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Category ArchiveFisiologia

Il sonno è fondamentale per la salute emotiva e fisica di una persona.

Ricerche condotte in Italia, Francia, Stati Uniti e numerosi altri paesi, concordano nel constatare che più del 50% della popolazione soffre di una qualche forma di insonnia.

L’importanza del dormire bene.

Esistono numerose teorie affascinanti sulle funzioni del sonno che includono:

  • la restaurazione del corpo e del cervello,
  • la conservazione dell’energia
  • la termoregolazione
  • il rafforzamento ed il consolidamento della memoria attraverso la rimozione di ricordi irrilevanti dall’accumulo cerebrale sensoriale,
  • l’integrità della rete sinaptica e neuronale.

Appare comunque chiaro che il sonno svolge una funzione vitale, come è dimostrato dall’evidenza che la deprivazione di sonno è fatale negli animali, nonché dagli straordinari fenomeni adattativi visibili in numerose specie animali che si sono evolute in modo tale da preservare il sonno.

Il sonno inadeguato è un noto fattore di rischio per obesità, diabete, malattie cardiache e depressione. I disturbi del sonno sono una vasta categoria di disturbi che comprendono tutti i tipi di disfunzioni che coinvolgono il sonno, tra cui difficoltà ad addormentarsi durante la notte, scarsa qualità del sonno, risveglio precoce, disturbi del ritmo circadiano ,disturbi del movimento legati al sonno e disturbi respiratori correlati al sonno (SBDs ). La conseguenza dei disturbi del sonno è spesso l’affaticamento durante il giorno. Le persone che hanno disturbi del sonno riportano una capacità ridotta di svolgere compiti quotidiani che coinvolgono la memoria. Una miriade di trattamenti farmacologici è stata introdotta sul mercato per vari tipi di disturbi del sonno negli ultimi decenni. Il GABA (acido y-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale e del tono muscolare. L’attivazione del GABA è il meccanismo di azione di un gran numero di farmaci sedativi e miorilassati attualmente in commercio, con non pochi effetti collaterali, tra cui eccessiva sonnolenza diurna, scarsa tolleranza al farmaco, deterioramento cognitivo, dipendenza. A causa di questi effetti collaterali, oggi sempre più persone si rivolgono all’aiuto da parte della natura e quindi alla fitoterapia.

Humulus Lupulus e Valeriana officinalis agiscono come attivatori del GABA.

  • L’azione sul sonno del luppolo è riconducibile al 2 –metil-3buten-2-olo derivato dall’ ossidazione di 2 sostanze umulone e lupulone.
  • L’azione della Valeriana è invece riconducibile agli acidi valerici e al fitocomplesso.

Humulus lupulus inoltre influisce:

  • sulla produzione di melatonina coinvolta nella regolazione del riposo notturno
  • sull’ adenosina importante neurotrasmettitore che induce il sonno a onde lente agganciandosi ai recettori A1 (i principali attivatori del sonno).

Il dipartimento di farmacologia dell’Istituto di Ricerca Medica di Kolkata(India)ha effettuato uno studio comparativo tra associazione di Valeriana e Luppolo e Zolpidem tartrato(benzodiazepinico). Lo studio ha dimostrato la stessa efficacia delle due molecole con una maggiore sicurezza d’uso dell’estratto naturale.

La melatonina (N-acetil-5-metossitriptamina) è un ormone endogeno prodotto dalla ghiandola pineale e rilasciato esclusivamente durante la notte, viene infatti sintetizzata dall’epifisi quando manca lo stimolo della luce. Svolge la sua azione su uno specifico tipo di insonnia, definita iniziale cioè la Sindrome del Ritardo di Fase(DSP) di coloro cioè che restano svegli fino a tardi.

ASSUMERE MELATONINA PRIMA DI CORICARSI ACCORCIA QUINDI IL TEMPO DI ADDORMENTAMENTO.

L’integrazione esogena di melatonina è ben tollerata e non ha evidenti effetti avversi a breve o lungo termine. È stato dimostrato inoltre , che la melatonina sincronizza i ritmi circadiani e migliora l’insorgenza, la durata e la qualità del sonno. 

BIBLIOGRAFIA:

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  2. Drucker-Colin R., The function of sleep, Academic Press NY 19
  • Dement W.,Il sonno e i suoi segreti, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004

L’alimentazione della donna in allattamento

Come durante la gravidanza, le neo mamme devono prestare particolare attenzione all’alimentazione durante il periodo dell’allattamento. Infatti una dieta che soddisfi le aumentate esigenze nutrizionali di alcuni macro e micronutrienti,  garantisce alla madre un buono stato di salute e al bambino di crescere bene.  Una madre che allatta fornisce ogni giorno al neonato circa 500-600 g di latte che possono aumentare fino a 800-900 g. Per produrre questa quantità di latte occorre un aumento calorico giornaliero di circa 500 kcal (una stima proporzionalmente minore va fatta nel caso di allattamento complementare). Dopo il 6° mese di allattamento il fabbisogno energetico materno aggiuntivo si riduce a circa 400 kcal giornaliere per la diminuzione della produzione del latte.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda l’apporto di liquidi che sono importanti per la regolazione dell’equilibrio idrosalino e per l’eliminazione delle scorie azotate.  Si raccomanda un aumento dell’apporto di acqua di circa 700 mL al giorno rispetto a quanto consigliato per le donne che non allattano (2 litri).

Fabbisogno nutrizionale

Proteine

Il livello di assunzione proteica nella nutrice deve essere incrementato di 19 g di proteine/die nei primi 6 mesi e di 13 g di proteine/die nei mesi successivi di allattamento.

Il fabbisogno proteico durante l’allattamento dipende dalla sintesi delle proteine del latte materno e di conseguenza è proporzionali alle quantità di latte prodotto dalla nutrice. Le donne che allattano rappresentano un gruppo particolarmente esposto al rischio di malnutrizione proteica, sia nei riguardi di se stesse che del neonato, in particolare nelle donne magre o malnutrite.

Lipidi

L’introito di lipidi durante l’allattamento può condizionare la crescita del neonato, il suo sviluppo e la sua salute. In particolare, l’acido docosaesaenoico (DHA) è necessario per un corretto sviluppo visivo e cognitivo del bambino. Si raccomanda in allattamento, cosi come in gravidanza, l’assunzione di 100-200 mg/die di DHA in più rispetto a quanto indicato per la donna adulta.

Carboidrati

L’apporto di carboidrati dovrebbe essere simile a quello delle donne non allattanti: 50-55% dell’energia complessiva, di cui l’80-90% rappresentato da carboidrati complessi.

Vitamine

Durante l’allattamento sono necessari introiti maggiori di vitamina C, tiamina, riboflavina, niacina, vitamina B6, folati, vitamina B12, vitamina A.

L’integrazione vitaminica intrapresa durante la gravidanza viene spesso estesa a tutta la durata dell’allattamento. La concentrazione di numerose vitamine nel latte materno dipende dai livelli di tali vitamine nella madre: a un deficit materno, infatti, segue generalmente una carenza anche nel neonato allattato al seno.

Per quanto riguarda la vitamina D, l’incremento degli apporti di tale micronutriente nella dieta della madre non sembra modificare il contenuto di calcio nel suo latte né le concentrazioni sieriche di 25-idrossi vitamina D,  né la densità minerale ossea nel lattante. Si consiglia un introito giornaliero di 15 mg di vitamina D come nelle donne non gravide.

Minerali

  • il fabbisogno di calcio è ampiamente coperto da un apporto giornaliero di circa 1000 mg;
  • per il ferro, invece, è in genere raccomandata una riduzione del suo apporto durante l’allattamento, in quanto l’amenorrea conseguente preserva dall’eliminazione di ferro con la mestruazione. Si consiglia che la nutrice, in mancanza di mestruazioni, assumi 11 mg/die da incrementare a 18 mg/die nel caso di ricomparsa del ciclo mestruale;
  • lo iodio è un componente essenziale degli ormoni tiroidei e necessario per il corretto funzionamento della tiroide. Durante l’allattamento, la carenza di iodio nella madre può avere gravi conseguenze sulla funzione tiroidea del feto e del neonato, con sviluppo di gozzo e ipotiroidismo, solitamente transitorio. Si consiglia un’assunzione giornaliera di iodio di 290 µg/die;
  • lo zinco è essenziale per un normale sviluppo del feto e del neonato. L’apporto di zinco in allattamento è pari a 13 mg/die.

Mamme vegane

Anche le mamme vegane possono seguire una dieta corretta ed equilibrata ma è importante ricordare che tale scelta determinaun ridotto apporto di vitamina B12 con il latte materno. Infatti la vitamina B12 è presente solo in alimenti di origine animale. Va pertanto integrata la dieta della nutricecon alimenti addizionati e/o eventualmente con integratori. Carenze di vitamina B12 possono causare anemia megaloblastica, rallentamento della crescita e gravi turbe neurologiche.

Come mangiare durante l’allattamento?

Spesso durante l’allattamento si ha un aumento di peso della nutrice in quanto mangia di più perché teme che ci possa essere una scarsa formazione di latte, ma anche perché subisce spesso “pressioni” provenienti dall’esterno (amici, familiari ecc.). In realtà, con molta attenzione, durante l’allattamento si possono perdere alcuni chili senza compromettere l’accrescimento del bambino. L’importante è mantenere il giusto equilibrio tra i vari apporti energetici.

In generale la donna che allatta dovrebbe seguire un’alimentazione varia ed equilibrata che abbia alla sua base frutta, verdura e cereali, meglio se integrali, importanti fonti di fibra alimentare. Non deve mancare inoltre l’assunzione di 4-5 porzioni settimanali di legumi, fonti di proteine vegetali e fibra alimentare, da alternare ad alimenti che apportano proteine di alto valore biologico come la carne, il pesce, le uova, e i formaggi. Il pesce in particolare è importante anche per il contenuto in acidi grassi polinsaturi indispensabili per un’ottimale composizione del latte materno e pertanto per permettere un corretto sviluppo del sistema nervoso centrale del bambino. Bisogna, però, combinare pesce relativamente grasso e ricco di EPA e DHA e pesce a basso rischio di contaminanti ambientali quali il metilmercurio. È bene quindi preferire pesce azzurro di taglia piccola (sarde, alici, sgombro) piuttosto che pesci di grossa taglia come tonno e pesce spada, accumulatori di contaminanti. I formaggi sono fonte di calcio,  fosforo e vitamina A. Carne, uova e pesce permettono anche il giusto apporto di ferro e di zinco.  Noci, anacardi, mandorle e, più in generale, tutta la frutta secca, ricca in acidi grassi mono e polinsaturi, potrebbe essere un ottimo snack almeno una volta al giorno. Da moderare, invece, la quota di zuccheri semplici.

Alla luce di quanto sopra riportato si possono riassumere una serie di consigli:

• Aumentare l’introito di proteine e l’assunzione di acqua.

• Cercare di fare uno spuntino dopo ogni poppata, inizialmente anche durante la notte.

• Cercare di fare sempre pasti completi per non ridursi a consumare junk-food e prodotti processati nel tentativo di placare la fame.

• Controllare il peso corporeo (senza ossessioni): nell’arco di 6 mesi deve tornare a quello pregravidico (con uno scarto di 2-3 kg).

• Soprattutto in estate, valutare se sia il caso di assumere integratori di sali minerali per contrastare ipotensione e stanchezza.

• Evitare il consumo di caffeina e alcolici.

Bibliografia

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EFSA (European Food safety Authority). SCIENTIFIC OPINION: Statement on the benefits of fish/seafood consumption compared to the risks of methylmercury in fish/seafood. EFSA Journal 2015; 13: 3982.

SPLENDIDAMENTE DONNA- La Candidosi: come si manifesta

La famiglia dei funghi è molto grande e comprende lieviti e muffe: la candida è un lievito saprofita. I lieviti sono funghi unicellulari che si moltiplicano molto rapidamente in ambiente acido, umido e ricco di zuccheri. Le muffe invece si sviluppano da una spora che cresce diramandosi in lunghi filamenti (detti ife della dimensione di 5-10 micron). Nel 97% delle persone la candida è presente nel tratto intestinale in forma innocua. Essa usa lo zucchero come alimento e carburante indipendentemente che derivi da carboidrati (cereali e zuccheri raffinati), alcool, cibi industriali o dall’ormone cortisolo (quello dello stress) che fa aumentare la glicemia. Errori alimentari, stress, farmaci e disbiosi creano un terreno sfavorevole e in tale condizione la candida si trasforma da lievito allo stato vegetativo di muffa. In pratica il suo è un adattamento alle nuove condizioni ambientali. Il lievito vive in simbiosi con l’organismo ospite ed è innocuo mentre la muffa è un parassita patogeno molto serio. Grazie a questo dimorfismo la candida è in grado di sottrarsi ai meccanismi di difesa dell’immunità cellulare, con tutti i rischi che ne consegue. Ad oggi si conoscono nove specie di candida, sei delle quali possono essere patogene per l’uomo. Le infezioni micotiche rappresentano una grave minaccia per la salute. Tra le numerose specie di Candida, la Candida albicans rappresenta il patogeno fungino prevalente nelle malattie umane, seguito da Candida glabrata, Candida parapsilosis, Candida tropicalis e Candida krusei. Le specie fungine possono crescere in tre morfologie cellulari: lievito, pseudoifa e ifa. Molte Candida spp. sono in grado di formare lieviti e pseudoife, ma solo la C. albicans unitamente a C. tropicalis e C. dubliniensis, strettamente correlate geneticamente alla prima, possono formare anche ife, laddove le ife, a differenza delle pseudoife, si formano come filamenti tubulari e non presentano restringimenti intercellulari. La Candida è un microrganismo eucariota con un’incredibile capacità di adattamento a diverse condizioni ambientali e all’organismo ospite. Queste proprietà uniche le consentono una duplice esistenza da organismo opportunista in grado di convivere con l’organismo ospite come saprofita o commensale innocuo oppure di diventare patogeno. Il suo dualismo ha una corrispondenza morfologica nella capacità della C. albicans di subire una transizione dimorfica dalla forma di lievito tipicamente ovoidale a quella di micelio costituito da ife. Questa transizione è della massima rilevanza per la patogenicità della C. albicans. È ampiamente dimostrato che la forma di lievito sia prevalentemente associata al commensalismo e che la possibilità per la Candida albicans di formare ife sia un fattore promuovente i meccanismi di virulenza. La manifestazione della Candida si manifesta con sintomi e disturbi che coinvolgono tessuti e apparati dell’intero corpo. Segnali di carattere generale che possono far sospettare ad un’infezione sistemica comprendono la mancanza di concentrazione, stanchezza cronica e malessere generale. Questi sintomi sono conseguenza dell’infezione a livello gastrointestinale, riconducibili a sua volta da alcuni disturbi come la pancia gonfia, diarrea/stipsi, meteorismo, prurito anale, crampi intestinali, episodi di colite, gonfiore dopo i pasti, soprattutto se si mangiano frutta o dolci, dolori addominali, indigestione cronica (pesantezza e gonfiore dopo mangiato), stanchezza e spossatezza, problemi alla pelle, micosi a unghie o sulla pelle, mughetto in bocca (patina bianca), ricorrenti cistiti. La proliferazione della Candida, alterando l’equilibrio intestinale, causa un rallentamento dei processi digestivi oltre ad una compromissione dell’assimilazione dei nutrienti, in particolare di minerali e vitamine. Le infezioni prolungate causano nel tempo indebolimento e malnutrizione, in cui si rischia di ammalarsi spesso, ci si sente spossati e frequenti mal di testa. Altro sintomo caratteristico è l’eccessivo desiderio di zuccheri: chi soffre di candidosi intestinale spesso avverte un desiderio infrenabile di dolci, pane, pizza, pasta. Questo desiderio è indotto da una particolare tossina prodotta dalla candida, che agisce a livello del sistema nervoso e che spinge a nutrirsi proprio degli alimenti che sostengono la proliferazione del fungo. La candida prolifera felicemente in ambienti umidi, freddi e acidi ecco perché è importantissimo adeguare l’alimentazione per far sì che l’ambiente non sia più favorevole. Per eliminare l’umidità e il freddo è opportuno che la maggior parte dei cibi siano cotti e per contrastare l’acidità è fondamentale alcalinizzare la dieta eliminando tutto ciò che acidifica il corpo come i prodotti raffinati e gli zuccheri. E’, inoltre importantissimo, eliminare lo zucchero (zucchero e dolcificanti di ogni tipo, farine raffinate e cereali raffinati), i lieviti (tutti i prodotti da forno freschi o preconfezionati), i latticini (contengono lattosio che contiene glucosio, lo “zucchero” che piace tanto alla candida) e anche il glutine. Anche i legumi possono dare fastidio e possono fermentare a livello intestinale Frutta a guscio e semi non sono facilissimi da digerire quando la digestione è compromessa dalla Candida, quindi limitarne il consumo può essere un’ottima idea. La Candida albicans è in grado di secernere oltre 79 metaboliti tossici (sostanze chimiche differenti come l’acetaldeide, simile alla formaldeide) creando disturbi in tutte le sfere, anche quella neuropsichica (depressione, ansia, paura, irritabilità, sbalzi di umore, scarsa memoria, ecc.). Quando il lievito si modifica diventando una muffa, i suoi filamenti (ife) penetrano la parete intestinale danneggiandola e creando dei varchi nel circolo sanguigno. La permeabilità intestinale infatti è proprio dovuta ai danni della candida. La mucosa diventando permeabile lascia passare nel sangue macromolecole (peptoni o proteine come caseina, glutine, ecc.), tossine intestinali (ptomaine), ma anche microbi, batteri, metalli pesanti e le stesse spore delle candida. Tali sostanze filtrate nel circolo sanguigno inducono una forte reazione di tipo infiammatoria da parte del sistema immunitario predisponendo nel lungo periodo a qualsiasi malattia (acuta, cronica, degenerativa e autoimmunitaria). L’acetaldeide supera la barriera ematoencefalica, raggiunge il cervello provocando alterazioni a livello del sistema nervoso centrale e disturbi come difficoltà di memoria, apatia, depressione, aumento dell’ansia, vertigini e irritabilità, sbalzi di umore, pianto facile, vertigini. L’infezione a livello vaginale è invece riconducibile alla comparsa di prurito e bruciore alle parti intime, perdite biancastre, labbra vaginale gonfie e arrossite, bruciore o dolore durante la minzione e durante i rapporti sessuali. L’indebolimento delle difese a livello vaginale predispone a sua volta alla colonizzazione batterica da parte di germi provenienti dall’ intestino, causando episodi di cistite. La continua sollecitazione del sistema immunitario GALT da parte della Candida e dalle tossine da essa prodotte, indebolisce il sistema immunitario ciò causa lo sviluppo di episodi recidivanti sempre più frequenti e all’insorgenza di allergie, psoriasi ed eczemi.

Va ricordato in conclusione che la candida non è un nemico subdolo da combattere con ogni mezzo, ma un lievito innocuo che vive in simbiosi con noi ed è addirittura utile per la sintesi di sostanze importanti. Solamente quando il nostro terreno organico (sangue, linfa, liquidi extra e intracellulari) ed epigenetico (aspetti emozionali e spirituali) peggiorano (acidosi, ipossigenazione, stress, ecc.) che la candida può mutare in una pericolosissima muffa.

La colpa è del fungo che si adatta alle condizioni organiche o nostra perché abbiamo creato le premesse di tali perturbazioni?

Infine Vi raccomando di rivolgervi sempre a Medici specialisti e non fate diete FAI DA TE ma rivolgetevi sempre a Biologi nutrizionisti ben qualificati.

References

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FODMAP e benessere intestinale

Recenti ricerche sulla relazione tra alimentazione e disturbi gastrointestinali hanno mostrato che, alcuni tipi di carboidrati sono la causa più frequente della sintomatologia dell’intestino irritabile. Questi carboidrati sono presenti in un’ampia gamma di alimenti, che include gli zuccheri raffinati, gli amidi e le fibre legnose formati da decine o centinaia di unità ripetitive legate tra loro in modo estremamente complesso. Queste sostanze vengono identificate con l’acronimo FODMAP, formato dalle iniziali dei nomi inglesi (Fermentable Oligosaccharides Disaccharides Monosaccharides And Polyols, ovvero oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili). I FODMAP sono in genere sostanze osmoticamente attive, che quindi richiamano acqua nel lume intestinale. Fanno parte di questo gruppo sostanze che si ritrovano facilmente negli alimenti che consumiamo quotidianamente, quali fruttosio, lattosio, polioli, fruttani e galattani. Vediamo in dettaglio di cosa stiamo parliando:

Il fruttosio è un monosaccaride, che ha la stessa formula del glucosio, ma diversa struttura chimica. È abbondante nella frutta e nel miele. Inoltre è ampiamente utilizzato nella produzione di cibo industriale, soprattutto bevande.

Il lattosio è un disaccaride che si trova nel latte. La sua digestione dipende da un enzima chiamato lattasi, che agisce a livello intestinale. Quando c’è un deficit di lattasi, il lattosio rimane nell’intestino e viene fermentato dai batteri con conseguente produzione di gas e diarrea. Il deficit di lattasi è una condizione molto comune in età adulta.

I polioli sono carboidrati usati spesso come dolcificanti in sostituzione allo zucchero. I più comuni sono maltitolo, sorbitolo e isomalto. Sono spesso aggiunti alle gomme da masticare perché non sono metabolizzati dai batteri della bocca e non favoriscono le carie. Se assunti in eccesso possono causare disturbi gastrointestinali, diarrea e flatulenza, in quanto i polioli vengono assorbiti per diffusione passiva con maggiore difficoltà rispetto al glucosio e al fruttosio. Non bisognerebbe assumerne più di  20-30 g/die.

I fruttani sono zuccheri a catena corta costituiti da molecole di fruttosio legate tra di loro con una molecola di glucosio al termine della catena. Si trovano in particolare in tutti i prodotti a base di grano e molto comuni come pane, pasta, cereali.

I galattani sono carboidrati di diverse dimensioni contenenti galattosio. Si trovano soprattutto nei legumi, quindi fagioli, lenticchie, ceci, piselli e soia.

Quello che accomuna i componenti di questo gruppo è la bassa capacità di assorbimento o digestione nell’intestino, e ciò provoca in soggetti sensibili sintomi quali dolore addominale, diarrea, flatulenza, gonfiore, costipazione, meteorismo e stanchezza, tutti sintomi spesso associati alla comune sindrome dell’intestino irritabile (IBS).

La dieta Low-FODMAP si basa sulla restrizione del consumo di elementi ricchi dei carboidrati indicati per un determinato periodo di tempo, per poi reintrodurli un po’ alla volta, eliminando del tutto quelli che creano i sintomi maggiori nel paziente. Questo dovrebbe determinare una diminuzione dei sintomi e un miglioramento dello stato di salute intestinale. Negli ultimi anni diversi studi hanno mostrato l’efficacia della dieta Low-FODMAP che risulta essere un valido strumento per risolvere disturbi gastrointestinali ricorrenti del quale non si conosce uno specifico fattore causale.

La dieta Low-FODMAP è stata impiegata con successo anche in patologie nelle quali è stata dimostrata disbiosi o sovracrescita del microbiota intestinale (SIBO). Studi osservazionali hanno dimostrato che pazienti affetti da malattia di Crohn e colite ulcerosa si sono giovati della dieta Low-FODMAP. Attualmente diverse autorevoli istituzioni, quali il NICE e la British Dietetic Association, consigliano la dieta Low-FODMAP, sotto controllo di un nutrizionista esperto, nella terapia dei pazienti affetti da IBS e che non rispondono a un primo intervento dietetico basato su consigli alimentari generali. Ogni piano terapeutico per i pazienti con IBS dovrebbe prevedere, come punto di partenza, un regime dietetico che, oltre a tenere conto delle buone norme alimentari generali, sia a basso contenuto di FODMAP.

Particolare attenzione va posta nel mantenere i valori nutrizionali e il contenuto in fibre e calcio. Molti pazienti con IBS, nell’intento di migliorare i sintomi, tentano da soli delle modifiche dietetiche e quando giungono all’osservazione del medico stanno già seguendo diete che però si rivelano sbilanciate con riduzione dei carboidrati e delle fibre ed eccesso di lipidi e proteine. Per questo è consigliabile prescrivere la dieta Low-FODMAP sotto controllo di personale esperto nella gestione dietetica. Per ottimizzare la risposta sintomatologica inoltre, prima di iniziare una dieta Low-FODMAP, è consigliabile valutare la dieta abituale del paziente tramite un diario alimentare, in modo da alterare il meno possibile le abitudini e le preferenze.

La dieta Low-FODMAP non va comunque considerata una dieta di esclusione. Va considerata invece come una dieta di sostituzione dei cibi ad alto contenuto, con quelli a basso contenuto di FODMAP.

References

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Dieta Low-FODMAP. Di cosa parliamo? Solo per l’intestino irritabile? (Enrico Stefano Corazziari Senior Consultant, Istituto Clinico Humanitas. Rozzano). Rivista Società Italiana di Medicina Generale

Fructose malabsorption and intolerance: effects of fructose with and without simultaneous glucose ingestion (Latulippe ME1Skoog SM)

Evidence-based dietary management of functional gastrointestinal symptoms: The FODMAP approach (Peter R Gibson and Susan J Shepherd)

Consigli nutrizionali per mamme in gravidanza e in allattamento

Un adeguato apporto nutrizionale è di fondamentale importanza per la salute della madre e del nascituro. L’alimentazione di una gravida sana, normopeso all’inizio della gravidanza ed in buone condizioni nutrizionali non si scosta dal consueto modello di riferimento rappresentato dalla dieta Mediterranea.

Durante la gestazione il fabbisogno calorico cambia ed aumenta soprattutto nel secondo trimestre: in una donna normopeso che all’inizio della gravidanza necessita di 2200 kcal, il fabbisogno aumenta mediamente di circa 200 kcal al giorno dal secondo trimestre in poi; in una donna sottopeso l’apporto energetico è più elevato ed in una donna sovrappeso è minore. E’ stato dimostrato che il peso del bambino alla nascita è influenzato sia dal BMI (Body Mass Index 18.5-25) pre-gravidico della madre, che dall’aumento di peso in gravidanza. Infatti, in una donna normopeso, l’aumento di ponderale auspicabile al termine della gravidanza va da 8 a 10-12 kg: 1-2 kg nel primo trimestre, 3-4 kg nel secondo trimestre, 4-5 kg nel terzo trimestre; l’incremento di peso al termine della gravidanza è più elevato in caso di parto gemellare e nelle donne sottopeso (BMI<18.5), meno elevato nelle donne sovrappeso (BMI>25) ma non inferiore a 7 kg. Perciò in gravidanza non è assolutamente necessario (anzi potrebbe essere pericoloso) mangiare per due!

Una corretta alimentazione è importante per garantire un giusto apporto di macro e micronutrienti alla gestante ed al nascituro.

Possiamo quindi riassumere quali sono gli alimenti che non dovrebbero mancare sulla tavola di una donna in dolce attesa: latte e yogurt non grassi e pastorizzati, formaggi freschi con pochi grassi e poco salati, carne magra rossa o pollame o coniglio, pesce fresco o surgelato di piccola taglia ben cotto, uova, pane integrale, pasta o riso integrali, frutta e verdura fresca e di stagione (preferibilmente di colore giallo-arancio e verde scuro), legumi, patate, erbe aromatiche.

Si consigliano pasti leggeri e frequenti (tre pasti principali più due spuntini) e di bere almeno 2 litri di acqua al giorno. Più pasti leggeri al giorno limitano anche il senso di nausea tipico della gravidanza.

Sono da evitare: latte non pastorizzato, carne o pesce crudi o poco cotti, uova crude o poco cotte. I cibi crudi, infatti, correlano fortemente col il rischio di tossinfezioni da Listeria monocytogenes o da Toxoplasma gondii. Sono da evitare anche pesci di taglia grande (per limitare il rischio di contaminazione da metalli pesanti) e l’alcol. Si consiglia infine di limitare gli insaccati, i cibi ricchi di grassi saturi e di zuccheri semplici.

Un’alimentazione bilanciata, completa e varia, nell’ambito di un corretto stile di vita (astensione dal fumo e moderata attività fisica), è favorevole per la salute della madre e della crescita del bambino anche nel periodo dell’allattamento. Nella donna che allatta aumenta il fabbisogno quotidiano di acqua, di calorie, di proteine, di vitamine e di minerali: l’apporto calorico aggiuntivo è mediamente di 700 kcal rispetto ad una donna che non allatta e l’apporto proteico aggiuntivo è di 17 g/die rispetto ad una donna che non allatta. Per soddisfare i fabbisogni, occorre che la nutrice esegua abitualmente un’alimentazione ricca e variata e che beva notevoli quantità di acqua.

Per quanto riguarda gli alimenti consigliati e quelli da evitare sono analoghi di quelli consigliati in gravidanza. E’ da sfatare il mito che l’alcol stimoli la produzione di latte.

  • A. Zangara, A. Zangara, D. Koprivec, Dietologia, ed. Piccin 2014
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SPLENDIDAMENTE DONNA: Il ruolo del sistema immunitario nella Candida

Possiamo immaginare il sistema immunitario come una linea di “sorveglianza” diffusa capillarmente in tutto il corpo e composta da diverse tipologie di cellule, ognuna con funzioni specifiche ma con un obiettivo comune: difenderci da attacchi esterni, provenienti da batteri e parassiti, ma anche dalle nostre stesse cellule impazzite. Il sistema immunitario è una complessa rete integrata di mediatori chimici e cellulari, di strutture e processi biologici, sviluppatasi nel corso dell’evoluzione, per difendere l’organismo da qualsiasi forma di insulto chimico, traumatico o infettivo alla sua integrità. Per funzionare correttamente, un sistema immunitario deve essere in grado di rilevare un’ampia varietà di agenti, noti come agenti patogeni, dai virus agli elminti e distinguerli dal proprio tessuto sano dell’organismo. Il sistema immunitario protegge gli organismi dalle infezioni grazie ad una difesa di più livelli di crescente specificità. In termini semplici, le barriere fisiche impediscono agli agenti patogeni, come batteri e virus, di entrare nell’organismo. Se un patogeno supera queste barriere, il sistema immunitario innato fornisce una risposta immediata, ma non specifica. Il sistema immunitario innato si trova in tutte le piante e gli animali. Se patogeni eludono con successo anche la risposta innata, i vertebrati possiedono un secondo livello di protezione, il sistema immunitario adattativo, che viene attivato dalla risposta innata. Qui, il sistema immunitario adatta la sua risposta durante l’infezione migliorando il riconoscimento del patogeno. Questa migliore risposta viene poi mantenuta dopo che il patogeno è stato eliminato, in forma di una memoria immunologica, permettendo così al sistema immunitario adattativo di rispondere più velocemente e più efficacemente ogni volta che incontrerà nuovamente questo patogeno. Nella candidosi il viraggio da una forma all’altra dipende dall’equilibrio dinamico dato dalle caratteristiche aggressive del fungo e dalla sorveglianza del sistema immunitario dell’ospite. Quando le difese immunitarie sono indebolite, l’organismo perde la sua capacità di “controllo” sulla Candida. La funzione di sorveglianza immunitaria è svolta da diversi tipi cellulari e da diverse molecole con azione difensiva, tra questi ricordiamo i linfociti B e i linfociti T;derivano dalle cellule staminali ematopoietiche del midollo osseo. I linfociti B sono coinvolte nella risposta immunitaria umorale, mentre i linfociti T sono coinvolti nella risposta immunitaria cellula-mediata. Sia i linfociti B che T possiedono molecole recettoriali che riconoscono obiettivi specifici. I linfociti T riconoscono un bersaglio “non-self”, come un agente patogeno, solo dopo che gli antigeni sono stati elaborati e presentati in combinazione con un recettore “self” chiamato complesso maggiore di istocompatibilità. Esistono due principali sottotipi di linfociti T: i T killer e i T helper. In aggiunta vi sono le cellule T regolatorie che hanno un ruolo nella modulazione della risposta immunitaria. I linfociti T killer riconoscono solo gli antigeni accoppiati alle molecole MHC di classe I, mentre le cellule T helper e i linfociti T regolatori riconoscono solo gli antigeni accoppiati a molecole MHC di classe II. Questi due meccanismi di presentazione dell’antigene riflettono i diversi ruoli dei due tipi di linfociti T. Un terzo, sottotipo minore sono le linfociti T γδ che riconoscono gli antigeni intatti che non siano vincolati ai recettori MHC. I linfociti T γδ costituiscono un’esigua minoranza dei linfociti T ed esprimono un recettore alternativo TCR di tipo γδ rispetto ai linfociti T (αβ) CD4+ e CD8+, ma condividono le caratteristiche dei T helper, dei T citotossici e dei linfociti NK. A differenza degli altri linfociti possono attivarsi e rispondere direttamente, senza ulteriori segnali costimolatori. Questi linfociti non riconoscono complessi peptide-MHC, ma fosfantigeni, delle molecole a 5 atomi di carbonio contenenti residui di fosfato, fondamentali in quanto consentono il riconoscimento, da parte del recettore, del fosfantigene. La produzione dei fosfantigeni avviene nella via del mevalonato; essi sono degli intermedi, come il colesterolo e l’IPP (isopentenil pirofosfato). I linfociti T γδ sono relativamente più frequenti a livello del tratto gastroenterico, dove si suppone che svolgano un’attività di regolazione della risposta immunitaria (tale funzione sembra essere persa in corso di malattie come la celiachia). La funzione di sorveglianza immunitaria mediata da queste cellule e da molecole con azione difensiva agiscono insieme per attivare una risposta infiammatoria e immunitaria in caso di eccessiva proliferazione della candida. La componente del sistema immunitario presente a livello di tratto digerente è nota con il nome di “tessuto linfoide associato all’ intestino (GALT), ed è composto da numerosi tipi cellulari come linfociti, macrofagi, cellule dendritiche, che cooperano insieme per riconoscere gli agenti patogeni esterni, prevenirne l’intrusione ed eventualmente espellerli. Il GALT è un esempio di tessuto linfoide associato alla mucosa, che è responsabile della protezione delle mucose dagli attacchi degli agenti patogeni, sia nella risposta primaria sia in quella secondaria. L’apparato gastrointestinale infatti rappresenta una via di comunicazione con l’ambiente esterno ed è per gran parte popolato da microrganismi potenzialmente patogeni (in particolar modo l’intestino), ed è perciò necessaria una presenza forte del sistema immunitario a livello delle mucose affinché garantisca il controllo di tali popolazioni. Il GALT è formato da diversi tipi di tessuti linfatici che si trovano lungo le pareti intestinali a formare raggruppamenti o follicoli isolati: tonsille (anello di Waldeyer); adenoidi (tonsille faringee); placche di Peyer; aggregati linfoidi a livello dell’appendice e dell’intestino crasso; tessuto linfoide che normalmente tende ad accumularsi con l’età a livello dello stomaco; tessuto linfoide a livello dell’esofago; cellule linfatiche distribuite a livello della lamina propria dell’apparato digerente. Circa il 70% delle cellule del sistema immunitario, tra cui linfociti B e T si localizza lungo il tratto digerente dell’organismo immagazzinato in questi tessuti. Un sistema immunitario efficiente è strettamente influenzato dalla qualità della flora intestinale, questo infatti è fondamentale nel determinare sia lo sviluppo che la maturazione, attraverso il mantenimento della tolleranza immunologica e il corretto funzionamento dei linfociti T, le principali cellule implicate nella risposta immunitaria. Oltre al GALT, anche il muco presente nell’intestino ricopre un ruolo importante per la difesa del sistema immunitario intestinale. Il tessuto linfoide associato alle mucose (MALT) è responsabile dell’immunità a livello delle mucose cioè delle risposte umorali e cellulari che fanno seguito a stimolazione antigeniche locali. Le risposte umorali comportano produzione di immunoglobuline, soprattutto IgA che, attraverso l’epitelio, vengono trasportate sulla superficie delle mucose. Le risposte cellulari, prevalentemente di tipo citotossico, possono essere dirette contro cellule neoplastiche o contro cellule infettate da virus o da altri patogeni intracellulari. Il muco è costituito da glicoproteine chiamate mucine che hanno la funzione di lubrificare l’epitelio e proteggerlo da danni da sostanze nocive. E’ in grado anche di rafforzare la difesa grazie alla sua capacità di intrappolare e successivamente espellere, molti microrganismi dall’intestino, sfruttando anche i movimenti della sua muscolatura. Tutto ciò che porta ad una alterazione del sistema immunitario o a ridurne l’efficienza apre la strada a problematiche che possono essere determinate sia dagli attacchi provenienti dal mondo esterno, ma anche dalle aggressioni che partono dall’interno. L’efficienza delle difese naturali è, dunque, fondamentale per il nostro benessere psicofisico e, per proteggerle, è importante conoscere cosa potrebbe danneggiarle: ecco perché oggi vorrei parlarvi di alcune tra le principali cause di indebolimento del sistema immunitario!

Tra le cause di indebolimento del sistema immunitario più comuni si possono citare:

  • Cambi di stagione, in questo periodo di temperature incerte: il cambio di stagione porta con sé mutamenti ambientali e climatici che possono essere vissuti dal nostro organismo in maniera traumatica. Il passaggio da un clima caldo ad uno freddo, e viceversa, spesso ci coglie impreparati e destabilizza il nostro sistema immunitario;
  • L’uso di antibiotici, che agendo in modo non selettivo, determina non solo la morte dei batteri patogeni, ma anche quelli della flora fisiologica benefica, impoverendo quindi l’intestino anche dai Lattobacilli, cruciali per il controllo sulla Candida;
  • Le tipologie di stress sono tante: ansia, insonnia, allenamenti intensivi, quotidianità. L’elemento che le accumuna è, purtroppo, l’indebolimento che provocano al nostro sistema immunitario e, in generale, al nostro organismo. Ci porta ad essere molto più vulnerabili agli attacchi degli agenti esterni. Lo stress cronico, in particolare, indebolendo le difese a causa dell’incremento dei livelli dell’ormone cortisolo, dà il via libera a raffreddori e influenze di stagione, fino ad arrivare a problemi di salute più gravi. Da non dimenticare, infine, lo stress ossidativo causato dall’eccessiva produzione di radicali liberi, una delle conseguenze più note e dirette dell’invecchiamento prematuro e dell’indebolimento del sistema immunitario.
  • L’uso di farmaci cortisonici, appositamente impiegati per reprimere l’infiammazione e per trattare problematiche autoimmunitarie;
  • L’uso della pillola anticoncezionale, poiché alterando i livelli ormonali, da un lato indebolisce le naturali difese dell’area vulvo-vaginale e dall’altro può causare irregolarità nella funzione intestinale;
  • L’alimentazione ricca di lieviti, zuccheri e carboidrati raffinati, che rappresentano il nutrimento fondamentale della Candida. Come ricordiamo di frequente, l’alimentazione svolge un ruolo fondamentale per il nostro benessere psicofisico, e va integrata di volta in volta con cibi diversi a seconda delle necessità personali o dettate dalle circostanze. La carenza di vitamine e minerali, così come lo scarso apporto di ferro, magnesio, potassio, acido folico, vitamina D, zinco, può nel tempo indebolire il nostro sistema immunitario, rendendo meno efficace la sua azione di protezione.

References

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