• +393202503490
  • scienzintasca@gmail.com

Archivio degli autori

Pensavo fosse allergia … invece era FPIES

“ Dottore, sono molto spaventata! Il mio bambino ha vomitato un paio d’ore dopo aver mangiato ed ora dorme profondamente; non riesco a svegliarlo!”

Di fronte ad una telefonata del genere , il pediatra potrebbe dare un paio di tipi di risposte, riassunti come segue:

  1. “Non si preoccupi signora, può essere un virus gastrointestinale”
  2. “Che cos’ha mangiato? … Potrebbe essere una reazione allergica”

Nel primo caso, quando riceverà la seconda telefonata della mamma, preoccupatissima per il ripetersi dell’episodio, probabilmente passerà alla seconda tipologia di risposta; chi, invece, darà direttamente la seconda risposta si troverà di fronte ad indagini per allergie alimentari completamente negative. Intanto il bambino sarà stato messo a dieta per alimenti “sospetti” senza la certezza di aver risolto il problema.

Se non sia stato fatto prima, sarà allora il caso di pensare a qualcos’altro (con o senza l’aiuto auspicabile di uno specialista allergologo). Ma a cosa?

Il nome completo è quasi impronunciabile, soprattutto per chi non è molto bravo con l’inglese: Food Protein – Induced Enterocolitis Syndrome; sarà molto più semplice usare la sua sigla, FPIES.

Si tratta di una sindrome indotta dalle proteine del cibo, non Ig-E mediata: questo spiega perché i test per allergie risultino negativi. Dopo un intervallo di 1- 6 ore dall’assunzione delle proteine incriminate compare un intenso attacco di vomito, talvolta accompagnato da diarrea; segue uno stato di ipotensione e letargia, dopodiché il soggetto interessato ritorna in completo benessere.

L’unica strada per farne diagnosi è il TPO, cioè il Test di Provocazione Orale, durante il quale vengono somministrati gli alimenti sospetti per trovare quello che scatena la sindrome.

Qual è il meccanismo alla base della FPIES? Purtroppo non siamo ancora in grado di rispondere con precisione a tale domanda. Probabilmente le proteine alimentari scatenano un’infiammazione locale sulle pareti del tubo digerente causando i sintomi gastrointestinali caratteristici.

Latte e soia sono i cibi più frequentemente responsabili di FPIES; tra quelli meno comuni troviamo grano, uova, pesce e legumi. Nella maggior parte dei casi, le reazioni sono scatenate da una singola tipologia di alimento, anche se, qualche volta, gli alimenti scatenanti potrebbero essere multipli.

Sebbene ci troviamo di fronte ad una sindrome prevalentemente pediatrica, non sono rari dati riguardanti gli adulti.

Si guarisce? Generalmente si; tuttavia non mancano casi in cui la FPIES si sia convertita in allergia alimentare Ig-E mediata.

L’unica modalità di cui oggi disponiamo per il suo trattamento è l’eliminazione degli alimenti scatenanti  fino alla loro re-introduzione, da testare sotto forma di TPO in ambiente medico controllato.

BIBLIOGRAFIA

  • Khanna N et al. FPIES: Reviewing the Management of Food – Protein Induced Enterocolitis Syndrome. Case Rep Pediatr. Epub 2016 Mar 8.
  • Michelet M et al. Food protein-induced enterocolitis syndrome – a review of the literature with focus on clinical management. J Asthma Allergy. 2017; 10: 197-207.
Giusy Sabatino

E se i batteri “pensassero” alla nostra salute mentale?

Quante volte abbiamo sentito dire che l’intestino è il nostro secondo cervello?

Tra il sistema nervoso centrale e la fitta rete di cellule nervose che troviamo nell’intestino (il cosiddetto sistema nervoso enterico) c’è, infatti, un’intensa e continua comunicazione bidirezionale. Un po’ tutti ne abbiamo sperimentato gli effetti: chi non ha mai sofferto di mal di pancia o addirittura di attacchi incontrollabili di diarrea prima di un esame o di un evento importante nella propria vita? Quanti hanno avuto le famose farfalle allo stomaco dopo essere stati colpiti dalle frecce di Cupido?

Che intestino e cervello possano comunicare è noto da lungo tempo; tuttavia, è stato scoperto che in questa via di comunicazione gioca un ruolo molto importante anche un altro attore: il microbiota intestinale.

Le nuove frontiere dell’immunologia già sembrano puntare molto sulla grandissima comunità di microbi che popola il nostro apparato digerente e in particolare l’intestino. Tra le funzioni benefiche più importanti che vengono riconosciute al microbiota, ricordiamo:

  • Mantiene continuamente un basso livello di infiammazione intestinale, necessario, soprattutto nei primi anni di vita, per un sano sviluppo del sistema immunitario
  • Dalla funzione precedente scaturisce prevenzione per allergie, asma, dermatiti, patologie autoimmuni, nonché protezione da infezioni batteriche e virali
  • E’ fondamentale per una corretta funzionalità intestinale: sono ormai di uso comune i cosiddetti probiotici, tanto nella cura quanto nella prevenzione di stipsi e diarrea

L’aspetto più affascinante risiede nel fatto che i minuscoli abitanti dell’intestino siano in grado di influenzare anche le funzionalità nervose; infatti, ormai si parla di asse cervello – intestino – microbiota. Lungo tale asse le informazioni corrono tra un membro e l’altro in maniera bidirezionale: ciò significa che non è soltanto il cervello a poter inviare comandi o comunque messaggi in generale ad intestino e microbiota, ma che anche questi ultimi due possano a loro volta influenzare il cervello stesso. In particolare il microbiota può inviare segnali al cervello sia attraverso i neuroni del sistema nervoso enterico, sia attraverso le vie nervose esterne all’intestino, nonché tramite percorsi neuro-endocrini.

Pensare che i batteri intestinali riescano a controllare in qualche modo i processi nervosi ha un fascino enorme. Gli studi condotti finora non sono ancora molto chiari in merito ai meccanismi di tali intrecci biologici. Tuttavia il principio di base sembrerebbe essere molto semplice: in tutte le persone con disturbi riguardanti il sistema nervoso (depressione, autismo, malattie neurodegenerative, ecc.) i livelli di citochine infiammatorie sono molto alti; i batteri “buoni”, i cosiddetti psicobiotici, sono in grado di abbassare tali livelli per mezzo di attività biochimiche, e questo non può che riflettersi positivamente sulla salute mentale.

Pertanto, pensare al ripristino dell’eubiosi, cioè il sano equilibrio tra le varie specie microbiche che popolano il nostro organismo (in particolar modo l’intestino), potrebbe essere un validissimo supporto per la prevenzione o addirittura la cura delle malattie del sistema nervoso.

BIBLIOGRAFIA

  • Wang HX, Wang YP. Gut Microbiota-brain axis. Chin Med J. 2016. 129 (19): 2373-80.
  • Dinan TG, Cryan CF. Brain-gut-microbiota axis and mental health. Psychosom Med. 2017. 79(8): 920-926.
  • Lowry CA et al. The microbiota, Immunoregualation, and Mental Health: Implications for Public Health. Curr Environ Health Rep. 2016. 3(3): 270-86.

Giusy Sabatino

Digiuno intermittente post–festività: soltanto un espediente per dimagrire?

“Dopo tante abbuffate mi ci vorrebbe un po’ di digiuno!”.

Se un avo preistorico potesse ascoltare frasi del genere, tipiche dei giorni successivi all’Epifania, riderebbe di gusto. Eh già … perché per il nostro arci – nonno Homo sapiens il cibo in eccesso costituiva l’ultimo dei problemi; infatti, aveva ben poco nutrimento e per garantirsene il minimo necessario era costretto a vagare per procacciarsene con vigore e tenacia. Il nostro nonnetto è cresciuto e sopravvissuto in condizioni tutt’altro che confortevoli, tali da educare i geni che ci ha lasciato in eredità a risparmiare energia. In parole povere, se oggi ci lamentiamo di metabolismi troppo lenti “la colpa” è proprio dei nostri antichissimi antenati. Ne consegue che il corpo umano è fatto per mangiare poco; osservare un po’ di digiuno non potrebbe che essergli di giovamento.

Con l’espressione DIGIUNO INTERMITTENTE non facciamo riferimento ad uno specifico protocollo dietetico, bensì ad una serie di strategie che prevedono brevi periodi di digiuno, reale o simulato, i quali possono andare dalle 8 alle 36 ore. Tra i protocolli più famosi ricordiamo:

  • Eat stop eat: 24 ore di digiuno reale (1-2 volte a settimana)
  • Alternate day fasting: 36 ore di digiuno reale (1-2 volte a settimana)
  • Dieta del guerriero: un unico e abbondante pasto a sera (può essere osservata quotidianamente)
  • Dieta mima digiuno: 5 giorni di digiuno simulato (2-3 volte l’anno) con ingestione di piccoli e frugali pasti a ridotto contenuto di carboidrati e proteine

Il solo pensiero di affrontare un periodo di restrizione dietetica, seppur breve, spaventa; tuttavia i benefici che ne conseguono sono notevoli. Quello che interessa alla maggior parte delle persone, specialmente in questo periodo dell’anno, è la perdita dei chili di troppo. Di certo, un digiuno intermittente non li deluderà. Ad esempio, è stato osservato che un’ alternate day fasting condotto per 3-12 settimane riesce a ridurre il peso del 3-7% e la massa grassa da 3 a 5,5 Kg.

La cosa davvero interessante è che le conseguenze positive non si vedono soltanto sulla bilancia. I ricercatori sono alla costante ricerca dei meccanismi molecolari responsabili di un ventaglio di effetti benefici sempre più ampio: riduzione dei livelli di colesterolo totale e LDL, trigliceridi e marker infiammatori, riduzione dell’insulinoresistenza, prevenzione e contrasto a diabete, cancro, malattie intestinali, cardiovascolari e neurodegenerative, stimolo all’imbrunimento del tessuto adiposo bianco.

Questa lunga serie di risvolti positivi potrebbe contribuire nel lungo termine alla realizzazione del sogno della longevità; infatti, il digiuno terapeutico è sorprendentemente capace di muoversi così tanto in profondità da arrivare al DNA, promuovendone la riparazione e rendendo le cellule sane sempre più competenti, efficaci e forti mentre indebolisce fino alla morte quelle danneggiate e potenzialmente dannose.

Sono molti i falsi miti duri a morire che ruotano attorno a questa strategia dieto – terapica, che sembra essere davvero grandiosa. Pertanto, qualora la si voglia sperimentare, è bene stare lontani dal fai-da-te e affidarsi ad un professionista della nutrizione, il quale sarà in grado di trovare la  migliore strategia per ciascun individuo in funzione delle sue specifiche condizioni fisiopatologiche, seguendolo e monitorandolo nella maniera più opportuna. Inizialmente, l’idea della fame sarà un picchiettio martellante; ben presto, però, sarà oscurata dalla sensazione di purificazione, benessere ed energia pura che non tarderà ad arrivare. Inoltre, molto spesso si registra la capacità di evitare eccessi una volta ritornati alle normali abitudini alimentari (relativa soprattutto agli zuccheri).

Nonno homo sapiens, lo so, forse tutta questa teoria ricamata attorno a quelle che per te erano abitudini scontate ti sembrerà superflua. Perdonaci, noi umani moderni abbiamo tanto bisogno di riscoprire il significato vero delle cose semplici.

Giusy Sabatino

BIBLIOGRAFIA

Tinsley G et al. Effects of intermittent fasting on body composition and clinical health marker in humans. Nutr. Rev. 2015 Oct; 73(10): 661-74.

Mattson MP et al. Impact of intermittent fasting on health and disease processes. Ageing Res Rev. 2017 Oct; 39: 46-58.

Li G et al. Intermittent fasting promotes white adipose browning and decreases obesity by shaping the gut microbiota. Cell Metab. 2017 Oct 3; 26(4):672-685.

Giusy Sabatino

Una Mela Annurca al giorno potrebbe togliere… la calvizie di torno

La chiamano la regina delle mele. Nonostante il suo aspetto minuto, la Mela Annurca (o melannurca) si rivela essere benefica per moltissimi aspetti della nostra salute.

Se è vero che solo negli ultimi anni le è stato conferito il marchio IGP, i campani la conoscono bene da tempo immemore: è raffigurata in dipinti degli scavi di Ercolano! Originaria di Pozzuoli, mitologico ingresso degli Inferi, fu originariamente chiamata Mala Orcula, in quanto prodotta nei pressi dell’Orco; nei secoli, tale appellativo ha subito vari mutamenti sino all’attuale Mela Annurca.

Raccolta ancora acerba, viene adagiata su sostegni di paglia, i cosiddetti melai, dove mani pazienti la rigirano fino al raggiungimento del suo colore caratteristico.

Succosa e croccante, è apprezzata da tutti anche per le sue proprietà diuretiche ed ipocolesterolemizzanti. Tuttavia, negli ultimi anni, i ricercatori stanno approfondendo un’altra eccezionale qualità che le appartiene; infatti, è ricca di polifenoli utili per contrastare la calvizie.

Il 50% della popolazione mondiale è interessato dal problema del diradamento del cuoio capelluto, per il quale la scienza è da tempo alla ricerca di una soluzione. In passato, sono stati proposti dei farmaci, ai quali, però, si associavano effetti collaterali. Pertanto, ci si è concentrati sulla ricerca di sostanze naturali che potessero essere molto più efficaci e sicure.

I fari dei laboratori di ricerca sono stati puntati sui polifenoli, noti antiossidanti; in particolare, grossa attenzione è stata data alla procianidina B2, inizialmente estratta dai semi d’uva. Tale sostanza è risultata essere molto abbondante nelle mele e, tra tutte le varietà, quella che ne vanta il maggior contenuto è proprio la Mela Annurca.

Un recente studio ha sperimentato gli effetti dell’utilizzo di estratti di procianidina B2 prima in vitro, su cellule del cuoi capelluto, e poi in vivo, attraverso la somministrazione orale di capsule contenenti la sostanze in esame.

Dagli esperimenti in vitro è stato rilevato nelle cellule un aumento della concentrazione di cheratina, la proteina costituente il capello, mentre da quelli in vivo è scaturito un aumento del numero di capelli e del loro peso, nonché del loro contenuto in cheratina, dopo un periodo di due mesi.

Ma come fa la procianidina B2 a dare questi risultati? Ad oggi, non sappiamo dare una risposta precisa a tale domanda. Da studi condotti sui topi, sembrerebbe che la molecola polifenolica sia in grado di inibire molte reazioni, tra le quali importantissima è l’ossidazione degli amminoacidi che, in tal modo, possono essere risparmiati per la sintesi della catena proteica della cheratina.

C’è ancora tanto da approfondire e molti punti vanno chiariti. Certo, gli studi citati sono stati eseguiti attraverso l’impiego di estratti concentrati ed adeguatamente formulati, ma resta pur sempre vero che, alla luce di queste notizie, mangiare una Mela Annurca potrebbe avere degli effetti benefici contro il diradamento dei capelli, anche in via preventiva.

Da oggi, la regina delle mele ha un’altra pietra preziosa da mettere sulla sua corona!

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Tenore GC et al. Annurca Apple nutraceutical formulation enhances keratin expression in a human model of skin and promotes hair growth and tropism in a randomized clinical trial. J Med Food. 2018 Jan; 21(1): 90-103.
  • Badolati N et al. Annurca Apple polyphenols ignite keratin production in hair follicles by inhibiting the pentose phosphate pathway and amino acid oxidation. 2018 Oct 2; 10(10).
Giusy Sabatino

Chi potrà salvare i celiaci dal gluten free?

“Stasera pizza?”, “Domani andiamo in quel ristorante dove fanno una carbonara favolosa?”, “Che ne dite di una birra?” … Proposte del genere farebbero gola a chiunque, ma per un celiaco è tutta un’altra storia.

Di fronte alla prospettiva di quelli che normalmente dovrebbero essere allegri momenti di convivialità, il celiaco sa che, nella migliore delle ipotesi, potrà accettare l’invito soltanto se i suoi amici si accontenteranno di andare in posti dove il menu includa la pagina dei piatti senza glutine.

Gusto, relazioni sociali e praticità sono continuamente messi a dura prova nel quotidiano di una persona celiaca: è necessario stare continuamente in guardia da quelle proteine del glutine (note come gliadine), in grado di scatenare risposte autoimmuni, ad azione lesiva sulla mucosa intestinale. Ma quali sono i meccanismi responsabili di tutto ciò?

Dopo aver consumato un pasto contenente glutine, la gliadina, arrivata nel lume intestinale, subisce una modifica ad opera di un enzima noto come transglutaminasi tissutale; una volta trasformata, si lega sulla superficie di particolari cellule del tipo DQ2/8 (tipicamente presenti in un celiaco) che, riconoscendola come un agente estraneo e quindi pericoloso, innescano meccanismi di protezione. Ne deriva la produzione di anticorpi anti-gliadina, anti-transglutaminasi e anti-endomisio, nonché la morte delle cellule intestinali, cui consegue l’appiattimento della mucosa.

Alla luce di questa breve spiegazione, risulta evidente quanto sia fondamentale l’eliminazione del glutine dalla dieta del celiaco (via il glutine, via le risposte auto lesive espletate dal sistema immunitario), ad oggi l’unica strategia d’intervento adottata dopo la diagnosi della patologia. I ricercatori, tuttavia, non si sono arresi e hanno in cantiere numerosi studi, che aprono le strade a nuove tipologie di interventi terapeutici.

Primo fra tutti, merita di essere menzionato il NexVax2, un vaccino utile per il trattamento dei celiaci con gentotipo DQ2.5, il più frequente. Peptidi della gliadina vengono iniettati per via cutanea: il sistema immunitario impara a riconoscerli e tollerali, in maniera tale da avere una remissione di segni e sintomi. Gli studi in merito all’efficacia ed alla sicurezza del vaccino procedono in maniera ottimale e mantengono vive buone speranze.

Ad accendere altre luci nel buio del trattamento attuale del celiaco, vi sarebbe l’impiego delle glutenasi: enzimi che possono agire a livello gastrico, dove tagliano il glutine, rendendolo innocuo.

Si pensa anche ad interventi diretti sui grani, prima ancora che questi vengano ingeriti. La tecnica della detossificazione prevede una fermentazione prolungata degli impasti ad opera di fermenti lattici: tale attività sarebbe in grado di degradare completamente il glutine, determinandone la perdita della capacità immunostimolante e della tossicità.

Molto interessante è altresì la possibilità di realizzare il cosiddetto mascheramento dei grani: un trattamento enzimatico delle farine andrebbe a bloccare i siti tossici della gliadina, quelli dove normalmente viene trasformata dalla tranglutaminasi tissutale. Bloccando tali siti, si interrompe a monte il processo responsabile della patologia, con il notevole vantaggio di mantenere intatto il glutine, potendone conservare in tal modo le proprietà organolettiche.

Ogni celiaco sogna e spera che queste prospettive possano diventare realtà in un futuro non troppo lontano, per superare tutte quelle difficoltà psicologiche e sociali associate alla sua dieta speciale. A causa di tali ostacoli, non di rado, si assiste ad una scarsa aderenza alla dieta stessa, con ovvi effetti dannosi!

La persona “che ordina il piatto senza glutine” ha il diritto/dovere di credere negli sforzi che la scienza sta portando avanti con fermezza, per fornire scudi forti e sicuri contro gli attentati che il glutine opera ai danni della sua salute!

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Goel G et al. Epitope-specific immunotherapy targeting CD4-positive T cells in coeliac disease: two randomised, double-blind, placebo-controlled phase 1 studies. Lancet Gastroenterol Hepatol 2017 2(7): 479-493.

Lamacchia C. et al. Cereal-based gluten-free food: how to reconcile nutritional and technological properties of wheat proteins with safety for celiac disease patients. Nutrients 2014 6(2): 575-590.

Mazzarella G. et al. Reintroduction of gluten following flour transamidation in adult celiac patients: a randomized, controlled clinical study. Clin Dev Immunol 2012.

Giusy Sabatino

La Dieta Mediterranea messa sotto accusa: dove ha sbagliato il dottor Keys?

Chi sia Angel Keys e quale sia stato il suo contributo al folgorante successo della Dieta Mediterranea nel mondo è noto a tutti; tuttavia, la validità dei risultati del suo lunghissimo studio “Seven Countries” oggi sembra vacillare di fronte ad una rinnovata consapevolezza della valenza nutrizionale dei macronutrienti.

La Dieta Mediterranea proposta dal dottor Keys e dai suoi eredi scientifici, si è ispirata (e si ispira ancora) alle abitudini di vita dei contadini del Cilento ai tempi del dopoguerra: ritmi lenti e lavoro nei campi dall’alba al tramonto, il tutto scandito da pasti semplici, ottenuti con materie prime locali. I componenti principali dei loro piatti erano rappresentati tipicamente da: verdura, legumi, cereali integrali, frutta fresca e secca, una piccola e rara quantità di pesce, uova e formaggi, tutto condito con olio rigorosamente extravergine di oliva. La carne era considerata un lusso per pochi, tanto da essere consumata soltanto in occasioni speciali.

La propaganda di tali abitudini alimentari, partita negli anni ’60, è stata abbinata alla “Lipid Hypothesis”, un’opera di demonizzazione dei grassi alimentari in genere, portando in tal modo le linee guida a diventare abbastanza integraliste in merito. Ne scaturiva una distorta percezione delle buone abitudini alimentari quotidiane da parte della popolazione generale, che si sentiva autorizzata a consumare carboidrati in quantità, in ogni loro forma. Intanto, però, le farine andavano raffinandosi sempre di più e aumentavano in maniera preoccupante gli zuccheri portati in tutta serenità nei piatti dei sostenitori della rinomata Dieta Mediterranea.

Negli anni ’70 furono implementati i primi studi per dimostrare la pericolosità dello zucchero; si gettavano le basi per la “Sugar Hypothesis”, che addita i carboidrati semplici come uno dei fattori principali causa dell’incredibile aumento  dell’obesità e del diabete di tipo 2 in Occidente negli ultimi decenni.

Oggi siamo ormai consapevoli del fatto che l’eccesso di carboidrati semplici e raffinati possa influenzare negativamente i livelli di trigliceridi e colesterolo LDL circolanti (e tutto ciò che ne consegue per la salute cardiometabolica), che, invece, possono essere controllati positivamente dal consumo di grassi insaturi, abbondanti in frutta secca, olio extravergine di oliva e pesce, tutti alimenti che sicuramente non mancavano sulle tavole di chi seguiva la vera Dieta Mediterranea: quei contadini che furono di illuminazione proprio per gli studi del dottor Keys!

 

BIBLIOGRAFIA

  • Dinicolantonio JJ, Lucan SC, O’Keefe JH. The evidence for Saturated Fat and for Sugar related to coronary heart disease. Prog Cardiovasc Dis. Mar 2016; (58): 464-72.
  • Gerber PA, Berneis K. Regulations of low-density lipoprotein subfractions by carbohydrates. Curr Opin Clin Nutr Metab Care. July 2012; 15(4): 381-5.
  • Hu FB. Are refined carbohydrates worse than saturated fat? The American Journal of Clinical Nutrition. June 2010; 9(6): 1541-2.
Giusy Sabatino