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Allergia o Intolleranza? Impariamo a riconoscerle!

ALLERGIE ED INTOLLERANZE: QUALI SONO LE DIFFERENZE? COME DIAGNOSTICARLE?

I termini ALLERGIA e INTOLLERANZA vengono usati sempre più spesso per indicare delle sensazioni di malessere in seguito all’ingestione degli alimenti. Questi termini vengono ormai usati, anche quando si è davanti a un’avversione psicologica nei confronti di un determinato cibo.

Una dieta scorretta o alterazioni gastrointestinali come la sindrome da intestino irritabile, diverticolite, gastrite, possono determinare una sintomatologia attribuibile erroneamente ad allergie o intolleranze.

I sintomi delle allergie possono essere comuni a quelli delle intolleranze, mentre altri sono specifici.

Entrambe sono reazioni avverse, manifestazioni indesiderate e impreviste, conseguenti all’ingestione di uno o più alimenti.

ALLERGIE                           

L’ALLERGIA è causata da una anomala reazione immunologica mediata da ANTICORPI della classe IgE, che reagiscono verso componenti alimentari di natura PROTEICA. L’allergia può manifestarsi in età PEDIATRICA o ADULTA. Nel primo caso spesso regredisce, mentre se si manifesta in età adulta tende a persistere.

I SINTOMI dell’allergia si manifestano poco tempo dopo l’assunzione di un particolare alimento, da pochi minuti fino a poche ore, e possono interessare diversi organi e apparati. Può essere coinvolta la cute con orticaria, l’apparato gastro-enterico con nausea e vomito, l’apparato respiratorio con occlusione nasale e l’apparato cardio-circolatorio con aritmie.

La gravità dell’allergia dipende dal tipo di proteina verso cui il soggetto sviluppa gli anticorpi IgE. Ci sono infatti PROTEINE RESISTENTI alla cottura e alla digestione gastrica, responsabili di reazioni sistemiche, come nella soia e nelle nocciole. Ci sono poi proteine TERMO e GASTRO LABILI, che causano sintomi locali e più lievi, come nella mela, pesca, carote, melone e pera.

Gli alimenti che maggiormente sono responsabili delle allergie sono la pesca, i crostacei, arachidi, soia, pesce, frutta a guscio, uovo, latte e derivati.

In particolare, l’ALLERGIA AL FRUMENTO può realizzarsi per la produzione di IgE diretti verso diverse proteine, dalle gliadine alle alfa-amilasi. Nel caso del LATTE, sono le caseine o le sieroproteine a fungere da allergene. Per l’UOVO, sono le proteine dell’albume i principali allergeni, in particolare ovoalbumina e ovomucoide.

Nel caso della CELIACHIA, il sistema immunitario reagisce contro le PROLAMINE, complesso proteico del frumento, orzo, segale, avena e mais. E’ una patologica cronica che, in seguito all’ingestione di glutine attiva, una risposta immune mediata dai linfociti T con produzione di anticorpi IgA e IgG, e danno della mucosa con atrofia dei villi.

Per la diagnosi si effettua il dosaggio degli anticorpi IgA anti transglutamminasi tissutale e anticorpi anti endomisio.

DIAGNOSI ALLERGIE

Per diagnosticare le allergie alimentari può essere effettuato il PRICK TEST. Si effettua usando degli estratti allergenici purificati presenti in commercio, o con alimenti freschi del mondo vegetale (prick by prick) che non sono presenti in commercio come estratti. Se il test risulta negativo, significa che c’è un’assenza di IgE. La positività del test può indicare solo sensibilizzazione all’alimento e non che ci sia una vera e propria allergia, da confermare con una dieta ad eliminazione.

Un altro test è il RAST o equivalenti, per la ricerca di IgE totali e specifiche nel siero. Anche in questo caso, la negatività non esclude allergia e la positività può indicare solo sensibilizzazione.

In generale, a causa della loro bassa specificità, è facile avere falsi positivi. La diagnosi potrebbe essere quindi confermata con una stretta eliminazione del cibo sospetto, seguita dalla sua reintroduzione graduale. L’eventuale recidiva dei sintomi, permetterà di confermare o identificare il cibo non tollerato.

Altri test sono il Test in vivo di scatenamento orale e i Test con metodiche sierologiche con molecole ricombinanti.

INTOLLERANZE

Le INTOLLERANZE alimentari non sono dovute a reazioni del sistema immunitario, come nelle allergie, e i sintomi variano in base alla quantità ingerita dell’alimento non tollerato. I sintomi coinvolgono prevalentemente l’apparato gastro-enterico, con gonfiore addominale, diarrea, dolori addominali. Possono coinvolgere la cute e più raramente altri apparati.

Le intolleranze si dividono in INTOLLERANZE per DIFETTI ENZIMATICI, intolleranze FARMACOLOGICHE e da ADDITIVI.

Tra le intolleranze per difetti enzimatici, la più diffusa è quella al LATTOSIO, causata dalla mancanza di un ENZIMA, la LATTASI, che scinde il lattosio in glucosio e galattosio. Non tutti i soggetti con deficit di lattasi avvertono i sintomi quando assumono un alimento contenente lattosio, perché esistono diversi gradi di deficit dell’enzima.

Le intolleranze farmacologiche sono causate dall’effetto farmacologico di sostanze contenute in alcuni alimenti, come l’Istamina (vino, pomodori, spinaci ecc..), la Tiramina (vino, birra, formaggi stagionati ecc..), Caffeina, Alcool, Solanina (patate), Triptamina (pomodori e prugne), Feniletilamina (cioccolato), Serotonina (banane, pomodori).

Ci sono poi intolleranze provocate da additivi come i solfiti, nitriti, benzoati, per i quali non è ancora dimostrato un meccanismo immunologico.

DIAGNOSI INTOLLERANZE

L’unico test scientificamente accreditato per le intolleranze è il BREATH TEST per il lattosio, che valuta nell’aria espirata i metaboliti che non vengono metabolizzati e assorbiti. In presenza di SIBO (Sovracrescita batterica intestinale), il test può dare un falso positivo.

Ci sono molte METODICHE ALTERNATIVE, che si sono dimostrate prive di credibilità scientifica e validità clinica, che propongono di identificare i cibi responsabili di allergie ed intolleranze. Tra questi l’analisi del capello, il test citotossico e il dosaggio delle IgG 4.

BIBLIOGRAFIA

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Vittoria Candita

Avocado: Must have o Avoid have?

L’avocado è un frutto americano la cui produzione è stata avviata all’inizio del Novecento dagli Statunitensi. Cresce su una pianta appartenente alla famiglia delle Lauraceae ed è un frutto climaterico, continua a maturare anche una volta raccolto. In USA ci sono più di 20 varietà di avocado, tra cui l’HASS è quello con il sapore migliore. In cucina va di moda, ormai si trova in tante preparazioni, salse che accompagnano la pasta o il pane, nelle insalate, nei menù giapponesi.

L’avocado è  un frutto ricco di vitamine come la vitamina A, C, K1, E, B6, sali minerali come sodio, potassio e magnesio, luteina, fitosteroli, folato, acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi. 100g apportano 231Kcal.  Studi recenti dimostrano che il consumo di avocado aiuta a sostenere la salute cardiovascolare. Il suo consumo è stato associato a una migliore qualità generale della dieta e alla riduzione della sindrome metabolica.

La polpa di avocado ha effetti benefici sulla salute cardiovascolare. Il suo consumo quotidiano, in una dieta con un moderato apporto di lipidi e colesterolo, ha dimostrato una riduzione del colesterolo LDL e non di quello HDL.  Esperimenti sui ratti hanno dimostrato che un impasto di avocado  a ridotto contenuto calorico attenua gli effetti di una dieta ipercolesterolemica ad alto contenuti di fruttosio, probabilmente per la presenza di polifenoli, carotenoidi, clorofilla e fibre alimentari, in grado di ridurre lo stress ossidativo.

Il seme rappresenta una parte sottoutilizzata del frutto, ma ricerche attuali dimostrano che il seme può migliorare l’ipercolesterolemia e può essere utile nel trattamento dell’ipertensione, nelle condizioni infiammatorie e nel diabete. E’ stato anche scoperto che il seme ha proprietà insetticide, fungicide e antimicrobiche. La buccia e il seme sono ricchi di composti fenolici, catechine, procianidine con effetto antiossidante.

L’olio di avocado contiene acidi grassi monoinsaturi (MUFA), acidi grassi polinsaturi (PUFA), acidi grassi saturi, fibre, sali minerali, luteina, fitosteroli, colina e vitamine. Studi sui ratti dimostrano che l’olio di avocado riduce i livelli di trigliceridi, colesterolo LDL e VLDL, senza influenzare i livelli di HDL.  Quindi l’olio di avocado ha un effetto positivo sulla salute, come l’olio di oliva, perché causa cambiamenti positivi sugli indicatori biochimici correlati allo sviluppo della sindrome metabolica e sui marcatori della funzione epatica e riduce gli eventi infiammatori.

Bibliografia

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Vittoria Candita

BREAKFAST TIME: quanto è importante fare colazione

La colazione è un rito diffuso ovunque ma non tutti lo seguono: c’è chi salta la colazione per fretta a causa degli impegni mattutini, chi invece salta la colazione pensando che sia una scelta dimagrante, chi la salta perché non ha trovato gli alimenti giusti che possano dare sazietà fino a pranzo e la vede solo come un’introduzione di calorie superflue, chi la salta perché proprio non ne sente l’esigenza e chi per abitudine tramandata dai genitori.

La colazione viene inclusa nei tre pasti fondamentali della giornata ed etichettata come il pasto principale: ma  ci sono dati per sostenere questa affermazione?  Suddividere i pasti qualitativamente e quantitativamente è importante per mantenere sotto controllo l’ introito di calorie giornaliero e impedire il consumo di pasti abbondanti e sregolati. La colazione quindi ci può aiutare a non arrivare affamati a pranzo ma soltanto se scegliamo gli alimenti giusti. In particolare, è stato evidenziato un minor introito di cibo a pranzo, dopo una colazione con alimenti a basso IG (indice glicemico). La colazione ad alto IG è sì più appetibile, inizialmente, ma porta verso livelli di fame più alti all’ora di pranzo. Quindi diversi studi hanno dimostrato che la colazione ricca di carboidrati e fibre è il pasto meno appetibile, però che permette di avere un minor introito di cibo durante la mattinata e a pranzo, rispetto a una colazione ricca in grassi, meno saziante. Inoltre una colazione di qualità è stata associata ad un miglior profilo cardiometabolico. Importante è quindi guardare alla qualità degli alimenti. Diversi studi hanno messo in evidenza una diminuzione del BMI e del peso in seguito al consumo di una colazione con cereali integrali, latte scremato, frutta e succhi di frutta al 100%, in contrasto con i potenziali effetti negativi del saltare la colazione. Chi fa colazione è meno propenso ad essere in sovrappeso; inoltre la colazione può migliorare le funzioni cognitive legate alla memoria e può migliorare il rendimento scolastico. Quindi gli studi suggeriscono che la colazione, all’interno di una dieta e di uno stile di vita salutare, può avere un impatto positivo sulla salute e sul benessere dei bambini. Inoltre l’abitudine ad assumere la colazione sembra migliorare la risposta al glucosio e all’insulina durante il giorno. Sono sicuramente da consumare con moderazione i carboidrati semplici, prontamente disponibili, da accompagnare con cereali integrali e alimenti ricchi di fibre, proteine che aumentano la sazietà e la termogenesi indotta dalla dieta, e acidi grassi insaturi.

La colazione ideale deve contenere carboidrati e fibre, proteine e grassi. Facendo dei semplici esempi, possiamo optare per lo yogurt bianco magro o greco con cereali integrali, semi oleosi o frutta secca con tisane, centrifugati di frutta, caffè o tè verde (tutti senza zucchero aggiunto) o , per chi ama il salato a colazione, una fetta di pane integrale con ricotta  e frutta secca. Poniamo sempre attenzione se scegliamo prodotti industriali, come i cereali, barrette e gli stessi yogurt, per la presenza di zuccheri nascosti (evitando ad esempio gli yogurt alla frutta). Delle regole che valgono sempre sono quelle di rispettare le preferenze personali, bandire la monotonia nei piatti, soprattutto per i bambini e di prendere il giusto tempo per fare colazione, così che diventi un piacevole rito per iniziare la giornata, soprattutto se condivisa . Da sottolineare che la composizione dei pasti, inclusa la colazione, è sempre altamente personalizzata in base alle caratteristiche di ognuno, allo stato fisiologico e allo stile di vita.

BIBLIOGRAFIA

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Vittoria Candita

Malattie oncologiche: come possiamo prevenirle

Le regole per l’alimentazione della prevenzione delle malattie oncologiche spesso si confondono con quelle per la nutrizione nel paziente oncologico. L’alimentazione per la prevenzione è rivolta a soggetti sani e ha come obiettivo quello di evitare che si ammalino. Differenti sono gli obiettivi nel caso del paziente oncologico. Secondo l’OMS su 10 milioni di persone affette da malattie oncologiche, 3 o 4 milioni avrebbero potuto evitare di svilupparle attenendosi ad un’alimentazione corretta. I cambiamenti ambientali dell’ultimo secolo riguardanti sia l’alimentazione che l’attività fisica sono strettamente collegati con il rischio di patologie croniche, malattie oncologiche incluse. L’impatto del cibo sulla salute non è dovuto a un singolo alimento, ma a un pattern alimentare che, associato all’attività fisica e ad altri fattori (ad esempio genetici), può determinare la condizione nutrizionale e di salute dell’individuo.

Tra i fattori che si sono dimostrati associati ad un maggior rischio di cancro, quello più evidente è l’eccesso ponderale: le persone obese si ammalano di più di tumore. Da qui la prima raccomandazione di mantenersi normopeso tutta la vita.

Importante è quindi fare attività fisica ogni giorno e limitare il tempo che si trascorre seduti: l’esercizio fisico ha effetti positivi sia sulla prevenzione che sulla mortalità, progressione del cancro e sugli effetti collaterali delle terapie.

Seguite una dieta sana: mangiate alimenti integrali, verdura, frutta, legumi: questi alimenti sono ricchi di sostanze con attività biologica come acidi fenolici o tocoferoli (con attività antiossidante) o  grassi insaturi e fitosteroli (che possono influenzare il metabolismo lipidico), acido ellagico (in noci e melagrana), folati, sulforafano e indolo-3-carbinolo delle crucifere e varie vitamine. I prodotti integrali subiscono un processo di raffinazione ridotto al minimo, quindi contengono più vitamine, sali minerali, proteine e fibre dei prodotti raffinati. Inoltre per ogni 200g di frutta e verdura consumati, il rischio di cancro si riduce del 3%. Sono raccomandate almeno 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura. Preferite quindi alimenti a basso carico glicemico come ad esempio l’olio extravergine di oliva e i semi oleaginosi (noci, mandorle, nocciole, zucca, sesamo, pistacchi non salati, lino).

Limitate i cibi molto calorici (ricchi di zuccheri o grassi), con elevato IG ed evitate le bevande dolci: il consumo di alimenti con alto IG è correlato all’aumento moderato del rischio di cancro al colon-retto, della mammella e dell’endometrio. I cibi ad alta densità calorica sono quelli industrialmente raffinati, precotti e preconfezionati. Le bevande gassate e zuccherate sono totalmente da evitare perché forniscono molte calorie senza indurre il senso di sazietà.

Evitate la carne lavorata (carni in scatola, salumi, wurstel), limitate la carne rossa (ovina, suina, bovina e vitello) e i cibi ricchi di sale ( come quelli in scatola): un aumento degli alimenti ultra-trasformati nella dieta è associato ad un aumento del cancro generale ed al seno. Limitate quindi il consumo di prodotti confezionati, industriali, processati: gli alimenti ultra processati sono spesso caratterizzati da una minore qualità nutrizionale, dalla presenza di additivi, di conservanti e sostanze che si formano durante la produzione, lavorazione e conservazione degli alimenti.

Il consumo elevato di sale e cibi conservati sotto sale è associato al cancro dello stomaco. Utilizzate le spezie e le erbe aromatiche per insaporire i piatti (salvia, menta, timo, cannella, zenzero, curcuma e pepe, cumino ecc..) e non superate i 5g al giorno di sale.

Limitate il consumo di alcol a 1 bicchiere a pasto per gli uomini e 1 al giorno per le donne: uno studio ha dimostrato che il 10% dei decessi tra gli uomini e il 3% tra le donne è da imputare all’abuso di alcol. C’è un maggior rischio per le forme di cancro che interessano il cavo orale, dalla gola alla laringe, ma anche per i tumori di fegato, mammella e colon-retto.

Consumate alimenti contenenti fibre: la fibra alimentare esercita vari effetti protettivi nel tratto gastrointestinale. Inoltre c’è un’associazione inversa tra assunzione di fibre alimentari e rischio di cancro al seno. Una dieta ricca di fibre è associata a un basso rischio di sviluppare il cancro del colon-retto, grazie al ruolo del butirrato prodotto dalla fermentazione di queste.

Ponete particolare attenzione agli zuccheri nascosti in moltissimi prodotti industriali come i tè, le bevande gassate, i prodotti per la colazione (yogurt alla frutta, muesli, cereali vari, barrette, latte vegetale), minestre e sughi pronti, condimenti (come l’aceto balsamico o il ketchup), panature, succhi di frutta, prodotti da forno confezionati, salumi e wurstel.

Moderato consumo di latte e latticini: per molti anni il latte è stato ingiustamente sottovalutato a causa della sua associazione con malattie cardiovascolari, dislipidemie e obesità. Studi recenti mettono invece in evidenza che gli acidi grassi come l’acido butirrico e l’acido linoleico coniugato, i fosfolipidi e gli sfingolipidi del latte, sono potenziali agenti anticancerogeni. In particolare il consumo di yogurt è stato correlato a un ridotto rischio di sviluppare le malattie oncologiche.

Scegliete un’alimentazione varia e alimenti freschi: quello che è alla base della nostra dieta Mediterranea.

BIBLIOGRAFIA

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Vittoria Candita

Dieta mediterranea: La conosci davvero?

La Dieta Mediterranea riscuote sempre più attenzione per la sua relativa associazione inversa con le malattie cardiache e diverse forme di cancro. Il 16 Novembre 2010 a Nairobi, la dieta Mediterranea è stata riconosciuta dall’Unesco come  Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Questa dieta non è un programma alimentare, ma un vero e proprio stile di vita, tipico dei Paesi del bacino del Mediterraneo. I Paesi bagnati dal Mar Mediterraneo sono almeno 16, con diversa cultura, religione, condizione economica e politica e altri fattori che ne influenzano lo stile alimentare. Quindi la dieta Mediterranea non è unica, poiché differisce da paese a paese e anche tra le diverse regioni. Non è un determinato cibo ad essere buono o salutare, ma l’insieme della abitudini alimentari e dello stile di vita. Praticare la dieta Mediterranea significa tornare a un’alimentazione tradizionale, legata alla terra, al mare e alle variazioni stagionali dell’area mediterranea. Possiamo considerarla come l’insieme di modelli dietetici con caratteristiche comuni, influenzate da diversi stili di vita e profili genetici. La dieta di questi paesi mostra delle caratteristiche in comune, come un grande consumo di olio di oliva, frutta e verdura. Le caratteristiche principali di questa della dieta Mediterranea sono: un elevato consumo di olio extravergine di oliva, un elevato consumo di legumi, cereali, frutta, verdura e vegetali, frutta secca con guscio, moderato consumo di vino con preferenza verso il rosso, moderato consumo di formaggi, latte e derivati e basso consumo di carne e derivati. Questa dieta è così caratterizzata da un consumo bilanciato di alimenti ricchi di fibre, antiossidanti, grassi insaturi e probiotici e un basso consumo di grassi animali e di colesterolo. Le proteine sono ripartite tra proteine di origine animale e vegetale; i carboidrati sono rappresentati prevalentemente da amido e sono forniti in gran parte da frumento (pane e pasta) e in quantità minore da atri cereali  e da legumi secchi; la quantità di saccarosio, per il basso consumo di zucchero e di dolci, è bassa. I cereali e i legumi secchi hanno un potere saziante, sono fonte di carboidrati complessi, fibra, proteine, vitamine e minerali. I prodotti della pesca e l’olio apportano acidi grassi essenziali ed acido oleico e, insieme a un modesto consumo di latte e derivati e di grassi di origine animale, sono assicurati i rapporti percentuali tra acidi grassi polinsaturi, saturi e monoinsaturi. Anche il rapporto omega6/omega 3 è soddisfatto. Nota è l’azione degli omega3 nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, del cancro, dell’artrite reumatoide, psoriasi e cataratta e agiscono sulla pressione arteriosa, sulla funzione cardiaca e hanno effetti antiaggreganti e antinfiammatori . Un abituale consumo di pesce permette di soddisfare il fabbisogno di acidi grassi omega3. La frutta e la verdura, oltre ad essere fonte di vitamine e minerali, fornisce antiossidanti (acido ascorbico, alfa-tocoferolo, retinolo, beta-carotene). Inoltre la frutta e la verdura, insieme a olio, vino rosso, erbe aromatiche, aglio, cipolla, peperoncino offrono una elevata quantità di composti fenolici con azione antiossidante. Studi mostrano una riduzione del rischio di cancro alla bocca, laringe, faringe, esofago ed al colon-retto associata all’elevato consumo di frutta. Inoltre il consumo di verdura, contenente fitosteroli, è associato con una riduzione dei livelli di colesterolo nel siero. I polifenoli del vino rosso possiedono attività antiossidante e inducono un cambiamento del profilo delle lipoproteine, nella coagulazione e nella funzione endoteliale.

Quindi la dieta Mediterranea, affiancata all’attività fisica, permette una riduzione delle malattie cardiovascolari, cardiopatie ischemiche e una riduzione del rischio di contrarre il diabete di tipo2 e sindrome metabolica. Inoltre questo tipo di dieta riduce l’incidenza del diabete mellito gestazionale.

Il modello alimentare italiano è stato aderente al modello mediterraneo fino agli anni ’60. Oggi conserva solo pochi aspetti della “vera” dieta Mediterranea, in cui si consumavano cibi naturali, senza additivi o conservanti chimici e quasi tutto veniva consumato fresco o nell’arco di pochi giorni, osservando un consumo di proteine vegetali minore e un aumento di grassi di origine animale, con conseguente aumento dell’obesità.

Esiste un indice di adeguatezza mediterranea (IAM) per valutare quanto lontana da un modello dietetico di riferimento sia l’assunzione di un determinato tipo di cibo, ottenuto dividendo la somma della percentuale di energia totale ottenuta dai gruppi alimentari definiti come “mediterranei” (pane, cereali, legumi, patate, frutta, pesce, vino rosso, olio vegetale) per la somma della percentuali di energia totale fornita dai gruppi alimentari definiti “non mediterranei” (latte, formaggio, carne, uova, grassi animali e margarina, bevande dolci, biscotti/torte, zucchero).

 

Dott.ssa Vittoria Candita

 

BIBLIOGRAFIA

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Le indicazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto con il medico. E’ pertanto opportuno consultare il proprio medico curante e/o lo specialista.

 

 

Vittoria Candita

La Caffeina: Alleata o nemica?

La caffeina è un alcaloide naturale derivato dalla xantina ed è contenuta in varie specie vegetali tra cui le piante del genere Coffea, la pianta del the, la pianta del cacao e il Guaranà. Negli ultimi anni è aumentato il mercato di prodotti che la contengono: si può trovare in bevande come caffè, ma anche the, nella Coca Cola, in alcuni farmaci, integratori e cosmetici. Una lattina di Coca Cola può contenere circa 30 mg di caffeina. Mentre una tazzina di caffè intorno a 80 mg.

La caffeina è uno stimolante del sistema nervoso centrale, influenza l’espressione circadiana genica e il metabolismo ed è quindi probabilmente la sostanza psicoattiva più diffusa al mondo. Inoltre è un rinforzatore positivo, ossia una sostanza la cui esposizione aumenta la probabilità di ricerca della medesima. La presenza di sindrome da astinenza da caffeina è stata osservata sia negli animali da esperimento  che nell’uomo. Nel ratto l’astinenza da caffeina si manifesta con alterazioni dell’attività motoria spontanea e con insorgenza di ansia. Nell’uomo invece l’astinenza provoca numerosi sintomi come stanchezza, nervosismo, cefalea, ansia, aumento della frequenza cardiaca e occasionalmente nausea,vomito e tremore. I sintomi iniziano 12-24 ore dall’improvvisa sospensione di un consumo a lungo termine  e raggiungono il picco tra 20 e 48 ore.  Sintomi da astinenza sono stati riscontrati in neonati nati da madri forti consumatrici di caffè ed in adolescenti consumatori di bevande contenenti caffeina. Gli effetti di alte dosi di caffeina, dai 500 mg in su, vengono racchiusi nel termine “caffeinismo” (aggiunto ai DSM3 E 4; DMS: manuale diagnostico dei disturbi mentali ). Anche una piccola astinenza, come saltare il caffè mattutino, può produrre sintomi spiacevoli. Nonostante ciò, la caffeina non soddisfa in pieno i criteri del DMS4che descrivono la farmacodipendenza e per tale motivo la caffeina non è ritenuta una sostanza d’abuso ma solo uno psicostimolante atipico.

Secondo diversi studi ,per un soggetto sano, una dose moderata di caffeina corrisponde a 400 mg al giorno (per un soggetto di 65 kg), quindi 5 caffè, senza avere effetti avversi di tossicità, effetti cardiovascolari, sul bilancio di calcio, cambiamenti nel comportamento negli adulti, sull’incidenza del cancro e sulla fertilità maschile. Ovviamente l’influenza della caffeina sul corpo umano è condizionata dal metabolismo individuale della caffeina che dipende, a sua volta, da fattori endogeni ed ambientali. Inoltre studi specifici dimostrano che donne in età riproduttiva e bambini sono soggetti a rischio che possono richiedere consigli specifici per un’assunzione moderata di caffeina. Viene suggerito che le donne in età riproduttiva dovrebbero consumare una quantità di caffeina minore o uguale a 300 mg al giorno (4,6 mg per kg di peso corporeo) mentre i bambini una quantità minore o uguale a 2,5 mg per kg di peso corporeo. In particolare nella donna in gravidanza, il metabolismo della caffeina è rallentato e la caffeina e i suoi metaboliti possono attraversare liberamente la placenta in un feto. Per questo motivo, le donne in gravidanza devono limitare l’assunzione di caffeina.

Degli studi inoltre provano che le proprietà gratificanti della nicotina possono essere modificate dall’esposizione cronica alla caffeina: i fumatori consumano caffeina per migliorare gli effetti della nicotina. La caffeina quindi può diventare un fattore importante nel mantenere la tendenza a fumare.

La caffeina è comunque un alimento funzionale. Un alimento funzionale è  un alimento con proprietà che influenzano positivamente specifiche funzioni dell’organismo e che contribuiscono a mantenere o migliorare uno stato di salute e di benessere o a ridurre il rischio di patologie, grazie alla presenza di componenti presenti naturalmente o aggiunti. La caffeina ha un effetto benefico sui muscoli, cervello(rallenta la degenerazione dei neuroni) e intestino (incrementa la motilità intestinale) e aumenta la lipolisi, ma d’altra parte può aumentare la pressione arteriosa, anche se per breve tempo a basse dosi, e aumenta la produzione di adrenalina e quindi la sensibilità allo stress e causa irritabilità ed ad alte dosi aumenta la tachicardia e a livello delle ossa può incrementare la perdita di calcio.

In esperimenti condotti su topi , l’assunzione abituale di caffeina ha impedito il declino della memoria durante l’invecchiamento e ridotto il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Inoltre ci sono crescenti evidenze che sottolineano una riduzione del rischio di sviluppare diabete di tipo 2 nei bevitori regolari di caffè, 3-4 tazze al giorno. Questo effetto è dovuto probabilmente alla presenza di acidi clorogenici e di caffeina, i due componenti presenti in concentrazione più alta nel caffè, dopo il processo di tostatura.

Dott.ssa Vittoria Candita

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Vittoria Candita