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Bonifiche dei suoli: regole e tecnologie

Bonifiche dei suoli: regole e tecnologie

Come si contamina un suolo?

Il D.lgs. 372/99 di attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento all’Art.2, c.1 definisce: «inquinamento», l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento di beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Un sito è contaminato quando è contaminata una o più di una delle matrici ambientali che lo compongono: suolo, sottosuolo, falda acquifera.

Le potenziali sorgenti di contaminazione del suolo sono: il fall out da emissioni in atmosfera, la dispersione su aree industriali non adeguatamente pavimentate, le perdite da reti di distribuzione ed impianti, le discariche non impermeabilizzate, i serbatoi interrati e fuori terra, l’attività agricola e zootecnica ed i rifiuti abbandonati.

Una contaminazione sarà tanto più estesa quanto è maggiore l’entità del fenomeno iniziale; contribuiscono inoltre alla distribuzione del contaminante la natura chimica della sostanza, la forza di gravità, il tempo che intercorre prima dell’intervento di risanamento e l’acqua d’infiltrazione e di falda (trasporto del contaminante lontano dalla sorgente).

Quando un sito è definito contaminato?

Il D.lgs.152/06 definisce potenzialmente contaminato un sito nel quale le concentrazioni nel suolo o nella falda di determinati inquinanti, elencati in apposite tabelle (Tab.1 e 2 Allegate alla Parte IV, Titolo V) superano le concentrazioni soglia di riferimento (CSC).

La tabella 1, per il suolo, contiene due colonne, A e B, con CSC differenti e funzionali ai differenti usi del sito (verde-residenziale o commerciale-industriale). La tabella 2 contiene le CSC per la falda.

Le aree industriali dismesse, quelle su cui è avvenuto uno sversamento o quelle soggette ad una riqualificazione edilizio-urbanistica sono sottoposte ad un’indagine ambientale per individuare eventuali superamenti delle CSC.

Una volta verificato il superamento delle CSC il sito è definito potenzialmente contaminato: le CSC sono quindi da intendersi come livelli di attenzione e non come limiti rigidi di riferimento. La potenziale contaminazione viene poi compiutamente descritta con il Piano di Caratterizzazione.

Il Piano di Caratterizzazione è l’insieme delle attività atte a descrivere le caratteristiche qualitative del suolo e delle acque di falda ed a costruire il modello di potenziale contaminazione del sito.

A questo punto la norma prevede un passaggio successivo, l’Analisi di Rischio Sito Specifica, che valuta i valori riscontrati in funzione delle caratteristiche geologiche, idrogeologiche dell’area ed in base all’utilizzo definitivo del sito.

Solo dopo questo passaggio il sito potrà essere definito non contaminato o contaminato.

Se il sito è effettivamente contaminato deve essere sottoposto ad un intervento di bonifica.

Tecniche di bonifica

Le tecnologie di bonifica dei siti contaminati sono scelte in funzione delle caratteristiche del sito, della matrice, dei contaminanti e della compatibilità ambientale della tecnologia stessa.

Gli interventi di bonifica si possono classificare in base alla matrice da trattare: interventi sul suolo ed interventi sulle acque sotterranee.

Si possono classificare anche in base al metodo, chimico-fisici e biologici, o in base alla tipologia di trattamento, quali: trattamenti In Situ (il terreno contaminato non viene rimosso per essere trattato), trattamenti Ex Situ (il terreno contaminato viene rimosso per essere trattato).

I trattamenti ex situ possono poi dividersi in On Site (con impianti mobili utilizzati sul sito) e Off Site (con impianti fissi esterni alla zona contaminata).

Esiste anche la possibilità della Messa in Sicurezza Permanente (MISP) che prevede confinamento del materiale contaminato nel sito stesso mediante capping ovvero coperture impermeabili realizzate in diversi materiali.

Considerazioni generali sullo stato delle bonifiche

Purtroppo, nonostante il D.lgs.152/06 auspichi il ricorso a tecnologie in situ evitando così l’impatto ambientale dei mezzi di trasporto ed il trasferimento dei materiali contaminati in altre aree, la modalità di bonifica più frequentemente utilizzata è lo scavo e successivo conferimento in discarica (confinamento ex situ off site) o ad impianti di trattamento che mediante vagliatura e riduzione volumetrica producono materiali riciclati da utilizzare per riempimenti, sottofondi, ecc..

Questa situazione si verifica perché nella maggior parte dei casi non è il responsabile della contaminazione ad eseguire l’intervento di bonifica ma un soggetto terzo che ha interesse a riqualificare il sito per poter poi sviluppare progetti dai quali trarne ovviamente un beneficio economico.

Ciò comporta quindi la necessità di realizzare interventi il più possibile veloci ed efficaci.

Spesso invece gli interventi in situ, se basati su tecnologie di tipo biologico, durano troppo a lungo e non garantiscono il raggiungimento dei limiti di legge rendendo necessario un successivo intervento più risolutivo.

Cosa sono i SIN e i SIR?

Alcuni siti per estensione e per complessità sono stati definiti Siti di Interesse Nazionale (40) o Siti di Interesse Regionale (7). Alcuni esempi sono: SIN Area ex Falck di Sesto San Giovanni, SIN Bagnoli, SIR Bovisa-Milano, SIR Cerro al Lambro.

In questi casi la competenza del procedimento di bonifica è del Ministero del Territorio e della Tutela del Mare per i SIN e delle regioni per i SIR.

I dati raccolti, contenuti nelle anagrafi/banche dati regionali, con esclusione dei SIN ci indicano sul territorio nazionale circa 29.700 siti registrati, di cui oltre 13.200 hanno concluso il procedimento di bonifica.

Fonti


D.lgs. 372 del 1999

D.lgs. 152 del 2006

ISPRA

Dott.ssa Annalisa Gussoni

E’ nata a Milano il 29 agosto 1961. Dopo il diploma di liceo Classico ha conseguito la laurea in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Milano, il 14 ottobre 1986, riportando la votazione di 110/110. Ha superato, al termine del tirocinio obbligatorio (gennaio 1987- gennaio 1988), l’esame per l’abilitazione alla professione di biologo nel 1988. E’ iscritta all’Ordine Nazionale dei Biologi dal 1988. Ha svolto la libera professione come consulente ambientale a partire dal 1988 collaborando sia con aziende private che con enti pubblici. Nel frattempo ha lavorato per circa dodici anni, dal 2000 al 2011 presso il Settore Politiche Ambientali del Comune di Milano, prima come dirigente e poi come direttore, dove ha partecipato ai più importanti progetti in campo ambientale. Nel periodo di libera professione è stata responsabile per dieci anni di un laboratorio di microbiologia dove si è occupata sia di microbiologia ambientale che di microbiologia degli alimenti seguendo numerosi corsi di formazione ed aggiornamento. La passione per lo studio dei rapporti tra nutrizione ed ambiente ha portato, nel 2013, all’avvio dello studio professionale come biologa nutrizionista. Da allora ha seguito numerosi corsi di approfondimento, ha organizzato eventi per la promozione della Dieta Mediterranea (DM) ed ha collaborato, nel 2014, con lo Studio di Ginecologia del Dott. Franco Vicariotto sul tema dell’alimentazione in menopausa. La sua visione dell’importanza dei rapporti tra ecologia e nutrizione ha trovato pieno conforto con l’ultima revisione della piramide alimentare della DM in cui per la prima volta un lato della piramide è dedicato all’impatto ambientale. In generale ha ottime capacità di rapportarsi sia con i collaboratori che con i pazienti, nonché una spiccata attitudine a parlare e promuovere le proprie competenze in pubblico.

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