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DIABETE DI TIPO 1: nessuna paura, basta conoscerlo!

Il diabete, nonostante sia una patologia molto diffusa nella popolazione poche persone hanno la reale consapevolezza della patologia stessa, di quale sia lo stile di vita da seguire e soprattutto quanto possa incidere nei bambini. A questo proposito il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità ci informa che nel 2017 nel mondo sono 425 milioni le persone che vivono con il diabete e 212 milioni non sanno di averlo. In Italia, invece, le persone con diabete sono oltre 3 milioni e 200 mila, cioè il 5,3% dell’intera popolazione. Questi numeri ci fanno riflettere molto anche sull’impatto sociale che questa patologia ha sui sistemi sanitari nazionali e sulle misure di prevenzione da adottare.

Ma prima di parlare di quali siano i vari tipi di diabete, cerchiamo di capire i meccanismi molecolari del metabolismo glucidico. Il glucosio entra nell’organismo attraverso l’alimentazione e viene trasportato agli organi che ne hanno bisogno attraverso particolari trasportatori chiamati “ glucosio permeasi” (GLUT). Vi sono varie isoforme di glucosio permeasi:

• L’isoforma presente a livello epatico;

• L’isoforma presente a livello del muscolo e del tessuto adiposo (GLUT4);

• L’isoforma presente a livello delle cellule β pancreatiche (GLUT2);

• L’isoforma presente a livello cerebrale nei neuroni.

Il glucosio circolante entra nella cellula β del pancreas tramite il trasportatore di membrana GLUT-2,  viene metabolizzato nella via della glicolisi con formazione di ATP. Quest’ultima si lega ad un canale del potassio sensibile all’ATP, il potassio fuoriesce determinando la depolarizzazione della cellula stessa e l’apertura dei canali del calcio. A questo punto il calcio entra nella cellula e l’insulina viene rilasciata.

Meccanismo di rilascio dell’insulina da parte delle cellule pancreatiche

In condizioni normali, dopo un pasto i livelli di glucosio ematico aumentano (80-120 mg/dL), stimolando le cellule β del pancreas a produrre insulina, la quale abbassa i livelli di glucosio riportandoli nella norma. L’insulina, quando viene rilasciata agisce su tre organi fondamentali:

  • Fegato: L’insulina a livello epatico stimola la produzione di un particolare enzima, l’esochinasi, il quale è in grado di catalizzare la conversione di glucosio in glucosio 6 fosfato. In questo modo viene mantenuta bassa la concentrazione di glucosio intracellulare.
  • Muscolo: L’insulina a livello muscolare inibisce la degradazione delle proteine e stimola l’ingresso di glucosio nel muscolo attraverso l’esposizione del trasportatore GLUT4. Ricordiamo che il muscolo è un organo che richiede glucosio per produrre energia utile alla contrazione.
  • Tessuto adiposo: L’insulina nel tessuto adiposo stimola il trasporto di glucosio attraverso GLUT4 negli adipociti.

Nel momento in cui l’insulina prodotta dalle cellule pancreatiche non è sufficiente ad abbassare i livelli di glucosio ematico si parla di una patologia molto diffusa, il diabete mellito. Il diabete è una patologia sistemica in quanto coinvolge tutto il corpo ma non si deve confondere con l’insulino-resistenza, condizione in cui alcune delle cellule β non sono in grado di sintetizzare insulina, mentre le rimanenti sono normo-funzionanti e sopperiscono alla defaillance delle cellule che non sono in grado di produrre insulina. In questo caso non si ha una condizione di diabete, perché il pancreas è ancora in grado di produrre l’insulina tale da soddisfare le esigenze corporee. Il diabete mellito, invece, viene diagnosticato quando i livelli di glucosio superano i 126 mg/dL a digiuno o se la glicemia, misurata dopo due ore dalla somministrazione orale di un carico di glucosio di 1 g per Kg di peso corporeo, è maggiore o uguale ai 200 mg/dL.

E’ possibile distinguere 4 tipi di diabete secondo una classificazione eziopatologica:

Diabete di tipo I, causato da una distruzione delle cellule β su base autoimmune, un tempo conosciuto come diabete infantile;

Diabete di tipo II, causato da un deficit parziale della secrezione di insulina e denominato anche diabete alimentare;

Altri tipi di diabete, causato da difetti genetici delle cellule pancreatiche, da difetti genetici dell’azione dell’insulina, indotto da farmaci o causato da malattie del pancreas esocrino;

Diabete mellito gestazionale, diagnosticato per la prima volta durante la gravidanza e, in genere, regredisce dopo il parto per ripresentarsi a distanza di anni con le stesse caratteristiche di diabete di tipo II.

Focalizziamo, adesso, l’attenzione su quello che è il cuore del nostro articolo: Il diabete di tipo I. Il diabete di tipo I è considerata una patologia autoimmune in quanto è caratterizzata da una distruzione progressiva delle cellule β pancreatiche con conseguente carenza assoluta di insulina.

In altre parole, il sistema immunitario, invece di produrre anticorpi contro ciò che è estraneo all’organismo, li produce anche contro specifici organi, in questo caso il pancreas, riconoscendolo come estraneo. Questi anticorpi sono definiti “autoanticorpi” e vanno a distruggere progressivamente le cellule  pancreatiche rilasciando, allo stesso tempo, citochine infiammatorie e citotossiche. La conseguenza di questa distruzione è la mancata produzione di insulina da parte del pancreas tale da determinare iper-glicemia nei pazienti affetti. Per questo motivo, questo tipo di diabete è definito anche “insulino-dipendente” in quanto è sempre necessaria la somministrazione di insulina per la sopravvivenza del soggetto affetto. Inoltre, questo tipo di diabete può colpire sia bambini che adulti in cui ci sia una predisposizione a malattie autoimmuni o a disfunzioni delle cellule pancreatiche.

COME VIENE DIAGNOSTICATO IL DIABETE DI TIPO 1?

Essendo una patologia su base autoimmune, oltre al controllo dei valori di glicemia a digiuno e dopo un carico di glucosio, per avere diagnosi certa bisogna valutare la presenza di specifici anticorpi, quali:

  • Anticorpi diretti contro gli antigeni delle cellule β (ICA)
  • Anticorpi anti-decarbossilasi dell’acido glutammico (GAD)
  • Anti-insulina (IAA)
  • Anti-proteina 2 associata a insulinoma (IA-2)

Questi anticorpi risulteranno positivi alla prima diagnosi ma successivamente tendono a negativizzarsi.

QUALI SONO I SINTOMI?

Un bambino affetto da diabete mellito di tipo 1 inizialmente è completamente asintomatico, successivamente possono comparire specifiche manifestazioni cliniche:

  • Astenia (stanchezza fisica o muscolare), dovuta alla perdita di liquidi e presenza di pressione arteriosa bassa;
  • Eccessiva fame;
  • Perdita di peso, inizialmente dovuta alla perdita di acqua e delle riserve energetiche (glicogeno, trigliceridi), successivamente è da attribuirsi alla perdita della massa muscolare a causa della mancanza dell’effetto anabolico dell’insulina;
  • Poliuria (aumento della quantità di urina emessa);
  • Polidipsia( Aumento del senso della sete).

QUAL È LA TERAPIA GIUSTA DA SEGUIRE?

Un bambino affetto da diabete di tipo 1 necessita di somministrazioni giornaliere di insulina, associate ad un piano alimentare atto a tenere sotto controllo i livelli di carboidrati da assumere ad ogni pasto. Quindi è utile che il bambino venga seguito da due figure professionali specifiche:

  1. Diabetologo, il quale sarà in grado di valutare il tipo di diabete e di prescrivere le dosi di insulina da fare al giorno, in genere divise in 4 dosi: colazione, prima di pranzo, prima di cena ( somministrazione rapida) e dopo cena (somministrazione lenta).
  2. Biologo nutrizionista o dietista o medico nutrizionista, in grado di elaborare un piano nutrizionale personalizzato a basso indice glicemico e a basso contenuto di carboidrati.

E’ importante sottolineare che un bambino con diabete di tipo 1 è un bambino assolutamente normale, pertanto può e deve condurre una vita sociale, scolastica e familiare del tutto normale, uguale agli altri bambini. E’ fondamentale che ci sia il totale appoggio in famiglia e da parte degli  insegnanti, i quali dovrebbero sensibilizzare gli altri bambini alla conoscenza della patologia e al coinvolgimento emotivo del bambino affetto. Se così non fosse è opportuno porre la giusta conoscenza della patologia agli insegnanti e alla restante classe, per fare in modo che il bambino conduca una serena vita scolastica, in armonia con i propri amici. Una forma adulta del diabete di tipo 1 è, invece, conosciuta con il nome di “Diabete LADA”, ovvero “Latent Autoimmune Diabetes in Adults” (Diabete autoimmune latente negli adulti). I pazienti affetti sono in genere individui non sovrappeso, di età compresa tra i 30 e i 50 anni, con familiarità per diabete mellito di tipo 1 o per malattie autoimmuni. I sintomi e la terapia da utilizzare sono molto simili a quelli presenti nel diabete di tipo 1.

ESISTE UNA PREVENZIONE POSSIBILE?

Ad oggi purtroppo nessuna terapia si è dimostrata efficace nel prevenire il diabete di tipo 1 nei soggetti predisposti  o nell’evitare la dipendenza dall’insulina nei bambini di nuova diagnosi. L’unica prevenzione possibile è seguire un sano stile di vita, caratterizzato da esercizio fisico e alimentazione varia ed equilibrata. In questo modo si riduce l’incidenza di obesità o sovrappeso e, di conseguenza, le patologie ad esse correlate. Ancora una volta possiamo affermare quanto sia importante acquisire un corretto stile di vita sin dai primi anni di vita del bambino per prevenire patologie complesse da gestire….

Come si dice spesso, “Prevenire è meglio che curare”.

                                                                                                   Dott.ssa Morra Serena

Sitografia e Bibliografia

www.epicentro.iss.it

Portale dell’epidemiologia della sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità.

“Il Diabete”, Scuola di Nutrizione Salernitana a cura della Dott.ssa F.Manfra e della Dott.ssa E.Spirito.

Neuromiti – quanto poco conosci il tuo cervello

Quanto poco conosci il tuo cervello? Il termine “Neuromiti” è stato coniato da L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e si riferisce alla traduzione di risultati scientifici in disinformazione sull’educazione.

Il primo neuromito è forse anche il più famoso: usiamo solo il 10% del nostro cervello. Secondo un sondaggio del 2008 diretto da Robynne Boyde [1], il 65% degli Americani crede che usiamo solamente il 10% del nostro cervello, suggerendo che si possa accedere al resto del potenziale non usato e incrementare la propria intelligenza. L’origine di questo mito potrebbe attribuirsi al lavoro del vincitore del Premio Nobel Roger Sperry, che notò differenze nel cervello quando studiava persone il cui cervello destro e sinistro erano stati separati chirurgicamente. Nonostante ciò, il neurologo Barry Beyerstein propose 7 diverse evidenze che confutavano questo mito [2], analizziamole insieme:

  1. Se effettivamente usassimo il 10% del nostro cervello, allora un eventuale danno a questo organo non dovrebbe procurare degli effetti dannosi al resto dell’organismo; tuttavia, anche una minima lesione del sistema nervoso centrale può portare alla perdita di funzioni fondamentali per il corpo umano.
  2. Alcune tecnologie come la Tomografia ad emissione di positroni (PET) e l’imaging di risonanza magnetica funzionale (fMRI) mostrano chiaramente che l’intero cervello è sempre attivo, a prescindere dall’attività che si sta compiendo, e alcune aree sono più attive di altre. Come detto sopra, una minima lesione del cervello può rendere “silenti” alcune aree.
  3. Il terzo punto è leggermente più complicato: se consideriamo che il cervello richiede una grande quantità di energia per funzionare (circa il 20% dell’energia totale del nostro corpo in termini di ossigeno e glucosio), considerando il solo uso del 10% del cervello, il restante 90% sarebbe inutile. Dal punto di vista delle selezione naturale, sarebbero avvantaggiati gli individui con un cervello di dimensioni molto minori, perché sarebbe inutile utilizzare molta energia per alimentare il 90% di un organo che non viene utilizzato.
  4. Negli anni, il cervello è stato mappato sia a livello anatomico che funzionale e non è stata trovata alcuna traccia di zone prive di funzioni.
  5. Con l’avvento dell’elettrofisiologia, e soprattutto di metodi di registrazione chiamati “single-unit recordings” si è raggiunta la capacità di misurare l’attività elettrica (quindi ciò che “rende vivo” il neurone) di una singola cellula usando microelettrodi. Se il 90% del cervello non fosse utilizzato, tecniche così precise sarebbero state in grado di registrare questa assenza di attività neurale.
  6. I neuroni comunicano tra di loro instaurando delle sinapsi, che sono strutture altamente specializzate. La plasticità sinaptica, ovvero l’abilità del cervello di intensificare o ridurre l’intensità di queste comunicazioni, è una proprietà fondamentale che permette di modificare strutturalmente e funzionalmente il cervello. Un tipo di plasticità sinaptica si esplica mediante il “synaptic pruning” (potatura sinaptica), ovvero l’eliminazione delle sinapsi che avviene durante lo sviluppo e la maturazione del cervello. Tutto questo per dire semplicemente che le cellule nervose che non vengono utilizzate hanno la tendenza a spegnersi, a degenerare. Per cui, anche a seguito di una semplice autopsia, si vedrebbe una massiccia degenerazione di quel 90% di cellule non utilizzate.
  7. Studi metabolici.

Il secondo neuromito è quello della lateralizzazione del cervello: Il lato sinistro è quello tecnico, dell’elaborazioni delle informazioni, della logica, invece quello destro racchiude l’istinto e la creatività. Quante volte abbiamo letto questa nozione negli ultimi anni, con annessi test “right-brain vs left-brain”. Ma è effettivamente così? Una possibile origine è da attribuirsi agli psicologi di Harvard William James e Boris Sidis che negli anni 1890 che lavoravano con il bambino prodigio William Sidis, affermando che le persone posseggono solo una frazione del loro pieno potenziale mentale. Uno studio del 2013 [3] ha esaminato l’attività degli emisferi destro e sinistro di oltre 1.000 cervelli, usando uno scanner MRI, mostrando che non sembra esserci un lato dominante. Nonostante ci sono alcuni studi che mostrano delle attività specifiche di un emisfero, come il centro del linguaggio che si trova a sinistra, le analisi suggeriscono che un singolo cervello non può essere definito globalmente come” sinistro ” o ” destro ”, ma la lateralizzazione asimmetrica è una proprietà di singoli “centri” o sottoreti locali. C’è da considerare, però, l’esagerazione culturale popolare di questi risultati che ha portato allo sviluppo di credenze errate: la teoria secondo cui una persona ha il cervello sinistro o destro non è supportata dalla ricerca scientifica, nonostante alcune persone potrebbero scoprire che la teoria dietro questa convinzione si allinei alle loro attitudini (essere creativi non significa avere predominanza di emisfero destro). Eppure, non dovrebbero fare affidamento su di esso come un modo scientificamente accurato per comprendere il cervello.

Quante volte abbiamo sentito dirci, anche a scuola, che i neuroni e il tessuto nervoso non si rigenerano, ma, anche questo, è falso, o comunque non completamente vero. La neurogenesi è il processo di formazione di neuroni a partire da cellule staminali neuronali e fino a una ventina di anni fa si è creduto fosse una capacità limitata allo sviluppo, ma ora siamo a conoscenza di una neurogenesi che avviene nell’adulto. Questo processo, nei mammiferi avviene in due zone [4]:

a) La zona subgranulare (SGZ), parte del giro dentato dell’ippocampo, dove le cellule staminali neurali danno vita a cellule granulari (implicate nella formazione e nell’apprendimento della memoria).

b) La zona subventricolare (SVZ) dei ventricoli laterali.

Il ruolo dei nuovi neuroni nella funzione cerebrale adulta rimane poco chiaro. Tuttavia, la neurogenesi nell’ippocampo umano sostiene che questo processo può avere importanti implicazioni per la funzione e la malattia del cervello umano. Sarà molto interessante, seppur impegnativo, provare a decifrare il ruolo funzionale della neurogenesi adulta nella normale funzione cerebrale, nonché il ruolo della neurogenesi potenzialmente alterata nella malattia umana.

L’ultimo neuromito di cui vi parlerò riguarda la distribuzione della percezione dei sapori. Il cacao è amaro, le patatine sono salate, il limone è acido, il bignè è dolce e il brodo di pollo è umami (gusto che si riferisce alla percezione del glutammato, nonché di cibi ricchi di proteine come carni e formaggi). Questi sono i cinque gusti di base che conosciamo. Ma come si riconosce ogni gusto e come si distingue l’uno dall’altro? Ti verrebbe da pensare a quel diagramma di una lingua che mostra aree specifiche per ogni gusto, ma, sorpresa, è sbagliato. “La lingua non ha regioni diverse specializzate per gusti diversi […] tutte le regioni della lingua che rilevano il gusto rispondono a tutte e cinque le qualità del gusto“, afferma Brian Lewandowski, neuroscienziato ed esperto di gusto presso il Monell Chemical Senses Center di Filadelfia. Da dove viene la mappa della lingua? Tutto è iniziato con un articolo del 1901 dello scienziato tedesco David Hänig, in cui il grafico potrebbe dare l’impressione che diverse aree della lingua fossero responsabili di alcuni gusti. Negli anni ’40, Edwin Boring ridisegnò la figura del suo libro sui sensi e sulla percezione. Il risultato fu una figura che mostrava una lingua con varie regioni evidenziate e un singolo gusto elencato per ciascuna. Questa mappa linguistica è diventata standard nei libri di testo scientifici e, sfortunatamente, gli studenti continuano a conoscere questo mito oggi.

La semplicità della mappa della lingua si presta a una facile comprensione, tuttavia, per capire come funziona davvero il gusto,q bisogna dare un’occhiata più da vicino alle cellule specializzate della lingua. Ogni persona ha tra le 5.000 e le 10.000 papille gustative, ognuna contenente da 50 a 100 cellule sensoriali specializzate che rilevano gli stimoli del gusto. Circa la metà delle cellule sensoriali reagisce a diversi dei cinque gusti di base, mentre L’altra metà delle cellule sensoriali e delle fibre nervose è specializzata per reagire a un solo gusto [5]. La piena esperienza di un sapore viene prodotta solo dopo aver combinato tutti i profili delle cellule sensoriali delle diverse parti della lingua. Supponendo 5 gusti di base e 10 livelli di intensità, sono possibili 100.000 sapori diversi. Presi insieme ai sensi del tatto, della temperatura e dell’olfatto, ci sono un numero enorme di diversi possibili sapori. Le sostanze che ingeriamo entrano in contatto con proteine recettoriali specializzate sulle cellule del recettore del gusto, innescando una scarica di segnali neurali, che alla fine vengono indirizzati verso un’area del cervello dedicata all’elaborazione delle informazioni sul gusto, la corteccia gustativa primaria. La corteccia gustativa interpreta i segnali in arrivo e li integra con altre informazioni sensoriali, come gli odori, permettendoci di percepire i sapori. In altre parole, il nostro senso del gusto è molto più complesso di quanto la mappa della lingua vorrebbe farci credere.

Questi neuromiti sono a rappresentanza di un problema molto più esteso e più ampio. È importante mantenere una mentalità critica e uno scetticismo costante.

BIBLIOGRAFIA

[1] Robynne Boyd, “Do People Only Use 10 Percent Of Their Brains?,” Scientific American, February 7, 2008.

[2] Beyerstein, Barry L. (1999). “Whence Cometh the Myth that We Only Use 10% of our Brains?”. In Sergio Della Sala (ed.). Mind Myths: Exploring Popular Assumptions About the Mind and Brain. Wiley. pp. 3–24.

[3] An Evaluation of the Left-Brain vs. Right-Brain Hypothesis with Resting State Functional Connectivity Magnetic Resonance Imaging. Jared A. Nielsen et al.

[4] Ming, G. & Song, H. Adult neurogenesis in the mammalian brain: significant answers and significant questions. Neuron 70, 687–702 (2011).

[5] How does our sense of taste work? Cologne, Germany: Institute for Quality and Efficiency in Health Care (IQWiG); 2006

Cos’è il cortisolo, l’ormone dello stress?

Il cortisolo è un ormone steroideo liposolubile che viene rilasciato in condizioni di stress psichico o fisico. In condizioni fisiologiche, viene prodotto principalmente durante la seconda metà della notte e raggiunge la massima concentrazione tra le 7 e 8 del mattino, per le attività quotidiane. Nell’arco della giornata diminuisce drasticamente, alla sera è ancora presente solo il 10% del valore mattutino.

Il cortisolo appartiene alla classe dei glucocorticoidi, essi sono prodotti nella zona fascicolata del surrene sotto stimolazione dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH) adenoipofisario, la cui sintesi è a sua volta stimolata dall’ormone di rilascio della corticotropina (CRH) prodotto a livello dell’ipotalamo. Questa catena di eventi che portano alla produzione di cortisolo e la sua regolazione sono passaggi importantissimi e si trovano in un equilibrio delicatissimo da cui dipendono molte reazioni del nostro corpo, basti pensare che la circolazione di cortisolo determina la conversione degli acidi grassi in energia disponibile, prepara i muscoli di tutto il corpo alla reazione, permettendo quel picco di energia necessario per la cosiddetta reazione di “attacco-fuga”.

Il corpo umano risponde continuamente a fattori di stress interni ed esterni, li elabora e sollecita una risposta a seconda del grado di minaccia. In momenti di stress, il Sistema Nervoso Simpatico (SNS) viene attivato e provoca una cascata di risposte ormonali e fisiologiche. L’amigdala è responsabile dell’elaborazione della paura, dell’eccitazione e degli stimoli emotivi per determinare la risposta appropriata. Se necessario, l’amigdala invia un segnale di stress all’ipotalamo. L’ipotalamo attiva il SNS e le ghiandole surrenali rilasciano un’ondata di catecolamine. Mentre il corpo continua a percepire gli stimoli come una minaccia, l’ipotalamo attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Il cortisolo viene rilasciato dalla corteccia surrenale e consente al corpo di continuare a stare in allerta. Quando la minaccia passa, il sistema nervoso parasimpatico riduce la risposta del SNS.

La presenza di glucocorticoidi, come il cortisolo, aumenta la disponibilità di glucosio nel sangue ed è anche un forte inibitore d‘infiammazione. Nel fegato, alti livelli di cortisolo aumentano la gluconeogenesi e riducono la sintesi del glicogeno. Le cellule muscolari, in presenza di cortisolo, diminuiscono l’assorbimento e il consumo di glucosio e aumentano il catabolismo delle proteine. Nei tessuti adiposi, il cortisolo aumenta la lipolisi e gli acidi grassi liberi possono essere utilizzati come fonte di energia per altre cellule mentre continuano a produrre glucosio. Infine, il cortisolo agisce sul pancreas per ridurre l’insulina e aumentare il glucagone.

Assume quindi un notevole posto nell’attuale ricerca medica l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e un suo errato funzionamento è implicato in molte malattie: una netta sovraproduzione di cortisolo causa la sindrome di Cushing, mentre la sua sottoproduzione è causa dello sviluppo della malattia di Addison.

Anche un’alterazione minima del ritmo circadiano del cortisolo è alla base di tantissime altre nuove patologie, soprattutto cronico-infiammatorie. Molte delle quali causate della maggiore concentrazione di fattori di stress a cui siamo sempre più esposti ogni singolo giorno.

Nel prossimo articolo approfondirò la correlazione tra cortisolo e sistema immunitario.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

  1. Thau L, Sharma S. Physiology, Cortisol. [Updated 2019 Feb 15]. In: StatPearls [Internet]. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing; 2019 Jan-.
  2. http://betazell.com/it/cortisolo/

Indagine della FDA sul potenziale legame tra alcune diete e cardiomiopatia dilatativa canina.

Nel Luglio 2018 la FDA (Food and Drug Administration), l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha cominciato un’indagine per stabilire se nella popolazione canina era possibile stabilire un’associazione fra il tipo di alimentazione e la cardiomiopatia dilatativa del cane.

La cardiomiopatia dilatativa viene definita come la perdita di contrattilità del cuore, che non riesce più a pompare il sangue nelle arterie con la giusta pressione. Questa è una patologia per la quale sono geneticamente predisposte le razze grandi o giganti, ma si segnalano molti casi anche nel Cocker Spaniel in caso di carenza di taurina; si ritiene meno comune nei cani di piccola e media taglia, sia di razza che meticci.

L’esatta causa della malattia è ignota, ma si sa per certo che è presente una certa predisposizione genetica. Nonostante la causa genetica sia quella più frequente, sono state riconosciute altre numerose condizioni che, anche se più raramente, possono avere un ruolo nello sviluppo della malattia, come alcuni fattori infettivi, endocrinologici (per esempio l’ipotiroidismo) o nutrizionali (per esempio la carenza di taurina o carnitina).

Negli Stati Uniti si stima la presenza di circa 77 milioni cani da compagnia, la maggior parte di essi consuma cibo per cani senza sviluppare cardiomiopatia dilatativa. Non è ben noto l’incidenza di questa malattia all’interno della popolazione canina, ma si è sicuramente verificato un aumento delle segnalazioni alla FDA dei casi di cardiomiopatia dilatativa in cani non geneticamente predisposti.

Visto che i casi segnalati alla FDA riguardavano principalmente cani che si alimentavano che prodotti secchi, lo studio in corso viene condotto su questo tipo di alimenti, anche se erano presenti segnalazioni per alimenti crudi, semi-umidi e umidi.

Andando ad analizzare il tipo di alimentazione seguita dai cani che manifestavano la cardiomiopatia dilatativa è stato notato che nel 90% dei casi le crocchette consumate erano etichettate come “grain free” (cioè senza cereali), il 93% conteneva piselli e/o lenticchie e il 42% patate. Le fonti proteiche utilizzate nei vari tipi di crocchette erano molto varie, alcune contenevano proteine di diversa origine, più comunemente esse derivavano da pollo, pesce o agnello, in alcuni casi invece erano atipiche, come il canguro, il bisonte o l’anatra, ma nessuna mostrava una significativa prevalenza sulle altre.

I prodotti sono stati poi testati in vario modo per controllare se fossero presenti anomalie di qualsiasi genere (per esempio delle contaminazioni batteriche), ma non è stato segnalato niente di significativo, anzi, alcuni prodotti etichettati come “grain free” all’analisi hanno mostrato un contenuto in macronutrienti e micronutrienti molto simile ai prodotti contenenti cereali.

Attualmente sono in corso ulteriori test sugli alimenti.

Sebbene lo studio sia ancora in corso, il 27 Giugno 2019 sono stati pubblicati, sul sito dell’FDA, i primi risultati ottenuti, con l’indicazione delle marche di cibo secco per cani coinvolte nelle segnalazioni dei casi di cardiomiopatia dilatativa, esse sono:

  • Acana(67 casi segnalati)
  • Zignature (64 casi)
  • Taste of the Wild (53 casi)
  • 4Healt (32 casi)
  • Earthborn Holistic (32 casi)
  • Blue buffalo (31 casi)
  • Nature’s Domain (29 casi)
  • Fromm (24 casi)
  • Merrik (16 casi)
  • California Natural (15 casi)
  • Natual Balance (15 casi)
  • Orijen (12 casi)
  • Nature’s Variety (11 casi)
  • NutriSource (10 casi)
  • Nutro (10 casi)
  • Rachael Ray Nutrish (10 casi)

Visto che quello presentato è soltanto il risultato parziale della ricerca in corso, la FDA non suggerisce ai propietari di cani di modificare le diete dei loro animali domestici, ma vuole soltanto stimolare la collaborazione dei propietari nella segnalazione di possibili nuovi casi, perchè prima di prendere qualsiasi desisione e assolutaente necessario attendere la fine ufficiale dello studio.

Per ulteriori approfondimenti

https://www.fda.gov/animal-veterinary/news-events/fda-investigation-potential-link-between-certain-diets-and-canine-dilated-cardiomyopathy

Il magico suono delle piante

Qualsiasi essere vivente, dalle piante agli animali, all’uomo, se tenuto in cattività, maltrattato e malnutrito o nutrito male, si “trasforma” e modifica la sua epigenetica, accendendo dei geni e spegnendone degli altri. Gli elefanti, ad esempio, non sono fatti per essere cavalcati, purtroppo il guadagno fa dimenticare il bene. Di esempi ne potrei fare per qualsiasi essere vivente, dalle piante a piccoli organismi modello e non solo. La Natura è magica come il nostro nanomondo biochimico.

E te, lo sapevi che le piante hanno anch’esse un’anima, un “cervello”, “un’intelligenza diversa” quasi al pari di noi e di qualsiasi essere vivente “pensante e non pensante”? Ebbene sì! Questo per far capire anche a chi ha un “orientamento alimentare” diverso da quello che realmente necessitiamo per perseverare un buon stato di salute, ovvero quello onnivoro, che se lo fanno per “etica”, dovrebbero farlo anche per le piante, “anima fragile”.

Lo sapevi che anch’esse cantano, comunicano, muoiono se allontanate dai preziosi vicini – compagni di una vita – e soffrono se maltrattate. Inoltre vanno in ecstasy e ti donano preziosi fiori e frutti che nutrono le nostre cellule, la nostra vista dando colore ed armonia nel quotidiano, se trattate con amore e semplici ingredienti. Quelli che, in connubio con i suoi preziosi doni, nutrono la nostra mente ed il nostro corpo.

Nel video che vi propongo, durante un corso presso l’ ortobotanico di Napoli, questo illustre docente ci ha portato all’esterno della facoltà, lì dove di piante è colmo. Connettendo degli elettrodi ad un trasformatore, una sorta di “trasduttore” del segnale una sorta di “elettrocardiogramma” delle piante, ecco che si produce un suono armonico. Il magico suono delle piante! La cosa “sconvolgente” ed emozionante, fu quando, in particolare, le piante, avvertendo un pericolo, noi intorno, onde dei cellulari in procinto di fotografare e riprendere quel concerto armonico, si sono fermate. Allora ciò che il docente ci aveva appena illustrato nel corso, è stato confermato.

Altri illuminanti docenti della Scuola di Nutrizione Salernitana (SNS), ci hanno fatto capire l’importanza di nutrirci di queste preziose creature, ad esempio un centrifugato di verdure può essere considerato un concentrato, una spremuta di cellule staminali. Inoltre, esse sono in grado, anche se esposti a fattori di rischio, “l’epigenetica esterna”, inquinanti etc., loro riescono a schermare il danno e riescono ad adattarsi. Tali meccanismi sono ancora in parte sconosciuti ma questo dovrebbe farci capire, come ci hanno insegnato ai vari corsi, che ognuno di noi dovrebbe mangiare i frutti della sua terra, in quanto l’epigenetica esterna è la stessa, dunque, in modo guidato e personalizzato possiamo chelare i metalli pesanti e / o inquinanti, assorbendo solo il nettare di queste creature intelligenti.

Riflettiamo anche che se noi ci perdessimo nella giungla sarebbe “veramente” difficile uscirne vivi se non guidati…dunque, ok “gli orientamenti alimentari alternativi” per gusto, per salute e / o per protocolli nutrizionali personalizzati specifici, per altro, non parliamo, però, di etica, in particolare, adesso che prendiamo coscienza che (“quasi”) tutto quello che ci circonda ha un’anima, anche e soprattutto la natura!

Inoltre, se poi accompagnassimo sempre la nostra vita con musica, quella che più ci ispira in quel momento, la nostra vita ed il mondo che ci circonda diventa un’opera d’arte! La classica, in particolare, ha un effetto positivo sulla crescita, sul gusto e probabilmente sulle proprietà nutritive dei loro magici frutti e dunque sulla nostra vista, mente, corpo e spirito. Nello scrivere questo articolo, invece, sono stata “ispirata” dalle poesie musicali dell’artista Vasco Rossi.

Vediamo, come sempre, che  siamo sempre e solo noi i direttori d’orchestra della nostra vita ed in simbiosi con la natura ed il cosmo, in tutte le sue forme. Probabilmente le piante comunicano tramite il fenomeno dell’ entanglement?

Alla luce di queste evidenze, ricordiamo dunque di amarla ed accudirla come un dono prezioso ed essenziale per poter vivere in armonia ed in salute cantando, suonando e danzando con essa, con il mondo e l’universo.

Riferimenti bibliografici:

  1. L.Mattera. Scienzintasca 2017. http://www.scienzintasca.it/?s=epigenetica
  2.  L. Mattera. Scienzintasca 2018. http://www.scienzintasca.it/hydra-vulgaris-un-meraviglioso-organismo-modello-e-non-solo/
  3. L. Mattera. Scienzintasca 2018. http://www.scienzintasca.it/ballerina-si-il-direttore-dorchestra-della-tua-vita-essere-magri-non-vuol-dire-non-mangiare-no-al-tunnel-nero/
  4. Fernando Piterà Di Clima. Marzo 2018. Gemmoterapia. Fondamenti scientifici della moderna meristemoterapia
  5. L.Mattera. 2019.http://www.scienzintasca.it/tag/entanglement/

 

 

INTESTINO PERMEABILE O A SCOLAPASTA

E IL RUOLO DELL’ALIMENTAZIONE

Dott.ssa Emanuela Simone PhD

Il titolo già ci suggerisce una condizione intestinale particolare: quando si pensa al tratto gastro intestinale, si immagina un tubo che originando dalla bocca arriva fino al retto e quindi all’ano. Un lungo percorso che ci consente la digestione degli alimenti e l’espulsione degli elementi di scarto come feci.

In realtà l’intestino è molto più di questo, basti pensare che è denominato “secondo cervello” e che in esso risiede il 70 % del sistema immune.

La sua complessa struttura consente di formare una barriera che da un lato permette l’assorbimento delle sostanze nutritive e la regolazione elettrolitica, dall’altro evita la penetrazione di agenti tossici o microrganismi patogeni pur consentendo la sopravvivenza della flora batterica. Quando l’integrità della barriera è compromessa, si parla di “Leaky gut”, o intestino permeabile o intestino a scolapasta (come dico io)

 Così il passaggio di elementi indesiderati, tra i quali piccoli frammenti di cibo non del tutto digeriti, microrganismi ecc, genera una situazione di infiammazione che si ripercuote a livello sistemico.

LA BARRIERA INTESTINALE

L’intestino non è quindi semplicemente un tubo ma la capacità di barriera si sviluppa su più livelli (immagine 1):

Livello I : Barriera Fisica

La capacità di fungere da barriera selettiva avviene primariamente per la presenza delle cellule intestinali (denominate enterociti) che insieme ad altre cellule intestinali (le mucipare, le cellule di Paneth, le cellule M, le enteroendocrine, cup cells, and tuft cells) formano un “pavimento”. Possiamo immaginare queste cellule come dei mattoni forati uno di fianco all’altro. Attraverso i fori passano in maniera selettive le sostanze nutritive (passaggio transcellulare), ma non solo, questi “mattoni” sono tenuti ai lati da dei tiranti, le Giunzioni strette, formate da proteine (occludine, zonuline, claudine, molecole di adesione) la cui presenza regola il passaggio di ulteriori sostanze (passaggio paracellulare).

Della componente fisica fa parte anche il muco prodotto dalle cellule intestinali stesse che fa da interfaccia tra l’epitelio e la flora batterica. È come se sul pavimento di mattoni, ci fosse la presenza di un gel sopra cui è adesa la popolazione di microrganismi “buoni”. Un gel composto da zuccheri, anticorpi, enzimi, lattoferrina, in grado di nutrire il microbiota e il cui spessore è regolato dai microrganismi stessi.

Livello II : Barriera Biochimica

Questa è costituita proprio dalla presenza di molecole, ad azione antimicrobica nel lume intestinale e nel gel di muco, che formano una rete in grado di ridurre il carico di batteri che colonizzano l’intestino, limitando anche le possibilità di contatto tra gli antigeni e le cellule ospite.

Livello III : Barriera Immunologica

Questo livello di difesa è dato dalla organizzazione del sistema immunitario alla base delle cellule intestinali, dal lato basale, dove le cellule B e T, con le cellule dendritiche, e i neutrofili regolano la risposta immunitaria producendo anticorpi e secernendo citochine. In realtà la capacità immunologica inizia già nel lume dove vi è la presenza di immunoglobuline di tipo A e da cellule (GAPs) in grado di “avvertire” la presenza di patogeni evitando che passino dal lato del lume intestinale verso la parte basale.

C’è quindi un delicato equilibrio che regola la capacità di difesa verso elementi dannosi e la tolleranza verso ciò che è innocuo. Quando però uno dei livelli della barriera è alterato, è come se si creassero dei buchi tra i “mattoni del pavimento che non vengono più tenuti insieme adeguatamente dai tiranti” La condizione di leaky Gut permette così il passaggio dal lume intestinale verso la parte basale di batteri anche commensali “buoni”, dei loro prodotti metabolici, di frammenti vari tra i quali piccole frazioni alimentari, con alterazione delle popolazioni microbiche e attivazione del sistema immune.

Tutto ciò è stato correlato a patologie non solo proprie del sistema Gastrointestinale come la sindrome del colon irritabile e la Celiachia ma anche altre patologie: Diabete I, Lupus, Patologie della pelle, patologie Epatiche e del SNC ( Depressione, alzheimer, autismo) (immagine 2)

Per la correlazione autismo – intestino permeabile puoi leggere l’articolo http://www.scienzintasca.it/la-correlazione-esistente-fra-il-microbiota-intestinale-alterato-lalterata-permeabilita-intestinale-e-lautismo/

ALIMENTI NELLA LEAKY GUT

Il cibo non è solo fonte di nutrienti ma modula le funzioni fisiologiche del corpo e questo è specialmente vero nell’intestino, dove il cibo e i suoi nutrienti interagiscono continuamente con gli elementi del sistema gastrointestinale regolandone le attività di trasporto, la permeabilità, l’espressione di enzimi, le funzioni immunitarie e la composizione del microbiota.

Le giunzioni strette (i tiranti tra i mattoni sopra descritti), come detto, sono formate da una rete di proteine (occludine, zonuline, claudine ecc). Queste strutture non sono fisse ma dinamiche e la loro “forma” è indotta da stimoli interni ed esterni all’organismo.

Tra le componenti alimentari, l’aminoacido glutammina è in grado di migliorare la funzionalità della barriera prevenendo anche gli effetti distruttivi dell’alcool sulla barriera stessa. Allo stesso modo alcuni frammenti proteici derivati dai latticini, le β-caseine e le β-lattoglobuline, la vitamina D, i flavonoidi quercitina, miricetina, kaempferolo, agendo sulle proteine delle giunzioni, riducono la permeabilità rinforzando la barriera intestinale.

Altri elementi quali l’alcool, la carenza di zinco, acidi grassi a catena media (acido caprico e laurico), il chitosano, possono contribuire all’aumento della permeabilità intestinale.

L’obesità, dovuta allo stile di vita occidentale con la così detta “western diet”, ricca in grassi saturi e zuccheri raffinati, altera la barriera intestinale e la composizione microbiota.

Le patologie metaboliche collegate alla obesità come la il fegato grasso, il diabete 2, potrebbero originare proprio dalla infiltrazione dei microrganismi e dei loro prodotti, endotossine, attraverso la barriera danneggiata con attivazione di una infiammazione continua ma di bassa entità che può arrivare ad altri organi quali fegato, muscoli, cuore (immagine3).

Negli ultimi anni sta sempre più emergendo quindi la necessitò di capire come modulare e riparare la danneggiata permeabilità intestinale tramite uso di pro e prebiotici, protocolli alimentari come la FODMAP, uso di immuno-modulatori, flavonoidi, acidi grassi a catena corta.

COME SI MISURA LA PERMEABILITA’ DELLA BARRIERA INTESTINALE

Per la valutazione della integrità dell’intestino si ricorre a test che ricerchino nelle urine, nelle feci, nel sangue, molecole che normalmente non oltrepassano la barriera (determinati zuccheri o endotossine di batteri) o che provengono dalla attività del sistema immunitario attivato localmente nell’intestino. Seppur esistano diverse analisi che si possono effettuare, solo poche sono quelle solitamente utilizzate:

Test degli zuccheri : Questo si basa sulla somministrazione di determinati zuccheri quali lattulosio, mannitolo, Saccarosio, Sucralosio, in grado di penetrare la barriera in modo selettivo in base alla loro dimensione. Molecole piccole, come il mannulosio, passano l’intestino anche se esso è integro; molecole più grandi non passano la barriera, a meno che essa non sia danneggiata. La presenza di essi nelle urine, il loro rapporto, è indice non solo dello stato intestinale ma da indicazione anche di quale regione sia alterata.

Il lattulosio rappresenta lo stato di permeabilità dell’intestino tenue, è infatti degradato dai batteri del colom; Il sucralosio e l’eritritolo danno indicazione dello stato del colon in cui normalmente passano indisturbati; il saccarosio dà la valutazione  della permeabilità dello stomaco e del duodeno, regione intestinale dove e solitamente degradato dalle saccarasi.

Calprotectina Fecale: Come già detto i danni della barriera intestinale causano infiammazione con attivazione del sistema immunitario. I neutrofili attivati ed infiltrati nella mucosa possono essere individuati tramite la presenza dei loro prodotti nelle feci, tra esse quello più promettente è la calprotectina. Una proteina rilasciata dai neutrofili con attività antiproliferativa e antimicrobica.

CONCLUDENDO

Abbiamo quindi visto come l’intestino sia un complesso organo che svolge varie funzioni sia assorbitive che protettive e per poterlo fare si avvale di una barriera sviluppata su tre livelli. L’alterazione della sua integrità coinvolge patologie sia dell’intestino stesso fino alle patologie metaboliche e quelle autoimmuni. Si sta sempre più approfondendo gli interventi per ripristinare la barriera intestinale dopo anche la valutazione del suo stato grazie agli esami a disposizione.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  1. Bischoff SC, Barbara G et al. Intestinal permeability–a new target for disease prevention and therapy. BMC Gastroenterol. 2014 Nov 18;14:189. doi: 10.1186/s12876-014-0189-7.
  2. Mu Q, Kirby J et al. Leaky Gut As a Danger Signal for Autoimmune Diseases. Front Immunol. 2017 May 23;8:598. doi: 10.3389/fimmu.2017.00598. eCollection 2017.
  3. De Santis S, Cavalcanti E et al. Nutritional Keys for Intestinal Barrier Modulation. Front Immunol. 2015 Dec 7;6:612. doi: 10.3389/fimmu.2015.00612. eCollection 2015.
  4. Fukui H. Increased Intestinal Permeability and Decreased Barrier Function: Does It Really Influence the Risk of Inflammation? Inflamm Intest Dis. 2016 Oct;1(3):135-145. doi: 10.1159/000447252. Epub 2016 Jul 20.
  5. Arrieta MC, Bistritz L, Meddings JB. Alterations in intestinal permeability. Gut. 2006 Oct;55(10):1512-20.