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Bonifiche dei suoli: regole e tecnologie

Come si contamina un suolo?

Il D.lgs. 372/99 di attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento all’Art.2, c.1 definisce: «inquinamento», l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento di beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Un sito è contaminato quando è contaminata una o più di una delle matrici ambientali che lo compongono: suolo, sottosuolo, falda acquifera.

Le potenziali sorgenti di contaminazione del suolo sono: il fall out da emissioni in atmosfera, la dispersione su aree industriali non adeguatamente pavimentate, le perdite da reti di distribuzione ed impianti, le discariche non impermeabilizzate, i serbatoi interrati e fuori terra, l’attività agricola e zootecnica ed i rifiuti abbandonati.

Una contaminazione sarà tanto più estesa quanto è maggiore l’entità del fenomeno iniziale; contribuiscono inoltre alla distribuzione del contaminante la natura chimica della sostanza, la forza di gravità, il tempo che intercorre prima dell’intervento di risanamento e l’acqua d’infiltrazione e di falda (trasporto del contaminante lontano dalla sorgente).

Quando un sito è definito contaminato?

Il D.lgs.152/06 definisce potenzialmente contaminato un sito nel quale le concentrazioni nel suolo o nella falda di determinati inquinanti, elencati in apposite tabelle (Tab.1 e 2 Allegate alla Parte IV, Titolo V) superano le concentrazioni soglia di riferimento (CSC).

La tabella 1, per il suolo, contiene due colonne, A e B, con CSC differenti e funzionali ai differenti usi del sito (verde-residenziale o commerciale-industriale). La tabella 2 contiene le CSC per la falda.

Le aree industriali dismesse, quelle su cui è avvenuto uno sversamento o quelle soggette ad una riqualificazione edilizio-urbanistica sono sottoposte ad un’indagine ambientale per individuare eventuali superamenti delle CSC.

Una volta verificato il superamento delle CSC il sito è definito potenzialmente contaminato: le CSC sono quindi da intendersi come livelli di attenzione e non come limiti rigidi di riferimento. La potenziale contaminazione viene poi compiutamente descritta con il Piano di Caratterizzazione.

Il Piano di Caratterizzazione è l’insieme delle attività atte a descrivere le caratteristiche qualitative del suolo e delle acque di falda ed a costruire il modello di potenziale contaminazione del sito.

A questo punto la norma prevede un passaggio successivo, l’Analisi di Rischio Sito Specifica, che valuta i valori riscontrati in funzione delle caratteristiche geologiche, idrogeologiche dell’area ed in base all’utilizzo definitivo del sito.

Solo dopo questo passaggio il sito potrà essere definito non contaminato o contaminato.

Se il sito è effettivamente contaminato deve essere sottoposto ad un intervento di bonifica.

Tecniche di bonifica

Le tecnologie di bonifica dei siti contaminati sono scelte in funzione delle caratteristiche del sito, della matrice, dei contaminanti e della compatibilità ambientale della tecnologia stessa.

Gli interventi di bonifica si possono classificare in base alla matrice da trattare: interventi sul suolo ed interventi sulle acque sotterranee.

Si possono classificare anche in base al metodo, chimico-fisici e biologici, o in base alla tipologia di trattamento, quali: trattamenti In Situ (il terreno contaminato non viene rimosso per essere trattato), trattamenti Ex Situ (il terreno contaminato viene rimosso per essere trattato).

I trattamenti ex situ possono poi dividersi in On Site (con impianti mobili utilizzati sul sito) e Off Site (con impianti fissi esterni alla zona contaminata).

Esiste anche la possibilità della Messa in Sicurezza Permanente (MISP) che prevede confinamento del materiale contaminato nel sito stesso mediante capping ovvero coperture impermeabili realizzate in diversi materiali.

Considerazioni generali sullo stato delle bonifiche

Purtroppo, nonostante il D.lgs.152/06 auspichi il ricorso a tecnologie in situ evitando così l’impatto ambientale dei mezzi di trasporto ed il trasferimento dei materiali contaminati in altre aree, la modalità di bonifica più frequentemente utilizzata è lo scavo e successivo conferimento in discarica (confinamento ex situ off site) o ad impianti di trattamento che mediante vagliatura e riduzione volumetrica producono materiali riciclati da utilizzare per riempimenti, sottofondi, ecc..

Questa situazione si verifica perché nella maggior parte dei casi non è il responsabile della contaminazione ad eseguire l’intervento di bonifica ma un soggetto terzo che ha interesse a riqualificare il sito per poter poi sviluppare progetti dai quali trarne ovviamente un beneficio economico.

Ciò comporta quindi la necessità di realizzare interventi il più possibile veloci ed efficaci.

Spesso invece gli interventi in situ, se basati su tecnologie di tipo biologico, durano troppo a lungo e non garantiscono il raggiungimento dei limiti di legge rendendo necessario un successivo intervento più risolutivo.

Cosa sono i SIN e i SIR?

Alcuni siti per estensione e per complessità sono stati definiti Siti di Interesse Nazionale (40) o Siti di Interesse Regionale (7). Alcuni esempi sono: SIN Area ex Falck di Sesto San Giovanni, SIN Bagnoli, SIR Bovisa-Milano, SIR Cerro al Lambro.

In questi casi la competenza del procedimento di bonifica è del Ministero del Territorio e della Tutela del Mare per i SIN e delle regioni per i SIR.

I dati raccolti, contenuti nelle anagrafi/banche dati regionali, con esclusione dei SIN ci indicano sul territorio nazionale circa 29.700 siti registrati, di cui oltre 13.200 hanno concluso il procedimento di bonifica.

Fonti


D.lgs. 372 del 1999

D.lgs. 152 del 2006

ISPRA

Dott.ssa Annalisa Gussoni

Plastica in mare

Cos’è la plastica?

La plastica, meglio definita con il termine polimeri (IUPAC) è un composto sintetico organico con molecole molto grandi.

I polimeri sono in grado di ricevere e conservare qualsiasi forma: giocattolo, sacchetto , contenitore, ecc..

Oggi esistono più di 700 tipi di polimeri, derivano dal petrolio con un processo chiamato cracking: la rottura delle catene di idrocarburi forma monomeri che uniti tra loro originano i diversi polimeri.

Le plastiche hanno differenti utilizzi in base  alle loro caratteristiche di durezza, estensibilità, deformabilità, ecc., originando diversi prodotti finiti.

Gli utilizzi dei prodotti finiti sono tali e tanti da non poter immaginare oggi un mondo senza plastica.

Possiamo vedere applicazioni nell’edilizia, nei trasporti, nel tessile, negli imballaggi, nell’oggettistica ed articoli tecnologici.

Una presenza molto importante è nei cosmetici.

La produzione di plastica è passata da 15 mil di tonnellate del 1994 a 310 attuali: da uso ad abuso!

La plastica nell’ambiente

La plastica di uso quotidiano, che sfugge alla raccolta differenziata arriva al mare fino ad oltre 8 milioni di tonnellate a livello globale ogni anno.

Si generano 5.250  miliardi di frammenti di cui 250 solo nel Mediterraneo: nel 2050 ci sarà nell’oceano, in peso, più plastica che pesci .

La maggior parte della plastica che arriva al mare è rappresentata da bottigliette e materiali usa e getta di cui l’80 % arriva da terra, in particolar modo dai paesi in via di sviluppo.

Solo il 15% della plastica viene riciclato, il resto viene termoincenerito, gettato in discarica, bruciato all’aperto o disperso nell’ambiente.

Oggi si parla di una nuova era geologica, antropocene, i cui fossili per la datazione sono rappresentati da resti di plastica.

La plastica dispersa nell’ambiente viene classificata in macroplastiche (>200 mm), mesoplastiche (200-4,76 mm), microplastiche di medie dimensioni (4,75 -1,01 mm), microplastiche (330 µm-1 mm), nanoplastiche (0,001 µm-0,1 µm).

Molte delle micro e nanoplastiche che arrivano in mare derivano direttamente da cosmetici (fino al 10% di microsfere) e da lavaggi di tessuti (un lavaggio produce 1900 mp per capo).

Le altre derivano invece indirettamente dalle macroplastiche che per effetto di temperatura, UV, moto ondoso e attività microbica in poche ore vengono ridotte a frammenti più piccoli.

I frammenti di plastica divengono cibo per plancton ed entrano nella catena alimentare con processi di bioaccumulo e biomagnificazione.

I meccanismi di distribuzione in mare della plastica non sono completamente noti per le macro e mesoplastiche, sono poco noti per le microplastiche ed assolutamente sconosciuti per le nano plastiche.

Si sa che in generale la plastica si sposta per venti prevalenti e correnti di superficie ma è ancora impossibile arrivare ad un modello previsionale della distribuzione.

Poiché la quantità di plastica negli strati superficiali del mare è inferiore a quella sversata si è scoperto che in buona parte sedimenta verso il fondo, fino a 10 m di profondità,

Le isole di plastica oceaniche «non sono zone di accumulazione permanente ma luoghi di trasferimento, di trasformazione e di redistribuzione delle plastiche galleggianti a causa dei fenomeni di degradazione attraverso diversi meccanismi e dei movimenti delle acque”.

I danni indotti dalla plastica

Le microplastiche inducono alterazione dell’ecosistema per effetti meccanici sugli organismi: quali soffocamento, barriera ai raggi solari, ecc. ,
portando alla morte più di 1 milione di animali marini all’anno,

Causano inoltre alterazione dell’ecosistema per effetti chimici e biochimici quali: modifica degli habitat e riduzione della biodiversità, passaggio nella catena alimentare di frammenti ed additivi.

Da un punto di vista tossicologico la situazione ancora non è chiara: su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale (pesce spada, tonno) il 18,2 % è risultato positivo alla presenza di microplastiche.

Studi sui pesci hanno dimostrato che l’assunzione di plastica non additivata produce comunque effetti negativi sull’apparato gastrointestinale.

Uno studio recente ha evidenziato in molluschi e pesci la diminuzione dell’attività della S-transferasi del glutatione (GST), un aumento della carbonilazione delle proteine, l’aumento delle cellule apoptotiche e la diminuzione della vitalità cellulare.

In generale gli additivi della plastica sono interferenti endocrini ma gli effetti sulla salute umana non sono al momento prevedibili.

Gli interventi risolutivi per un tale problema non possono che essere a livello globale ma ognuno nei comportamenti di tutti i giorni può già fare molto.

E’ fondamentale infatti limitare la produzione di plastica cambiando gli stili di vita sia a livello casalingo che produttivo, combattere l’abbandono, utilizzare polimeri biodegradabili e compostabili, incrementare la raccolta differenziata

  • 3 R      riduzione – riutilizzo – riciclo

Fonti:

Greenpeace. La plastica nel piatto, 2016

5Gyres Institue “Plastic Pollution in the World’s Oceans: More than 5 Trillion Plastic Pieces Weighing over 250,000 Tons Afloat at Sea”.

Stazione Dohrn di Napoli (Christophe Burnet)

Marine Conservation Society, 2012. Microplastic in personal care products ¢Valavanidis, Vlachogianni. Microplastic in the marine environment: ubiquitous and persistent pollution problem in the world oceans threatening marine biota. 2014

Pruter, A.T.Sources, quantities and distribution of persistent plastics in the marine environment

WWF

Dott.ssa Annalisa Gussoni

Vegetariani o onnivori? Moda o salute?

 Vegetariani e onnivori a confronto.

Sempre più spesso ci troviamo davanti a persone che hanno scelto regimi alimentari vegetariani.
E altrettanto spesso c’è una forte contrapposizione tra chi ha fatto una scelta di questo tipo e chi invece si attiene ad una dieta di tipo onnivoro.

La domanda che sorge spontanea, in chi non segue una dieta vegetariana, è se questo regime nutrizionale sia sufficientemente completo ed equilibrato per l’organismo umano.

Prima di addentrarci in questa analisi conosciamo meglio le diete vegetariane.

Il regime nutrizionale dei vegetariani esclude in generale il consumo di alimenti di origine animale. Le diete vegetariane tradizionali si distinguono in latto-ovo-vegetariane, latto-vegetariane, ovo-vegetariane. Quindi in questo caso non si ha il consumo di carne o pesce ma c’è il consumo di derivati quali latte e uova.

Ci sono poi i gruppi, come vegani, crudisti e fruttariani, che escludono anche  il consumo dei derivati.

Perchè si sceglie di essere vegetariani? Le motivazioni principali sono di tipo etico, ecologico e animalista, ma anche salutistiche o religiose.

Il regime nutrizionale vegetariano è considerato da molti una moda ma sappiamo che in realtà era diffuso già presso molti popoli antichi. Un illustre praticante della dieta vegetariana fu Leonardo da Vinci le cui motivazioni erano di tipo animalista.

La scelta animalista non ha bisogno di spiegazioni. E’ oggi certamente ancora più motivata dalle condizioni degli allevamenti intensivi da cui provengono gli animali destinati all’alimentazione umana.

La scelta etica ha a che vedere con il rispetto per le popolazioni che hanno problemi di disponibilità alimentare.
La scelta ambientalista nasce sulla base della valutazione dell’impatto ambientale causato dalla produzione dei diversi alimenti. In un certo senso quella etica e quella ambientalista sono strettamente collegate.
Ogni alimento, in base alle caratteristiche produttive, ha un impatto sull’ambiente che viene espresso in termini di impronta ecologica. E’ un indicatore complesso che ci permette di comprendere quanto territorio è necessario per sostenere una determinata popolazione.
I dati di BCFN del 2012 ci mostrano le impronte ecologiche di tre diversi stili alimentari usando come unità di misura, per facilitare la comprensione, il campo da tennis. Ci dicono anche cosa serve per produrre un solo Kg di carne.

Si può vedere che, per persona all’anno, con il menu vegetariano si consumano 27 campi da tennis, con quello mediterraneo 32 e con quello onnivoro 37.
Per produrre 1 kg di carne servono 20m2 di terreno, 15 kg di cereali, 15.500 l d’acqua e vengono prodotti 15,8 kg di CO2.
I dati che abbiamo visto sembrano quindi supportare la dieta vegetariana in riferimento alla tutela dell’ambiente.

Ma da un punto di vista nutrizionale?

Perchè una dieta vegetariana possa coprire i fabbisogni nutrizionali dovrà essere innanzitutto molto varia per reperire i nutrienti tipicamente contenuti in alimenti di origine animale in altre fonti alimentari.

La varietà della dieta è importante anche per gli onnivori. Un onnivoro che segue una dieta estremamente monotona è un onnivoro di nome ma non di fatto. E potrà andare in contro a carenze nutrizionali più di un vegetariano che segue invece una dieta ben variata.

In media una dieta vegetariana tradizionale è in grado di coprire il fabbisogno nutrizionale di un individuo nei differenti stati fisiologici (gravidanza, allattamento, svezzamento, menopausa). Un regime di tipo vegano invece potrebbe essere insufficiente a coprire il fabbisogno nutrizionale anche nell’adulto sano.

E’ indispensabile perciò che sia seguito con un approccio equilibrato e senza l’integrazione di alcuni elementi nutritivi,

Uno dei problemi principali dell’alimentazione vegetariana, ma in particolare vegana, è la potenziale carenza di vitamina B12. E’ un elemento che troviamo solo negli alimenti di origine animale.

E’ quindi necessario che chi segue una dieta vegana ricorra ad integrazione. Ma in realtà dopo i 50 anni anche per chi è onnivoro si registra un calo nell’assorbimento della vitamina. L’USDA raccomanda quindi l’integrazione anche a chi non segue un regime alimentare vegano.

Un altro problema dibattuto è quello del ferro. Questo elemento nella carne è presente in una forma più disponibile per il nostro organismo rispetto a quella in cui è presente nei vegetali.

Sembra però che il macrobiota intestinale dei vegetariani, modificato rispetto a quello degli onnivori, sia in grado di aumentare l’assorbimento di ferro  dai vegetali riequilibrando quindi i bisogni.

Le linee guida per una corretta alimentazione con regime vegetariano o vegano le troviamo sia presso AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) che presso SINU (Società Italiana in Nutrizione Umana).

Cosa dicono gli organismi di riferimento?

A favore delle diete vegetariane troviamo:

Il nostro Ministero della Salute
Center for Nutrition Policy and promotion
American Academy of Pedriatics
American Dietetic Association
National Institute of Health
American Institute for Cancer Research
World Cancer Research Found
American cancer Socieety
American Heart Association
Hearth and Strok Foundation of Canada

 

E da un punto di vista salutistico?

Gli studi epidemiologici che mettono a confronto le diete onnivore con quelle vegetariane non sono molti. Certamente il principale riferimento è il progetto EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition). E’ il più ampio studio epidemiologico svolta su una popolazione, per conoscere le relazioni tra dieta e salute. E’ coordinato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), appartenente all’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità). Lo studio ha coinvolto 520.000 persone provenienti da 10 paesi europei.

Lo scopo di EPIC è quello di investigare i rapporti tra dieta, fattori ambientali e stili di vita, con l’incidenza di cancro e di altre malattie croniche.

Dall’osservazione dei dati di EPIC e degli altri studi epidemiologici disponibili (citati in bibliografia) è emerso che:

  • c’è una netta correlazione tra diminuzione del rischio di malattie cardiovascolari e assunzione di una dieta vegetariana o vegana.
  • non ci sono risultati significativi relativamente ad un minor rischio di incidenza/mortalità cancro e mortalità generale in chi segue una dieta vegetariana o vegana.
  • in particolare la diminuzione del consumo di carne, uova e latticini non porta ad una minor incidenza del tumore mammario mentre sembra avere un effetto significativo per le neoplasie del colon.
  • solo la carne lavorata (insaccati, carne in scatola) sembra accrescere il rischio delle donne di ammalarsi di carcinoma mammario.

I vegetariani hanno mediamente uno stile di vita salutista. Di questo fattore si deve tener conto nella valutazione della minor incidenza di patologie cardiovascolari.

Un dato interessante, emerso dagli studi disponibili, è che rispetto al rischio cancro, mentre non c’è una differenza significativa tra vegetariani/vegani e onnivori c’è invece un delta apprezzabile tra chi segue una dieta carnivora e chi segue la dieta mediterranea.

Questo porta a concludere che in ogni caso un minor consumo di carne e derivati rappresenta un beneficio in termini generali. E’ bene tener conto che negli ultimi 60 anni il benessere economico del dopoguerra ha portato a decuplicare il consumo pro capite annuo di carne.

In conclusione molti organismi accreditati ritengono le diete vegetariane tradizionali e vegane regimi nutrizionali completi per tutti gli stati fisiologici.

Le diete vegane necessitano di un livello di attenzione elevato ed è opportuno che chi sceglie questo regime nutrizionale lo faccia, almeno in fase iniziale, sotto la guida di un nutrizionista.

Le diete vegane devono essere supportate da integratori per: Vitamina B12, vitamina D, zinco, acidi grassi omega-3.

In generale è consigliabile che il passaggio da dieta onnivora a vegetariana/vegana sia graduale per dare il tempo al macrobiota intestinale di adattarsi al nuovo regime alimentare.

Le diete vegetariane sembrano essere più favorevoli alla protezione dell’ambiente.

Per le diete vegetariane estreme, crudista e fruttariana, non ci sono ancora dati che possano consentire una’adeguata valutazione.

Fonte dati:

Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth, Autori: Mathis Wackernagel e William Rees

IARC, Progetto EPIC

AIRC

Ministero della Salute

American Dietetic Associacion

Am J Prew Med 2015 Jun, Is vitamin B12 deficiency a Risk Factor for cardiovascoular disease  in vegetarians?

Jama Intern Med 2014, Vegetarian diet and blood pressure: a meta analysis

Ann Nutr Metab 2014, Cardiovascoular disease mortality and cancer incidence in vegetarians: a meta-analysis and systematic review

Dimu, Abbate, Gensini, Casini, Sofi 2016, Vegetarian, vegans dietand multiple healthoutcomes: a systematic review with meta-analysis of observational studies

Sofi, Macchi, Abbate, Gensini, Casini, mediterranean diet and healt status: an updated meta-analysis and a proposal for a lioterature-based adherence score

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

Dott.ssa Annalisa Gussoni

Edifici e salute: il radon uno dei nemici da conoscere.

Cos’è il radon?

Si trova nel terreno e nelle rocce di tutta la crosta terrestre in quantità variabile. La sua migrazione dalle rocce avviene in ambiente aperto, per dispersione in atmosfera e qui la concentrazione di radon non raggiunge mai livelli elevati oppure negli edifici dal suolo o dai materiali da costruzione in particolare il tufo, terre e rocce da cave.

Qual è il valore corretto?

La concentrazione di radon in aria si misura in Bq/m3 (Becquerel per metro cubo).
All’aria aperta, vicino al suolo, si possono misurare valori intorno a 10 Bq/m3, mentre in ambienti chiusi si possono raggiungere concentrazioni elevate, fino a migliaia di Bq/m3.
La concentrazione dipende da quanto uranio è presente nel terreno sottostante l’edificio. Il gas migra dal suolo (o dai materiali da costruzione) e penetra all’interno degli edifici attraverso fessure microscopiche, attacchi delle pareti al pavimento, passaggi dei vari impianti.
I livelli di radon sono generalmente maggiori nelle cantine e ai piani bassi.
La concentrazione inoltre è soggetta a forti variazioni sia spaziali che temporali:

  • edifici anche vicini possono avere concentrazioni molto diverse
  • forti variazioni tra giorno e notte, estate e inverno e tra diverse condizioni meteorologiche.

A causa di queste fluttuazioni, per avere una stima precisa della concentrazione media di radon in un edificio è necessario fare una misurazione per una durata sufficientemente lunga, preferibilmente un anno.
La principale esposizione al radon è:

      • in casa,
      • nei luoghi di lavoro
      • nelle scuole.

Il radon si distribuisce uniformemente nell’aria di una stanza e i suoi prodotti di decadimento si attaccano al particolato (polveri, aerosol) dell’aria e poi si depositano sulle superfici dei muri, dei mobili ecc. La maggior parte del radon che inaliamo viene espirata prima che decada ma una piccola quantità si trasferisce nei polmoni, nel sangue e, quindi, negli altri organi, mentre i prodotti di decadimento si attaccano alle pareti dell’apparato respiratorio e qui irraggiano (tramite le radiazioni alfa) soprattutto le cellule dei bronchi. Il radon si può trovare anche nell’acqua potabile. La concentrazione è molto variabile e minore rispetto alla sua presenza in atmosfera; può comunque rappresentare una fonte di esposizione dello stomaco a radiazioni ionizzanti.

Ma quali sono gli effetti sulla salute?
Il principale danno per la salute è un aumento statisticamente significativo del rischio di tumore polmonare. L’Oms, attraverso l’Iarc, ha classificato il radon appartenente al gruppo 1 delle sostanze cancerogene per l’essere umano. A livello mondiale, il radon è considerato il contaminante radioattivo più pericoloso negli ambienti chiusi. E’ stato valutato che il 50% circa dell’esposizione media delle persone a radiazioni ionizzanti è dovuto al radon. Il radon è un gas inodore, incolore e insapore, quindi non siamo in grado di percepirne la presenza ed il relativo pericolo che è legato all’inalazione.

Cosa dice la normativa? 
D.lgs.241/00
Negli ambienti di lavoro, in Italia => 500 Bq/metro cubo, superato il quale il datore di lavoro deve valutare in maniera più approfondita la situazione e, se il locale è sufficientemente frequentato da lavoratori, intraprendere azioni di bonifica. La concentrazione di radon deve essere misurata in tutti i luoghi di lavoro sotterranei (tunnel, sottovie, catacombe, grotte, locali sotterranei e altri ambienti di lavoro situati in “zone a rischio radon”, stabilimenti termali).
Per le abitazioni che non sono oggetto della normativa nazionale si fa riferimento alla Raccomandazione CEE n° 90/143 del 21/2/1990. Questa suggerisce 400 Bq/m3 come limite d’intervento per edifici già esistenti e 200 Bq/m3 come limite di progetto per nuove costruzioni.
Ma la normativa è in evoluzione. E’ stata infatti recentemente pubblicata la DIRETTIVA 2013/59/EURATOM che da indicazione agli stati membri di adottare livelli di riferimento inferiori a 300 Bq/m3 per i luoghi di lavoro e per le abitazioni.
Entro il 2018 gli stati membri dovranno recepire nella normativa nazionale le indicazioni della Direttiva europea.
Linee guida Oms e Commissione europea
Nell’acqua potabile:

  •  > 100 Bq/litro =>un’intensificazione dei controlli
  •  > 1000 Bq/litro =>azioni immediate

Consiglio superiore di sanità 
Nelle acque minerali e imbottigliate è raccomandata una concentrazione di radon < i 100 Bq/litro (32 Bq/litro per le acque destinate ai bambini e ai lattanti).

Quali sono i livelli in Italia?
Negli anni ’90 è stata realizzata una campagna di misura nazionale.
Le misure sono state condotte per un anno in un totale di circa 5000 abitazioni situate a diversi piani.
La media annuale nazionale della concentrazione di radon è risultata pari a 70 Bq/m3, superiore a quella mondiale che è stata stimata intorno a 40 Bq/m3.
I risultati mostrano come in Lombardia, così come nel Lazio, siano state riscontrate le più elevate concentrazioni di radon; seguono il Friuli Venezia Giulia e la Campania.

Come proteggersi?  
Evidentemente non è possibile eliminare del tutto il radon dagli ambienti in cui si vive, ma ci sono diversi modi (con diversa efficacia) per ridurne la concentrazione nei luoghi chiusi.
Non mi dilungo in questo articolo sugli interventi tecnici da adottare per il risanamento di edifici con elevati livelli di radon ma alcuni suggerimenti possono aiutarci a ridurre il problema.

  • migliorare la ventilazione dell’edificio, garantendo un elevato numero di ricambi d’aria, può considerevolmente ridurre il livello di radon
  • evitare la permanenza in cantine o locali interrati per lungo tempo se non si conoscono i livelli di radon presenti
  • in caso di nuove costruzioni assicurarsi prima dell’acquisto che si adottino o siano stati adottai criteri anti-radon, come ad esempio sigillare le possibili vie di ingresso dal suolo, predisporre un vespaio di adeguate caratteristiche cui poter facilmente applicare, se necessario, una piccola pompa aspirante ecc..

Come sempre…niente allarmismi ma impariamo a porre attenzione ad aspetti che fino a poco tempo fa non sapevamo neppure che esistessero!

Fonte dei dati:

ISPESL: Il radon in Italia: guida per il cittadino
Ministero della Salute
ISPRA: Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
ARPA Lombardia
Le norme citate nell’articolo

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Dott.ssa Annalisa Gussoni

Edifici e salute: il rischio microbiologico.

 Batteri, lieviti e muffe, i nostri coinquilini.

Ecco l’ultimo appuntamento con i rischi legati agli edifici:  il rischio microbiologico.

E’ utile una premessa: non tutti i microrganismi sono patogeni o dannosi. Molti di essi sono indispensabili per l’uomo. Ci occuperemo ora di quelli che possono darci dei problemi nell’ambiente in cui viviamo.

Il rischio microbiologico fa parte dei rischi da agenti biologici.
Il decreto legislativo 81/08, che regolamenta la sicurezza nei luoghi di lavoro,  si occupa di prevenzione e  protezione quando sussiste un rischio di esposizione agli agenti biologici dei lavoratori.  La prevenzione del rischio biologico è quindi prevista negli ambienti di lavoro ma non ci sono regole per gli ambienti domestici!

Vediamo quindi come fare!

Negli ambienti indoor è presente una grande varietà di agenti biologici che comprendono:

  • microrganismi (virus, batteri, muffe, lieviti, funghi, protozoi, alghe),
  • insetti (acari, aracnidi),
  • materiale biologico derivato (frammenti di esoscheletro, escreti, tossine)
  • materiale organico di origine vegetale (pollini).

COME ESPLICANO LA LORO AZIONE?
azione infettiva, svolta da batteri, protozoi, virus, muffe e lieviti (ad es. Legionella pneumophila, Aspergillus fumigatus ecc.);
azione allergizzante, sostenuta da actinomiceti termofili, da microfunghi (Aspergillus, Alternaria, Penicillium,  Aureobasidium, ecc.), protozoi (Naegleria gruberi, Acanthamoeba ecc.) o metaboliti microbici. In questo caso i soggetti esposti manifestano riniti, sinusiti, asma, alveoliti o febbri, descritte come Organic Dust Toxic Syndrome (ODTS);
azione tossica, svolta da prodotti del metabolismo di alcuni agenti biologici quali endotossine, micotossine e 1-3 ß-D-glucani.

ORIGINE
Tra gli agenti biologici elencati parleremo nell’articolo della contaminazione microbiologica cioè quella di cui sono responsabili batteri, lieviti e muffe.
Troviamo le principali fonti di inquinamento microbiologico degli ambienti indoor negli occupanti (uomo e animali).
Ma anche nell’acqua stagnante, nei residui di alimenti, nelle piante, nei rifiuti, nella polvere, nelle strutture, nei servizi tecnologici dell’aria
In assoluto il maggior serbatoio è il corpo umano con differenti concentrazioni nelle diverse zone del corpo legate anche alla presenza di abiti. Molto importanti nella distribuzione dei microrganismi sono gli atti del parlare, starnutire e tossire.
Polvere, legno, materiale isolante, carta da parati, manufatti tessili per arredamento, tappeti, tappezzerie, ecc. si configurano come substrati per l’adesione dei microorganismi. Lo sono soprattutto quando si verificano condizioni idonee di temperatura e umidità: è quindi fondamentale l’attenzione al microclima.

Negli anni ’70 è stata descritta la “Sindrome dell’edificio malato” (Sick Building Sindrome, SBS)”.
Si tratta di una patologia che comprende svariati sintomi aspecifici, quali: irritazione oculare, cefalea, secchezza delle vie respiratorie, sonnolenza, eritemi e pruriti cutanei. SBS sembra sia collegata alle condizioni dell’edificio in cui i soggetti colpiti trascorrono buona parte del loro tempo.
Si ritiene che l’inquinamento microbiologico giochi un ruolo determinante in questa sindrome anche se ancora oggi non esistono correlazioni certe tra SBS e contaminazione microbiologica.

E’però vero che la composizione della flora microbica in edifici malati è completamente diversa rispetto a quella esterna con predominanza di agenti allergizzanti.

COME ARRIVANO A NOI
Gli agenti microbiologici presenti nell’aria, sono trasportati sotto forma di bio-aerosol. Sono legati a polvere, particelle liquide o altri contaminanti naturalmente presenti (emulsioni oleose, polvere di legno, ecc.).

Ne consegue il rischio, per l’essere umano, di esposizione per via inalatoria, per contatto con superfici e oggetti contaminati o per ingestione.
Per gli agenti biologici è difficile valutare l’entità dell’esposizione. Inoltre non sono stati definiti limiti di contaminazione utilizzabili come valori soglia ma solo valori di riferimento.

Di seguito si riporta una tabella con i valori di riferimento per le abitazioni.

In generale si usano i valori di riferimento europei. E’ interessante segnalare che in Italia, Dacarro e collaboratori hanno proposto un altro tipo di approccio per la valutazione delle cariche microbiologiche da correlare ad un giudizio sulla qualità dell’aria.
Questo metodo tiene conto di diversi aspetti e si configura quindi come un indice complesso e mediato nella valutazione del rischio microbiologico.

MISURE PER RIDURRE L’ESPOSIZIONE
I contaminanti microbiologici possono essere controllati mediante una manutenzione adeguata dell’edificio, dei materiali impiegati e dei sistemi di ventilazione e condizionamento.
In particolare si raccomandano le seguenti misure:

  • mantenere accuratamente pulite tutte le superfici, in particolare quelle che vengono a contatto con i cibi.
  • ridurre il più possibile i livelli di polvere negli ambienti chiusi.
  • lavare regolarmente tessuti d’arredamento ove possibile.
  • aumentare la ventilazione negli ambienti, riscaldare tutte le stanze durante l’inverno.
  • mantenere un livello di umidità relativa nell’abitazione inferiore al 60%.
  • assicurarsi che venga fatta regolare manutenzione e pulizia di umidificatori, vaporizzatori e componenti degli impianti di climatizzazione, compresa la pulizia e sostituzione regolare dei filtri; utilizzare, ove necessario, sistemi di ventilazione/condizionamento, dotati di filtri speciali.
  • mantenere puliti gli ambienti destinati agli animali domestici.

Tra queste regole generali assume particolare importanza la manutenzione degli impianti di climatizzazione per via del rischio di esposizione alla Legionella pneumophila. L’argomento è  già trattato su Scienzintasca in un articolo specifico.

Un altro tema che merita uno spazio a parte è l’igiene ed il conseguente rischio microbiologico degli ambienti in cui si prepara il cibo. Saremo presto da voi anche con questo argomento!

Fonte dati:

  • Inail 2010. Il monitoraggio microbiologico negli ambienti di lavoro. Campionamento e analisi
  • Inail 2006. Microclima, illuminazione ed areazione ne luoghi di lavoro
  • Opuscoli del Ministero della Salute. Direzione generale della prevenzione sanitaria-Direzione generale della comunicazione e dei rapporti europei e internazionali
  • ISS 2013. Strategie di monitoraggio dell’inquinamento di origine biologica dell’aria in ambienti indoor

http://www.salute.gov.it/portale

https://www.inail.it/

“LE INDICAZIONI CONTENUTE IN QUESTO SITO NON DEVONO IN ALCUN MODO SOSTITUIRE IL RAPPORTO CON IL MEDICO. E’ PERTANTO OPPORTUNO CONSULTARE SEMPRE IL PROPRIO MEDICO CURANTE E/O LO SPECIALISTA”

 

Dott.ssa Annalisa Gussoni

Edifici e salute. Quali rischi corriamo?

Gli edifici in cui viviamo o lavoriamo a volte nascondono insidie per la nostra salute che, se trascurate, possono provocare danni anche irreparabili. E’ importante conoscerle per difendersi e per prevenirne gli effetti.

Parleremo dei rischi più diffusi, delle conseguenze all’esposizione e delle azioni correttive o preventive.

I rischi principali a cui possiamo essere esposti all’interno di un edificio sono: l’amianto, le FAV, il radon ed i microrganismi.

Ognuno di questi temi merita una trattazione specifica. Cominciamo a parlare di amianto.

Amianto o asbesto è il nome comune di silicati  fibrosi naturali, minerali molto diffusi in natura.

Sono fibre con importanti caratteristiche quali la  resistenza ad alte temperature, all’usura e all’aggressione di sostanze chimiche. Hanno inoltre  proprietà fonoassorbenti e termoisolanti. Per via di queste caratteristiche hanno avuto un vasto impiego in diversi settori industriali tra cui l’edilizia.

Negli edifici le troviamo nelle coibentazioni di tubazioni, canne fumarie e condotte. Ma anche in contro soffittature, pannelli, rivestimento di centrali termiche, Sono diffuse nelle coperture di aree ed edifici ma addirittura negli stucchi isolanti per finestre. Inoltre nei tessuti ignifughi per arredo quali tende, moquettes, linoleum (colla).

Il rischio principale è rappresentato dalle fibre respirabili che hanno: lunghezza > o = a 5 µm e larghezza (diametro) < o = a 3 µm.

Le patologie legate all’esposizione all’amianto possono essere di tipo polmonare, dall’asbestosi (insufficienza polmonare cronica) al mesotelioma ma anche non di tipo polmonare ovvero forme tumorali in altri apparati.

Si presume quindi che non solo l’inalazione delle fibre costituisca un rischio ma anche la loro ingestione. Anche la coibentazione delle condotte degli acquedotti pertanto può rappresentare una sorgente di fibre.

Cosa dice la legge? Con la L. 27/03/92 n.257 l’Italia è il primo paese che mette al bando l’amianto. La legge ne vieta l’estrazione, la produzione e la commercializzazione. Ad oggi c’è un’ampia normativa ma non vi è obbligo di rimozione se lo stato di conservazione è discreto. Questo deve però essere verificato mantenendo sotto controllo alcuni indicatori, quali: frammenti pendenti, detriti caduti, alterazioni e rotture della superficie, adesione al supporto, presenza di infiltrazioni d’acqua.

In base alle verifiche dello stato di conservazione la norma da la possibilità di procedere in diversi modi.

S può optare per rimozione o incapsulamento sovra copertura.

In sintesi cosa dobbiamo fare per prevenire il rischio di esposizione all’amianto? Innanzitutto effettuare un censimento dell’amianto nell’edificio in cui si vive o verificare che il datore di lavoro l’abbia effettuato per il luogo in cui si lavora.

Con il censimento, oltre a verificare la presenza di MCA (materiali contenenti amianto), avremo una valutazione dello stato di conservazione sulla base della quale decidere l’intervento più appropriato.

Cosa fare se edifici vicini alle nostre abitazioni od al luogo di lavoro hanno manufatti con potenziale dispersione di fibre di amianto? E’ opportuno chiedere al comune di intervenire affinché il detentore del manufatto si attivi.

Un ultimo ma importante accorgimento a garanzia della nostra salute: non affidiamoci mai a soggetti improvvisati e seguiamo le procedure.

I soggetti autorizzati a manipolare MCA devono essere iscritti all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali, Cat.10. Il piano di lavoro per l’intervento sul manufatto da mettere in sicurezza o da rimuovere deve essere approvato dalla ASL.

Dott.ssa Annalisa Gussoni