditato per le intolleranze è il BREATH TEST per il lattosio, che valuta nell’aria espirata i metaboliti che non vengono metabolizzati e assorbiti. In presenza di SIBO (Sovracrescita batterica intestinale), il test può dare un falso positivo.

Ci sono molte METODICHE ALTERNATIVE, che si sono dimostrate prive di credibilità scientifica e validità clinica, che propongono di identificare i cibi responsabili di allergie ed intolleranze. Tra questi l’analisi del capello, il test citotossico e il dosaggio delle IgG 4.

BIBLIOGRAFIA

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  • Muraro A. et al. EAACI Food Allergy Anaphylaxis Guidelines: diagnosis and management of food allergy. Allergy, 2014
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  • Macchia D. et al. Position Statement: diagnostica in vivo e in vitro delle allergie alimentari IgE mediate. It J Allergy Clinical Immunol, 2011
  • Lomer M.C. Review article: the aetiology, diagnosis, mechanism and clinical evidence for food intolerance. Alimetn Pharmacol Ther, 2015
  • Misselwitz B. el al. Lactose malaborption and intolerance: pathogenesis, diagnosis and treatment. United European Gastroenterol J, 2013

Alimentazione e comportamento nei cani

L’uomo cominciò ad addomesticare il lupo circa 100.000 anni fa con l’intento di crearsi un “aiutante” per particolari attività, come la caccia o la pastorizia.

Nonostante il processo di domesticazione molto antico, il primo cane domestico, differenziato morfologicamente dal lupo selvatico, appare circa 15.000 anni fa, da questo momento in poi i cani vengono selezionati, oltre che come animali da lavoro, anche come animali da compagnia. Si assiste in questo modo alla nascita di oltre 400 razze canine, distanti dal proprio antenato lupo sia come aspetto esteriore che come manifestazioni comportamentali.

Il cane ha da sempre uno stretto rapporto con l’uomo, non dobbiamo però dimenticarci che esso è pur sempre un appartenente alla famiglia dei Canidae, che comprende anche lupi, coyote e volpi, tutti predatori selvatici, quindi il cane si è molto ben adattato al nostro ambiente, ma possiede un linguaggio diverso dal nostro, molto più simile a quello dei predatori appartenenti alla sua famiglia evolutiva.

Ciò significa che, da una parte non si deve umanizzare il comportamento dei nostri cani (anche se a volte ci sembra che comprendano i nostri stati d’animo molto meglio dei nostri cospecifici), dall’altra dobbiamo tenere conto che i cani utilizzano un linguaggio diverso dal nostro, che noi spesso non comprendiamo.

A volte i cani possono manifestare dei comportamenti che noi non esistiamo a bollare come problematici, come gli episodi di aggressività, la tendenza alla disobbedienza, l’abbaiare eccessivo, lo sporcare i casa ecc.ecc…. A causa di queste manifestazioni comportamentali molti cani adottati in canile vengono riportati indietro.

Quando si verificano questi comportamenti inopportuni si pensa subito, e giustamente, a rivolgersi ad un buon educatore cinofilo, ma bisogna considerare che anche l’alimentazione può essere un fattore scatenante per questi comportamenti.

Infatti, poichè il cibo può influenzare il DNA del cane, esso può contribuire sia la salute fisiologica che quella comportamentale del cane. Attualmente le ricerche in questo settore sono poche, ma le poche che ci sono dimostrano che alcuni componenti dell’alimentazione possono proprio influenzare il comportamento.

Nel caso in cui una cane presenti degli improvvisi cambiamenti comportamentali si deve agire su due fronti. Intanto bisogna rivolgersi al medico veterinario, che con un check-up completo potrà escludere la presenza di eventuali patologie e/o disfunzioni. Per esempio l’ipotiroidismo può essere associato a comportamenti anormali come ansia, fobie, irritabilità e scarsa attenzione. Successivamente è importante analizzare la presenza di influenze ambientali, non correlate alla dieta, che potrebbero influenzare il comportamento del cane. A questo scopo è bene analizzare se il soggetto ha subito dei maltrattamenti nella sua vita, il tipo di relazione instaurata dal cane con il padrone e all’interno del “branco” in generale: ad esempio l’inserimento recente di un cucciolo potrebbe portare a dei cambiamenti comportamentali nell’adulto.

Una volta escluse le patologie e le possibili influenze esterne, non resta che parlare di quegli alimenti che potrebbero influenzare i comportamenti del cane.

I CARBOIDRATI AD ALTRO INDICE GLICEMICO POSSONO CAMBIARE IL COMPORTAMENTO

Nei cani i carboidrati ad alto indice glicemico (mais,zucchero, grano, riso,…) possono aumentare la probabilità di insorgenza di patologie croniche come obesità, artrite, malattie cardiovascolari, Canine Cognitive Dysfunction (CCD), una patologia degenerativa simile al morbo di Alzheimer; oltre a questo ruolo, ricerche recenti hanno dimostrato che questo tipo di alimenti possono influenzare negativamente il comportamento. Vediamo in quale modo.

A seguito dell’ingestione di carboidrati ad elevato indice glicemico i cani possono diventare iperattivi, oppure mancare di concentrazione, successivamente, dopo circa due ore dall’ingestione dell’alimento, si può verificare una fase di letargia, sonnolenza ed irritabilità. Spesso questi comportamenti vengono classificati come inappropriati o sconvenienti, si pensa che il cane non abbia voglia di lavorare o di collaborare con il conduttore, mentre essi sono la diretta conseguenza di un particolare tipo di alimentazione.

Limitando o eliminando questi alimenti dalla dieta del cane questi comportamenti scompaiono.

TRIPTOFANO E TIROSINA AIUTANO A MIGLIORARE IL COMPORTAMENTO.

Il triptofano è un amminoacido che nel cervello è il preculsore della serotonina, un neurotrasmettitore che promuove un senso di rilassamento e benessere, migliorando anche il comportamento in generale.

Studi scientifici condotti su animali da laboratorio, cani e uomo hanno dimostrato che insufficienti livelli di triptofano nella dieta sono associati a comportamenti aggressivi, depressione ed elevati livelli di cortisolo (elevati valori di questo ormone indicano una forte condizione di stress). Per questo si può dire che l’aggiunta di triptofano nella dieta potrebbe migliorare il comportamento dei cani, riuscendo a ridurre la paura e l’aggressività: infatti una maggiore quantità di triptofano negli alimenti farebbe aumentare la quantità di esso che raggiunge il cervello e ciò comporterebbe un aumento molto significativo della produzione di serotonina.

Il triptofano si trova in tutti gli alimenti contenenti proteine, ma esistono anche integratori specifici.

Anche la tirosina è un amminoacido ed è il preculsore di importanti neurotrasmettitori, come la dopamina, l’adrenalina e la noradrenalina. L’adrenalina e la noradrenalina sono fondamentali per il processo di adattamento a stress psicofisici intensi ed improvvisi, per cui l’assunzione di tirosina in condizioni di stress sarebbe fondamentale per il trattamento delle depressione, la sindrome da deficit di attenzione/iperattività e per indurre uno stato di benessere nel cervello.

Come il triptofano, anche la tirosina di trova negli alimenti fortemente proteici, ma in concentrazioni molto più elevate.

IRISINA, una molecola nello spazio. Ecco che arriva come una “stella cadente” possibile cura per Osteoporosi e Sarcopenia.

L’ irisina e’ una brillante molecola capace di indurre un aumento della massa ossea e prevenire il deterioramento muscolare (sarcopenia)  associato allo sviluppo di osteoporosi.

Vorrei iniziare questo articolo citando un docente della Scuola di Nutrizione Salernitana (SNS) che durante un corso ci disse tipo: “…non esiste antidoto migliore dell’attività fisica. Se potessimo incapsulare in un farmaco i suoi potenziali, come anche quelli del digiuno, ed effetti positivi sulla nostra salute, molte patologie si curerebbero senza effetti collaterali…”
Beh perché mai ci ha trasmesso questo “sapere”? In quanto è noto che, durante l’attività fisica, vengono rilasciate “molecole positive” per la nostra saluta. Infatti, in seguito a contrazione, il muscolo rilascia una varietà di molecole attive, chiamate miochine, che permettono l’interazione fra tessuto muscolare scheletrico e altri tessuti, quali il tessuto adiposo, epatico e pancreatico. Evidenze scientifiche indicano come la carenza di tali molecole, determinata da inattività e sedentarietà, è associata allo sviluppo di una serie di patologie e di malattie metaboliche, come l’insulino resistenza, il diabete di Tipo II, l’obesità o disturbi cardiovascolari e del comportamento. A queste si aggiunge l’osteoporosi!
L’osteoporosi è la più comune malattia metabolica dello scheletro ed ha un importante impatto sociale interessando la maggior parte della popolazione. Inoltre, l’osteoporosi è quasi sempre accompagnata da sarcopenia, una patologia causata dal declino del muscolo scheletrico, sovente negli anziani con conseguenti fratture. Colpisce infatti, milioni di persone nel mondo, in particolare, di sesso femminile, le persone che fanno terapia cortisonica, i diabetici, gli obesi ed anche gli astronauti durante le missioni spaziali per l’assenza di gravità.
Ecco che “cade dal cielo come una stella cadente” ad illuminarci l’irisina, una “molecola in orbita”, rivelatasi un possibile candidato farmaco naturale mima-attività fisica, dunque, senza effetti collaterali essendo prodotta fisiologicamente dal muscolo in attività. Potrebbe, oltretutto, ridurre, enormemente la spesa pubblica che, in particolare per l’osteoporosi, è molto onerosa. Oltretutto secondo l’ OMS, nel 2050, visto che andiamo in contro ad un prolungamento della vita media, le fratture da fragilità ossea potrebbero raggiungere un costo esorbitante!
L’ irisina e’ stata individuata nel 2012 da un’equipe di ricercatori di Harvard, è una delle proteine (miochine) prodotte spontaneamente dai muscoli durante l’esercizio fisico (una delle “molecole positive”). Inizialmente è stata descritta come una molecola in grado di trasformare il grasso bianco nel più salutare grasso bruno, promuovendo il dimagrimento. Grazie ad ulteriori studi dell’Università di Bari, si è dimostrato che una concentrazione di irisina molto più bassa rispetto a quella attiva sul tessuto adiposo induce la formazione di nuovo osso e rende lo scheletro più resistente alle fratture. Dunque una delle principali funzioni di questa brillante molecola è l’ aumento di massa e la resistenza ossea.
I nostri ricercatori pugliesi, in collaborazione con la NASA, progetto selezionato dalla European Space Agency (ESA) e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), hanno ben pensato di spedire in orbita questa molecola. Cosi, il test di funzionamento è stato eseguito nello spazio. È noto, infatti, che gli astronauti tornano dalle proprie missioni, anche da quelle di breve durata, con osteoporosi e atrofia muscolare, a causa della scarsa attività fisica e assenza di gravità. I ricercatori, confermando i risultati positivi in assenza di gravità dell’uso di questa illuminante molecola, rivelatasi una molecola esercizio-mimetica, hanno scoperto un’ottima candidata per contrastare il deterioramento dell’osso e del muscolo in assenza di gravità ma non solo.
L’irisina potrebbe, inoltre, essere d’aiuto anche per gli obesi nel dimagrimento, in quanto, esperimenti effettuati su modelli murini di obesità, l’irisina induce il trans-differenziamento di adipociti (grasso) bianchi in marroni promuovendo, dunque, la perdita di peso. Ancora gli scienziati hanno scoperto che l’irisina svolge un ruolo di co-attivatore di un fattore di trascrizione, responsabile del controllo del metabolismo energetico muscolare, della biogenesi mitocondriale, dell’assorbimento di glucosio e dell’ossidazione di diversi substrati.
Ecco che emerge l’importanza di tale molecola “salvatrice” per la cura e prevenzione della fragilità ossea e sarcopenia.
Tali risultati sono rivoluzionari! L’irisina, è veramente una brillante candidata a farmaco naturale senza effetti collaterali, per neutralizzare la perdita di massa ossea e muscolare sofferta non solo dagli astronauti, ma anche da anziani, sedentari, obesi, nonché di persone con disabilità fisica e / o immobilizzazione forzata post intervento.
I vantaggi della molecola Irisina sono, oltre a quelli di non presentare gli effetti collaterali tipici dei farmaci utilizzati oggigiorno per tali patologie, di possedere una brillante capacità di prevenire e / o curare al contempo fragilità ossea e sarcopenia, nonché di ridurre, in futuro, enormemente la spesa sanitaria pubblica.
Concludo ricordando che l’alimentazione e lo stile di vita sono sempre i rimedi naturali che dobbiamo ogni giorno curare per mantenerci in salute. Tengo a precisare inoltre, che il latte non è per niente la cura preventiva per l’osteoporosi come ci è stato sempre suggerito…anzi, oggi sappiamo che ne è un forte induttore!

Riferimenti bibliografici
[1] Maria Grano. Irisina per la cura e la prevenzione dell’osteoporosi e dell’atrofia muscolare. Dipartimento Emergenza e Trapianti d’Organo, Scuola di Medicina, Università di Bari
[2] Faienza MF et al. 2018. High irisin levels are associated with better glycemic control and bone health in children with Type 1 diabetes. https://doi.org/10.1016/j.diabres.2018.03.046
[3] Colaianni G et al. (2017). Irisin prevents and restores bone loss and muscle atrophy in hind-limb suspended mice. DOI:10.1038/s41598-017-02557-8

[4]L.Mattera. Scienzintasca 2017. Il cambiamento non ha età: le nostre cellule neuronali sono guidate da una “danza plastica” che dura tutta la vita
[5] BoneKEy Reports 4, Article number: 765 (2015) | doi:10.1038/bonekey.2015.134

Ruolo della dieta nell’insufficienza renale cronica

L’insufficienza renale cronica (IRC) è una condizione clinica caratterizzata da una perdita progressiva ed irreversibile della funzionalità renale, e dunque delle capacità escretorie, endocrine e metaboliche del rene.

Tra le cause più frequenti di IRC si annoverano il diabete mellito e l’ipertensione, meno frequenti sono invece le glomerulonefriti e il rene policistico.

L’IRC viene classificata in diversi stadi, in base al valore della velocità di filtrazione glomerulare (VFG), che esprime il grado di compromissione della funzione di filtrazione. Più basso è tale valore, maggiore è il grado di compromissione, con conseguente accumulo nel sangue di sostanze di “rifiuto”.

Si parla di insufficienza renale terminale (o uremia) quando la VFG scende sotto i 15 ml/min, rendendo necessaria una terapia sostitutiva (dialisi o trapianto) per assolvere alle normali funzioni dei reni.

La dieta, intesa come terapia nutrizionale, è un punto cardine nel trattamento del paziente con IRC in terapia conservativa e ha 3 obiettivi principali:

  • Rallentare la progressione della malattia
  • Prevenire e controllare le alterazioni metaboliche dell’IRC
  • Raggiungere e/o mantenere un buono stato nutrizionale

L’intervento nutrizionale deve assicurare un adeguato apporto calorico, onde evitare il rischio di malnutrizione, e un apporto controllato di proteine, sodio, fosforo e potassio, nutrienti “critici” per i pazienti con malattia renale.

  • ENERGIA E PROTEINE

Le proteine in eccesso possono determinare un accumulo di prodotti azotati. Per tale motivo è necessario ridurre le porzioni dei secondi piatti più ricchi di proteine e/o ricorrere all’uso di prodotti aproteici (pane, pasta, ecc…) che consentono al paziente di assumere porzioni “accettabili” di proteine nobili (carne, pesce, uova, formaggi) limitando le proteine a basso valore biologico dei cereali.

Le principali Società di Nefrologia e Dietetica consigliano un apporto calorico pari a 30-35 Kcal/Kg peso ideale/ die e un apporto proteico compreso tra 0,6-0,8 g di proteine per Kg di peso ideale/ die, in base allo stadio di IRC. In alcuni casi può essere consigliata una dieta fortemente ipoproteica che prevede un apporto proteico di 0,3 g di proteine per Kg di peso ideale/ die, con supplementazione di una miscela di amminoacidi, chetoacidi e idrossiacidi.

  • SODIO, FOSFORO E POTASSIO

Quando i reni non funzionano correttamente, si può determinare un accumulo nell’organismo di questi minerali con conseguenze importanti soprattutto a livello osseo e cardio-circolatorio. E’ quindi necessario imparare a riconoscere gli alimenti che ne sono più ricchi.

Per ridurre l’apporto alimentare di sodio è importante evitare alimenti come salumi, cibi in scatola, formaggi stagionati o dadi da cucina e insaporire i piatti con l’aggiunta di spezie ed erbe aromatiche, che consentono di evitare/limitare il sale.

Il fosforo è presente soprattutto in latticini e formaggi, carni grasse, pesci grassi, legumi, tuorlo d’uovo, cereali integrali e frutta secca, mentre il potassio lo si trova in particolare nella frutta secca, legumi, cioccolato, banane, kiwi, albicocche, spinaci, rucola, patate, ecc…

E’ importante sapere che sia il fosforo che il potassio possono essere ridotti con la bollitura degli alimenti in abbondante acqua. In particolare, per ridurre ulteriormente l’apporto di potassio con le verdure, il consiglio è di tagliarle a piccoli pezzi e cuocerle in due acque consecutive: cuocere in abbondante acqua, cambiarla a metà cottura e infine scolare bene le verdure, senza usare il liquido di cottura.

In definitiva, ciò che è importante ricordare, è che non esistono alimenti vietati in assoluto. Ciò che conta è la quantità e la frequenza di consumo.

Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. 

 

Bibliografia

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  • http://www.fondazioneitalianadelrene.org/
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