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I concetti della Cronobiologia applicati alla Nutrizione

I concetti della cronobiologia applicati alla nutrizione.

L’energia introdotta con l’alimentazione nell’arco della giornata, viene smistata in base alla funzionalità del sistema nervoso ed endocrino dell’organismo; da questo ne deriva la validità di temporizzare i pasti in base all’andamento circadiano delle variabili neuroendocrine coinvolte nel metabolismo energetico.  Da queste considerazioni nasce il concetto di Crondieta, che si basa sull’identificazione delle fasce orarie migliori per l’assunzione dei diversi alimenti. Infatti, in linea generale, tralasciando il paziente sportivo o scompensato, sarebbe buon senso assumere carboidrati nella prima parte della giornata (prima colazione, spuntino e pranzo) quando l’azione anabolica e di liposintesi (produzione di grasso) dell’insulina è contrastata dagli ormoni corticosurrenali, maggiormente presenti in termini di quantità nella prima parte della giornata. Le proteine invece, sarà preferibile consumarle in serata, per sfruttare l’effetto favorevole esercitato dai pasti proteici sulla liberazione del GH (ormone somatotropo ipofisario), ormone favorente la lipolisi e la sintesi proteica muscolare, con picco secretivo serale al momento dell’addormentamento. Quindi, la temporizzazione dei pasti è importante ma, oltre al fattore tempo, bisogna considerare anche il fatto che, l’alimentazione stessa regola il sistema neuroendocrino, e può quindi favorire fenomeni anabolici o catabolici e condizionare le successive scelte alimentari. Questo concetto può tornarci utile soprattutto quando ci troviamo davanti a due tipi diversi di obesità, dove prevale un determinato profilo ormonale. Infatti nell’obesità ginoide dove prevale l’asse ipotalamo-vago-insulina e nell’obesità androide dove prevale l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, la composizione percentuale in carboidrati, proteine e grassi potrebbe essere determinante. Ad esempio l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, è stimolata in relazione all’assunzione delle proteine. Concludendo un piano nutrizionale altamente personalizzato, oltre alla temporizzazione dei pasti, deve assolutamente tenere conto di quei cibi che limitano quei fattori endocrini dominanti, i quali scompensano il metabolismo energetico del soggetto.

Abravanel E.D. , Dr. Abravanel’s Body Type And Lifetime Nutrition Plan, Bantan Books, 1999.

Spattini M., La Dieta COM e il dimagrimento localizzato, Tecniche Nuove, 2017

Dott.ssa Roberta Amici

Tiroide, alimentazione e salute, una correlazione univoca!

Gli ormoni secreti dalla tiroide: T3 e T4 (sotto controllo del TSH) stimolano il METABOLISMO in generale. Questi, una volta rilasciati in circolo, si legano a proteine recettrici nucleari degli ormoni tiroidei, determinando diversi effetti:

  • sulla trascrizione di molti geni responsabili della sintesi proteica;
  • sullo sviluppo fetale a livello sia mentale che scheletrico, infatti nei primi 3 mesi di gravidanza, l’ipotiroidismo può essere molto pericoloso perché può compromettere un normale sviluppo del Sistema Nervoso Centrale del feto;
  • sull’osso, stimolando il tourn over osseo, infatti un eccesso di ormoni tiroidei può portare ad osteoporosi;
  • sul metabolismo dei carboidrati e dei grassi, infatti gli ormoni tiroidei sono agenti disaccoppianti, che aumentano la spesa di ossigeno, il consumo di grassi e la produzione di calore, essendo responsabili del mantenimento della temperatura corporea;
  • sul sistema cardiovascolare,  aumentando il ritmo cardiaco, respiratorio e la contrazione muscolare;
  • sull’eritropoiesi e il riassorbimento di molte vitamine.

Inoltre le cellule parafollicolari della tiroide producono anche un altro ormone, la Calcitonina, la quale partecipa alla diminuzione del livello di calcio ematico e alla sua fissazione nel tessuto osseo. Il suo rilascio infatti è stimolato da un’alta concentrazione di calcio ematico. La tiroide, per la sua funzionalità, necessita di vitamine e minerali specifici per svolgere correttamente il suo lavoro, ed è per questo che la sua salute dipende da una sana alimentazione. Infatti la ricerca ha dimostrato che esistono alcuni nutrienti chiave per il corretto svolgimento dell’attività tiroidea:

  • Lo Iodio (contenuto principalmente nella alghe e nei frutti di mare): infatti, la tiroxina (T4) e la triiodotironina (T3) sono gli ormoni iodati più importanti che abbiamo;
  • Il Selenio (contenuto principalmente nel pesce, nella frutta secca, cereali integrali e legumi): infatti gli enzimi contenenti selenio proteggono la ghiandola tiroidea quando ci troviamo in situazioni di stress. Il selenio inoltre aiuta a regolare la sintesi degli ormoni, facilitando la conversione di T4 in T3, quest’ultimo più accessibile;
  • Il Rame (contenuto nelle mandorle, frutti di mare o frattaglie): necessario per contribuire alla produzione di TSH;
  • Vitamine Antiossidanti, quali A, E, C (presenti in frutta fresca e verdure e olii): necessarie per mitigare lo stress ossidativo in un processo costante e quotidiano;
  • Le vitamine del gruppo B tra cui la B2, B3 e la B6 (presenti nei cereali integrali, germe di grano, semi oleogininosi, legumi e pollame): necessarie per la produzione di T4.

Dunque i cibi contenenti le vitamine e i minerali, sono fondamentali per contribuire ad avere una tiroide sana e una corretta funzione tiroidea o in caso di ipotiroidismo, il quale si manifesta con sonno prolungato, spossatezza muscolare , diminuzione della gittata cardiaca e del volume del sangue, perdita di capelli e aumento del peso corporeo.

Ma d’altro canto però, esistono degli alimenti che potrebbero compromettere la funzione tiroidea e quindi sono sconsigliati in caso di scompenso tiroideo. Questi alimenti sono:

  • La Soia, in quanto gli isoflavoni di soia possono inibire l’enzima perossidasi tiroidea (TPO), che permette l’ossidazione dello iodio che attivato si può legare ai residui tirosinici della tireoglobulina , permettendo la produzione dell’ormone tiroideo. In particolare, tale problema si verifica con i livelli di iodio insufficienti; se invece i livelli di iodio sono adeguati, mangiare soia non dovrebbe essere un problema.
  • Verdure del genere Brassica, in quanto cavoletti di Bruxelles, cavolfiori, broccoli e cavoli, nonostante siano ricchi di vitamine utili per la salute della tiroide (vitamina C e beta-carotene), potrebbero ostacolare la produzione dell’ormone tiroideo in modo simile alla soia, attraverso la presenza di composti classificati come goitrogeni, ovvero contenenti antinutrienti che inibiscono la funzione tiroidea interferendo con il metabolismo dello iodio; questi composti si trovano in piccole quantità in molti altri alimenti tra cui spinaci, arachidi, e fragole. Questi cibi si possono comunque mangiare a patto che vengano abbinati ad alimenti ricchi di iodio.
  • Glutine, in particolare sconsigliato nei casi di tiroidite autoimmune, in quanto può a lungo andare, aumentare la permeabilità intestinale, che sembra essere il difetto principale nei processi di autoimmunità, poiché la maggiore permeabilità intestinale aumenta la probabilità che i fattori ambientali interagiscano negativamente con i fattori genetici che predispongono alla malattia.

 

Bibliografia

Anatomia dell’uomo – edi-ermes

www.alimentazioneinequilibrio.it

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK285560/

Dott.ssa Roberta Amici

L’importanza dei sali minerali nella nostra dieta

Ricerche scientifiche hanno ormai dimostrato che esiste una specifica correlazione tra una sana alimentazione e una vita in buona salute; dunque il segreto di una vita sana sembrerebbe proprio essere una dieta equilibrata, ma soprattutto varia. Invece nei regimi alimentari odierni si tende a dare maggiore importanza a Macronutrienti come Carboidrati, Lipidi e Proteine, e trascurare invece molte altre sostanze di fondamentale importanza biologica. Sicuramente i Macronutrienti sono  importanti, in quanto sono la fonte di energia principale che consente alle cellule di svolgere qualsiasi tipo di lavoro cellulare, tra cui lo svolgimento delle funzioni fisiologiche, che sono alla base del metabolismo e delle trasformazioni energetiche. Ma alla base del funzionamento metabolico ci sono molti livelli di regolazione, e uno fra i tanti riguarda i Sali Minerali; sostanze inorganiche presenti in tracce che l’organismo non è in grado di sintetizzare a partire da precursori e che devono essere assunte con la dieta, attraverso gli alimenti e l’acqua. Questi, agiscono proprio per regolare numerose funzioni cellulari indispensabili per l’efficienza di molti organi e per mantenere l’omeostasi cellulare.  Inoltre sono anche  componenti  dei nostri tessuti principali come ossa e denti, e per questo sono coinvolti nelle fasi di accrescimento, ma anche in tante altre. Tra i Sali Minerali possiamo distinguere due categorie: i Macroelementi (il cui fabbisogno giornaliero è nell’ordine dei grammi)  e i Microelementi (il cui fabbisogno giornaliero è nell’ordine dei milligrammi). Uno dei più importanti Macroelementi è il Calcio, il Macroelemento più abbondante nell’organismo, in quanto costituisce le ossa, partecipa alla coagulazione del sangue attivando la protrombina, e controlla l’eccitabilità neuromuscolare. Un altro Macroelemento di fondamentale importanza è il Magnesio, questo, insieme al Calcio è coinvolto nella contrazione muscolare e nella trasmissione degli impulsi nervosi da una cellula all’altra. La sua funzione primaria consiste nell’attivazione degli enzimi, in quanto partecipa ad oltre 300 reazioni, ed è coinvolto nella sintesi dell’ATP, delle proteine e nell’attivazione della pompa Sodio-Potassio, altri due Macroelementi strettamente legati tra loro.  Il Potassio è essenziale nella conversione dello zucchero ematico in glicogeno, fonte di energia che viene utilizzata dalle cellule durante l’esercizio fisico, e inoltre si occupa di regolare il funzionamento dei muscoli, compresi il ritmo cardiaco e la contrazione muscolare. Infatti, quando si ha una carenza di questo elemento (con livelli inferiori a 800 mg), il cuore fatica a pompare il sangue, il battito cardiaco rallenta, la prontezza dei riflessi e il tono muscolare diminuiscono e diventa sempre più difficile concentrarsi. Il Sodio invece regola la pressione osmotica dei liquidi sia all’esterno che all’interno delle cellule e il suo fabbisogno giornaliero si aggira intorno ai 3-5 grammi poiché un eccesso è causa di edema (accumulo di liquidi nei tessuti) e una sua carenza è responsabile della diminuzione di liquidi negli spazi extracellulari, crampi, debilitazione generale e riduzione della pressione arteriosa. Inoltre fanno parte della categoria dei Macro anche il Cloro (costituente dell’acido cloridrico che partecipa alla formazione del succo gastrico), lo Zolfo (componente di alcuni amminoacidi solforati, di vitamine, di coenzimi e dell’insulina) e il Fosforo (costituente fondamentale delle ossa, dei denti, dei fosfolipidi di membrana, degli acidi nucleici e di alcuni enzimi). Anche la categoria dei Microelementi, presenti in quantità ancora più ridotte è di estrema importanza; questa classe comprende: il Ferro, il Rame, lo Zinco, lo Iodio, il Fluoro e il Cromo. L’organismo necessita di piccolissime quantità di queste sostanze, poiché un eccesso potrebbe essere dannoso per le nostre cellule, a piccole dosi invece queste sono indispensabili per il funzionamento dei vari organi. Il Ferro ad esempio è incapsulato nel gruppo eme dell’emoglobina, la quale trasporta l’ossigeno dai polmoni ai tessuti e l’anidride carbonica dai tessuti ai polmoni permettendo la respirazione cellulare, quel processo metabolico che in sostanza ci permette di vivere. Il Cromo invece favorisce il fisiologico svolgimento di diversi metabolismi, tra cui quello degli zuccheri, e permette una normale funzione dell’insulina; a riprova di ciò la carenza di Cromo determina un incremento della glicemia. Di particolare interesse è anche il Selenio, che si comporta da antiradicale libero, proteggendo le membrane cellulari dalle specie reattive dell’ossigeno, responsabili della disorganizzazione e della perdita dell’integrità delle membrane biologiche. Normalmente, una dieta equilibrata e varia, è sufficiente per l’acquisizione da parte dell’organismo della quantità di Sali Minerali necessari,  ma purtroppo la loro carenza nella nostra dieta è sempre più accentuata per diversi motivi, in primo luogo perché il loro contenuto nei cibi naturali è in diminuzione a causa dello sfruttamento dei terreni, secondariamente perché i processi di raffinazione (come lavaggio con grandi quantità di acqua e cottura) a cui sono sottoposti, li privano fino al 90% dei minerali essenziali, e infine perché il fabbisogno umano è in aumento, a causa dei minerali tossici che assorbiamo attraverso gli alimenti, l’aria o l’acqua inquinata. Tuttavia in casi specifici, dovuti a determinate patologie o nel caso di persone che praticano discipline sportive in modo intenso, può essere necessario acquisire i minerali necessari attraverso gli integratori.

Arienti G. Le basi molecolari della nutrizione. Piccin, 2015.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Roberta Amici

Il ruolo del Nutrizionista nei confronti del Microbiota

I disturbi intestinali, l’Obesità, l’infiammazione e tutte quelle malattie che sono strettamente correlate con l’alterazione dell’equilibrio dell’ecologia microbica intestinale, sono attualmente un problema sociale che interessa più del 70% della popolazione [1].Sicuramente è l’alimentazione a giocare un ruolo fondamentale in questi disequilibri; in quanto essa incide in modo assoluto già nella prima fase della nostra vita, quando già si viene a creare una sorta di spartiacque tra coloro che hanno potuto usufruire del latte materno e i bambini che invece per vari motivi non ha potuto usufruirne e che quindi hanno sviluppano una flora batterica completamente diversa, caratterizzando il loro percorso, e secondo recenti studi anche la non tollerabilità ad alcuni alimenti. E poi durante il corso della vita, l’alimento modifica di volta in volta l’identità di ciascun individuo, diventando parte di esso, poiché avere una buona massa muscolare, significa anche avere avuto il buon senso di mangiare amminoacidi, i quali hanno potuto avviare un processo di sintesi proteica e così via. Il microbiologo russo Metchinikoff, Premio Nobel, nel 1908 fece per la prima volta una correlazione tra la longevità di alcune popolazioni dei Balcani e gli alimenti, portando ad affermare che la flora batterica modificata dall’alimentazione creava delle condizioni di antagonizzazione dei processi putrefattivi riportando tutto in una condizione ideale [2]. Nella storia del Microbiota sono state riportate circa dalle 1000 alle 1500 specie batteriche differenti nell’uomo, ognuna con un range di distribuzione differente, mentre recenti studi ne hanno riportate circa 200-400, e la risposta a questa differenza non è tanto l’alimento di per sé, ma quello che contiene l’alimento [3]. Siamo infatti, continuamente circondati da cibi che contengono una grande quantità di antibiotici, i quali vengono utilizzati all’interno degli allevamenti; questo fa sì che non solo alcune popolazioni batteriche vengono selezionate a discapito di altre, ma anche che gli animali d’allevamento producano meno vitamina B12, che è sempre più carente anche nel paziente che mangia proteine [4]. Un altro aspetto da considerare, riguarda il Microbiota e il suo rapporto con gli alimenti che contengono Nitrati come i salumi e i vegetali che ne sono particolarmente ricchi, poiché questi sia durante la conservazione in frigo che ad opera dell’acido cloridrico presente nello stomaco, vengono convertiti in Nitriti, i quali in presenza di ammine si trasformano in Nitrosammine, i più potenti agenti tumorali del nostro intestino, ma in presenza di una sana flora batterica intestinale, in particolare dei Bifidobatteri, questa conversione di Nitrati in Nitriti è molto limitata [5]. Dunque quando si viene ad alterare l’ecosistema microbico, si viene anche a perdere un sistema protettivo microbico, in quanto vengono a mancare una serie di sistemi (antineoplastico, vitaminico e antibatterico naturale) che inviano l’organismo via via verso disturbi meno gravi come l’ansia, la depressione, il nervosismo, l’alitosi o le dermatiti fino ad arrivare a vere e proprie modifiche d’organo come i diverticoli, i polipi e i tumori. Dunque risulta abbastanza chiaro che oggigiorno, l’esigenza di rivolgersi ad un Nutrizionista solo per una dieta ipocalorica è riduttivo, ma piuttosto la consapevolezza di avere una buona conoscenza alimentare, il che non significa soltanto dimagrire, ma raggiungere un’armonia con il cibo, che permette di gestire al meglio le attività quotidiane, è necessaria. Perché una sana alimentazione significa uno stile di vita più salutare, minore incidenza di tumori e malattie cardiovascolari (la prima causa di morte), un freno alla vecchiaia e così via [6]. Questa formazione alimentare, si focalizza su 3 concetti fondamentali, necessari sia per la prevenzione che per il miglioramento del benessere intestinale in qualsiasi momento di vita:
  • Mantenere un sano e corretto stile alimentare andando a correggere le cattive abitudini che sono causa dell’insorgenza e del perpetuarsi dei problemi;
  • Mantenere attiva ed equilibrata la flora batterica intestinale, andando a integrare l’alimentazione con probiotici, prebiotici e fitoterapici in grado di migliorare lo stato della flora batterica intestinale;
  • Mantenere libero il tratto intestinale, andando a favorire un corretto transito intestinale e limitando l’accumulo di scorie [7] [8] [9].

BIBLIOGRAFIA

  • [1] World Health Organization (WHO). Obesity and overweight. January 2015. http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs311/en/. Accessed 2 April 2016.
  • [2] Kaufmann SH. Elie Metchnikoff’s and Paul Ehrlich’s impact on infection biology, Microbes and Infection 2008;10: 1417-1419.
  • [3] Théodorides, J. La mentalidad etiopatológica. La microbiología médica, En: Pedro Laín (dir) Historia Universal de la Medicina, Barcelona, Salvat, 1974, vol. 6, pp. 175-201.
  • [4] Reardon S. Antibioticresistance sweeping developing world. Nature 2014;509: 141-142.
  • [5] Bressanini D. Le bugie nel carrello. Chiarelettere Editore 2013.
  • [6] Brennan SF, et al. Dietary fat and breast cancer mortality: a systematic review and meta-analysis. 2007;Jun 15;109.
  • [7] Yang Y, Jobin C. Microbial imbalance and intestinal pathologies: connections and contributions. Dis Model Mech. 2014 Oct; 7(10):1131-1142.
  • [8] Aidy SE, van den Bogert B, Kleerebezem M. The small intestine microbiota, nutritional modulation and relevance for health. Curr Opin Biotechnol. 2014 Oct 7;32C:14-20.
  • [9] Linskens RK, Huijsdens XW, Savelkoul PH, et al. The bacterial flora in inflammatory bowel disease: current insights in pathogenesis and the influence of antibiotics and probiotics. Scand J Gastroenterol Suppl 2001;234:29-40.

 

Dott.ssa Roberta Amici

Malattie metaboliche e dieta macrobiotica Ma-Pi 2

La dieta ha un enorme impatto sulla nostra salute; infatti il cibo, come se fosse un cocktail di molecole è in grado di esercitare i suoi effetti sul metabolismo, (interagendo sulle superfici cellulari e sui recettori nucleari) e sull’ equilibrio del Microbiota intestinale sia in presenza che in assenza di Obesità. Quindi considerato il ruolo che ha il cibo, molti autori hanno avuto il piacere di studiare la relazione che c’è tra quello che noi mangiamo e le malattie, inclusa l’Obesità [1]. Una varietà di diete, incluse la dieta mediterranea, la dieta vegetariana e quella ipocalorica, hanno mostrato la loro efficacia nel management dell’Obesità e del Diabete Mellito di tipo 2; ma solamente la dieta Macrobiotica Ma-Pi2, è stata in grado di mostrare risultati molto significativi, che altre diete non hanno saputo riportare. La dieta Macrobiotica, la quale deriva da antiche filosofie orientali di vita, si basa principalmente sulla teoria antica asiatica dello Yin e dello Yang, formulata dal filosofo giapponese, Georges Ohsawa e ulteriormente aggiornata dal Professore Mario Pianesi nonchè creatore della dieta Ma-Pi2 (specificamente disegnata per pazienti con disordini metabolici) e fondatore della prima fattoria biologica in Italia [1][2]. Secondo questa filosofia macrobiotica standard vanno scelti soprattutto alimenti provenienti da allevamenti e coltivazioni naturali, il che equivale ad eliminare completamente tutti gli alimenti creati tramite lavorazione e raffinazione chimica ed industriale, a partire dallo zucchero e il sale ad arrivare alla pasta e alle merendine; così come le sostanze eccitanti quali caffè e tè, che dunque metterebbero a rischio l’equilibrio della dieta e andrebbero per questo, completamente eliminate e sostituite con il tè verde. Oltre che sulla scelta dei cibi la macrobiotica pone l’attenzione anche sulle scelta delle stoviglie; ad esempio andrebbero privilegiate le pentole in terracotta o in pietra  piuttosto che quelle in alluminio, e totalmente eliminato l’uso del forno a microonde [3][4]. L’alimentazione quotidiana si basa principalmente sui seguenti cibi:

  1. Cereali integrali in chicchi: riso a chicco tondo o lungo, orzo perlato, miglio, farro, frumento (a meno che non si abbiano intolleranze al glutine), avena, grano saraceno, mais e segale.
  2. Verdure di stagione crude e cotte: sarebbe importante in questo caso, variare il tipo di cottura delle verdure: saltate in padella con poco olio, al vapore, lessate o scottate per 2-3 minuti in acqua bollente. Sono invece, rigorosamente vietati i funghi di qualunque tipo e le verdure della famiglia delle Solanacee, cioè patate, pomodori, peperoni, melanzane, poichè i funghi sono un alimento energeticamente squilibrato per eccesso di Yin, mentre le patate, i pomodori, i peperoni e le melanzane sono parti di piante nel loro complesso tossiche per la presenza di alcaloidi.
  3. Legumi: per rendere i legumi più digeribili ed evitare i gas intestinali, questa filosofia, prevede di passarli al passaverdura dopo averli lessati, oppure aggiungere nella pentola, all’inizio della cottura, un pezzo di alga Kombu.
  4. Frutta di stagione: viene in questo caso posta particolare attenzione a quando mangiare la frutta, sarebbe infatti meglio non a fine pasto perché tende ad acidificare il sangue.
  5. Pasta integrale: ogni tanto, per sostituire il cereale in chicchi, oppure il cus-cus (semola di grano lavorata con acqua e farina) e il burgul (grano cotto a vapore e macinato).
  6. Le alghe marine: le più comunemente usate sono la Kombu, la Wakame, la Dulse, la Arame, la Nori.
  7. Frutta secca: castagne, nocciole, noccioline, mandorle (con moderazione), mentre le noci andrebbero completamente evitate.

Sono moltissimi gli studi in corso, sulla dieta Ma-Pi2, in Asia, in Africa, in Sudamerica e anche in Italia; infatti recentemente il Centro Internazionale Studi sul Diabete ha condotto a Roma uno studio pilota, sperimentando per la prima volta in Italia, il possibile effetto terapeutico delle diete Ma-Pi2 nella cura del Diabete Mellito di tipo 2 [5]. A 24 pazienti malati di diabete, è stata somministrata la dieta Ma-Pi2 per 21 giorni e il primo e l’ultimo giorno sono stati valutati alcuni parametri metabolici e antropometrici. I risultati sono stati sorprendenti, poiché hanno riguardato tutti i pazienti, senza eccezioni: si è verificato infatti, un netto miglioramento della glicemia sia a digiuno che dopo il pasto, una riduzione dei valori di insulinemia e della resistenza insulinica, una riduzione del colesterolo e dei trigliceridi nel sangue, una riduzione della pressione arteriosa e infine anche un miglioramento della funzione renale. Nei pazienti diabetici trattati con farmaci si sono dovuti dimezzare i dosaggi degli antidiabetici orali e nei due casi di soggetti trattati con insulina è stato necessario interromperne la somministrazione per evitare casi di ipoglicemia [6].

[1] Masella R, Santangel C, D’Archivio M, Li Volti G, Giovannini C, Galvano F. Protocatechuic acid and human disease prevention: Biological activities and molecular mechanisms. Curr Med Chem 2012;19(18):2901-2917. doi:10.2174/092986712800672102.

[2] Fallucca F, Fontana L, Falluca S, Pianesi M. Gut Microbiota and Ma-Pi 2 macrobiotic diet in the treatment of type 2 diabetes. World J Diabetes 2015;6(3):403-411.

[3] Willet WC, Sacks F, Trichopoulou A, Drescher G, Ferro-Luzzi A, et al. Mediterranean diet pyramid: a cultural model for healthy eating. Am J Clin Nutr. 1995;61:1402S-1406S.

[4] Goldstein DJ. Beneficial Health effects of modest weight loss. Int J Obes Relat Metab Disord 1992;16:397-415.

[5] Porrata C, Hernández M, Abuín A, Campa C, Pianesi M. Caracterización y evaluación nutricional de las dietas macrobióticas Ma-Pi. Rev Cubana Investig Bioméd 2008;27:1–36.

[6] Mancini L. Conventional, organic and polycultural farming practices: material intensity of italian crops and Foodstuffs. Resources 2013;2:628–650.

 

Dott.ssa Roberta Amici

I polifenoli migliorano lo stato di salute del nostro Microbiota

Per molti anni si è pensato che la funzione del grande intestino (intestino crasso), fosse  semplicemente limitata al riassorbimento di acqua e alla completa rimozione di composti digeriti ma non assorbibili; ignorando completamente la presenza del Microbiota (l’insieme dei microrganismi intestinali) in esso contenuto. Oggi invece, la scienza ha affermato con certezza che quest’ultimo gioca un ruolo cruciale e protettivo, nei confronti dell’uomo. Ma affinché il Microbiota possa avere un effetto positivo sulla salute, la sua composizione deve essere stabile, e poiché quest’ultima è molto influenzata sia dalla quantità che dalla qualità dei carboidrati ingeriti, (che sono la principale fonte energetica dei microrganismi) è assolutamente probabile che alcune diete selettive o difettose per alcuni nutrienti, possano causare la distruzione del delicato equilibrio che c’è tra l’ospite e il Microbiota [1]. Per esempio la dieta gluten-free, necessaria per coloro che soffrono di celiachia (intolleranza al glutine) è in grado di causare una profonda modificazione della composizione microbica, che risulta prevalentemente costituita da Staphylococcus (aerobio), Clostridium e Bacteroides (anaerobi) a sfavore dei Bifidobacteria e Lactobacillus [2]. Dunque a provare che la dieta a lungo termine influenzi la composizione del Microbiota, sono stati molti studi, i quali hanno messo a confronto diverse popolazioni, ognuna con le proprie abitudini. In particolare, è emerso, attraverso il confronto della dieta Western, ricca di zuccheri e grassi, con la dieta vegetariana, ricca di fibre e polifenoli, il ruolo protettivo di questi ultimi (abbondantemente presenti nei vegetali) nei confronti del Microbiota [3] [4]. I polifenoli (l’Epicatechina gallato, l’Epigallocatechina e la Gallocatechina), composti naturali che si trovano generalmente nelle piante, e quindi nei cibi come frutta, vegetali, cereali, tè, caffè e vino  hanno causato (in seguito alla loro trasformazione in composti maggiormente assorbibili) durante la sperimentazione, l’inibizione di molte specie patogene, incluse Helicobacter pylori, Staphylococcus Aureus, Pseudomonas Aeruginosa, il Virus dell’Epatite C e funghi come la Candida, portando ad affermare con certezza che i composti fenolici modificano la composizione del Microbiota, poiché alcune specie batteriche vengono inibite ed altre possono, prosperare in nicchie disponibili [5]. Dunque l’influenza dei polifenoli sulla crescita batterica, e sul metabolismo, comunque dipende dal dosaggio e dalla struttura dei polifenoli, oltre che dal tipo di microrganismo: per esempio, i batteri Gram-negativi, sono molto più resistenti ai polifenoli rispetto ai batteri Gram-positivi, i quali, attraverso diversi meccanismi di azione come la produzione di perossido di idrogeno e l’alterazione della permeabilità di membrana, vengono totalmente distrutti [6]. Il dosaggio anche sembrerebbe essere importante, infatti l’assunzione dei polifenoli, affinché possa essere efficace, non deve essere eccessiva, altrimenti potrebbe esercitare effetti avversi nel corpo umano, soprattutto in presenza di ossigeno e metalli di transizione, quando questi polifenoli agendo come pro-ossidanti, sarebbero in grado di portare al danneggiamento del DNA, lipidi e altre molecole biologiche [7].

[1] Martín R, Miquel S, Chain F, Natividad JM, Jury J, Lu J, et al. Faecalibacterium prausnitzii prevents physiological damages in a chronic low-grade inflammation murine model. BMC Microbiol. 2015;15:67. 10.1186/s12866-015-0400-1.

[2] Marteau P. Butyrate-producing bacteria as pharmabiotics for inflammatory bowel disease. Gut62, 2013;1673. 10.1136/gutjnl-2012-304240.

[3] Omori T, Ueno K, Muramatsu K, Kikuchi M, Onodera S, Shiomi N. Characterization of recombinant β-fructofuranosidase from Bifidobacterium adolescentis G1. Chem. Centr. 2010;J. 4:9. 10.1186/1752-153X-4-9.

[4] Duda-Chodak A, Tarko T, Satora P, Sroka P. Interaction of dietary coumpounds, especially polyphenols, with the intestinal microbiota: a review. Eur J Nutr. 2015;54:325-341.

[5] Hattori M, Taylor TD. The human intestinal microbiome: a new frontier of human biology DNA res 2009;16:1-12. doi:10.1093/dnares/dsn033.

[6] Verzelloni E, Pellacani C, Tagliazucchi D, Tagliaferri S, Calani L, Costa LG, et al. Antiglycative and neuroprotective activity of colon derived polyphenol catabolites. Mol Nutr Food Res 2011;55(1):S35-43.

[7] Larrosa M, Luceri C, Pagliuca C, Vivoli E, Lodovici M, Moneti G, et al. Polyphenol metabolites from colonic microbiota exert anti-inflammatory activity on different inflammation models. Mol Nutr Food res 2009;53:1044-54.

Dott.ssa Roberta Amici